GILDONE (CB). Chiesa parrocchiale di San Sabino, tela con s. Antonio abate, 1542

La chiesa è nata in epoca medioevale, ma deve il suo attuale aspetto a rifacimenti del 1690. Medioevale è il portale murato sul fronte laterale destro della chiesa, ad arco a tutto sesto poggiante su colonnine stilizzate. Con gli interventi successivi la fabbrica ha mutato orientamento ed è stata allungata.
Riaperta nel giugno 2023 dopo i restauri per i danni causati dal terremoto di qualche anno fa.

La chiesa, a pianta basilicale, è a tre navata con coro e priva di transetto. Il fronte principale ha un portale rettangolare settecentesco modanato sormontato da torre campanaria quadrangolare. Sul fronte laterale sinistro si apre un portale squadrato in pietra calcarea sormontato da lunetta, invece sul fronte destro è murato l’antico portale di epoca medioevale, con arco a tutto sesto poggiante su colonnine con capitelli corinzi. La struttura è in muratura portante, con facciata in pietra ed intonaco.

La chiesa ha sei altari: il Maggiore; S. Maria del Monte Carmelo; SS. Rosario; S. Maria di Costantinopoli; S. Maria dell’Annunciazione e S. Maria delle Grazie. L’interno contiene molte statue, il Coro in legno pregiato con la raffigurazione sul pannello centrale del simbolo della Trinità con al centro l’Occhio di Dio. Nella parte centrale la nicchia del Sacro Cuore. L’interno fu  decorato nel 1925 dall’artista Michele Di Tullio di Pescopennataro (IS).

La chiesa conserva una pala a olio su tavola, raffigurante “Madonna di Loreto tra Sant’Antonio abate e Sant’Antonio di Padova”, datata 1542, di autore ignoto.
Un tempo nella chiesa di sant’Antonio abate, vedi scheda , ora nel transetto della Parrocchiale.  Nella lunetta, sullo sfondo di un paesaggio, è raffigurato Cristo in croce tra la Madonna e San Giovanni Evangelista.
La parte centrale della pala mostra la Madonna di Loreto con il Bambino, incoronata da una coppia angelica e fiancheggiata dai Santi Antonio abate, a sinistra, e Antonio di Padova a destra. Nella predella sono raffigurati a mezzo busto, gli apostoli con al centro Cristo benedicente. La cornice presenta due colonne intagliate con girali di vite.
«La pala di Gildone rappresenta una delle opere più interessanti e meno studiate nel panorama cinquecentesco molisano. Citata già dal Masciotta come opera quattrocentesca di un pittore di scuola umbra, riferendone la data presente ad un trasporto o ad un restauro, la Mortari, nel suo testo sul Molise, ne sottolinea la maggiore disinvoltura del linguaggio nella lunetta rispetto alla pala (cfr. Mortari E., Molise. Appunti per una storia dell’Arte, Roma 1984, p. 111, fig. 159), mentre nello spazio dedicato al Molise in “La pittura in Italia” dell’Electa viene riportata come attardato prodotto locale (cfr. La pittura in Italia, t. II, 1988, p. 510). Uno studio più attento del testo pittorico e del suo contesto permette alcune precisazioni. Innanzitutto lo studio dei due stemmi ai lati della predella, rimandano alla famiglia Carafa, proprietaria di Gildone dalla seconda metà del XV a tutto il XVI secolo, ed in particolare a Porzia e Vincenzo Carafa, signori del paese proprio nell’anno riportato sulla cornice, il 1542. Se a questo si aggiunge la notizia riportata dalla storiografia locale, relativa alla provenienza della pala dal Convento degli Agostiniani, fondato a Gildone dal padre di Porzia, Girolamo Carafa, si affaccia come ipotesi quella di una committenza dell’opera per la chiesa del Convento da parte di Porzia e Vincenzo a gloria ed onore della famiglia Carafa. Dal punto di vista formale e stilistico la tavola respira, indubbiamente, aria centro-italiana, filone del resto ancora fortemente presente e attivo nell’ambito della cultura figurativa meridionale agli inizi del Cinquecento, grazie sia alla presenza di opere di esponenti di quel contesto (Perugino, Pinturicchio) sia per la discesa al sud di pittori di cultura pienamente umbro-romana. Esempio chiaro ed importante di questo innesto è la forte influenza che la presenza a Napoli di Cesare di Sesto ebbe sulla formazione di una figura chiave del Cinquecento napoletano come Andrea Sabatini, al cui ambito in qualche modo sembra ricollegarsi anche quest’opera. L’impostazione arcaica della tavola centrale, ribadita dall’andamento compositivo e formale dei discepoli nella predella, lascia il posto, però, nella Crocifissione della lunetta, ad un linguaggio maggiormente moderno ed intenso: la drammaticità della scena in primo piano si riflette nell’opprimente cielo plumbeo dello sfondo rigato dal rosso del tramonto, simbolo di passione e presagio di morte.»

Sant’Antonio abate  è raffigurato con la barba bianca; indossa saio bianco e mantello scuro; tiene nella mano destra un libro chiuso e nella sinistra un bastone. Il muso di un maiale  scuro spunta dietro il Santo, alla sua sinistra.

 

 

Link e parte del testo:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1400016693-2

Info sulla Chiesa:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/1400075048


Regione Molise