MELE (Ge). Oratorio di Sant’Antonio abate

L’Oratorio settecentesco è composto da un insieme di edifici aggregatisi nel corso del tempo: la chiesa con la sacrestia, le case dell’Oratorio, il sacello dove è custodita la Cassa di Sant’Antonio.
L’ingresso della chiesa è sul lato lungo della costruzione e dà accesso diretto alla navata unica che la compone. L’interno rispecchia il tipico arredo di oratori dello stesso periodo: l’aula decorata sui due lati lunghi rinvia ai due estremi dove trovano posto il coro per i confratelli con la cantoria e l’organo e dall’altro capo l’altare dietro il quale vi è l’ingresso alla sacrestia.
La decorazione interna è espressione del gusto della fine del ‘700, ampie superfici ricoperte di stucchi che inquadrano dipinti, che formano la struttura di sostegno della cantoria e dell’organo, che fanno da fondale prospettico all’altare. L’esecuzione di quest’opera fu affidata a Rocco Cantone.

ORATORIO_RattiIl ciclo pittorico di Carlo Giuseppe Ratti con storie della vita di Sant’Antonio Abate (1777-1782) è formato da 12 tele dipinte ad olio inserite nelle cornici mistilinee a stucco realizzate per loro. Non molti anni fa furono ritrovati nell’Oratorio i bozzetti preparatori.
Sul lato destro della navata verso il coro si apre una nicchia dove attualmente è alloggiata una cassa processionale chiamata dai vecchi melesi Sant’Antonio il Vecchio. In effetti dal recente restauro si è potuto stabilire che è una delle più antiche della Liguria databile all’ultimo decennio del XVI secolo: già nel 1639 risultano diversi pagamenti per “aggiustature” corrispondenti all’attuale strato pittorico.
Ulteriori testimonianze d’arte sono: “i tabarrini per le cappe di testa e per i priori”, le mazze pastorali con Sant’Antonio Abate in argento datate 1823, il piccolo altare in cartapesta per il Santissimo.

ORATORIO_STAL’autore della pala dell’altare ha finalmente una sua identità: è stata attribuita alla tarda maturità di Andrea Ansaldo (1584-1638) che la eseguì dopo il 1625 in quanto in questa data San Bernardo di Chiaravalle venne proclamato Protettore di Genova e furono prodotti molti dipinti con l’episodio della “lactatio Bernardi”. Nel 1637, però, il dipinto subì una modifica ad opera di Orazio De Ferrari (1606-1657) al fine di aggiornarlo iconograficamente a seguito della proclamazione della Vergine a Regina di Genova e la sua mano è riconoscibile nel Bambino e nella testa di Sant’Antonio Abate.

Risale alla seconda metà del XVIII secolo l’ingrandimento del dipinto in alto con l’aggiunta della SS. Trinità e in basso di una veduta degli edifici da carta de “La Scaglia” che andava a completare così la veduta di Mele già esistente.
In alto il Padre Eterno e lo Spirito Santo e al centro della composizione la Madonna Regina con il Bambino Gesù: in primo piano a sinistra vi è San Bernardo e continuando sono raffigurati San Nicola o Niccolò, Sant’Ambrogio e Sant’Erasmo, a destra in adorazione di Gesù, Sant’Antonio Abate e San Michele Arcangelo; in basso si riconosce il profilo di Mele e della “Scaggia” con gli opifici della carta che farebbero supporre come committente dell’ultimo “aggiustamento” un personaggio eminente nell’economia e società melese del tempo (un “paperaio”?). Vedere foto in alto.

 

 

LA CASSA PROCESSIONALE
A lato dell’ingresso della chiesa si vede una porta sormontata da un’architrave tonda in marmo con la seguente scritta: “HIC DIVI ANTONI SCULPTA REFULGET ICON. 1875” ossia “Qui è l’immagine scolpita del Divino Antonio. 1875”.
In questa frase vi è tutto l’orgoglio dei Melesi per essere riusciti ad acquisire uno dei massimi esempi delle macchine processionali e della scultura genovese del XVIII secolo.
mele%20cassa%203La vicenda dell’acquisto (1874) della “cascia” di Anton Maria Maragliano, databile al 1703, dalla Confraternita di Sant’Antonio Abate e San Paolo Eremita, detta “de’ Birri in strada Giulia”, di Genova è nota; quello non conosciuto è l’affetto dei melesi per il loro “Togno”. Ai bambini viene illustrata la scena con dovizia di particolari: i leoni, il porcellino, il fuoco, gli animali del basamento, San Paolo e gli angeli in modo che durante la processione del 15 agosto siano chiare le parole del Cantico dei pellegrini.
mele%20cassa%205E l’impegno degli adulti nella stessa occasione, sia dai “camalli d’a cascia e portoei de Cristi” che ai semplici partecipanti, è grande perché…. Sant’Antonio te ne darà merito.
La grande scultura in legno, realizzata secondo le più recenti indicazioni tra il 1703 e il 1710 e acquistata nel 1874 dalla Confraternita locale, rappresenta Sant’Antonio Abate contemplante il corpo di San Paolo Eremita con due leoni che scavano una fossa mentre l’anima sorretta da angeli s’invola al cielo.
ORATORIO_cassaSTA02Un piccolo angelo sorregge la mitra e il pastorale, vicino ci sono sia il maialino che il fuoco ardente simboli iconografici del Santo.
E’ una delle poche opere processionali del Maragliano dove l’evento è racchiuso in se stesso e non aperto in forma di rappresentazione devozionale.
Colpisce sia la grande base scolpita a rocce e decorata da verzure e piccoli animali che la rarefatta pacatezza dell’ambientazione e delle poche figure.
La prima, forse, unica libertà dell’esecutore; la seconda, forse, precisamente indicata dai committenti dell’opera: i confratelli dell’Oratorio (oggi distrutto) sotto il titolo del Santo in Strada Giulia, ora Via XX Settembre, detto “dei Birri” ossia la polizia dell’epoca.
Le figure dei santi sono grandi al vero. Sant’Antonio ha l’abito proprio del suo ordine monastico con il simbolo della Tau sulla spalla destra, San Paolo è vestito con una tunica di stuoia intrecciata tipica degli anacoreti (eremiti) della chiesa orientale dei primi secoli.
Solo gli angeli e il manto dell’anima hanno decori tipici delle stoffe genovesi del tempo.
Molto bella è la base rocciosa a cui si appoggia San Paolo e da cui si imposta il vorticoso girare di nuvole e angeli sorreggenti la figura, più piccola del vero, dell’anima in estasi.
E’ un grande esempio del Maragliano che unisce genialità artistica e maestria nel trattamento del legno, un capolavoro del barocco genovese.
L’opera è tuttora portata processionalmente, una volta l’anno il 15 agosto, da squadre di 16 uomini e il suo peso si stima in oltre 10 quintali.
Per tutti a Mele è “uno di famiglia” perché il Sant’Antonio Abate esprime l’identità collettiva e le tradizioni più amate e sentite dei melesi.
Questo tesoro dell’arte, tra il settembre 2009 e il maggio 2010, è stato sottoposto a complessi e delicati restauri realizzati nel laboratorio di Antonio Silvestri a Santa Maria in via Lata, che occupa gli stessi spazi dove aveva sede l’antica Confraternita genovese che per prima commissionò l’opera al Maragliano.
Prima degli interventi l’opera è stata sottoposta a una batteria diagnostica completa, a partire dagli esami radiografici per valutarne anche la staticità e verificarne l’anima metallica che aveva subito manomissioni, probabilmente in buona fede, che però ne hanno irrigidito la struttura e provocato fessurazioni.
Sono state verificate anche la qualità, l’essenza e la datazione del legno e con stratigrafie e prelievi colorimetrici l’originalità della struttura pittorica, di pregio assoluto ed ora riportata in luce.
E’ stato inoltre eliminato l’ingombrante bordo del basamento ligneo aggiunto successivamente perché, oltre ad appesantire l’estetica dell’opera ne aveva alterato il ritmo con l’asportazione delle decorazioni a ramarri, foglioline e fiori che sono state ricollocate nella posizione originale.
Il 5 giugno 2010 la maestosa cassa processionale lignea è stata montata in piazza a Mele e riconsegnata alla Confraternita tra grandi festeggiamenti.

Il video di Sant’Antonio restaurato.

 

La piccola CASSA di SANT’ANTONIO il VECCHIO
ORATORIO_ilvecchio01La piccola Cassa processionale è citata in un libro di conti della Confraternita per le aggiustature a cui viene sottoposta nel 1639.
Ciò ha portato la probabile datazione all’ultimo scorcio del XVI secolo.
Datazione confermata dal restauro che ha evidenziato, pur nella semplicità della rappresentazione, l’epoca e l’alta qualità del manufatto. Mentre la struttura fasciata di noce d’india è del 1718 come risulta dall’atto notarile di fabbricazione.
È stato rinvenuto, sotto lo strato delle ridipinture e degli stucchi, parti della doratura originale a racemi di Sant’Antonio e la particolare realizzazione della veste di S. Paolo fatta con canne palustri intrecciate proprio secondo la tradizione iconografica del Santo Anacoreta.
ORATORIO_ilvecchio02E proprio iconograficamente si rileva l’appartenenza dell’opera al secolo del Concilio di Trento: il Santo, pur nella gloria dell’immagine (particolare la coloritura degli incarnati, le dorature), è ponte e mediatore con la Grazia Divina. A tal proposito si confronti la grande cassa processionale del Maragliano con lo stesso soggetto che manifesta una corporeità da parata tipicamente barocca.
La disposizione delle statue non è l’originale in quanto ha subito molte modifiche nel corso dei secoli ma ne rispecchia molto l’ideale rappresentativo Controriformista.
Infine i due leoni (da notare le code in ferro battuto) in postura quasi araldica danno a tutta l’opera una forte caratterizzazione simbolica.

Fonte: http://www.comune.mele.ge.it/testi.php?id_testi=226

 


Regione Liguria

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