NAPOLI. Chiesa di Sant’Antonio Abate

La chiesa di Sant’Antonio Abate è un’antica chiesa di Napoli, posta all’inizio del borgo omonimo. L’ingresso della chiesa si trova in via Foria 302.

La leggenda narra che la chiesa, posta all’origine del borgo omonimo, sia stata fondata per volere della regina Giovanna I d’Angiò; tuttavia un diploma del re Roberto d’Angiò, dimostra che, già nel marzo del 1313, esistevano chiesa ed ospedale e che in questo luogo venivano curati gli infermi del morbo detto “fuoco sacro” o anche Fuoco di Sant’Antonio, con un prodotto ricavato dal grasso di maiale.
Molto probabilmente il complesso originario risaliva alla fine del XIII secolo, ma fu ampliato e in alcune parti ricostruito nell’ambito di un vasto programma di edilizia religiosa e assistenziale voluto nel 1370 dalla regina Giovanna I. Programma che ebbe enorme valore ai fini dell’urbanizzazione del borgo e dell’omonima strada la quale, attraverso Porta Capuana, rappresentava la principale via d’accesso alla città.
Verso la fine del Trecento, quindi, il complesso era già costituito dalla chiesa, dall’ospedale e dal convento, ed era tenuto dai monaci ospedalieri antoniani i quali preparavano la sacra tintura che veniva usata per curare l’herpes zoster. L’ordine antoniano fu bandito agli inizi del Quattrocento dagli Aragonesi, che reputavano i monaci troppo legati ai loro protettori francesi. Malgrado ciò, l’usanza durò fino al 1665 quando, durante una processione, un maialino si intrufolò tra le gambe del vescovo il quale, infuriato, dichiarò illegale l’allevamento cittadino dei maiali.
Un primo rimaneggiamento è databile 1370, il seguente fu quello del XVII secolo che, ha cancellato parte della struttura originaria.
La struttura esterna
Il complesso originario poteva vantare ben quattro stabili. Oltre alla chiesa vi erano, infatti, il lazzaretto, il convento, la torre col campanile, un cortile e una vigna che si estendeva per tutto il circondario. La crescente urbanizzazione, l’aumento demografico e la crisi degli alloggi portarono un profondo e radicale cambiamento nella zona tra San Carlo all’Arena, via Foria e l’Arenaccia. La vecchia strada detta “del campo” che univa piazza Carlo III con la stazione fu completamente rifatta negli anni del Risanamento, e grossi cambiamenti avvennero anche nel borgo di Sant’Antonio Abate. L’allargamento della strada portò all’abbattimento di un lato della chiesa; i nuovi palazzi costruiti in via Foria vennero sovrapposti all’antico convento antoniano e le vecchie celle dei monaci e le stanze dei poveri ammalati di herpes vennero occupate abusivamente da altri poveracci sfrattati da un giorno all’altro per l’avvento dei lavori del risanamento.
La facciata principale della chiesa risale al 1769, quando il cardinale e arcivescovo Antonino Sersale la costruì coprendo quella originale risalente al periodo gotico. A destra si può notare quel che resta di un antico portale a sesto acuto ora murato, ingresso originario del convento. Nella lunetta vi era un affresco del Settecento rappresentante la Vergine col bambino in mezzo a due santi. Sul fronte della nuova facciata, sopra una lapide, vi è lo stemma (bandato di oro e di azzurro) del cardinal Sersale.
La porta di accesso alla chiesa è di marmo bianco finissimo; gli stipiti sostengono un architrave sul quale, per mezzo del prolungamento degli stipiti, si forma una lunetta a sesto acuto. L’interno della lunetta è ora bianco, ma in un disegno del Maresca datato intorno al 1900 si può osservare un affresco risalente alla fine del Seicento, rappresentante Sant’Antonio Abate in atto di benedire. Ai lati del santo vi erano gli stemmi del cardinale Cantelmo, arcivescovo di Napoli, e del pontefice Innocenzo Pignatelli. Testimonianze orali ne datano la scomparsa intorno al 1940.
In alto, al centro della lunetta, vi è un bassorilievo rappresentante un agnello e un chiodo ove vi era pencolante lo stemma in marmo del Sacro Militare Ordine Costantiniano. Sul marmo vi sono tre scudi della stessa forgia appartenenti alla potente famiglia dei Capano, originaria del Cilento, nobile del seggio di Nido di Napoli, che lasciò le sue memorie anche nella chiesa di San Pietro Martire.
Secondo la testimonianza del Maresca la porta di Sant’Antonio Abate sarebbe stata fatta costruire da Roberto Capano sotto Giovanna I, ma seguendo il ragionamento di Croce la porta sarebbe addirittura databile al tempo di Roberto d’Angiò (notando la stessa mano della porta di San Pietro). Particolare importantissimo sono i due bassorilievi ai lati: un uomo e una donna praticamente identici a quelli della chiesa di San Pietro Martire.
La parte in legno è di qualche anno più giovane, i battenti della porta sono divisi in novanta scompartimenti, e sul battente di sinistra vi è lo stemma dell’ordine antoniano; ovvero il tau, che in araldica si chiama croce patente scorciata.

220px-antonioab_internoL’interno è a navata unica, con soffitto a cassettoni.
Dalla struttura angioina sono ancora riscontrabili, al di sotto degli stucchi, gli archi delle cappelle; dello stesso periodo sono i due frammenti di affreschi sul primo pilastro a sinistra e su quello a destra, raffiguranti la Crocifissione con Sant’Antonio abate e la Madonna delle Grazie col Bambino. Di quest’ultimo è possibile notare la meravigliosa naturalezza del bambino nell’afferrare il seno della madre e la vivacità dei colori, nonostante siano stati deturpati dall’incuria.

Ulteriori opere medioevali sono le due sculture vicine ai modi dei fratelli Bertini: San Baculo in abito da pellegrino (secondo alcuni si tratta di Santiago de Compostela, viste le conchiglie sul fianco), Sant’Antonio abate affiancato dal Verro. Nulla si conosce dell’autore di queste due statue, a detta di Croce “piene di verità nell’espressione dei volti e nelle pieghe dei panni”. Probabilmente appartengono ad un discepolo di Baboccio da Piperno, che dovette eseguirle nella prima metà del XV secolo.
Vi è poi la marmorea Madonna col Bambino il cui volto, secondo la tradizione, è quello della regina Giovanna I.
Sul lato destro dopo una moderna statua dell’addolorata e un Cristo crocifisso del 1963 troviamo una magnifica fonte battesimale del ‘500 tutta in marmo bianco. Al centro di essa è possibile ammirare un bassorilievo raffigurante S. Antonio col verro.

Un San Gennaro, finemente restaurato nel 2001, è stato attribuito alla mano di Luca Giordano. Di fronte al San Gennaro vi è un’altra notevole tela (anch’essa da poco restaurata) la quale rappresenta San Nicola; l’autore dell’opera è Domenico Viola, allievo del Giordano e autore di tutti i dipinti che adornano la parte superiore della chiesa. Alternati ai finestroni, infatti, vi sono rappresentati dodici santi eremiti oggi ridotti in cattivo stato di conservazione.
Ma il capolavoro che più d’ogni altro manca all’abbazia è quello che un tempo era situato al centro del soffitto cassettonato. Anch’esso dipinto dalla pregevole mano di Domenico Viola, raffigurava la glorificazione di S. Antonio. Una vasta composizione piena di figure. Al centro S. Antonio orante guarda estatico il cielo, verso il quale è in atto di ascendere circondato da angeli e cherubini, tutti imbarcati con lui su di una nuvola che sembra una zattera. Più in su vari angioletti dispiegano un velo che fa da baldacchino sul capo del Santo, ed in cima a tutto la mistica colomba irradia la sua luce sul gruppo ascendente. In basso si vedono altri angioletti affaccendati a tirar fuori una croce di legno da una capanna. Dipinto scomparso nel 1945.

Quando l’inviato di Benedetto Croce venne a visitare la chiesa nel 1905 parla di quattro dipinti su tela di forma circolare raffiguranti quattro episodi della agiografia di Antonio. Oggi ve ne sono soltanto due. In uno è possibile vedere la morte di sant’Antonio e in un altro la morte di san Paolo martire assistito da Antonio. Queste tele di elevato valore artistico dovrebbero quasi certamente appartenere alla mano di Domenico Viola, ma un restauro ottocentesco eseguito da un ricoverato del Real Albergo dei Poveri ha coperto l’originale dipinto del pittore allievo del Giordano.
Un altro affresco, restaurato nel 2008 è visibile nell’attuale cappella del Santissimo. Rappresenta la Deposizione di Cristo con S. Antonio. Da notare i colori vivi presenti nella parte destra dell’opera.

La chiesa conserva un busto-reliquiario di sant’Antonio abate.

Inoltre, un trittico dipinto su tavole di legno del XIV secolo, raffigurante Sant’Antonio abate in trono, vedi  scheda, non è più presente nella chiesa, perché fu trasportato in tempi recenti nel Museo di Capodimonte e dietro l’altare fu posta una copia.

 

Info:
Tel: 081 290465

Parte delle immagini da:
https://www.facebook.com/santantonioabatenapoli/photos

ISOLA FARNESE (Roma). Chiesa di San Pancrazio, altare di Sant’Antonio Abate.

Piazza della Colonnetta – Isola Farnese (Roma)
Secondo la tradizione la chiesa risulterebbe risalire al IV secolo. Nelle condizioni attuali risalirebbe al 1400 (secondo altri al 1200, data l’esistenza di un affresco, forse del 300 – comunque il più antico di quelli scoperti in seguito ai lavori di rifacimento del tetto – di scuola romana, raffigurante S. Bartolomeo Apostolo, S. Giuliano che uccide i suoceri e nella parte superiore Dio che caccia Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre).
Nell’interno: acquasantiera formata con due capitelli del Basso Impero, uniti e contrapposti. Tra essi un dado del periodo cristiano con colombi che bevono ad un fonte.
Accanto alla porta centrale: a sinistra affresco del ‘400 di scuola Viterbese raffigurante la Vergine che regge il Bambino, S. Giovanni Evangelista e S. Antonio Abate. E’ molto sciupato perché, ricoperto con latte di calce come tutti gli altri affreschi, ignorandosene l’esistenza fu danneggiato durante lavori successivi.
Navata destra: due cappelle con affreschi del Panico, pittore di casa Farnese (600)
Nella prima, del Battistero, sono rimaste tre figure: nella parte superiore S. Andrea Apostolo, Gesù Benedicente, S. Antonio di Padova.
Nella seconda, di S. Teresa, ai lati due affreschi raffiguranti S. Sebastiano soccorso e curato dalle pie donne (sulla destra), e S. Sebastiano che viene ucciso a bastonate, sullo sfondo il Colosseo e il Palatino (sulla sinistra).
Continuando nella navata destra: Crocifisso ligneo, capolavoro di scuola toscana del 400.
In fondo alla navata destra: Madonna col Bambino tra S. Domenico e S. Caterina da Siena: olio su tela del Cav. Daquino, datato 1639 e fatto eseguire da “Margarita Tonelli De Satis et eius filia fieri curarunt”. E’ incorniciato da 15 quadretti raffiguranti i 15 Misteri del Rosario (5 gloriosi, 5 gaudiosi, 5 dolorosi). I 6 bassi furono rubati e sostituiti con altri fatti eseguire dal Maranzi.
Navata centrale: nell’abside un affresco della scuola di Melozzo da Forlì raffigurante la morte della Madonna con intorno gli Apostoli; sopra Gesù che incorona la Madonna tra Angeli festanti con strumenti musicali. Sempre nell’abside sono raffigurati anche i quattro Evangelisti.
Sopra l’arco un affresco scoperto durante i lavori di rifacimento del tetto raffigurante l’Annunciazione: da un lato la Vergine che legge le Scritture, dalla parte opposta l’Arcangelo Gabriele e nel mezzo una nube sulla quale doveva probabilmente trovarsi un’altra figura, ma la parte superiore dell’affresco è andata definitivamente perduta.
Della stessa fattura e della stessa epoca è la Madonnina che si trova sul lato destro della Navata Centrale sul secondo pilastro.
Navata sinistra: altare di S. Pancrazio Martire, tela del Pomarancio, il cosiddetto Roncalli.
Rappresenta S. Pancrazio con sullo sfondo la campagna romana, torri medioevali, il castello di Isola e le poche casette del borgo.

Altare di S. Antonio Abate: conserva un olio su tela raffigurante il Santo con ai piedi un maiale/cinghiale e sul lato sinistro un angioletto che regge un bastone con campanello.

 

Info:
Tel: 06 30890508 – 3345204925 – 3398644248
http://www.chiesaisolafarnese.it