PRATO CARNICO (UD), fraz. Prato. Chiesa di San Canciano Martire, con immagine di sant’Antonio abate

Nella frazione di Prato del comune di Prato Carnico, in uno slargo adibito a parcheggio a sinistra della Statale, zona anticamente sede del cimitero e della parrocchiale, si nota un campanile isolato e molto pendente, con la base più bassa del livello della strada e privo del culmine. I locali lo chiamano “il tòr da Prât” ed è quel che rimane dell’originario complesso della parrocchiale di Prato.

La nuova parrocchiale, collocata più in alto, contiene numerose opere d’arte antiche provenienti da antiche chiese non più esistenti, tra le quali spicca il Flügelaltar di Michele Parth, uno dei capolavori della scultura lignea del Cinquecento in regione.

Nel 1316 viene citata nei documenti la presenza a Prato di una piccola chiesa dedicata a San Canciano martire, forse quella che si ergeva vicino al campanile pendente. Ricostruita nel 1430 circa la chiesa era di stile gotico con la volta dipinta. Nel 1633 il vicario abbaziale ordinò di ristrutturare la chiesa pena la sua interdizione. Il terremoto del luglio 1700, danneggiò irreparabilmente la chiesa.

Alcuni antichi disegni collocano a sinistra del campanile e dirimpetto alla vecchia parrocchiale un’altra piccola chiesa dedicata a San Sebastiano che si dice fosse completamente affrescata e ospitasse un grande altare gotico dedicato ai Santi Fabiano, Sebastiano e Rocco, in legno scolpito e dipinto. Questo altare, come altre opere salvate dalla rovina delle vecchie chiese venne spostato nella nuova parrocchiale, collocata più in alto a dominare il corso del fiume e l’antico campanile.

La chiesa fu interamente ricostruita nel 1710 ma già nel 1857 venne interdetta al culto per le sue precarie condizioni strutturali. L’attuale chiesa parrocchiale di San Canciano Martire, posta in alto rispetto alla strada statale, si presenta con l’aspetto datole dalla ricostruzione del 1857-60. Danneggiata dal terremoto del 1976 è stata restaurata adeguandola ai dettami del Concilio Vaticano II. Non è chiaro dalle fonti in quale occasione la sede della parrocchia venne spostata dal basso, vicino al campanile pendente, all’attuale collocazione.

L’edificio attuale costruito su un ripiano in parte ricavato dal pendio del colle è orientato verso Sud. Di notevoli proporzioni presenta una bianca facciata con modanature che segnano un ampio arco centrale. L’edificio si conclude a timpano con un oculo. Il portale in pietra modanata è decorato da un architrave sorretto da due mensole a voluta. La copertura è in legno ricoperta da coppi.

L’interno è ad aula unica con ampio presbiterio cui si accede mediante cinque gradini. Privo di decorazioni a fresco, come anticipato, contiene una serie notevole di altari e di dipinti. Colpisce particolarmente l’ampio spazio centrale nel quale si uniscono quattro corpi rettangolari: l’aula, le due ali e il profondo presbiterio tanto che l’insieme assume così un aspetto cruciforme.

La pavimentazione è in lastre di pietra rettangolari di misura variabile. Sull’aula si aprono quattro finestre, due all’interno dei bracci e due nel presbiterio. Sulle pareti laterali si aprono due porte. Il soffitto è voltato a vela.
L’opera d’arte più importante custodita nella chiesa è collocata sul lato destro della navata. Si tratta del grande magnifico Flügelaltar, o polittico a sportelli, proveniente dalla vecchia parrocchiale, realizzato da Michele Parth (o Michele da Brunico) (1488 c. – 1551), attivo a Brunico, a Bressanone (dove si stabilì nel 1529), nel Tirolo, in Cadore, nella Slovenia e nella nostra regione.

Nato intorno al 1488, di origine e formazione bavarese o salisburghese, questo intagliatore operò in Friuli per circa un trentennio, dal 1524 al 1551, dato che conferma il grande favore con cui vennero accolti i suoi Flügelaltär di sapore nordico. Il 20 dicembre 1534, venne stipulato il contratto fra l’artista e i decani del Canale di San Canciano (Val Pesarina) per la costruzione di un altare nella chiesa dei Santi Martiri aquileiesi Canzio, Canziano e Canzianilla a Prato. Il Parth fu un importante esponente di quello che è definito Donaustil ed ebbe notevole influenza nello sviluppo dell’arte lignea nella Carnia cinquecentesca.

Il flugelaltar, intagliato, dorato e dipinto, è privato del consueto coronamento, a guglie e arabeschi con statuette sospese frammezzo (Aufsatz o Gespreng), ma per il resto è bene conservato. Grazie alla sua collocazione è possibile vedere anche il retro dipinto dell’altare.

Nella parte superiore lo spazio dello scrigno è riempito completamente dalle tre statue a tutto tondo dei santi martiri aquileiesi, con espressioni incerte e svagate e caratteri di realismo un po’ provinciale. Sulle grandi ali a sportelli aperti sono visibili le figure scolpite in leggero rilievo dei Santi Pietro e Paolo, a sportelli chiusi quelle dipinte dei santi Giacomo e Bartolomeo. Sul retro dello scrigno sono dipinte le figure di Adamo ed Eva.

Nella parte inferiore nello scrigno, di minore dimensione, è scolpita a rilievo la natività e sugli sportelli aperti le figure in rilievo dei santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. A sportelli chiusi si vedono al centro le figure a rilievo dell’Annunciazione e ai lati, in due nicchie, due statuine dei santi Rocco e Maurizio che restano coperte quando gli sportellini sono aperti. Sul retro della parte inferiore dell’altare è dipinta la Veronica tra i Sant’Antonio abate e un altro Santo.

Questo lavoro venne pagato dai decani di Prato nel 1534 oltre duecento ducati, una somma notevole che conferma il valore attribuito dai contemporanei alle opere di questo artista, eseguite con mano abile e sicura, riccamente intagliate e dipinte con colori vivaci.

I Flügelaltar, rispetto ai polittici prodotti dagli artisti friulani, contenevano ottimi lavori intagliati con la tecnica del bassorilievo che consentivano di mostrare gli episodi sacri in scene unitarie, di far assumere alle figure vivaci posture, di inserire piccole figure di contorno, con un’ampia gamma di chiaroscuri che accentuava il senso della profondità spaziale. Tutte queste particolarità spiegano le ragioni della perdurante fortuna di questa tipologia di altare, della quale quello di Prato è uno dei più begli esemplari ancora presenti in Friuli.

L’altare maggiore barocco in marmo, fu acquistato nel 1790 dalla parrocchia di Ampezzo. Le due statue lignee dei santi Canzio e Canziano che affiancano il tabernacolo, dipinte in bianco ad imitazione del marmo, vennero donate da una devota nel 1836.

Addossato alla parete alla destra dell’arco trionfale si vede un piccolo altarolo la cui struttura architettonica di tipo rinascimentale, con larga trabeazione e pilastrini con capitello, e con una decorazione minutissima e gradevole hanno portato all’attribuzione a Pietro Floreani o ad Antonio Tironi. Oggi è attribuito a Simone di Paolo, artista poco noto annoverato tra gli aiuti del più famoso Giovanni Martini, che lo eseguì tra il 1528 e il 1538. Documentata è la sua realizzazione dell’altare della parrocchiale di Mione mentre, come questa, anche altre opere un tempo attribuite ad altri gli vengono assegnate per confronto stilistico.

L’altare proviene dalla demolita chiesa di San Sebastiano che sorgeva accanto al campanile dirimpetto alla vecchia parrocchiale e venne portato qui nel 1860. Oggi appoggiato su una semplice mensa, è diviso su due ripiani. Al di sopra una Madonna con Bambino a tutto tondo, che sostituisce una più antica scomparsa, è separata da colonnine decorate dalle figure dell’Angelo Annunziante e della Vergine. Queste sono dipinte all’interno delle volute che raccordano questo ripiano al sottostante. Al di sotto in tre nicchie sono inserite le figure dei santi Sebastiano (a sinistra) Fabiano (per alcuni San Gregorio Magno, al centro) e Rocco (a destra)

Sembra che in origine le statue fossero collocate diversamente: la statua di San Rocco era posta nella nicchia della cimasa, mentre, nelle tre nicchie della parte inferiore, al centro era posta una statua della Madonna (ora scomparsa), fra i santi Fabiano e Sebastiano.

L’altare dedicato alla Madonna del Rosario, datato 1730-40 e collocato sul lato sinistro dell’aula, è stato attribuito ad Eugenio Manzani sulla base di considerazioni stilistiche. Si tratta di uno dei più begli altari di questo artista di Pieve di Cadore.
Si presenta con una struttura architettonica alquanto semplice resa “importante” da quattro colonne tortili che sostengono un timpano spezzato, ai lati delle colonne fastigi con volute di foglie reggono due putti. Il timpano contiene nella parte centrale, in bassorilievo, una incoronazione della Vergine e a coronamento tre piccoli putti e due angeli semisdraiati.

La statua della Madonna con Bambino, che ha preso il posto di una pala è di Luigi Piccini o Pizzini della fine del XIX secolo. I dieci riquadri con dipinti i Misteri gaudiosi e dolorosi che affiancano ai lati l’altare sono opera di Pietro Girardi, trentino abitante a Tolmezzo, di cui si vedono firma e data, 1642, su una delle tele.
Una tela dell’ambito del pittore friulano Giovanni Antonio Agostini (documentato tra il 1570 e il 1631) presenta la figura del Cristo con il sangue che riempie una coppa. Datata agli anni novanta del Cinquecento l’opera è ispirata al quadro il Sangue del Redentore di Giovanni Battista Cima da Conegliano (1459/60 – 1517/8) che, all’epoca, divenne un vero e proprio modello iconografico.
Nella chiesa è presente un fonte battesimale realizzato da un ignoto lapicida friulano del XVI secolo, con una copertura in rame sbalzato.
Per quanto riguarda le altre opere si segnala in particolare la Pala raffigurante Il Profeta Daniele opera di Gian Antonio Agostini, pittore e intagliatore carnico (1550-1535) proveniente dall’antica parrocchiale. Al pittore carnico ottocentesco Antonio Taddio appartiene la pala con le Sante Lucia, Caterina e Apollonia mentre la Fuga in Egitto è di ignoto pittore friulano del XVIII secolo. I quattordici dipinti della via Crucis sono di un ignoto pittore friulano del XIX secolo. Le due acquasantiere in marmo scolpito e due confessionali risalgono al XVIII secolo.

Fonti:
– Bergamini Giuseppe. La scultura lignea nel Rinascimento in Pastres Paolo (a cura di) Arte in Friuli dal Quattrocento al Settecento. Società Filologica Friulana, Udine 2008
– Fantin Enrico. Le opere d’arte nelle chiese in Fantin Enrico, Tirelli Roberto Una vallata da conoscere: la Val Pesarina Edizione La Bassa 2000
– Giusa Antonio e Villotta Michela. Prato Carnico Inventario dei Beni Culturali Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia Centro Regionale di Catalogazione e Restauro dei beni culturali 1994
– Marchetti Giuseppe. Michele da Brunico In: Sot la nape, a. 7, n. 4 (luglio-agosto 1955)
– Marchetti Giuseppe. Intagli tedeschi in Carnia in: Ce fastu?, a. 18(1942)
– Marchetti Giuseppe e Nicoletti Guido. La scultura lignea nel Friuli. Silvana Editoriale d’Arte Milano. 1956
– Perusini Giuseppina. Eugenio Manzani: un intagliatore cadorino attivo in Friuli nel Settecento in La scultura lignea in Friuli – Atti del Simposio Internazionale di Studi, Udine 1983
– Rizzi Aldo. Mostra della scultura lignea in Friuli: Villa Manin di Passariano (Udine), 18 giugno-31 ottobre 1983 Udine: Istituto per l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, stampa 1983
– Tirelli Roberto. D’antico e di nuovo nel Canale di San Canciano in Fantin Enrico, Tirelli Roberto Una vallata da conoscere: la Val Pesarina Edizione La Bassa 2000 (Pag. 22)
– Villotta Michela. L’altaristica lignea nel canale di San Canciano. Viaggio alla ricerca delle tracce lasciate da intagliatori e indoratori fra ‘500 e ‘700 in Giusa Antonio e Villotta Michela Prato Carnico. Itinerari e ricerche [Villa Manin, Passariano]: Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, 1994

Siti internet:
Chiese Italiane https://chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/schedaca.jsp?sercd=68686
Val Pesarina https://valpesarina.it/conosci-e-scopri/arte-e-cultura/chiese-e-arte-sacra/chiesa-di-san-canciano-martire/

Info:
Frazione Prato, 33020 Prato Carnico UD
La chiesa è visitabile in occasione delle celebrazioni.

Data ultima verifica: maggio 2023

Autore: Marina Celegon

Galleria immagini: Marina Celegon.


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