Franco Dessilano, Culto e devozione a sant’Antonio abate nella diocesi novarese. La città e la pianura.

Balosso rilevava la moltiplicazione delle dedicazioni al santo abate nel corso del Cinquecento: su tutta la diocesi, dalle quattro documentate precedentemente si passa infatti alle 104 di fine secolo, sulla spinta di voti individuali o collettivi in occasione di calamità.5 In particolare la devozione ad Antonio Abate fu motivata dalle virtù taumaturgiche attribuitegli soprattutto contro l’herpes zoster (o “fuoco di sant’Antonio”) e, più generalmente, contro la peste e altre malattie contagiose dell’uomo e l’erisipela del bestiame.6 Il carattere popolare di questa devozione, tuttavia, ha fatto sì che essa si esprimesse in grandissima parte attraverso la pietà individuale e singoli dipinti votivi, non sempre segnalati dalla documentazione d’archivio (per altro piuttosto scarsa per il Medioevo) e non sempre giunti fino a noi….

Leggi tutto nell’allegato: Culto_e_devozione_a_santAntonio_Abate_in diocesi di Novara

 

Intitolazioni di edifici sacri e omonimie: Sant’Antonio abate e sant’Antonio di Padova

Tra i santi venerati dalla chiesa cattolica vi sono alcuni Antonio, i due principali sono l’abate o il grande o l’anacoreta, morto nel 356 (e venerato anche dalla chiesa ortodossa) e s. Antonio di Padova (non da Padova perché nacque in Portogallo).

Questa omonimia crea talora problemi con le intitolazioni delle chiese loro dedicate, come abbiamo riscontrato realizzando le schede su questo sito creato dall’AFOM (Associazione Amici Fondazione Ordine Mauriziano) odv.
Nell’allegato un approfondimento del tema:
I DUE S. ANTONIO.pdf

Cointitolazioni e variazioni di dedicazione di chiese di Sant’Antonio abate

Nella stesura delle schede sulle intitolazioni di luoghi sacri a sant’Antonio abate, su questo sito creato dall’AFOM (Associazione Amici Fondazione Ordine Mauriziano), i soci hanno ad oggi trovato molte cointitolazioni ufficiali a sant’Antonio abate e altri Santi e variazioni dell’intitolazione, elencate nel documento:
SAA COINTITOLAZIONI.pdf

Due poemetti e una “rappresentazione” in italiano su sant’Antonio abate, XV secolo

La biblioteca Casanatense di Roma conserva un manoscritto, Codice n° 1808, della metà del XV secolo che contiene due testi che riguardano sant’Antonio abate.

Il primo è un poemetto di 80 strofe in quartine, intitolato La leggenda de lo beatissimo egregio missere lu barone santo Antonio”, è un racconto della sua vita tratto dalla biografia di Atanasio e dalla Vita di Paolo, per approfondire le biografie vedi scheda. Il manoscritto è mutilo della parte finale della Leggenda.
L’analisi del testo ha fatto ipotizzare agli studiosi che la sua composizione sia di molto anteriore alla trascrizione nel codice: gli anni trenta del secolo XIV, analogamente ad altri testi simili dedicati a santa Caterina e a sant’Alessio.
La zona in cui fu redatta l’opera sembra essere la Campania, non l’Abruzzo come indicava Monaci; inoltre alcuni settentrionalismi denotano la sua più lontana origine. (in: Iacobucci R., Una testimonianza quattrocentesca campano-settentrionale: il codice casanatense 1808, in: Nuovi Annali della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari (XXI) – 21-62, Leo. S. Olschki edit., 2007, 42 pagine)

Il testo fu pubblicato da Ernesto Monaci, Una leggenda e una storia versificate nell’antica letteratura abruzzese, Rendiconto della Classe di scienze, morali, storiche e filosofiche, Reale Accademia dei Lincei, 5a V, 1896.

Allegato qui, cui rimandiamo per il testo:
Leggenda de lo beatissimo…santo Antonio- da Monaci-1896.pdf


Il secondo testo nel codice della Biblioteca Casanatense, ugualmente riportato nel sopracitato articolo di Enrico Monaci, è una “Historia sancti Antonii”, nonostante il titolo latino, scritta in italiano in versi endecasillabi. Parte della storia, in stanze monorime e con un linguaggio che rivela l’origine lombarda, si trova anche nel Codice Rossi 27, già 44 G 27 della Biblioteca Corsiniana (sezione della Biblioteca naz. dei Lincei) e viene riportato da Monaci a fianco del precedente per agevolare il confronto.

Allegato il testo trascritto da Monaci.
Historia s. Antonio- da Monaci-1896.pdf

Si tratta di una leggenda agiografica, simile a una sacra rappresentazione, che però utilizza temi estranei alle biografie note di Antonio e riguardanti altre figure di santi e tradizioni folkloristiche. Inizia col pellegrinaggio dei genitori a Santiago de Compostela e il loro voto di castità rotto dal marito. Il bambino così concepito era tradizione che fosse destinato ad essere dannato. Cresciuto, il ragazzo viene respinto da religiosi e dal pontefice; addirittura un angelo lo allontana da un eremita. Allora Antonio chiede aiuto al demonio e diventa portinaio dell’Inferno che chiude impedendo ai diavoli di uscirne e alle anime dannate di entrarvi. I diavoli vogliono risolvere il problema e cacciarlo via, ma il Santo chiede in cambio della sua partenza un documento ufficiale che attesti la sua salvezza eterna. Ottenutolo, Antonio ritorna sulla terra, dove è tentato dal diavolo attraverso la bellezza femminile, ma la respinge con un astuto espediente. Il demonio si dichiara vinto e Cristo ha pietà di Antonio e lo accoglie in Paradiso.
In questo testo troviamo un Santo capace di usare astuzia e inganno per beffare il diavolo e per salvarsi con le sole sue forze e non l’eremita che accetta passivamente i tormenti diabolici.

Questi due testi sono da collegare a una terza versione – di chiara origine lombarda – conservata in un codice di proprietà privata e redatta alla fine del XIV, inizi del XV secolo e simile al testo della Corsiniana (Fenelli L. Dall’eremo alla stalla…, Ed. Laterza, Bari, 2011, p. 156).

Un’altra versione fu ritrovata in un codice della Biblioteca civica A. Mai di Bergamo, e fu pubblicata da Luigi Banfi, Un nuovo lacerto settentrionale della leggenda di Santo Antonio Eremita, in: Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Macerata vol. 25/26, 1992-93. pp. 537-552

Interessante è notare in alcune versioni l’influenza degli Antoniani, sia per la nascita di Antonio non in Egitto ma nel Delfinato; sia per l’esortazione finale a recarsi a Vienne per chiedere protezione al Santo.
Questi testi forse erano in rapporto con la tradizione dei cantastorie e venivano recitati o forse anche rappresentati per allontanare la malattia o per onorare il Santo; infatti presentano analogie con le “sacre rappresentazioni” e i “misteri”, il teatro religioso del Medioevo, che si sviluppò in particolare tra XIV e XVI secolo. Un testo in lingua occitana che riguarda sant’Antonio abate veniva rappresentato a Nevers, per approfondire vedi vedi scheda.

Questi testi devozionali diedero origine a canti popolari in ogni regione italiana (vedi Fenelli L. Dall’eremo alla stalla…, Ed. Laterza, Bari, 2011, pp. 158-64).


Un’altra opera che è sicuramente un testo da mettere in scena è quello riportato da D’ancona, 1872,  “Rappresentazione di sancto Antonio dalla barba romito”.
Vengono rappresentati gli episodi fondamentali narrati da Atanasio;  questo testo, come altri simili, non rispetta le vicende storiche ed è spesso ricco di anacronismi.

Alleghiamo il testo.
Rappresentazione s-Antonio dalla barba romito- da Ancona-1872.pdf

Curioso il dialogo con la sorella di Antonio che è restia ad abbandonare le ricchezze poi, convinta dal Santo, si fa monaca nel “Monastero delle Murate” denunciando l’origine fiorentina del testo!
Il testo narra poi le lotte con i diavoli e le tentazioni e la vicenda (che si trova nel Novellino, ma che deriva da una storia nelle raccolte di leggende sul Buddha) dei tre ladri. Il Santo è tentato dagli spiriti (demoni) della fornicazione dell’accidia, della gola e dell’avarizia. Quest’ultimo lo alletta – invano – con un piatto d’argento e poi con un monte d’oro. Due malandrini di nome Scaramuccia e Tagliagambe sono raggiunti da un terzo, Carapello, e si mettono in cammino per derubare i viaggiatori. Satana manda i diavoli a bastonare Antonio che poi, guarito, vaga per il deserto e incontra i tre ladri e dice loro di allontanarsi perché vicino c’è la morte, ma i tre lo scherniscono e continuano per la loro strada e trovano il mucchio d’oro. Decidono di mandare Scaramuccia a cambiarne una parte in moneta per comprare da bere e da mangiare. Il ladro decide di avvelenare il vino che porterà ai compagni per avere l’oro tutto per sé. Quando arriva, gli altri due lo uccidono per non dividere l’oro in tre parti, poi bevono il vino avvelenato e muoiono anch’essi.
Lo spirito dell’avarizia va da Satana dicendogli che ha portato all’Inferno tre anime invece di quella sola di Antonio e ne riceve lodi.
Un angelo conclude la rappresentazione lodando il Santo e invitando a imitarlo.
Guardate Anton, che nella giovinezza/ Lasciò la robba e la povertà prese,/ Per acquistar quella superna altezza/ Dove non è né lite né contese./ Cercate Idio, qual è vera ricchezza:/ Come savi, imparate all’altrui spese,/ E sopra tutto alla morte pensate;/ E col nome di Dio licenzia abbiate.

A cura di Angela Crosta


Alcuni testi popolari tuttora recitati si trovano nel sottostante sito.

https://www.abruzzopopolare.com/2023/09/25/testi-inediti-sul-culto-di-santantonio-abate-in-abruzzo/

L’ORDINE di SAINT-ANTOINE-EN-BARBEFOSSE

Oltre all’Ordine degli Antoniani di Vienne, il più importante, nel Medioevo furono fondati in tutta Europa altri ordini cavallereschi e Confraternite dedicate a sant’Antonio abate. Fra questi è molto interessante l’Ordine di Saint-Antoine-en-Barbefosse che, nonostante abbia avuto vita piuttosto breve, tuttavia ha annoverato tra le sue fila i più illustri signori e le più grandi dame – perché era aperto anche alle donne – agli albori del XV secolo, come il duca Alberto di Baviera e Jacoba di Baviera, Margherita di Borgogna, Giovanni IV di Brabante, Giovanna di Lussemburgo, Giovanni di Heinsberg principe-vescovo di Liegi. Gli affiliati all’Ordine per la maggior parte provenivano dalla regione vallona dell’Hainaut, ma anche dall’Olanda, dalla Zelanda, da Guelders, dal Brabante, da Namur, dai regni di Francia e di Inghilterra e dal Sacro Romano Impero.

LA STORIA DELL’ORDINE
Secondo il manoscritto del «Règlement de la confrérie de Saint-Antoine-en-Barbefosse» (vedi infra – copertina nella fotografia in alto), nel 1352 alcuni cavalieri della provincia dell’Hainaut (oggi in Belgio presso Mons), si trovarono circondati dai mussulmani a Rodi e promisero di “fondare tra loro una confraternita e un ordine devoto a sant’Antonio abate” se fossero riusciti a salvarsi.
Sono state proposte altre date di fondazione (o ricostituzione: 1385 e inizi XV secolo) per iniziativa rispettivamente di Alberto di Baviera conte di Hainaut, Olanda, Zelanda e Frisia (1358/1389 – 1404); di Giovanni III di Baviera, già vescovo di Liegi (1389 – 1417/18), poi conte di Olanda e di Hainaut (1418 – 25), ma non ci sono dati certi.
La tradizione narra che il Papa approvò l’Ordine cavalleresco, ma impose loro di ottenere l’autorizzazione degli Antoniani di Vienne, che però non permisero ci fosse un luogo di culto dedicato a Sant’Antonio non di loro proprietà. I cavalieri decisero allora di realizzare comunque un oratorio nella città di Mons. L’abbazia della Val des Écoliers di Mons e le chiese del luogo, temendo la scomunica, rifiutarono di cedere un sito per onorare s. Antonio. Delusi, ma senza perdersi d’animo, i cavalieri dell’Ordine elessero un “re”, un connestabile e un maresciallo. Nel 1362, il connestabile, durante una passeggiata nei boschi di Havré, vide una radura di circa 30 metri quadrati in una conca dove si sentivano gradevoli profumi. La località era molto piacevole per le passeggiate, anche del signore del luogo, Gérard II d’Enghien del ramo di Havré (1320-1385) che fu ammesso all’Ordine I cavalieri collocarono in quel luogo una croce, una statua della Vergine e un’altra di Sant’Antonio abate. Quando furono costruiti una stanza e un piccolo oratorio, vi si stabilì un eremita. Poco tempo dopo due persone ottennero la guarigione dal “fuoco di Sant’Antonio”, dando inizio a una serie di “miracoli” che resero famoso il luogo.

Ammesso che effettivamente fosse stato edificato in precedenza un piccolo oratorio, è certo che in quel luogo si costruì una chiesa dopo il 1389, infatti l’unico documento sicuro è la lettera del 30 ottobre 1389 di papa Clemente VII a Gérard III signore di Enghien e di Havré soprannominato “la Barbe d’Havrecq”, con la quale «conceditur licentia fundandi et construendi in terra sua quondam capellam sub vocabulo beati Antonii confessoris», quindi dava l’autorizzazione a costruire un edificio di culto dedicato a sant’Antonio abate che divenne sede dell’Ordine (un altro edificio in Mons era utilizzato dai Cavalieri).
Per gli edifici odierni, vedi vedi scheda.

Si dice che il conestabile ebbe l’idea di collocare lì una cassetta delle elemosine che sarebbe stata utilizzata per la costruzione della cappella. Gérard III d’Enghien d’Havré offrire quel luogo per costruirla e fu nominato re dell’Ordine. Con il denaro ricavato dalle elemosine, i lasciti dei collari dei membri dell’Ordine, le pietre estratte dalla cava di Havré e gli operai assunti dal Signore di Havré, fu eretto il coro della cappella che fu denominata “Saint-Antoine-en-Barbefosse”. La cappella e l’Ordine di Sant’Antonio presero il nome di Barbefosse, forse da Barbe per ringraziare Gérard d’Enghien e Fosse perché che era situata in un dislivello naturale.

In data 10 giugno 1402 fu redatto (o rielaborato) il Regolamento dell’Ordine. Vedi infra.
Altre date certe della vita dell’Ordine sono il periodo dal 1415 al 1437 coperto dall’armoriale con 485 stemmi che si trova alla fine del citato manoscritto, e soprattutto la data dell’8 gennaio 1418 quando è documentato che la contessa Jacoba di Baviera e Hainaut ordinò di pagare l’importo della sua affiliazione all’Ordine.
L’Ordine inoltrò una richiesta, appoggiata dal conte Guglielmo IV e dal duca Jean sans Peur, e il 24 agosto 1415 ottenne il permesso di costruire un priorato e una casa nel nome di Saint-Antoine a condizione che gli edifici, le rendite e le entrate appartenessero al monastero di Vienne e che al priore venisse data una rendita. Quattro monaci, assistiti da tre chierici, fornivano i servizi religiosi. Questo nuovo priorato dipendeva dalla precettoria antoniana di Bailleul.
Nel 1478 aveva cinque monaci e il contributo che Barbefosse doveva versare agli Antoniani ammontava allora a cinque fiorini d’oro.

Il morbo del “fuoco di sant’Antonio, divenne sempre più raro e scomparve gradualmente; da allora anche la devozione al Santo si affievolì progressivamente, così l’afflusso di pellegrini. Il priorato di Barbefosse declinò e il suo personale diminuì.
Dopo che l’Ordine di Sant’Antonio aveva raggiunto il suo massimo splendore nella prima metà del XV secolo, la sua decadenza fu dovuta anche a Filippo il Buono, divenuto conte dell’Hainaut nel 1433, che perse interesse per quest’Ordine, diventato ordine/confraternita religiosa, e favorì quello del Toson d’Oro – istituito il 10 gennaio 1430 da Filippo III di Borgogna. La Confraternita, tuttavia, continuò ad esistere: nella seconda metà del XV secolo, le nobili canonesse di Sainte Waudru a Mons erano spesso dame dell’Ordine.
Il 16 maggio 1494, una bolla dell’Abate Generale di Saint-Antoine-en-Viennois riorganizzò i rapporti ed i reciproci diritti e doveri dell’Ordine Antoniano con la “Nobile e Devota Confraternita di Saint-Antoine-en-Barbefosse”.
Nel XVI secolo non si trovano più tracce dell’Ordine e della Confraternita.
Il priorato degli Antoniani rimase però a Barbefosse fino al 6 dicembre 1578.

I signori di Antoing, Ligne, Havré e Longueval furono i primi membri sotto gli ordini di un protettore che era il conte di Hainaut. Molti designarono lì il luogo della loro sepoltura. Dopo Alberto di Baviera, protettori dell’Ordine, talvolta impropriamente definiti “gran maestri”, furono suo figlio Guglielmo VI di Olanda e Zelanda (1404) (che era conte van Ostervant Beieren (l’Aia, 1365 – Bouchain, 1417), IV di Hainault, II duca di Bavaria-Straubing). Nel nel 1417 gli successe sua figlia Jacoba di Baviera contessa d’Olanda e Zelanda (1401-1436) che nel 1420 trasformò l’ordine cavalleresco in una Confraternita a fini religiosi. I poteri di Jacoba furono usurpati dallo zio Giovanni di Baviera, principe-vescovo di Liegi, al quale successe, nel 1423, l’ultimo protettore conosciuto: Jacques de Castre, re di Gerusalemme.

Si noti che all’inizio era un Ordine cavalleresco, infatti vi furono spedizioni guidate dall’ordine tra 1386 e 1408 e partecipazione di cavalieri a battaglie e guerre dell’epoca.
In seguito, l’ordine a vocazione militare scomparve e riprese la sua vocazione originaria sotto il nome di “Nobile e Devoto Ordine Cavalleresco di Sant’Antonio”, poi anche denominata Confraternita.


LE INSEGNE DELL’ORDINE
Per essere ammessi come membri occorreva essere preferibilmente di nobile origine, di buona vita e morale e di condotta irreprensibile; era necessario pagare una quota per entrare e uscire dall’Ordine. Erano ammesse le donne purché di origine nobile, e anche medici e appartenenti alla borghesia. I membri indossavano una collana da cui pendevano un tau e una campanella, oggetti legati al simbolismo di Sant’Antonio. Quando il cavaliere moriva, la collana era restituita all’Ordine.
Lo statuto, la moderationes (aggiunte e/o chiarimenti allo Statuto), i giuramenti dell’Ordine lo organizzano in modo dettagliato. Così fin dall’inizio (1352?) il re e gli ufficiali furono eletti dai colleghi. L’Abate Generale degli Antoniani mantenne tuttavia fino alla fine del XV secolo un certo diritto di controllo sul governo di quella che ormai era una Confraternita. Dal 1382, il protettore dell’Ordine sembra godere di una vera autorità sul re, sugli ufficiali e sui cavalieri. Tuttavia la “Moderatio” del 1420 ricorda chiaramente che il potere supremo dell’Ordine – diventato “Nobile e Devoto Ordine di Sant’Antonio” con fini puramente onorifici e religiosi spetta al suo convento, cioè a tutte le dame e cavalieri come in origine.
Nell’ordinanza del capitolo, in data 11 giugno 1420, venne prescritto che il tau e la campanella delle dame e dei cavalieri fossero  di argento dorato, mentre quelli dei membri provenienti dalla borghesia solo di argento.

Alcuni dipinti raffigurano le insegne dell’Ordine.

L’uomo col garofano”, olio su tavola, 40 x 31 cm, 1435 conservato alla Gemäldegalerie, Berlino è attribuito, non concordemente, a Jan van Eyck. Controversa anche la datazione dell’opera. L’ignoto personaggio è insignito dell’ordine di Saint-Antoine-en-Barbefosse, in argento, quindi sembrerebbe essere un borghese, anche se è possibile che il pittore abbia trascurato un dettaglio del cerimoniale. Per approfondire l’opera, vedasi in bibliografia l’articolo di Marchandisse e per una disamina delle ipotesi sul personaggio rappresentato, vedi: Nys-Jean Van Eyck et Clèves.

 

 

Ritratto di Dirck Borre van Amerongen e di Maria Van Snellenberg”, olio su tavola, 38 x 21,5 cm, circa 1510, autore anonimo, è conservato al  Museum Boijmans Van Beuningen‎ di Rotterdam NL. La donna ha al collo l’insegna dell’Ordine di Saint-Antoine-en-Barbefosse.

 

 

 

Ritratto di Jacoba di Baviera”, olio su tavola di 64 x 50 cm, di autore anonimo, copia del XVI secolo di un perduto originale del 1435 circa, conservato al Rijksmuseum di Amsterdam. La contessa ha al collo il simbolo dell’Ordine di Saint-Antoine-en-Barbefosse.


IL MANOSCRITO DEL REGOLAMENTO DELL’ORDINE

La Bibloteca di Mons conserva il manoscritto n° 11 del «Règlement de la confrérie de Saint-Antoine-en-Barbefosse». Indice del Contenuto:
Copia della moderazione fatta sugli statuti dei confratelli dell’ordine di S. Antonio in Barbefosse” (f. 1-5); “Fondazione dell’ordine da parte di Giovanni di Baviera” (f. 6r); “Juramenta…” dei nobili accolti nell’ordine (f. 6v); “Fondazione dell’Ordine a Rodi” (f. 7r); “Fondamento della Chiesa e dell’Ordine” (f. 8r); “Dal primo al nono miracolo” (f. 8v-12r); “Inventario dei reliquiari” (f. 12v-13r); “Grazie e indulgenze” (f. 13v-14r); “Giuramento dell’Ordine” (f. 14v-15r); “Copia del giuramento dell’Ordine della Confraternita” in latino (f. 15r-17r); “Copia della bolla” in latino e liturgia di accoglienza dei nuovi membri (f. 17v-20r); “Armoriale dell’Ordine di Sant’Antonio” (f. 20v-41)

«Règlement de la confrérie de Saint-Antoine-en-Barbefosse», XV-XVI secolo, digitalizzazione reperibile sul sito: https://biblio.umons.ac.be/public/bv/?p=5371 e  qui allegata: Regolamento .pdf

 

Bibliografia:
Marchandisse Alain, L’Ordre de Saint-Antoine en Hainaut et L’Homme à l’oeillet de la Gemäldegalerie de Berlin. Quelques prolégomènes provisoire, in:Liber Amicorum Raphael de Smedt. 2, Peters, Leuven 2001, pp. 117-131, qui  allegato: Marchandisse-L_Ordre_de_Saint_Antoine.pdf

– – Ordre chevaleresque de Saint Antoine-en-Barbefosse, Cercle Heraldus de Mons, 2010

 

Link:
https://fr.wikipedia.org/wiki/Ordre_de_Saint-Antoine-en-Barbefosse
http://home.scarlet.be/~ab123800/StAntoineintro.htm
https://curieuseshistoires-belgique.be/lordre-de-saint-antoine-en-barbefosse/
http://donum.bicfb.be/handle/bicfb/10097
http://antonins.over-blog.com/article-22483543.html (abbigliamento dell’Ordine)

A cura di Angela Crosta