EGITTO. Sant’Antonio nel deserto: viaggio nell’Egitto dei Copti

 

In un’oasi del profondo Deserto Orientale egiziano ai piedi del monte sorge uno dei monasteri più antichi della cristianità…
Seduto su una panca osservo la stanza. In alto la vecchia foto di un abba (dall’aramaico apa, titolo che veniva usato in segno di rispetto per i monaci anziani) e sopra un piccolo crocefisso. Appoggiate alle pareti alcune sedie.
Gli antesignani del minimalismo devono essere passati tra queste bianche mura secolari che odorano di calce…
Sono nell’astanteria dell’antica casa di accoglienza del monastero di Sant’Antonio, nel Deserto Orientale egiziano.
Per raggiungerlo, partendo dal Cairo, si percorre un’autostrada appena costruita che conduce a Sukhna sul mar Rosso; da qui, lungo la litoranea, si arriva a Zafarana e quindi (35 km nel deserto verso l’interno) al monastero.
Appena tre ore di viaggio: anche questo luogo santo, sorto più di millecinquecento anni fa in un’area lontanissima e desolata è ora facilmente raggiungibile. Ciò ha tolto un po’ di fascino al viaggio, ma non al luogo che conserva intatta la sua suggestione.
Padre Antony Ruwais, il monaco copto che mi accompagna, parla del monastero.
La costruzione iniziò negli anni successivi alla morte del Santo per opera dei suoi discepoli, ai tempi dell’imperatore Giuliano l’Apostata (361-363). Sorge ai piedi del Gebel al Galala al Qibliya, la seconda montagna più alta d’Egitto (1218 metri) dove Antonio trascorse cinquant’anni di vita ascetica.
Nato intorno al 250 in un villaggio vicino a Beni Suef, nel Medio Egitto, morì nel 356 all’età di 105 anni. Così la tradizione.
È considerato il padre fondatore del monachesimo, anche se non ne è stato l’iniziatore.


Il mondo copto in un affresco.
Il monastero è chiuso in una grande cinta alta dieci metri con un camminamento che la percorre tutta. Tra gli edifici monastici la chiesa di S. Antonio (la più antica) merita un’attenzione particolare. La struttura attuale è del XII-XIII sec., ma la fondazione risale ai primi insediamenti dopo la morte del santo. E’ costituita da una navata a due campate, un coro e un santuario tripartito dedicato rispettivamente ai santi Marco, Antonio e Anastasio. Dal lato sud si accede alla cappella dell’Apocalisse. Questa chiesa di modeste dimensioni conserva il più completo ciclo pittorico (1230-1231) del mondo copto. Sulle pareti sono affrescati santi guerrieri a cavallo in abbigliamento militare, arcangeli, raffigurazioni della Vergine con il Bambino, Cristo in Maestà e i più famosi santi d’Egitto (Antonio, Bishoi, Mosè il Nero, Macario, …) e poi patriarchi, profeti e le creature dell’Apocalisse a fianco della Vergine e di S. Giovanni Battista, davanti alla figura di Cristo benedicente.
Ho il privilegio di visitare in solitudine questo gioiello dell’arte copta restituito allo splendore originale da restauratori italiani nel 1999 e provo una forte emozione: anche il non credente subisce il fascino del sacro attraverso la bellezza dell’arte che lo rappresenta.
Sant’Antonio e il deserto: miracoli di ieri e di oggi.
La torre che si trova a fianco, anch’essa uno degli edifici più antichi del monastero (VI sec.), accoglieva i monaci in situazione di pericolo, mettendoli al riparo dai predoni del deserto.
Vi sono poi le chiese degli apostoli Pietro e Paolo, della Vergine e di San Marco, quest’ultima immersa nel bellissimo palmeto sempre all’interno alle mura.
Sul lato sud è la “sorgente di S. Antonio” con l’acqua che “miracolosamente” esce da una fenditura nella roccia e ancora permette la vita.
Fuori, in alto sul fianco della montagna, c’è la grotta dove il Santo visse e morì in solitudine.
Il saluto di Antony.
Davanti all’ingresso del monastero, in una grande costruzione che ricorda i refettori delle nostre vecchie colonie estive, tra file di tavoli e lunghe panche, in un recipiente di alluminio mi viene offerta una minestra di lenticchie e ceci, il pasto del pellegrino.
Nel grande capannone trovano ristoro dalla fatica e dal sole implacabile le migliaia di devoti che durante la festa del Santo arrivano da tutto l’Egitto.
Mentre saluto, abba Antony mi prende la mano e con un pennarello traccia sul palmo un volto stilizzato con sopra una croce e “God is Love“. E’ il suo saluto.
Rientro al Cairo percorrendo la camionabile sorta sull’antica pista che attraversava il deserto fino a Beni Suef – è più lunga e accidentata, ma la preferisco – e la mente torna a quel monaco che con fare semplice ma ha permesso di visitare quel luogo santo di cui è custode.
Provo già nostalgia per quella serenità e un po’ di invidia per le sue certezze.

 

Autore: Maurizio Zulian, collaboratore del Museo Civico di Rovereto

Fonte: Archeologia Viva, Rivista: N. 160-2013 mese: Luglio-Agosto 2013.

 

Didascalia immagine: Il monastero di Sant’Antonio, nel deserto orientale egiziano, ai piedi del Gebel al Galala al Qibliya.

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data compilazione scheda: 01/07/2013