PONTE DELLE ALPI (BL), frazione Vich. Chiesa di San Bartolomeo, già di S. Antonio abate, con immagine del Santo
Frazione Vich.
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La primitiva chiesa risale ad un periodo individuabile alla metà del Quattrocento e nel 1570 risulta consacrata e intitolata a sant’Antonio abate, tuttora compatrono del paese.
Dal testo del diario di Visita pastorale del 1598 si attinge la testimonianza che il piccolo luogo di culto è quasi totalmente affrescato mentre nel protocollo del 1641 veniamo informati sulla vetustà della pala per la quale il vescovo Malloni raccomanda una pronta sostituzione con una nuova.
Il terremoto del 1873 sconquassa talmente la struttura da rendere indispensabile l’abbattimento; dalle rovine, nel 1884, gli abitanti della frazione riedificano il nuovo tempio non più con l’antico titolo di sant’Antonio bensì con quello dell’apostolo Bartolomeo.
L’unico manufatto che si è conservato è costituito dall‘antica pala dell’altare attualmente ornante quello di sinistra dell’aula; restaurata nel 2012.
L’opera va assegnata ad un periodo a ridosso del 1641 e per evidenti motivazioni di ordine stilistico è stata inserita nel catalogo (F. Vizzutti, 1999, p. 200) di Francesco Frigimelica “il Vecchio” (Camposampiero, 1570 – Belluno, 1649).
La concezione e l’articolazione del testo iconografico, senza indugi, rinvia infatti alla più tipica produzione frigimelichiana per il rigoroso nitore figurativo e per l’impiego del tradizionale schema triangolare secondo il quale la Vergine occupa l’eminente posizione sommitale mentre sui lati si stagliano, a sinistra, sant’Antonio abate con il fuoco in mano e, a destra, san Giovanni Battista.
Il pittore anche in questo caso ci attrae con spunti di vivissima cordialità umana intrisi di sommessa poesia nell’autentico ritratto della mamma in primo piano, effigiata in affettuoso parallelismo con il figlioletto, che – tutto compreso nel suo ruolo – ripete il devoto atteggiamento della genitrice committente della tela.
Una conferma della cronologia del dipinto si deduce non solo dalla ricordata indicazione archivistica ma anche da puntuali considerazioni di storia del costume. Infatti il bambino, rivestito da una sorta di giustacuore attillato sopra la camicia dal collettino piatto, sembra indossare una particolare foggia di brache mutuate dalle “Braghesse alla Sivigliana”, così denominate a Venezia a motivo della loro presunta origine spagnola. Tale abbigliamento era in auge proprio nell’indicata cronologia, come peraltro dimostra tanta ritrattistica veneta.
L’arioso fondale paesaggistico, disinvoltamente tratteggiato in punta di pennello con felici esiti grafici, costituisce il consueto inserto frigimelichiano idoneo a catturare l’attenzione del visitatore proprio per la controllata modulazione delle tonalità fredde e la mirata visualizzazione dei dettagli architettonici. Lo squarcio nella profonda prospettiva centrale, sotto lo studiato effetto di una luce quasi livida, pare collocato in una dimensione atemporale e fantastica.
Testo in parte estratto da:
Mazza M. (a cura di), Tesori d’arte nelle chiese del Bellunese. Alpago e Ponte nelle Alpi, Provincia di Belluno, 2010



