PERUGIA. Chiesa di Sant’Antonio abate

Corso Bersaglieri, 176
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La prima notizia della chiesa di Sant’Antonio abate si trova nel diploma di Federico I del 1163, quando venne nominata insieme alle altre chiese perugine come dipendente dalla cattedrale. Nei catasti del 1285 e del 1361 è nominata sia come parrocchia sia come priorato.
Nel secolo XV si stabilirono nella chiesa e nelle case annesse i religiosi canonici regolari dell’ordine di Sant’Antonio abate. La data di partenza di questi religiosi è sconosciuta, ma dal secolo XVI il priorato della chiesa fu di un sacerdote secolare.
Nel 1446 e nel 1454, il priore di Sant’Antonio abate avanzò una richiesta al magistrato della città per poter continuare la fabbrica e chiede una sovvenzione di denaro, dichiarando di spendere personalmente il doppio di quello che gli veniva dato. Nel 1454 la città gli accordò 50 fiorini a condizione che il priore ne investisse di sua mano 100.
Nel 1456 fu stabilito dal magistrato lo svolgimento della processione annuale in perpetuo, della festa di Sant’Antonio, il 17 gennaio. Questa manifestazione, probabilmente, decadde alla fine del secolo per celebrare la ricorrenza di San Sebastiano che si commemorava tre giorni dopo, il 20 gennaio. L’ultimo giorno di febbraio del 1487, il vicario generale dell’ordine di Sant’Antonio abate, Guglielmo De Bastonetis, chiese al comune un sussidio di 30 fiorini per poter rifare il pavimento, mettendo a disposizione una somma di 70 fiorini. La città concesse il denaro.
Nel 1624 il priorato venne ceduto dall’ultimo canonico, Timoteo Timotei, ai monaci olivetani del monastero di San Secondo dell’Isola Polvese. Il possesso della chiesa e del monastero venne accordato dal vicario generale del vescovo di Perugia De Torres, monsignor Giulio Cesare Borea. Accompagnati dalle confraternite di Sant’Antonio abate e di San Giovanni Battista, i monaci olivetani entrarono processionalmente nel borgo insieme all’abate di Monte Morcino, Marcantonio Baldeschi, la mattina del 17 settembre 1624. Non prima del 3 maggio del 1625 vennero ad abitarci i quattro monaci con l’abate don Vincenzio Pallini di Firenze.
Nel maggio del 1634, la città per poter adibire le terme di San Galgano ad uso di Bagni, dovette effettuare una permuta con gli Olivetani. Il comune ottenne il terreno dove scorreva l’acqua per le terme e i monaci ottennero l’orto annesso alla chiesa di Sant’Antonio le cui mura erano di proprietà del comune.
Don Francesco Tolomei, abate di Monte Morcino e soprintendente della chiesa di Sant’Antonio abate fino al 1652, lasciò scritto in un libro del ritrovamento della cosiddetta cripta. A seguito dei lavori del 1634, abbassando il pavimento della chiesa se ne trovò un’altra, sotterranea e profonda quanto l’altezza dei pilastri che si vedono fuori nella chiesa. L’abbassamento del pavimento fu di due piedi (61 cm circa). In questa occasione il luogo occupato dall’Oratorio di San Giovanni Battista, si trasformò in sagrestia.
L’altare che si trova sul lato destro della chiesa è dedicato a Santa Francesca romana e secondo il Siepi fu eretto nel 1643; sul pilastro destro dell’altare, in basso, si legge: “D. VICTORIUS. SCARLATTUS FECIT 1645”.
La mostra dell’organo, ornata con intagli lignei a festoni e fiorami, è opera del pisano Michele Buti del 1655. La decorazione era in giallo; mentre nel luglio del 1820 fu ridotta in bianco per dare la sembianza di un lavoro in stucco.
La cappella del fonte battesimale fu costruita dalle fondamenta nel 1759 grazie alle elemosine di una compagnia custodita dalla Vergine Maria.
In occasione della pestilenza del 1766, centinaia di cadaveri vennero sepolti nel campo a sinistra della Porta di Sant’Antonio. Pochi anni dopo, quelle ossa vennero trasferite sotto il presbiterio della chiesa.
Nel 1770 gli olivetani di Monte Morcino ottennero dal papa di poter unire per sei anni al loro monastero le rendite di Sant’Antonio abate per la costruzione della nuova chiesa e nel 1788 riuscirono ad avere la stabile unione fra le due sedi perugine. A seguito di questo riconoscimento, tutte le opere migliori e gli oggetti più preziosi di Sant’Antonio vennero trasportate a Monte Morcino. I monaci assegnarono uno stipendio a un cappellano facenti funzioni di parroco in Sant’Antonio.
Nel 1785 si aggiunse il lato del loggiato opposto all’ingresso della chiesa e si cambiò anche l’ingresso al cortile.
Nel 1814 furono demoliti due dei quattro altari di cui la chiesa era dotata. L’altare maggiore originale venne cambiato e ricostruito nel 1818.
Sulla parete destra dell’ingresso alla sagrestia si trova lo stemma di Federico Foschi, vescovo di Perugia dal 1880 al 1895.
Il monastero, dopo l’abbandono dei monaci, fu adibito ad abitazioni civili.
La chiesa è stata chiusa intorno al 1950 e solo negli anni 90 è stata affidata al maestro Eugenio Becchetti che ha curato il restauro dell’organo. I lavori di ristrutturazione restauro sono terminati nel 2021.

La chiesa viene aperta per le celebrazioni liturgiche ed ogni anno durante la Festa di S. Antonio il 17 gennaio, con la tradizionale benedizione degli animali. Viene aperta anche per altre ricorrenze come quella del 14 settembre, Ingresso dei bersaglieri dalla Porta Sant’Antonio, ed il 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, contemporaneamente all’apertura degli oratori del Borgo della Confraternita di Giovanni Battista, della Confraternita di Sant’Antonio abate. La chiesa inoltre è utilizzata per iniziative di carattere culturale e per concerti promossi dall’associazione di quartiere Rivivi il Borgo di Sant’Antonio abate.

Corso Bersaglieri, anticamente Borgo Sant’Antonio, è un asse medievale di chiara impostazione popolare sviluppatosi compatto verso la cima del colle, essendo delimitato da una parte dal profondo avvallamento del Bulagaio e, dall’altra, da una delle «vie regali» ad esso parallela, via del Fonte Nuovo, oggi via Enrico dal Pozzo. La chiesa di Sant’Antonio si trova all’estremo dell’asse che si congiunge poi all’Arco dei Tei, insito nel primo tracciato delle mura medievali, poi ampliate per includere il Borgo Sant’Antonio quando, alla fine del Trecento, l’Abate di Monmaggiore fece collegare con un corridoio la Cittadella di Porta Sole con il Cassero di Sant’Antonio di cui rimangono a pochi metri dalla chiesa i resti. La chiesa si trova disassata rispetto l’impostazione del tracciato, probabilmente sull’elemento orografico di maggiore spicco, impostazione che ne testimonia una preesistenza allo sviluppo urbano. Ha un chiostro che si affaccia su un lato verso il Corso, con il prospetto d’ingresso della chiesa ortogonale alle mura.

La chiesa ha forma rettangolare, con cinque campate simmetriche e bussola iniziale. La zona presbiteriale, dopo la terza campata, è rialzata di un gradino, in fondo l’altare addossato sul muro è poi anteceduto da un altro. Nel lato sinistro della prima campata si apre una cappella delimitata da una balaustra in ferro con una pala d’altare sul fondo, una nicchia a sinistra, un’apertura a destra con gradini che portano ad un corridoio che corre in parallelo alla navata raggiungendo la sagrestia alla quale si accede anche dalle quarta campata; sulla seconda campata due simmetriche macchine d’altare, sulla terza i confessionali, sulla quarta a sinistra l’ingresso della sagrestia e a destra una grata, dalla quale la famiglia nobiliare assisteva alla funzione liturgica. La chiesa è ortogonale alla strada, preceduta da un chiostro irregolare e da un esonartece di tre campate. È in pietra arenaria e calcare bianco a conci regolari, con un grande portale in legno, volte in mattoni e le pareti laterali del chiostro intonacate.

La chiesa è decorata dal pittore perugino Gerardo Dottori (1884 – 1977) che si è occupato in particolare dell’affresco della parete di fondo e della decorazione a cielo stellato delle volte a crociera ribassate. Il Crocifisso con raggiera dorata è stato riportato al centro dell’altare maggiore, come documentato fotograficamente all’epoca in cui il pittore realizzò la pittura murale coi due angeli che rendono omaggio al Redentore. I due sopraporta dorati laterali sono stati ricostruiti, secondi la configurazione originale.
Poi è stata spostata la tela raffigurante s. Antonio abate in trono, con mitria  e pastorale, del pittore perugino Paolo Gismondi (1612 – 1685) , riportata nell’altare di sinistra, sito originale.

Le pareti laterali sono bianche, con gli spigoli degli elementi strutturali evidenziati in grigio. La chiesa è caratterizzata da una trabeazione di ordine dorico semplice, nella prima campata ci sono due finestre, a sinistra è tamponata, di forma ovale con bordatura interna floreale, nella seconda e terza campata, fra l’arco d’imposta e la pala d’altare, si attestano grandi finestre ad arco ribassato, ornate da statue marmoree.
Nella controfacciata, sopra la bussola, si assesta una decorata cantorìa lignea bianca, e dietro un raffinato armadio in stile a contenere le canne d’organo.
Molte opere nei secoli sono state trafugate o requisite durante le spoliazioni napoleoniche, come la Natività di Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, oggi conservata al Louvre. Nel 2017 al suo posto è stata collocata una fotoriproduzione commissionata e autofinanziata da un gruppo di borgaroli.
Nell’altare destro è una tela di Benedetto Bandiera (XVII) interpretabile come Santa Francesca romana, o la Vergine bambina e S. Anna. Nella zona presbiterialesono quattro piccole tele con i Quattro Evangelisti (XVII secolo). Nella sacrestia era una lunetta di scuola peruginesca raffigurante L’Eterno benedicente, forse appartenuto alla tavola Madonna e Santi, dipinta per l’altare della chiesa di S. Secondo all’lsola Polvese, firmata da Sinibaldo Ibi (1524). La tavola fu inviata a Roma, insieme a molte altre opere, in occasione del loro trasferimento al Monastero di Santa Francesca Romana nel XVIII secolo. La lunetta è stata recentemente restaurata e ricollocata.

Statua lignea processionale di S. Antonio. All’ingresso della chiesa è la statua, trecentesca, recentemente restaurata a cura dell’Associazione Rivivi il borgo. Un tempo era posta nel loggiato esterno, rappresenta il Santo titolare barbuto con mantello nero e il bastone a tau.

Un’altra statua del Santo, moderna, è conservata nella chiesa.

 

Il Porcellino
All’esterno, nella piazzetta lungo il fianco sinistro della chiesa, su un rocchio di colonna antica, è posta la scultura in pietra di un porcellino (secolo XV), simbolo importante nell’iconografia tradizionale di S. Antonio. Il giorno della festa del Santo 17 gennaio, i borgaroli tramandano che una“sfregatina” alla pietra sia di buon auspicio per tutto l’anno.

Il 17 gennaio 2016 è stata posizionata sulla perete destra della piazzetta del “porcellino” una statua in pietra arenaria raffigurante Sant’Antonio  abate realizzata dal Maestro contemporaneo Daniele Mancini.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/32460/Perugia+%28PG%29+%7C+Chiesa+di+Sant%27Antonio+Abate

https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Antonio_Abate_%28Perugia%29

https://www.borgosantantonio.com/associazione-di-promozione-sociale-borgo-santantonio-porta-pesa/borgo-santantonio/


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