BRIGA (No). Chiesa di San Colombano, affreschi con s. Antonio abate

1 Briga No- s Colombano-foto da www.saintcolumban.euIl Comune di Briga Novarese occupa l’estremo lembo della fertile pianura novarese, che si spinge a oriente sino ai piedi delle ultime propaggini del Mottarone. Tra questi colli si distingue il “sacro colle di San Colombano”, carico di storia e particolarmente caro ai cuori dei Brighesi.
La sommità della collina di san Colombano è raggiungibile mediante una comoda strada in gran parte asfaltata, ma – per gli appassionati – è rimasta ancora la vecchia mulattiera che passa acconto alla chiesa della Madonna del Motto, e che all’epoca del castrum era la sola via di comunicazione con la sottostante villa, vale a dire con l’abitato di Briga. Dalla sommità si ammira la pianura novarese fino a ravvisare la mole antonelliana. Lo sguardo spazia fino alle rovine dei vicini fortilizi delle colline di Buccione e del Mesma, all’orizzonte svetta la mirabile corona delle Alpi.
2 san colombanoE’ stata avanzata l’ipotesi di un insediamento colombaniano fin dall’alto medioevo, e da un documento del 912 si rileva la presenza di beni del monastero di Bobbio nel novarese. L’unico luogo novarese in cui risulti attestato il culto di san Colombano è appunto Briga, trovandosi Biandrate nella diocesi di Vercelli. Per quanto riguarda Comignago, si tratta di un banale errore nella lettura di un documento.
Dell’eventuale insediamento monastico colombiano altomedievale non si conoscono testimonianze scritte, le prime notizie certe sul culto riguardano il primitivo oratorio, probabilmente inserito nelle mura del castello, ad opera di conti di Biandrate intorno al 1140.
A prescindere da ogni possibile precedente edificio, fino a pochi anni fa era ancora sconosciuta la data di costruzione dell’attuale chiesa attuale, anche se era forse sufficiente leggere attentamente lo Scardini per poterla ragionevolmente collocare nell’ultimo ventennio del secolo XVI. 4 affresco (2)Nel 1981, Alfredo Papale, frugando tra le filze del notaio Pietro Francesco Zaburro, un gozzanese abitante a Briga dove fu attivo per quasi un trentennio, tra il 1556 e il 1595, rinvenne il contratto, stipulato tra il parroco Bartolomeo Marucco e mastro Pietro Petrone della pieve di Lugano, per la costruzione dell’edificio religioso di San Colombano. Giusto sul finire della propria carriera, messer Zaburro, qualcosa a metà fra il notaio e il sensale, ebbe modo di rogare, in data 26 giugno 1594, lo storico documento.
Quel giorno era domenica, quando si riunirono in canonica, quasi sicuramente dopo i vespri, il curato Marucco e il capomastro Petrone, alla presenza di due testimoni: Giuseppe Sardiano figlio di Giulia, ch’era forse il sagrestano; e Miletto Miletti, figlio di Giacomo, una sorta di maggiorente locale, probabilmente un consigliere del parroco. Vale la pena di leggere con attenzione il breve rogito notarile, scritto in volgare. Don Marucco – un maggiorese giunto 12 anni prima a Briga, dove era destinato a operare con grande impegno fino alla morte, avvenuta nel 1622 al suo paese di nascita – promette di voler costruire una chiesa dedicata a San Colombano sulla sommità del Monte del Castello. Pagherà trenta scudi d’oro, e offrirà inoltre due brente di vino (probabilmente di Maggiora), che immaginiamo verrà bevuto dai muratori durante i lavori. Il parroco s’impegna a fornire tutti quegli attrezzi che mastro Petrone non ha con sé. Dovrà altresì provvedere con propri uomini allo scavo per le fondamenta, e a fare abbattere i muri delle fortificazioni ancora esistenti allo scopo di ricavarne le pietre necessarie alla nuova costruzione.
5 san colombano, antichi restiSembra di capire, che il capomastro Petrone sia uno di quegli artigiani comacini e ticinesi che girarono per secoli a costruire edifici religiosi e civili portandosi dietro disegni e pochi ma provetti muratori (i manovali venivano reclutati sul posto: in questo caso, li fornisce il committente). Anche nel contratto stilato dal notaio brighese si parla di un disegno, che deve rimanere presso don Marucco, e che è forse una copia di altri in possesso dell’impresario.
Nel 1602, la chiesa di San Colombano fu visitata dal venerabile Carlo Bascapé, il quale ordinerà, tra l’altro, di costruire la sagrestia. Anche il suo successore, il cardinale Ferdinando Taverna, che fu sulla cattedra di San Gaudenzio dal 1615 al 1619, salì nel maggio del 1617 sulla collina brighese.
Nel 1617, c’è anche una campana: intorno a quel tempo s’incominciò a costruire la casa per l’eremita, e si fece la balaustra in chiesa. In quel tempo, secondo una nota del parroco Marucco, lavorò nella chiesa il pittore Ferratelle, di cui non si hanno notizie, che quasi sicuramente fu l’autore degli affreschi del presbiterio, ancora ben conservati, e raffiguranti alcuni santi: da sinistra Biagio, Carlo, Cristina, Francesco e Chiara, Gerolamo, Lucia, Antonio Abate. Gli affreschi non sembrano firmati, ma risultano datati – 1622 – e che tale anno appare sopra la figura di San Biagio in maniera ben evidenziata.
Questi dipinti, fino a pochi anni fa parzialmente nascosti dall’altare ligneo rubato, di cui dirò più avanti, non sono forse mai stati osservati da vicino dagli esperti.
Si pensa al pennello dell’allievo o collaboratore del grande Gaudenzio di Valduggia, Fermo Stella. Resta il fatto che il maestro bergamasco fu attivo nella prima parte del Cinquecento, e che era già morto da circa mezzo secolo quando don Marucco fece dipingere gli affreschi di San Colombano. Sopra la figura di sant’Antonio si legge poi la scritta ANTONI MARTIOLVS: forse si tratta del nome del committente, del benefattore che ha finanziato il lavoro: un Marzolo che portava il nome del santo?

Nel novembre 1970, malviventi smontarono praticamente l’altare in legno per asportarne le cariatidi, lasciando però sul posto – secondo le cronache giornalistiche di allora – la tela seicentesca dell’Annunciata.
Altro “colpo” l’anno dopo, nell’ottobre 1971, quando fu trafugato il prezioso gruppo ligneo dell’Annunciazione, sostituito nel 1973 con l’attuale, un prodotto della Val Gardena.
Nello stesso 1973, don Marino Piffero, un parroco che aveva particolare cura per gli edifici religiosi, fu costretto a far restaurare la chiesa, partendo dal tetto e operando soprattutto nell’interno, privo ormai delle sue cose migliori.
La chiesa di San Colombano è sempre stata nel cuore dei Brighesi, che per secoli vi hanno celebrato funzioni e novene propiziatorie o di ringraziamento. In particolare, durante le due guerre mondiali le donne sono salite ad invocare l’aiuto della Madonna protettrice del paese. In questi ultimi decenni, sono venuti di moda i matrimoni a San Colombano. Il posto è diventato sempre più meta di scampagnate domenicali. Sopravvive la festa tradizionale di primavera.

 

 

Link:
https://www.saintcolumban.eu/index.php/it/la-famiglia-colombaniana/le-comunita-colombaniane/italia/italia-piemonte/piemonte-briga-novarese-no

Rilevatore: AC

BRIGA (No). Cappella di Sant’Antonio abate

La piccola cappella di Sant’Antonio Abate ha origini almeno cinquecentesche; è stata poi ampliata dal parroco Alberganti nel 1675 e, più recentemente, ha subito altri restauri ed un ulteriore ampliamento.
All’interno è sparita l’immagine del Santo sopra l’altare, mentre rimangono sulle pareti laterali degli affreschi che rappresentano: a destra, entrando, San Giuliano, Santa Eurosia e la Beata Vergine; a sinistra, San Lorenzo, San Giuseppe e San Gaudenzio.
Questi affreschi meriterebbero un sollecito restauro.

 

Info: Via Sant’Antonio, 44.
https://goo.gl/maps/wdmKFhVBvV8AsGv99

Rilevatore: Angela Crosta

AMENO (No), fraz. Vacciago. Chiesa parrocchiale di Sant’Antonio abate, affreschi e tele con il Santo

La chiesa sorge in posizione elevata e isolata, via Bardelli, 22, che offre un bel panorama sul lago d’Orta e sul Monte Rosa.
https://goo.gl/maps/upKQexjXnXEjy8pg8

Fu menzionata in un documento del 1217 ma è molto più antica. Nel 1589 però venne rinnovata e ingrandita anche in seguito all’indipendenza ottenuta dalla chiesa madre dell’Isola di S. Giulio alla fine del secolo precedente. Solo nel 1565 venne posto in chiesa il fonte per la celebrazione del battesimo e l’effettiva qualifica di parrocchia fu sancita solo nel 1599 dal vescovo novarese Carlo Bascapè. L’attuale edificio è opera tardo-cinquecentesca del maestro Silvestro di Lugano.
Il bel campanile, posto sul lato sinistro della chiesa, è invece d’età romanica se si eccettuano alcuni ritocchi tra cui l’aggiunta della lanterna sulla sommità.
La facciata, come oggi ci appare, è suddivisa in tre campi da sei lesene con capitello ionico arricchito da motivi floreali ed è sormontata da un frontone curvo; la trabeazione sottostante si interrompe per lasciare spazio ad un affresco del Santo. La facciata è decorata con stucchi barocchetti realizzati probabilmente da maestranze lombarde e arricchita da un elegante portichetto sostenuto da due colonne in granito con capitello dorico. Al corpo principale della chiesa è aggregato l’ex Oratorio dei SS. Michele e Gaudenzio, costruito nel 1698. La facciata fu restaurata negli anni 1934-1940.

La chiesa si presenta al suo interno ad aula unica suddivisa in tre campate scandite da pilastri e da una trabeazione continua su cui si impostano gli archi a tutto sesto a sostegno delle volte a botte, riccamente decorata con motivi geometrici e floreali. Nelle lunette della volta, dove una volta si trovavano i quadri rappresentanti la vita del Santo, sono ora rappresentati diversi simboli cristiani. Sulla sinistra si trovano l’ingresso al campanile, il vano del battistero e la Cappella dedicata a San Carlo, mentre sulla destra si affacciano la Cappella di Sant’Antonio e la bella Cappella del Rosario.

Alle spalle del presbiterio si apre un ampio coro con copertura a botte coperti da affreschi eseguiti nel 1691 da Giorgio Bonola (pittore originario di Corconio, piccolo borgo poco distante) insieme ai pittori Giacomo Parravicini, detto il Gianolo, e Pietro Romagnolo, pittore e stuccatore di Lugano, per volontà dei fratelli Pestalozza di Vacciago. L’opera raffigura la Gloria di Sant’Antonio Abate. Sull’altare, una statua del Santo.
Un altro affresco, nel coro, è opera di Agostino Comerio, e raffigura la Religione.

 

Una serie di dipinti appesi raccontano la vita di Sant’Antonio Abate e altri santi.
Tre tele di Giuseppe Zanatta: Nascita di Sant’Antonio; Il Santo nel deserto rifocillato dall’Angelo; San Antonio Abate resuscita un giovane assassinato (olio su tela, 180 x 150 cm)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Molto raffinata ed elegante si presenta la cappella dedicata alla Vergine del Rosario, affrescata a metà Settecento dal pittore miasinese Giovan Battista Cantaluppi.
Uscendo dalla chiesa si nota, accanto all’arco di ingresso del sagrato, un ossario d’età barocca, affrescato nel 1763 dall’ortese Luca Rossetti. L’antico cimitero occupava l’area circostante alla chiesa, probabilmente dove oggi si trova l’abside: una porta permetteva il passaggio diretto dall’interno della chiesa al camposanto. L’attuale cimitero, a pochi metri dal sagrato, risale alla fine del Settecento.
Aperta nei mesi estivi.

 

Fonti:
http://www.cuoreverdetraduelaghi.it/it_IT/34,Poi.html

https://www.amenoturismo.it/musica-e-cultura/chiesa-parrocchiale-di-santantonio-abate/

Rilevatore: Angela Crosta

CELLIO con BREIA (Vc), fraz. Bosco. Oratorio di San Giacomo, con immagine di s. Antonio abate

Cellio-sGiacomo.foto-SFerrarisAffresco attribuito al Maestro di S. Jacu Pittu, secolo XV, primo quarto.
Soggetti: Santi e sante, Sant’Antonio abate, Santa Caterina d’Alessandria
Collocazione: Parete sud, Navata
Dimensione: 160 x 106 cm (senza cornice); 184 x 136 cm (con cornice)
Restauro: F. De Dominici, 1977

Di difficile identificazione è l’oggetto ai piedi di s. Antonio, forse una piccola cassetta o scatola per raccogliere le elemosine.
La datazione proposta corrisponde al periodo di attività del pittore per la quale utile riferimento sono le date 1403 e 1422 su due affreschi in S. Martino a Bolzano; per questi affreschi di Cellio si potrebbe ipotizzare una data forse anteriore al 1422.

 

Bibliografia:
Mitta, 1970, p. 18,19 ; Debiaggi, 1971, p. 40, 41 e fig ; Bertamini, 1973, p. 70 ; Rigaux, 1994, p. 185, 191 ; Bertamini, 1996, p. 352 e fig. 84 ; Tonella Regis, 1997 c, scheda 1.1, p. 91, 94 ; Minonzio, 2002, p. 46, 51, 54n. 45 e fig. 5

Vedi anche:
http://archeocarta.org/cellio-con-breia-vc-oratorio-di-san-giacomo-o-san-jacu-pittu/

Rilevazione: Angela Crosta

CELLIO con BREIA (Vc), fraz. Baltegora. Oratorio di Sant’Antonio abate.

La sua costruzione risale al secolo XVII.
Rispecchia la tipica chiesetta del primo ‘600 ampliata su una cappella più antica.

La frazione si trova a 730 m s.l.m. (12 abitanti) a Nord del comune di Cellio, dal quale dista circa un chilometro. Località Baltegora, 25
https://goo.gl/maps/KfYPQv68e2pc3aaL8

Il suo nome deriverebbe da “gora” (grande roggia), corrente d’acqua per alimentare le ruote dei mulini. I suoi abitanti sono soprannominati “scimiёti” (scimmia), probabilmente perché scimmiottavano la gente che non era del posto!
È raggiungibile da Cellio percorrendo la SP 103 ed un breve tratto di strada comunale.
Chi giunge a piedi a Baltegora, può abbandonare la strada carrozzabile per percorrere, sulla sinistra, la vecchia mulattiera, ancora in buono stato, e trovarsi di fronte al lavatoio, risalente al 1896, tuttora funzionante, alimentato dalla sorgente sita ai piedi di Cadarafagno, detta “acqua della Beata” (la beata Panacea, il cui padre era nativo di  quel borgo).
Proseguendo a sinistra per la via in salita, si giunge sul piazzale della chiesa dedicata a S. Antonio Abate, celebrato il 17 gennaio con la Santa Messa e il tradizionale incanto delle offerte, il cui ricavato viene destinato al mantenimento dell’oratorio.
In questa occasione viene esposta la statua lignea raffigurante il Santo, protettore degli animali domestici, il quale regge un bastone alla cui sommità vi è una campanella e con accanto un maiale.
La chiesa è aperta solitamente il terzo giovedì del mese, in occasione della celebrazione della stazione mensile della Santa Messa.

Rilevazione: Angela Crosta