BARDONECCHIA (To), fraz. Melezet. Chiesa parrocchiale di S. Antonio abate

La frazione Melezet (altitudine m 1367) dista da Bardonecchia quasi 4 chilometri ed è situata sulla strada che porta al colle della Scala.
La parrocchia si trova sulla via che attraversa il centro dell’abitato.
https://goo.gl/maps/sjiiykktPrz95FBd7


Al portale d’ingresso si accede attraverso un portico a tre arcate preceduto da due scale in pietra.
Un’apertura tra le due scale esterne dà accesso a un locale interrato, usato per le sepolture invernali, quando la neve e il terreno gelato non consentivano i normali interramenti.
Al di sopra del portico si apre una finestra, sovrastata da una nicchia vuota, che in origine ospitava la statua lignea della Madonna con il Bambino, ora al Museo di Arte Religiosa Alpina di Melezet.
Il campanile, che ricorda lo stile romanico delfinale, nei due livelli superiori presenta finestre a bifora e culmina con una cuspide ottagonale in pietra e con quattro pinnacoli.
L’interno è costituito da tre navate, un presbiterio e un’abside rettangolare.
Sulla trave sottesa all’arco trionfale è collocato un crocifisso, mentre i lati dell’arco e i pilastri sono decorati da ghirlande lignee di fiori e frutta, opera di intagliatori di Melezet.

Il retable dell’altar maggiore ha una struttura complessa: sul coronamento sono rappresentati l’Eterno e numerosi angioletti, le colonne sono ornate da tralci di vite e hanno ai lati elaborate volute (gli aillerons).
La tela del retable rappresenta in alto la Madonna con il Bambino e angeli, in basso a sinistra S. Antonio Abate, riconoscibile grazie alla presenza del fuoco e del maiale, e a destra l’Angelo custode protettore del paese, che con la mano destra indica la chiesa parrocchiale di Melezet, rappresentata piccolissima sullo sfondo.

Sul paliotto dell’altare, entro un ovale fiancheggiato da tralci fioriti, è raffigurato S. Antonio in ginocchio di fronte a una croce; il Santo tiene in mano un libro e un rosario e ha ai lati la campanella e il maiale.

La tela nel retable dell’altare di S. Antonio Abate, nella navata destra, rappresenta il Santo in ginocchio davanti a una roccia su cui è posato un libro; in basso è visibile il fuoco, uno dei simboli del Santo.
La tela sull’altare della navata sinistra raffigura la Madonna con il Bambino e Santi. Nella medesima navata è collocata una statua in legno dorato del Bambino.
Sulla parete destra del presbiterio si trova una tela con l’assunzione della Vergine.

 

Materiale informativo ed illustrativo:
Opuscolo Itinerari di Arte e Cultura Alpina – Valle di Susa Bardonecchia, pagg. 4-5, a cura di Associazione Turistica pro Loco Bardonecchia, Centro Culturale Diocesano di Susa, Museo civico di Bardonecchia.
Dépliant Parrocchie della Valle Stretta Melezet- Les Arnauds, a cura di Commissione Diocesana Turismo sport e Tempo libero, Centro Culturale Diocesano.

Note storiche:
La popolarità del culto di S. Antonio Abate in valle di Susa andò aumentando nel XVI secolo in seguito all’insediamento degli Antoniani, avvenuto agli inizi del secolo, a Névache, che si trova a poca distanza dal colle della Scala, sul versante francese.
Névache e la valle di Susa a monte di Gravere appartenevano ai conti del Delfinato; solo nel 1713 l’alta valle di Susa passò ai Savoia.
A Névache gli Antoniani edificarono una cappelletta e si dedicarono alla cura del male degli ardenti; intervennero anche in campo agricolo, introducendo la rotazione delle colture. S. Antonio è rappresentato in un affresco e sul portale della chiesa di St. Marcellin a Névache.
La chiesa originaria, che sorgeva poco lontano da quella attuale e risaliva alla fine del XV secolo, fu danneggiata e poi distrutta, come buona parte del paese, da due incendi scoppiati il primo nel 1668 e il successivo nel 1694.
La nuova chiesa fu edificata sul luogo in cui sorgeva un rudere, donato alla parrocchia proprio per favorire la costruzione dell’edificio, e venne realizzata a spese della popolazione locale, che iniziò la riedificazione immediatamente dopo l’incendio del 1694.
Le due tele degli altari laterali provengono dalla chiesa originaria; il campanile è stato innalzato utilizzando parte delle strutture quattrocentesche.


La chiesa è stata costruita tra il 1694 e il 1698; il retable dell’altar maggiore è simile a opere analoghe degli intagliatori Flandin e Rosaz di Termignon, mentre la tela è attribuita alla bottega dei Dufour, probabilmente a Gabriel, ed è stata commissionata da Giovanni Agnes de Geneys nel 1698 (“Ex dono di Gioannis Agnes des Geney 1698”); anche l’esecuzione del retable è datata alla fine del Seicento.
Il paliotto dell’altare risale al XVII secolo.
L’altare di S. Antonio Abate era in uso alla confraternita maschile di S. Antonio, fondata alla fine del Quattrocento; il retable è dovuto probabilmente a Jacques Jesse di Embrun. La tela, forse attribuibile ai Dufour (così come quella sull’altare della navata sinistra), appare molto simile a quella collocata sull’altare della parrocchia dell’Immacolata Concezione nella borgata S. Antonio della Ramats di Chiomonte, opera di un pittore di ambito franco-piemontese; presenta somiglianze iconografiche anche la tela collocata nella cappella di S. Antonio Abate a Jouvenceaux.
Il retable e la tela di Melezet risalgono all’ultimo quarto del Seicento. I tabernacoli sono aggiunte non pertinenti all’esecuzione degli altari.
La statua che rappresenta il bambino è databile agli inizi del Settecento; la tela con l’Assunzione, opera di Paolo Gerolamo Della Croce, è del 1619. Le ghirlande lignee sono datate agli inizi del Settecento; il fonte battesimale, opera della bottega locale dei Roude, risale agli inizi del Seicento.
La costruzione, gli altari e il fonte battesimale sono datati al XVII secolo; la statua in legno dorato e le ghirlande lignee risalgono al XVIII secolo.

 

Bibliografia:
 – N. BARTOLOMASI – S. SAVI – F. VILLA, Storia Arte attualità della Chiesa in Valsusa, pag. 98, Cuneo 1972.
– G. GENTILE, Documenti per la storia della cultura figurativa in Valle di Susa, in G. ROMANO (a cura di), Valle di Susa. Arte e storia dall’XI al XVIII secolo, Catalogo della mostra (Torino 12 marzo – 8 maggio 1977), pag. 52, 68, pagg. 72-75, Torino 1977.
– B. DEBERNARDI, Una Diocesi alpina, pag. 104, Savigliano 1991.
– G. Paolo DI PASCALE, Bardonecchia e le sue valli. Parte prima – Storia, arte, folklore, pag. 43, Bardonecchia 1991.
– R. CARNISIO, Escursionismo tra arte e storia in Val di Susa e Delfinato, pagg. 140-141, Torino 2000.
– AA. VV., Il patrimonio artistico della Valle di Susa, pag. 241, 243 n. 28, Torino 2005.
S. DAMIANO – F. NOVELLI – A. ZONATO (a cura di), Itinerari di Arte Religiosa Alpina – Valle di Susa, pagg. 126-128, ed. Centro Culturale Diocesano, Susa 2007.

Link: http://www.centroculturalediocesano.it

Email: museo@centroculturalediocesano.it

Fruibilità:
La chiesa è aperta durante la celebrazione della messa.
Per le visite ci si può rivolgere al Centro Culturale Diocesano, via Mazzini 1 – 10059 Susa (To) – tel. e fax 0122 622640.

Rilevatore: Maria Gabriella Longhetti

Data ultima verifica sul campo: 16/08/2012 -Aggiornamento per verifica sul campo il 16/08/2012 ad opera di Valter Bonello.

CUNEO. Edificio in Via Savigliano ang. Via Chiusa Pesio, affresco con sant’Antonio abate e la Sindone

 

Su una casa privata, di civile abitazione, tra il secondo ed il terzo piano, un affresco in cui è rappresentato Sant’Antonio Abate.
Copia ottocentesca dell’affresco in via Cacciatori delle Alpi, poco distante. Vedi https://www.santantonioabate.afom.it/cuneo-via-savigliano-ang-via-cacciatori-delle-alpi-affresco-con-santantonio-abate-che-adora-la-sindone/


Probabilmente un ex-voto che costituisce un segno tangibile della presenza della malattia difficilmente curabile. Nel Medioevo, i frati Antoniani di Ranverso allevavano dei maiali da cui si traeva una pomata lenitiva.
Al tempo era l’unica cura possibile contro l’herpes zoser.

 

Per approfondire:
https://www.santantonioabate.afom.it/fulvio-romano-sant-antonio-abate-e-la-sindone/

Fruibilità:
Sulla pubblica via.

Rilevatore: Della Mora Feliciano

Data ultima verifica sul campo: 09/08/2012

CUNEO. Via Savigliano ang. Via Cacciatori delle Alpi, affresco con sant’Antonio abate che adora la Sindone

Su una casa privata, tra il primo ed il secondo piano, un affresco in cui è rappresentato Sant’Antonio Abate che adora la Sindone. Si affaccia sulla piazzetta di Santa Chiara.
Anche grazie alle sue dimensioni (due metri di altezza per uno di base) era ed è ancora ben visibile per chi transiti nel quartiere, un tempo dedicato a Sant’Antonio abate, nel cuore del centro storico della città.
Vi campeggia un Sant’Antonio Abate adorante con gli occhi rivolti verso il cielo azzurro dove, sopra una nuvola nebbiosa, due angioletti ostendono la Sindone tenendone tesi i due capi, mentre l’eremitica capanna, con il tetto di paglia e due uccellini sul tetto, chiude il campo visivo con a lato alcune verzure ed il maialino del santo che fa capolino dall’angolo, in basso a sinistra.

Note storiche:
Realizzato nel XVII secolo, colpisce la perizia pittorica dell’ignoto autore, che non dimostra incertezze nella tecnica figurativa ma tratteggia anche con grande efficacia e realismo la figura del Santo: la barba ed i capelli bianchi fluenti, lo sguardo rapito dall’umana divinità del Sacro Lenzuolo, il drappeggio ancora rinascimentale della tonaca e del mantello.
Un affresco di buona qualità pittorica, sia per la diretta espressività che per i volumi ed il cromatismo, opera forse di valente frescante di passaggio per la città subalpina. Un lavoro di pregio, che potrebbe risalire alla fine del Cinquecento o ai primi del Seicento.
Sono presenti gli attributi del Santo: il bastone da pellegrino a forma di TAU, il campanello che scaccia i demoni e il maiale.


Per un’analisi più approfondita:
https://www.santantonioabate.afom.it/fulvio-romano-sant-antonio-abate-e-la-sindone/

Rilevatore: Della Mora Feliciano

Fulvio ROMANO, “Sant’Antonio abate e la Sindone”

Tracce pittoriche di un sistema simbolico folklorico, in AA.VV., Il corpo del crocifisso. Sindone e religiosità popolare, 2010.

La presenza della Sindone nell’iconografia e nella devozione popolare di Cuneo città è limitata a quattro esempi. Tanti, almeno, quelli fin qui registrati (Terzuolo, 1998, p. 181): una copia del Sacro Lenzuolo datata 1653 e conservata nella parrocchia di Santa Maria, una tela nella sacrestia di San Sebastiano; un affresco (fig.) su di un antico edificio, da poco ristrutturato, in via Savigliano e – infine – un secondo affresco (fig.), ingenua copia ottocentesca del precedente, in via Chiusa Pesio, poco distante dall’originale.

Leggi l’analisi approfondita nell’Allegato: fulvio romano.pdf

PORRETTA TERME (Bo). Chiesa di Santa Maria Maddalena, tela con Sant’Antonio abate di Pietro Maria Massari

La storia ultramillenaria della stazione termale di Porretta è vastissima e molto articolata. Per quanto riguarda l’epoca antica la maggior parte delle informazioni si desume indirettamente da scritti e resoconti di studiosi che nei secoli precedenti si sono occupati del problema.
Abbiamo però anche una fonte diretta a testimonianza dell’esistenza di sorgenti termali almeno dall’età romana: si tratta del famoso mascherone raffigurante il volto di un leone, oggi simbolo delle Terme di Porretta. Questa effigie di marmo recuperata nel 1888 lungo il greto del Rio Maggiore viene fatta risalire al primo secolo della nostra era.


Le terme erano frequentate da un pubblico scelto, rappresentato dalla classe dirigente dell’epoca, la società borghese che vedeva nella cittadina termale, oltre a un’occasione di cura, anche un luogo di svago e villeggiatura. Per i Bagni della Porretta questo secolo rappresentò l’apice, con un afflusso di bagnanti mai realizzatosi nel passato.
L’Ottocento coincise con un periodo di grande sviluppo delle terme e di Porretta stessa, determinato, e a sua volta determinante per una serie di fenomeni: costruzione di nuove strade, ferrovie, nuovi stabilimenti, accresciuta collaborazione con la Facoltà di Medicina dell’Università di Bologna …
La parte più antica di Porretta è quella disposta parallelamente al corso del Rio Maggiore, che risulta l’elemento urbanisticamente più rilevante nella formazione dell’antico nucleo porrettano.
L’espansione dell’abitato lungo l’asse fluviale del Reno iniziò nella seconda metà del secolo scorso, dopo l’apertura della strada provinciale porrettana. Fanno invece parte della zona più antica del paese le caratteristiche Via Falcone, Via Ranuzzi (con il bel voltone del Crocefisso) e Via Terme, che hanno mantenuto quasi integralmente il loro aspetto di un tempo.

La Chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena, di stile neoclassico, è di notevole ampiezza: poco più di 12 metri di larghezza e 43 di lunghezza.
L’edificio, posto in luogo elevato, ben visibile, che quasi domina Porretta dall’alto, è costruito sui ruderi di un antico fortilizio. Fu edificato in pietra su pianta a croce latina ad una sola navata, negli anni che vanno dal 1600 al 1690, ad opera degli architetti bolognesi Giuseppe Antonio Torri e Giuseppe Borelli.
La facciata è semplicemente monocuspidata e priva di ornamenti.
Fra le cose più interessanti e di maggior pregio ricordiamo inoltre: sul terzo altare a destra un crocifisso ligneo del 1630 scolpito da Fra Innocenzo da Petralia Soprana; sul quarto altare a destra un dipinto di S. Anna con Maria bambina, attribuito ad Alessandro Guadassoni, buon pittore bolognese dell’Ottocento; la pala dell’altare maggiore “NOLI ME TANGERE” di Dionigio Calvaert, il maestro di Guido Reni;
sopra la cantoria di sinistra un dipinto di S. Antonio abate del 1589, opera di Pier Maria Massari il Porrettano, ed una Madonna con Santi da attribuirsi al Tiarini.

 

Note storiche:
Pietro Maria Massari, detto il Porretano perché originario di Porretta Terme, le cui poche opere costituiscono la vera sorpresa per chi visita queste zone.
Le scarse notizie storiografiche relative a Pietro Maria, che non risulta esser stato parente del più noto pittore bolognese Lucio Massari – e neppure di un Mario d’Antonio Maria Massari (o Massai), immatricolato all’Accademia fiorentina del Disegno sullo scorcio del Cinquecento – sono contenute in poche righe della Bologna perlustrata di Antonio Masini, edita nel 1666, e furono riprese, in modo più o meno pedissequo ma senza ulteriori aggiunte, dagli storiografi successivi, quali ad esempio Carlo Cesare Malvasia, Marcello Oretti, Luigi Lanzi, ed altri.

Il Masini disse che l’artista era stato allievo del Carracci ed era morto in giovane età, e gli attribuì due opere, entrambe conservate nella parrocchiale di Santa Maria Maddalena a Porretta Terme: una Presentazione della Vergine al Tempio e un Sant’Antonio abate, del quale precisò che la data di esecuzione all’anno 1600 senza però giustificare il motivo dell’asserzione, e che da ulteriori indagini risulta, come vedremo, eseguito in un momento diverso.
Il quadro è stato ritenuto eseguito nel 1600, mentre rivela invece la sua vera datazione scritta alla rovescia sul libro in primo piano , seguita probabilmente quel che resta di una firma. Attualmente il dipinto si trova in sacrestia, poiché nel corso del Novecento, l’altare della cappella di Sant’Antonio Abate aveva un aspetto assai ricco e comprendeva anche una nicchia ospitante una statua di San Rocco; venne rifatto e vi fu esposto un altro quadro.
Unitamente alla Presentazione, i due dipinti rivelano una personalità artistica già perfettamente formata e matura, dotata di uno stile pittorico fortemente chiaroscurato, di piena caratterizzazione accademica, sebbene propensa talvolta ad accensioni cromatiche ancora di stampo manieristico e ad aperture di suggestiva impronta naturalistica, ad esempio nella splendida ambientazione paesaggistica del Sant’Antonio abate.

 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 30/07/2012