BIELLA. Battistero, affresco raffigurante Sant’Antonio abate.

Il Battistero si colloca nella zona centrale della città di Biella, stretto tra Palazzo Oropa, sede del Comune, e il duomo di Biella, cattedrale della città, dedicata a Santo Stefano. Il retro della struttura appare invece visibile da via Italia, l’antica via Umberto I, fulcro della città, accanto alla chiesa della Santissima Trinità. https://goo.gl/maps/nVFHsiE59AJpzduu5

Si tratta di un antico edificio sorto sulle rovine di un preesistente sepolcreto pagano tardo-romano costruito a partire dal IX secolo e successivamente ampliato. Il Battistero presenta una struttura in stile prettamente romanico, costruita in ciottoli locali misti a parti in laterizio, a base quadrangolare avente un’abside semicircolare su ciascuno dei lati, separati dai quattro pilastri angolari che sorreggono il tiburio a pianta ottagonale, in conformità con la tradizione cristiana.
Al di sotto del livello del terreno si trova una cripta a croce greca scavata nel 1791.
La struttura è sormontata da un’esile lanterna ad uso campanario ornata di bifore sui quattro lati; il tiburio è invece caratterizzato da una monofora per ciascuna faccia del prisma ottagonale che lo compone, mentre ciascuna abside è ornata da tre monofore, ad eccezione di quella frontale, dove la monofora centrale è sostituita dalla porta d’accesso.
Detta porta è resa celebre dal bassorilievo di età tardo-romana scolpito su pietra dal soggetto discusso, ma certamente di ambito pagano. Il bassorilievo è stato con ogni probabilità recuperato dalle sottostanti tombe romane e ha, in passato, indotto un grande numero di storici a credere che l’intera struttura fosse riadattata da un edificio pagano.
L’aspetto dell’edificio è ingentilito dalle mensole che sorreggono le sporgenze del tetto dell’edificio.

All’interno sono presenti degli affreschi attribuiti al Maestro di Oropa dipinti tra il 1318 e il 1319; fra questi una rappresentazione di Sant’Antonio abate.

Storia del sito:
Mancando una precisa documentazione d’archivio il dibattito sulla datazione della costruzione si è basato sull’esame delle strutture dell’edificio. Le proposte di datazione variano in un arco di tempo assai vasto: dal VII al secondo quarto dell’XI. La maggior parte degli studiosi tende a collocarlo alla fine della seconda metà del X secolo. Alcuni a motivo sia delle strutture murarie che della decorazione ad archetti ciechi, che si riscontra anche in altri edifici della metà dell’XI dell’area eporediese e torinese (San Giovanni ai Campi a Piobesi, San Pietro di Celle), propendono per un avanzamento al secondo quarto dell’XI secolo.

Descrizione del sito:
batt biellaL’edificio faceva parte del complesso della chiesa matrice di Santo Stefano; dopo la demolizione della chiesa, avvenuta alla fine dell’Ottocento, si è salvato solo il bellissimo campanile a otto piani. Il Battistero si trovava sul lato destro della chiesa, staccato da essa all’altezza del presbiterio. È una costruzione a pianta quadrata con absidi semicircolari su ciascun lato. Impostato sulle absidi è il tamburo ottagonale, coronato da una piccola torretta-lanterna, sfalsata rispetto alla pianta di base e pur essa quadrata nell’iconografia. Ciascuna abside è separata all’esterno da robusti contrafforti che controbilanciano le spinte della cupola, protetta all’esterno da un involucro ottagonale. Le absidi sono inoltre decorate da quattro lesene, delimitate nella parte superiore da archetti pensili e da nicchiette a fornice cieco. Ciascuna specchiatura reca al centro una piccola finestra ad arco a doppio strombo, ad eccezione di quelle a nord-ovest e a sud-ovest, dove al posto della finestrella centrale si apre una piccola porta. Il portale di nord ovest è architravato e sormontato da una nicchia ornata con mattoni a raggiera recante al centro una lastra marmorea di età romana raffigurante Ercole con un amorino di fronte ad un portico con lesene. Il tamburo è ottagonale, ma non regolare nelle proporzioni; presenta ciascuna faccia decorata nella fascia superiore da una serie di archetti ciechi simili a quelli delle absidi. Al centro di ogni lato si apre una piccola finestra arcuata a doppia strombatura. Il lanternino è decorato da quattro bifore a doppia profilatura con colonnina con capitello a stampella. La sua struttura muraria e la sua disposizione assialmente eccentrica rispetto alla base dell’edificio ha fatto supporre una sua appartenenza ad una fase di costruzione più tarda. La struttura muraria del battistero è all’esterno piuttosto rozza, come dimostrano in primo luogo i muri del tamburo, che non hanno uno spessore uniforme, ma si ingrossano nella parte centrale, per ragioni di carattere statico, di miglior sostegno della volta superiore. I materiali con cui sono costruiti i paramenti esterni sono mattoni, ciottoli di fiume misti a frammenti di laterizi, con disposizioni a filari e più spesso a spina di pesce, con legamento di malta. Singolare è il sistema di copertura impiegato sull’intero edificio. Le lastre risultano infatti posate direttamente sull’estradosso delle volte, secondo un sistema proprio della tradizione tardo-antica. La lanterna ha una piccola croce di ferro e rame dorato (del sec. XII rinvenuta durante i restauri del 1913).
Nella parte interna il Battistero passa dalla pianta quadrata del corpo inferiore a quella circolare della parte superiore (cupola) mediante l’impiego di pennacchi, la cui struttura ha dato adito a vivaci discussioni fra gli studiosi a proposito della datazione dell’edificio. Contrasta con la corposa e colorata struttura muraria dell’esterno la nuda semplicità dell’interno, che ora appare interamente intonacato. Dalle parti decorate a calce emergono tracce della decorazione pittorica (affreschi e sinopie) che vengono datati tra la fine del XIII secolo e gli inizi del secolo successivo e sembrano appartenere ad interventi diversi. Una prima mano rivela innanzitutto l’affresco dell’abside dell’altare raffigurante la Vergine con il Bambino ed un Santo martire. La cultura di questi dipinti rinvia a talune maestranze che operano nel XIII secolo a Milano (S. Ambrogio) e a Pavia (S. Teodoro) con una traduzione semplificata degli stilemi bizantini. Ad altre mani ancora, più tarde ed involute, appartengono altri frammenti con figure di Santi

Info:
Tel.015 22592 (Parrocchia di Santo Stefano)

Rilevatore: Valter Bonello

SAN GIMIGNANO (Si). Collegiata di Santa Maria Assunta, con affresco di Benozzo Gozzoli raffigurante Sant’Antonio abate.

800px-San_Gimignano_Collegiata_cropLa basilica collegiata di Santa Maria Assunta, conosciuta anche come il duomo di San Gimignano è il principale luogo di culto cattolico della città, sede dell’omonima parrocchia affidata al clero dell’arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino.
Situata in piazza del Duomo è alla sommità di un’ampia scalinata dalla quale domina il lato occidentale della piazza. Eretta forse nel 1056 e sicuramente consacrata nel 1148 venne prima ristrutturata nel 1239 e poi ingrandita nel 1460 su progetto di Giuliano da Maiano.

All’interno, le pitture sui pilastri laterali sono di Benozzo Gozzoli (1465): a sinistra una Assunta in Gloria e San Bernardo e Sant’Agostino, a destra un Sant’Antonio Abate e San Girolamo e San Bernardino. Il Santo è seduto e tiene in mano un libro; ai piedi un maiale.

SPILIMBERGO (PN), Chiesa di Santa Cecilia, con affresco di sant’Antonio abate

Dietro le absidi del Duomo, sul limite del fossato castellano, sorge la chiesa di Santa Cecilia, la più antica chiesa del Borgo di Spilimbergo. Non si sa quando fu costruita; è forse contemporanea al Castello se non addirittura precedente. Il nucleo originario del castello, la torre-mastio, era protetta da un proprio recinto e costituiva il castello propriamente detto. Attorno stava il più ampio circuito a protezione delle case del borgo e oltre il recinto, la chiesa di Santa Cecilia, secondo un assetto confermato dai saggi di scavo.
01 SPILIMBERGO S. CECILIAIl primo documento che ricorda la chiesa è la copia di una pergamena, che riporta la donazione di Waltherus Bertholdus de Spengiberch, capostipite degli Spilimbergo, al nipote Giovanni, del Castello di Morsano con tutti i diritti annessi e connessi. Questo atto fu redatto nella chiesa di Santa Cecilia nell’anno 1271. A pochi anni dopo (1290) risale il testamento dello stesso Walter Perthold, in cui è citato un lascito per la chiesa di S. Cecilia.
Durante la visita pastorale dell’anno 1584 del Vescovo di Parenzo Cesare de Nores la chiesa si presentava in pietose condizioni. Questa trascuratezza era legata al fatto che le funzioni liturgiche già da un secolo si tenevano nel Duomo, consacrato nel 1453. Nella cappella si tenevano solo le riunioni del popolo per eleggere le cariche amministrative e per discutere sulle questioni che interessavano la Comunità. La necessità di ospitare le lunghe sedute durante i mesi freddi portò alla costruzione di un fogolâr, conservato nei restauri quale segno storico degli usi e dei costumi.
Verso gli anni 1830-40 la cappella fu adibita a cella mortuaria e cella per le autopsie a servizio del cimitero, all’epoca collocato attorno al Duomo, e in tale occasione venne demolito l’altare e rimossi tutti gli arredi sacri. Nell’anno 1852 il cimitero venne spostato in un’altra zona e la chiesa venne abbandonata e trasformata in ripostiglio. Nei primi decenni del novecento la chiesa venne destinata a sede dell’Associazione «Scouts». Il terremoto del 1976 rese la chiesa inagibile e nel 1978 la Soprintendenza decise di riparare la chiesetta, ristrutturandola e rendendola di nuovo agibile. Oggi è destinata alle attività della parrocchia.
L’edificio originario era una piccola aula con abside semicircolare. Sulla facciata c’è una porta rettangolare costruita nel 1506, nella parete sud due finestre. Sul retro rimangono tracce dell’absidiola della costruzione originale demolita nel 1584 perché pericolante.
La chiesa misura 5,48 metri in altezza, 7,75 metri di lunghezza e 4,67 metri di larghezza. L’attuale pavimento in mattoni è stato posato durante i restauri del 1979. Internamente non presenta alcuna linea di stile, se si eccettua l’arco trionfale romanico che si apriva sull’abside demolita.
Nella parete destra si apre l’antica porta d’ingresso nel cui arco sono scolpite due figurine rattrappite da alcuni ritenute di epoca longobardo-romanica. Una tiene nella mano destra una chiave e nella sinistra un libro, l’altra tiene una spada, segno del martirio, o un bastone e dalla sua spalla destra pende una bisaccia di pellegrino. Si ritiene si tratti di San Pietro e dell’apostolo San Giacomo, quest’ultimo molto venerato nel medioevo.
Durante i lavori di ristrutturazione, stonacando i muri, vennero alla luce lacerti di affreschi, tracce di dipinti del tre-quattrocento. Forse la chiesa era tutta affrescata; ma i terremoti e le manipolazioni dopo le pestilenze hanno lasciato il segno. I lavori del 1506, per l’apertura della porta grande e delle due finestre, hanno mutilato tre trittici. Due affreschi sono ben conservati: gli altri sono, a mala pena, leggibili.
09 SPILIMBERGO S. CECILIAEntrando in chiesa a destra si vedono una santa, la Madonna che allatta il bambino, Sant’Antonio abate, Santa Maria Maddalena, Santa Cecilia.
Sulla parete a sinistra vi è una Madonna con Bambino con Santa Cecilia che, pur nelle sue modeste dimensioni, mostra influssi giotteschi e per questo è stata proposta una datazione entro il quarto decennio del Trecento.
Sulla parete d’entrata vi è un trittico con tre santi incoronati rovinati causa l’apertura della porta.
10 SPILIMBERGO S. CECILIANon è noto se anche le pareti dell’abside di Santa Cecilia, abbattute nel 1584, fossero decorate con affreschi: sussistono, sull’arco santo, lacerti di un’Annunciazione e dell’offerta di Caino, parte di un perduto e più vasto programma iconografico.
La chiesa ospita esposizioni e nel periodo natalizio un grande presepe.

Autore: Marina Celegon (Società Friulana di Archeologia)

Bibliografia:
– Casadio Paolo. La pittura murale a Spilimbergo nel Trecento: il duomo e le chiese minori in d’Arcano Grattoni Maurizio (a cura di) Spilimbergo e la patria del Friuli nel Basso Medioevo. Silvana Editoriale S.p.A. 2013
– D’Arcano Grattoni. “In burgo Spegnimbergi”: l’edilizia pubblica e privata in D’Arcano Grattoni Maurizio (a cura di) Spilimbergo e la patria del Friuli nel Basso Medioevo. “Forte d’Huomeni et bello d’ornamenti”. Comune di Spilimbergo Silvana Editoriale S.p.A. 2013
– Pastres Paolo. Dal Romanico al Gotico, l’arte nell’età dello stato patriarcale in Pastres Paolo (a cura di) Arte in Friuli. Dalle origini all’età patriarcale. Società Filologica Friulana “Graziadio Isaia Ascoli” 2009
– Tesolin Lorenzo – Chiesa di Santa Cecilia in Spilimbergo. A cura Parrocchia 1980
– Trevisan Gianpaolo. Il duomo e gli altri edifici di culto. In d’Arcano Grattoni Maurizio (a cura di) Spilimbergo e la patria del Friuli nel Basso Medioevo. Silvana Editoriale S.p.A. 2013

MENAGGIO (Co), fraz. Loveno. Oratorio con immagine di Sant’Antonio abate.

Loveno è una frazione collinare del comune di Menaggio (Como), raggiungibile facilmente in 10 minuti con l’auto o in 30 minuti a piedi, sulla sponta occidentale del lago di Como.
Nel piccolo borgo, a metà Ottocento amavano soggiornare artisti e personalità in splendide ville tra cui primeggia Villa Mylius Vigoni, lasciata in eredità da Ignazio Vigoni alla Repubblica Federale di Germania, ora sede di un’associazione culturale che organizza convegni ad alto livello, il Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea (https://www.villavigoni.eu/).
Oltre alla Villa Mylius Vigoni, la frazione di Loveno ospita la Villa Garovaglio Ricci facente parte anch’essa del complesso di Villa Vigoni. Villa Garovaglio Ricci è legata alla memoria di Alfonso Garovaglio, storico ed archeologo, oltre che a Francesco Pasquale Ricci, noto musicista.
Non meno prestigiose sono Villa Govone, sulla cui facciata una lapide ricorda i soggiorni a Loveno di Massimo D’Azeglio, e in Loveno bassa Villa Bolza e Villa Belfaggio.
A Loveno, in quella che ora è la via Volta, è possibile anche visitare la casa di Alessandro Volta, denominata “convento”, ampiamente ristrutturata, perché la famiglia Volta ha origini a Loveno.

loveno 2Sant’Antonio Abate è affrescato sulla facciata dell’oratorio di Loveno (Menaggio, Como), con il bastone e il tradizionale campanello nella mano destra.
L’affresco fu dipinto nei primi anni del ‘900 dal pittore Tallone, amico del conte Govone, sulla casa colonica di villa Vigoni, donata poi alla parrocchia di Loveno e attualmente adibita ad oratorio.
Nel prato antistante Don Ignazio Vigoni fece piantare un noce (che poi è stato tagliato), proprio con l’intento di concretizzare il gesto del Santo, che donava le noci ai bambini.
È sempre visibile perché l’affresco è sul muro esterno; l’oratorio si trova vicino alla chiesa parrocchiale di Loveno, dedicata a dei SS. Lorenzo e Agnese, di antica fondazione; fu riedificata tra il 1725 ed il 1738, ed è un notevole esempio di arte barocca.
L’interno, ad una sola navata con quattro cappelle laterali e altari in pregiati marmi, testimonia la ricchezza della comunità che provvedeva all’abbellimento della chiesa. Di grande bellezza è il paliotto in scagliola che orna l’altare della seconda cappella sinistra; sull’altare è posta una statua lignea della Madonna col Bambino di Lorenzo Matieli del 1737. Nella prima cappella destra si può ammirare la bellissima pala raffigurante la “Madonna dei Sette Dolori fra i SS Lorenzo, Agnese e donatori.”

Cronologia: XX secolo

Bibliografia:
Giorgio M Baratelli e Daniele M Baratelli, Menaggio, testimonianze di fede, Attilio Sampietro Editore, 1995

E-mail: gmbaratelli@yahoo.it

Data compilazione scheda: 1 maggio 2021

Nome del rilevatore: Giorgio Maria Baratelli