VALGRANA (Cn). Ospizio della Trinità, affresco con sant’Antonio abate

Antico ospizio per pellegrini in via Roma , 24.
L’edificio, immerso nella tranquillità della Villa, centro storico di Valgrana, è conosciuto per lo splendido affresco della Trinità realizzato dai fratelli Biazaci di Busca nel XV secolo.


E’ l’esempio meglio conservato della regione di ospizio-ospedale per pellegrini e bisognosi, risalente al XV secolo.
Preceduta da un portico, si presenta come una casetta su due piani.
L’interno è stato ristrutturato negli anni scorsi e trasformato in locale abitativo, anche se finora l’utilizzo è stato esclusivamente per mostre ed eventi.

Affreschi
Sulla facciata, sempre visibili, affreschi di metà Quattrocento attribuiti ai fratelli Biazaci, raffiguranti la Trinità e la Vergine col Bambino in trono, a destra.
– La Trinità
  rappresenta le tre Persone (Padre, Figlio e Spirito Santo) come tre busti maschili che emergono dal medesimo corpo.
– Dall’altro lato della porta, a sinistra, la figura di sant’Antonio abate (fig.).

 

Link: http://www.comune.valgrana.cn.it
http://archeocarta.org/valgrana-cn-ospizio-della-trinita-e-chiesa-parrocchiale/

Fruibilità: Sempre visibile, sulla facciata.
Info:  Comune di Valgrana, via Roma, 38. Telefono: 0171-98101

Rilevatore: Angela Crosta, Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 29/06/2012

TORTONA (Al). Abbazia di Rivalta Scrivia, affreschi raffiguranti sant’Antonio abate

 

Strada statale per Novi Ligure nei pressi dell’abitato della frazione di Rivalta Scrivia, tel. +39 0131817150 –  +39 339.9172442.

La chiesa di Rivalta è quanto resta del complesso abbaziale dei monaci cistercensi, insediatisi in questa località nel 1180. L’edificio presenta una caratteristica architettura cistercense tra il romanico lombardo e il gotico francese.
L’elemento importante è rappresentato dall’apparato di affreschi risalenti alla seconda metà del secolo XV, recuperati durante i restauri del 1941-42.
A fianco dell’abbazia, alla metà del XVII, fu edificata un’imponente residenza nobiliare di cui si possono ammirare gli ampi loggiati.

La pianta e l’alzato della chiesa attuale, unitamente ancora alle parti conservate del monastero, ne confermano l’edificazione ex novo secondo i dettami della regola cistercense.
La metodologia progettuale, basata sul modulo del quadrato in pianta come in alzato, ha organizzato, anche qui, intorno al quadrato del chiostro tanto la chiesa quanto gli spazi destinati alla vita comune (ala monaci, ala conversi, cucine e refettorio, ambienti di lavoro).
La chiesa ha una pianta a croce latina, scandita da tre navate di tre campate (in origine quattro) quella centrale e di sei (un tempo otto) quelle laterali; i sostegni forti e deboli alternati reggono volte a crociera costolonate nella navate centrale e nel transetto, a crociera semplice nelle navatelle; il coro, voltato a botte, è formato da un’abside a terminazione rettilinea affiancata su ogni lato da due cappelle a pianta rettangolare.
Il braccio destro del transetto comunica con la sacrestia – unico ambiente che conserva il piano di calpestio originale – e mediante una scala a doppia rampa con il dormitorio dei monaci al piano superiore.
L’aspetto utilitario dell’esterno è leggibile nella zona di coro e transetto dalle cornici che impostano le specchiature, chiuse da una decorazione ad archetti di tipo lombardo, e lungo il corpo longitudinale dal ritmo dei pilastri a muro che scandiscono la parete in corrispondenza dello spazio interno delle campane quadrate.
Alla seconda metà del XVI secolo dovrebbe risalire la ricostruzione del massiccio campanile che insiste all’incrocio dei bracci del transetto.
Dopo un lungo periodo di decadenza, caratterizzato da crisi spirituale ed economica che coinvolse il monastero a partire dal XIV secolo, l’Abbazia viene istituita in Commenda in modo definitivo nel 1478 per volontà di Sisto IV.
Il miglioramento delle condizioni economiche, cui mirava l’istituto della commenda, è testimoniato dal notevole corredo pittorico che vede anche l’intervento di Franceschino Boxilio. Il pittore castelnovese firma due opere, il San Cristoforo del quarto pilastro a destra (datato 1490) e le due scene con la Vergine, il Bambino e un monaco certosino con la sovrastante figura del Cristo Redentore. Gli affreschi risalgono a un arco di tempo abbastanza continuo e ristretto, condividendo stilisticamente una stessa corrente d’influenza lombarda. Se le scene della parete di fondo del presbiterio, che sono le opere più antiche insieme ad alcune immagini di santi nel primo pilastro a sinistra, risultano caratterizzate da forme ancora gotiche, dall’allungamento dei corpi, dal decorativismo dei troni e dalla rigida posizione frontale delle figure rappresentate, le altre figure presentano già un tentativo di complessità spaziale e un certo realismo tipici del linguaggio rinascimentale. Si tratta, comunque, di una pittura votiva e con forti caratterizzazioni popolari che predilige i Santi protettori di una comunità agricola e contadina, tra essi anche sant’Antonio abate; (sono stati identificati ben 32 santi differenti, mentre altri due, un santo martire cistercense e un santo vescovo francescano, restano ancora senza un nome).
Nel 1538 l’abbazia passa alle dipendenze di San Nicolò del Boschetto di Genova. I beni patrimoniali del monastero sono acquisiti nel 1546 dal marchese Adamo Centurione e, dopo alcuni passaggi di proprietà, nel 1653, passano ad Agostino Arioli, il quale fa costruire il suo palazzo utilizzando una parte di monastero (l’ala dei conversi) e demolendo l’ultima campata della chiesa abbaziale che era addossata al palazzo.
L’abbazia, la cui chiesa era parrocchia già nel 1576, viene soppressa con decreto napoleonico nel 1810.

Note storiche:
Chi, oggi visita quanto resta dell’Abbazia di Rivalta Scrivia non può, facilmente, valutarne tutta l’importanza storica: né, d’altra parte, può comprendere tutta l’influenza economica che la stessa esercitò, soprattutto nei secoli XII e XIII, su tutta la regione che si stende tra Tortona e Novi.
Il territorio di Rivalta era, nel secolo XI, densamente coperto di foreste: l’agricoltura, malgrado la vicinanza dello Scrivia, che forniva copiose acque, era poco sviluppata e rarissimi erano, nella zona, i nuclei abitati. Un munito castello difendeva la zona; nelle sue vicinanze, c’era una chiesa dedicata a San Giovanni: Castello e Chiesa dovevano fornire i mezzi al sorgere dell’Abbazia.
L’origine di un nucleo monastico a Rivalta Scrivia si fa risalire ad una donazione del 22 agosto 1150 e ad un certo Ascherio, forse della famiglia degli Ascheri di Castelnuovo Scrivia, lì stabilitosi dopo esser stato, a partire dal 1137, priore del monastero di Santa Giustina di Sezzè, di dove si era allontanato in cerca di un luogo più rispondente ai suoi ideali, dato che il monastero sezzadiese non offriva né sicurezza per quel che riguardava l’asilo né tranquillità per quel che riguardava la vita monastica. Intorno al castello egli possedeva già alcuni beni e, poiché era di famiglia distinta e danarosa, riuscì in un breve spazio di tempo ad allargare notevolmente l’estensione dei possedimenti del monastero.
Lo sviluppo, che aveva assunto l’organismo monastico e le difficoltà proprie di quei tempi, convinsero il potente abate che era necessario aggregare il monastero ad un Ordine, onde meglio assicurarne la assistenza religiosa e sociale; iniziò quindi trattative con l’abate Folco di Lucedio e nel 1180 la comunità di Rivalta fu unita all’ordine cistercense e divenne dipendente dalla Badia di Citeaux.
L’unione coi cistercensi portò ad una ristrutturazione della comunità monastica rivaltese; stabiliti e regolati i rapporti col Vescovo e col Capitolo di Tortona, l’abate Folco trasformò il monastero di Rivalta in Abbazia cistercense e ordinò che si procedesse alla nomina di un nuovo abate: questi fu Pietro, monaco di Lucedio. Il vecchio abate Ascherio, fondatore della Chiesa e del monastero, si ritirò al di là del Po in una località della Lomellina tra Frascarolo e Pieve del Cairo e quivi fondò altra Chiesa, che chiamò Acqualunga; morì a Rivalta, dove era tornato, nel dicembre del 1185. Alla sua morte la comunità monastica rivaltese, che egli aveva creato, disciplinato, beneficato, era ormai in piena efficienza ed in notevole espansione.
L’unità del monastero cistercense di Rivalta si è persa nelle trasformazioni dei suoi otto secoli di storia che hanno creato una scissione fra la chiesa, oggi parrocchia, e gli ambienti monastici passati in parte a proprietà privata. Il complesso fu costruito fra 1180 e metà XIII secolo.

 

Link: http://www.vivitortona.it
http://archeocarta.org/rivalta-scrivia-al-abbazia/

Fruibilità:
Orari: domenica dalle 15.30 alle 18.30 (da aprile a ottobre).

Rilevatore: Angela Crosta, Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 29/06/2012

 

CASSINE (Al). Complesso Conventuale di San Francesco e Museo, affresco e statue lignee di s. Antonio abate

Piazza Vittorio Veneto, 2   –  info: Comune tel. 0144 715151

 

Il complesso francescano fu fatto edificare dai Francescani Minori Conventuali, giunti a Cassine intorno al 1232.
Ne è prova il testamento di Cesare Canefri, in cui alcuni suoi beni venivano lasciati per la costruzione della chiesa di San Francesco: “in laborerio eiusdem ecclesiae”. Essi si insediarono inizialmente “extra muros“, come ogni nuova comunità mendicante, presso l’ingresso settentrionale del paese nella chiesetta di San Secondo, successivamente si stabilirono nella sede del centro urbano appena costruita.
La data di edificazione è tuttora incerta, probabilmente l’inizio della costruzione è prossima al 1291 e l’ultimazione intorno al 1327, in relazione ad una bolla pontificia del Papa Giovanni XXII, in cui era concesso ai frati di trasferirsi entro il castrum.

Note storiche:
I verbali delle visite pastorali, a partire dal 1577, ci informano della presenza delle varie cappelle che i frati avevano concesso di edificare a famiglie e confraternite.
Nel 1623 si eseguirono lavori di rivestimento in muratura dei pilastri gotici e di tinteggiatura, per adeguarsi alle esigenze dei tempi; tali rivestimenti, nelle prime due campate a partire dal presbiterio, sono stati asportati durante i restauri operati nel 1925.
In occasione dell’arrivo nel 1713 delle reliquie di Sant’Urbano Martire, la chiesa ebbe un globale intervento di restauro e trasformazione, come evidenziano ancora numerose cappelle del lato meridionale.
Recentemente, attraverso sondaggi sui primi due pilastri rettangolari, risparmiati dall’intervento di restauro del 1925, è stato accertato l’inglobamento di ampie colonne non rimesse a vista in funzione delle attuali metodologie che mirano alla conservazione degli elementi successivi, altrettanto importanti degli originali.
In seguito alla soppressione napoleonica del convento, avvenuta per decreto nel 1802, i frati furono trasferiti nel convento di Moncalieri e tornarono nel 1830; nel decennio successivo furono sostituiti dai Padri Cappuccini.
Il convento fu definitivamente soppresso e incamerato nei beni dello Stato quando nel 1858 il Comune di Cassine lo acquistò adibendolo ad uso scolastico, funzione che sviluppa ancora ai nostri giorni, mentre la chiesa fu curata da alcune confraternite, svolgendo, come nei secoli passati, un ruolo unificante tra le varie parrocchie di Cassine.
La chiesa è uno dei pochi significativi esempi in Piemonte di architettura gotica lombarda, con derivazioni cistercensi.
L’edificio è orientato, con l’abside a levante e facciata a ponente, e ricalca lo schema costruttivo in uso alle costruzioni francescane trecentesche: pianta basilicale a tre navate, di cui la maggiore costruita da tre campate coperte da volte a crociera rialzata su archi ogivali, sorretta da costoloni caretani, compresa l’abside a pianta quadrate; le rimanenti due sono con volte a crociera nervata, su archi a tutto sesto.
Le prime due campate orientali della navata maggiore, sono a base rettangolare, affiancate da un numero doppio di campate minori a pianta quadrata; le due rimanenti campate centrali sono a base quadrata, affiancate ai lati da altrettante campate rettangolari.
I pilastri, alternati a colonne, sono a sezione rettangolare con semicolonne su tre lati, il quarto lato resta piatto, con in alto un capitello pensile, rivolto scambievolmente verso le navate minori; i capitelli pensili verso la navata maggiore sono posti ad un’altezza inferiore rispetto a tutti gli altri capitelli, sorreggendo semicolonne di ribattuta.
Altri capitelli pensili sono inseriti sulle pareti laterali: sistema per conferire maggior spazialità alle navate. I pilastri e le colonne sono caratterizzati cromaticamente da fasce alternate in cotto ed arenaria, così come negli archi ad ogiva e, dove questi sono ricoperti da intonaco, compare una decorazione a finti conci lapidei.
La facciata, in muratura a vista scandita da lesene che ripartiscono le navate, a modo di quinta architettonica, e un basamento in arenaria calcarea.
Il portale è ricoperto da un frontone triangolare a ghimberga in mattoni, sovrastato da un rosone in conci alternati di cotto ed arenaria.
Il fronte sovrasta le navate ed è coronato da archetti pensili, distesi su un fondo a fascia intonacata ad imitazione della pietra, reggenti un cornicione con fascia intonacata ad imitazione della pietra, reggenti un cornicione con fasce di mattoni e mattoncini disposti a losanga, mentre verso il lato meridionale, in coincidenza con le successive cappelle aggiunte e formanti una quarta navata, è la cappella di San Giovanni Battista del 1426, ornata con eguale fastigio sul fronte.
Nell’abside il prospetto, con paramento in mattoni, è racchiuso ai lati da pilastri incappucciati, il cornicione si articola con maggior evidenza in bicromia di archetti pensili in pietra e cotto, sotto e al centro, sono delineate due alte e strette monofore.
Completano le volumetrie esterne dell’edificio il campanile, con base cinquecentesca e cella campanaria in forme neogotiche, di epoca ottocentesca, posto sul lato meridionale dell’abside maggiore.
Sulla parete sud del coro si conserva un apparato liturgico, tipico delle costruzioni mendicanti, costituito da un arcosolio in cui sedevano i diaconi e da una bifora con lavello, per la cerimonia della purificazione. Caratteristica delle costruzioni degli Ordini mendicanti nel Trecento, ancora ben evidenziata in questo edificio, è, all’interno, la differente composizione ritmica dei pilastri e delle volte, in cui si distingue nettamente la zona più sacra, quella absidale assieme alle due campate più occidentali, riservata al culto e alla preghiera dei frati, dalla rimanente parte della chiesa, accessibile ai fedeli e coperta in origine con sole capriate lignee a vista, successivamente ricoperte con volte a crociera tra il XVI – XVII secolo.
In San Francesco di Cassine ci troviamo di fronte ad un edificio che è il risultato tra moduli costruttivi in linea con le regole codificate dall’ordine francescano, con elementi di derivazione cistercense come le absidi quadrate e i capitelli pensili e la tradizione locale di tipo lombardo.
Sul lato nord della chiesa si sviluppa il convento. Nel tempo venne a racchiudere due chiostri e spazi ad uso rurale quali cascinali, terreni coltivati a vigna, orti e giardino. Sono ancora attorno alla chiesa numerosi oratori, su terreni concessi dai frati a Confraternite, conferendo all’insieme una sorta di acropoli religiosa.
I restauri del 1925 hanno rimesso in luce l’architettura originaria trasformata in epoca barocca da rivestimenti e stucchi.
Attualmente è in atto il recupero architettonico di alcuni ambienti conventuali trecenteschi, appartenenti al primo chiostro, tra cui la Sala Capitolare con il suo ciclo di affreschi, la Sacristia ed un vano adiacente che costituiranno la sede del Museo degli Arredi della Chiesa di San Francesco.

Gli affreschi. Cicli di affreschi trecenteschi, databili attorno alla metà del secolo o poco prima, interessano sia la chiesa, sia la Sala Capitolare ove al centro è un’animata Crocifissione con ai lati figure di Santi scanditi da un fregio finto cosmatesco, presente in ogni differente partitura. Sulla parete settentrionale, in una narrazione continua, sono Storie dei Magi e l’Adorazione del Bambino in braccio alla Vergine, assisa in trono.
Sul lato opposto è ancora la Vergine col Bambino, assisa in trono e raffigurazioni di Santi, cari al culto francescano e a quello locale.
Lo stile si inquadra in un ambito di gotico internazionale nell’orbita del Maestro della tomba Fissiraga, operante tra Como e Varese. Stile penetrato in Lombardia nella prima metà del Trecento attraverso la cultura di Assisi, come indica l’arcaica iconografia dell’Adorazione dei Magi, in cui la Vergine col Bambino è assisa in trono, carattere che fa risaltare la nobiltà delle figure.
Non del tutto privo di altri elementi è invece la scena della Crocifissione “affollata”, affine ad un analogo esempio nella cappella del chiostro di Chiaravalle della Colomba, presso Piacenza, in cui una recente critica vede derivazioni giottesche, come denunciano anche le partiture chiuse da fregi cosmateschi.
Nella chiesa compare un ciclo collocato nella cappella presbiteriale di San Michele ancora stilisticamente collegato al Maestro della Sala Capitolare. Sulla parete meridionale sono due scene: l’Annunciazione e probabilmente un episodio della vita di San Giuliano, sul letto di morte dei genitori.
Gli stessi caratteri stilistici sono visibili nella Vergine Allattante sulla prima colonna destra ed in un San Francesco nel vano di controfacciata, per accedere alla cantoria.

Altro artista ha decorato il secondo pilastro destro, raffigurando Sant’Antonio Abate (vedi fig.) e la Vergine col Bambino.
L’anonimo frescante ha lasciato qui una delle sue figure più emblematiche che gli hanno valso il nome convenzionale di “Maestro di Sant’Antonio“, variamente operante in zona tra il III e IV decennio del 1400, come a Palazzo Zoppi di Cassine e sulle vele presbiteriali dell’Abbazia di Santa Giustina di Sezzadio. Stilisticamente queste pitture, dovute alla committenza della famiglia Zoppi attorno al 1426, sarebbero da accostare alle Storie della Passione in Santa Giustina di Sezzadio del 1422 circa.
Inoltre, probabilmente ancora dello stesso autore, sulla parete settentrionale, sopravvive un rovinato polittico affrescato, dedicato a San Martino: nel settore centrale è il Santo titolare sovrastato da una lunetta col Padre Eterno, sul lato sinistro San Francesco e Sant’Ambrogio, sul lato destro San Biagio e San Rocco.

Sul fianco del presbiterio si trovano alla sua destra la cappella di San Michele di cui si è già trattato, e alla sua sinistra due cappelle dedicate a Sant’Urbano martire ed a San Bernardo. Nella prima, decorata con pitture neogotiche del 1839, si venerano le spoglie di Sant’Urbano, compatrono del paese, conservate in un’urna di legno e cristallo contenente anche il vaso vitreo con il suo sangue, la spada e la palma del martirio.
Nell’attigua cappella di San Bernardo si erge un grandioso Crocifisso ligneo del XV secolo, collocatovi nel 1713 ed in origine posto sull’altare maggiore, dove nel 1857 fu sistemato un apparato ligneo con al centro un Crocifisso dell’intagliatore alessandrino Roncati. Sull’altare sarà ricollocata la tela della Vergine col Bambino ed altri Santi.
Discendendo la navata meridionale si incontrano la cappella dedicata al domenicano San Pietro Martire, quella di Sant’Antonio da Padova, quella di San Giuseppe da Copertino, quella dell’Immacolata Concezione, la cui statua lignea del XVIII secolo, attribuibile allo scultore Luigi Fasce, è conservata entro una nicchia dell’altare barocco in stucco policromo. Infine si incontra la cappella di San Giovanni Battista già descritta.

 

Il Museo di San Francesco “Paola Benzo Dapino”  è stato inaugurato nel 2011 ed espone una serie di arredi in un unico organismo costituito dagli elementi superstiti del convento e con la realizzazione di una nuova struttura avente funzione di ingresso. Il complesso, adiacente la chiesa, si compone di tre ambienti: Sala Capitolare, Sacrestia e Quadreria.
Il percorso museale comprende reliquiari lignei pervenuti nel 1713 con la donazione delle spoglie di Sant’Urbano Martire fatta dal vicario generale cardinale Gaspare di Carpegna; più precisamente: 12 busti di legno con ciascuno le ossa degli Apostoli: San Pietro, San Paolo, Sant’Andrea, San Giacomo Maggiore, San Tommaso, San Giacomo Minore, San Filippo, San Bartolomeo, San Matteo Evangelista, San Simone, San Taddeo, San Matteo; 11 statue lignee con reliquari di Santi fra i quali sono state restaurate quelle di Santa Caterina, San Giuseppe, San Pio Quinto; due braccia reliquario lignee con le reliquie di San Biagio e Sant’Alessandro; il reliquario della Colonna della Flagellazione con due angeli che sorreggono la colonna di Santa Prassede; altri reliquari di varie fogge, tra cui spicca quello del Triregno di San Pio V, completano il nucleo.
Sono esposti anche alcuni crocifissi lignei del XV e XVI secolo che presentano una foggia che legittima il confronto con altri presenti nell’alessandrino come a Ponzone e Quargnento e statue lignee raffiguranti Sant’Antonio Abate di fine ‘400 ed un Cristi Flagellato o Ecce Homo.

Tratto in parte da: Cassine: Terra di storia – Storia di Terra, a cura di S. Arditi e G. Corrado.

 

Link:
http://www.comune.cassine.al.it – Complesso conventuale di San Francesco

https://www.comune.cassine.al.it/it-it/vivere-il-comune/cultura/museo-d-arte-sacra-di-san-francesco-paola-benzo-dapino

http://archeocarta.org/cassine-al-complesso-conventuale-di-san-francesco-e-museo-di-san-francesco-paola-benzo-dapino/

Rilevatore: Feliciano Della Mora, Angela Crosta

Data ultima verifica sul campo: 29/06/2012 – aggiornam. dicembre 2021

Laura FENELLI, Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto(libro).

 

«L’Antonio eremita che vive solo nel deserto è lo stesso Antonio circondato di fedeli che invocano la guarigione, l’Antonio accompagnato da un maialetto dei dipinti trecenteschi è ancora l’Antonio dei santini, circondato dagli animali da stalla e da cortile, l’Antonio che cura i malati di fuoco sacro è l’Antonio che protegge il bestiame dalle malattie e la casa del contadino dagli incendi»: queste sono solo alcune delle sfaccettature della figura di sant’Antonio abate e del culto a lui tributato nel bacino mediterraneo nel corso dei secoli.
Attraverso testi e immagini Laura Fenelli ricostruisce una storia iniziata nel IV secolo dopo Cristo che vede l’asceta trasformarsi da santo eremita e poi taumaturgo a santo contadino e protettore degli animali.
Emergono in queste pagine «i meccanismi attraverso i quali si produce una devozione e un ordine religioso si innesta, talea floridissima, su un culto già radicato da secoli, e lo plasma, lo modifica, lo influenza a tal punto da renderlo, a prima vista, quasi irriconoscibile. Quello che la storia e le rappresentazioni dell’anacoreta della Tebaide, Antonio, dimostrano con chiarezza è il complicato processo attraverso il quale anche dalle immagini, costruite per specifiche esigenze di devozione, a memoria di attività economiche e terapeutiche, nascono nuovi testi e nuove leggende, pronte, ancora una volta, a dar luogo a innumerevoli raffigurazioni, in un continuo processo biunivoco di vasi perennemente comunicanti tra loro».

Info:
Editori Laterza, Bari, 2011 con ill.
pp. 208, € 20,00  ISBN: 9788842097051
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http://www.laterza.it