FERLA (SI). Chiesa di Sant’Antonio abate

Via Vittorio Emanuele, 79
https://goo.gl/maps/PDceoFsxYvJqtkgt7

 

Il tempio primitivo era ubicato nella parte bassa dell’abitato, eretto di fronte alla chiesa del Carmine, il terremoto del Val di Noto del 1693 lo distrusse interamente, assieme al nucleo urbano medievale.
La ricostruzione avvenne nell’attuale sito, nel cuore del nuovo centro abitato, a nord del vecchio, nel settore sud – ovest dei quattro canti (l’impianto urbanistico a forma di croce della ricostruzione settecentesca).
La chiesa fu progettata dal frate-ingegnere Michele La Ferla, esponente della scuola di Rosario Gagliardi, con elementi architettonici innovativi, facciata e impianto caratterizzati dal nascente e diffuso stile barocco ibleo con vaghi accenni decorativi d’impronta rococò. La costruzione si protrasse per oltre mezzo secolo.
Sant’Antonio ha una bella facciata barocca costituita da tre corpi concavi, di cui i due laterali sormontati da torri campanarie (quella di sinistra è crollata durante il terremoto del 1908, quello di destra presenta monofore sui lati, è completata da una cupoletta a bulbo squadrato con cuspide e vertici smussati.
La ripartizione dei primi due ordini è effettuata per mezzo di colonne ioniche con capitelli corinzi, collocate su massicci plinti; nella partizione centrale il movimento e la prospettiva concava sono accentuati da coppie di colonne disposte ad emiciclo, peculiarità quest’ultima che caratterizza sia il vano del portale, sia l’area della grande nicchia a livello intermedio.
Il portale, unico varco d’accesso del prospetto, è inserito nella concavità centrale fra la coppia interna di colonne, presenta un ornamento superiore a cortina sovrastato da timpano ad arco. Tanto i vani in prospetto, quanto le porzioni di catino esterne, ospitano nicchie contenute in ricche cornici adorne di volute, conchiglie nella calotta, sormontate da timpano ad arco spezzato e coppia di putti sulla stele intermedia. Un variegato cornicione marcapiano dalla articolata modanatura, decorato nella trabeazione da rilievi raffiguranti motivi geometrici, fitomorfi e antropomorfi, separa i primi due ordini.
Al centro la grande nicchia con cornice, sulla superficie interna presenta riquadri e spicchi, in alto è sormontata da timpano ad arco spezzato. Chiude la prospettiva un grande timpano concavo sovrapposto e spezzato sovrastato da due imponenti pinnacoli a coppa o vasi fiammati acroteriali. Sulla sommità un grande pinnacolo piramidale recante decorazioni con volute, al vertice una grande croce apicale con raggiera in ferro battuto. Ai lati due grandi volute a ricciolo con festoni.
Il portone ligneo presenta riquadri con simboli riferiti a sant’Antonio e all’Ordine antoniano.

 

L‘interno presenta un impianto a croce greca di 33 metri per asse, con cappelle radiali – tre sui bracci, quattro sfalsate alle precedenti e disposte sulle bisettrici. Altre due cappelle con altrettanti altari, e due Oratori completano gli ambienti interni.
La crociera è sormontata da una cupola ottagonale decorata internamente con la raffigurazione del Trionfo di Sant’Antonio nei quattro continenti della Terra, apparato pittorico costituito da un sontuoso affresco realizzato da Giuseppe Crestadoro (Palermo, 1711 – Messina, 1808), ripartito in quattro spicchi incorniciati da fregi e stucchi policromi attribuiti ad artista orbitante nella scuola del Serpotta, ornamenti plastici raffiguranti come soggetti principali i Quattro Evangelisti.

Gli ambienti dell’aula presentano: un notevole apparato decorativo in stucco; un ricco ciclo pittorico costituito da affreschi e dipinti e un esemplare ciclo statuario in stucco formato da 14 sculture raffiguranti allegorie delle virtù cardinali, morali e teologali, accompagnato da preziose statue lignee.

Braccio destro: Cappella della Madonna degli Agonizzanti con l’omonima pala d’altare
Braccio sinistro: Cappella di Santa Maria Assunta, con la statua lignea della Madonna.
L’arco trionfale è sovrastato dalla composizione barocca costituita da angeli e putti che reggono un grande cartiglio: “FECITO TIBI NOMEN: GRANDE, IVXSTA NOMENMAGNORVM, QVI SVNT IN TERRA (XI Reg., Cap. XII, Num IX)”.
L’altare maggiore in marmo policromi è formato da colonne sormontate da timpano ad arco spezzato, in corrispondenza della calotta absidale è realizzata una raggiera intermedia con colomba, allegoria dello Spirito Santo, angeli sulle cimase, al centro un putto con cartiglio.

Due statue delimitano l’altare maggiore, la cui pala del 1777 è un olio su tela di 315 x 160 cm che raffigura Sant’Antonio e la disputa con gli ariani o Predica di Sant’Antonio, dipinto di Giuseppe Crestadoro.

Nella nicchia retrostante è custodita la statua lignea di Sant’Antonio abate, opera del 1741, ricoperta di foglia d’oro.

 

Cappella radiale destra intitolata a San Michele Arcangelo.
Cappella radiale sinistra intitolata al Santissimo Crocifisso.
Ambienti prossimi all’ingresso sono la Cappella radiale destra o della Resurrezione e la Cappella della Vergine.
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Il 17 gennaio si tiene la tradizionale benedizione degli animali.

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Antonio_Abate_(Ferla)

http://abbantonio.blogspot.com/2018/07/ferla-sr-chiesa-s-antonio-abate.html

https://www.qrtour.it/ferla3/

USA – NEW YORK. The Morgan Library & Museum, miniatura con sant’Antonio abate dal “Libro d’ore” di Caterina di Cleves, circa 1440

Il Libro d’Ore di Caterina di Cleves (1417–1476) è un manoscritto fatto miniare per conto di suo marito Arnold van Egmont o di suo padre Adolf IV di Cleves-Mark e realizzato intorno al 1440 da un artista olandese a Utrecht, fino ad ora non identificato, noto come il “Maestro di Caterina di Cleves” (attivo intorno al 1435–60), che prende il nome da questo libro.

Il manoscritto originale era diviso in due libri, ognuno dei quali ha assunto una vita propria. Attualmente è in due volumi presso la Morgan Library and Museum di New York con i numeri di inventario M. 917 e M. 945. Quest’ultimo è anche noto come Guennol Hours o anche Ore di Arenberg. L’opera fu probabilmente divisa in due parti da un mercante nel XIX secolo e vendute separatamente. La Morgan Library è stata in grado di acquisire entrambi i volumi da collezioni private nel 1963 e 1970. Diverse miniature, forse undici, sono andate perdute e si sospetta fossero state tagliate per venderle indipendentemente.

Si tratta di un libro contenente una serie insolitamente ricca di preghiere illustrate con 157 miniature particolarmente elaborate. L’acuto senso di osservazione dell’artista combinato con un interesse per gli oggetti di uso quotidiano era uno stile molto avanzato per il suo tempo; tutte le miniature sono piene di dettagli sorprendenti.

Miniatura con sant’Antonio abate

MS M.917/945, p. 249
I fogli misurano 192 x 130 mm.
Il Santo legge da un libro aperto mentre si appoggia a un bastone con una campanella appesa. Altre campanelle sono al collo del maiale e nel campanile dell’edificio rosa alla sua destra. Quell’edificio e il recinto circondati da un recinto intrecciato potrebbero alludere ai vent’anni trascorsi dal santo in eremitaggio.
L’artista mostra il suo virtuosismo catturando minuziosamente gli effetti atmosferici della foschia vorticosa che oscura il castello sullo sfondo.

 

Link:
https://italiawiki.com/pages/manoscritto-olandese/libro-d-ore-di-katharina-van-kleef.html

https://wblog.wiki/it/Hours_of_Catherine_of_Cleves

https://www.themorgan.org/collection/Hours-of-Catherine-of-Cleves

Rilevatore: AC

CAGLIARI. Chiesa di Sant’Antonio abate

Via G. Manno. 54
https://goo.gl/maps/MsH5wZyrx2o6cLna9

 

L’importanza di questa chiesa è documentata già dal XIV secolo quando l’attuale via Manno era chiamata “Carrer de San Anton”.
L’attuale edificio è del XVIII secolo e sorge sulle vestigia della cappella dell’antico ospedale di Sant’Antonio, che comprendeva anche gli edifici conventuali, risalente al XIII e XIV secolo. L’ospedale era gestito originariamente dai canonici Ospitalieri di Sant’Antonio di Vienne.(1)

Nel 1638 l’amministrazione del convento, dell’ospedale e della chiesa passarono all’ ordine degli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, i quali cominciarono a ristrutturare l’intero complesso. Proprio agli Ospedalieri si deve l’edificazione della nuova chiesa, consacrata nel 1723 dal vescovo Sellent, come risulta da una piccola lapide posta nell’atrio.
Nel 1850 gli Spedalieri si trasferirono nella nuova sede dell’ospedale, progettata da Gaetano Cima. In seguito a questo evento, l’antico ospedale e l’adiacente convento divennero proprietà di privati, mentre la chiesa di Sant’Antonio fu ceduta alla Confraternita della Madonna d’Itria.

La facciata presenta delle linee del barocco tardo, impreziosite dalla presenza del grande portale ad andamento mistilineo con ricca cornice modanata, che reca lo stemma degli Spedalieri di san Giovanni di Dio o Fatebenefratelli (la melagrana sovrastata dalla croce e dalla stella).

Sopra il portale una nicchia valviforme ospita la statua tardo cinquecentesca del Santo titolare, attribuita allo scultore Scipione Aprile, con un bastone dritto e campanello nella mano destra; la sinistra, assai danneggiata, probabilmente reggeva il fuoco e/o un libro. Un porcellino, purtroppo molto corroso, è ai suoi piedi.

 

L’interno ha pianta ottagonale e sei cappelle laterali con volta a botte; la decorazione è in stile tardo barocco, con intonaci di colore verde sui quali spiccano stucchi dorati dei capitelli corinzi delle paraste laterali; nel presbiterio quadrangolare è presente un altare in marmi policromi, anch’esso decorato con stucchi dorati. Sia questo, sia gli altari delle cappelle sono opera (seconda metà XIX secolo) dello scultore Giovanbattista Troiani (1844 – 1927), mentre i pregevoli dipinti sono da attribuire a Giovanni Altomonte e Ursino Buoncora.
Sul tamburo della cupola, scandito da arcate a tutto sesto, si aprono i finestroni rettangolari che danno luce all’interno. La decorazione attuale della cupola è opera del pittore Guglielmo Bilancioni (1886), sostituisce una ricca decorazione ad affresco con episodi, distrutti dall’umidità e asportati nel 1914, della vita di Sant’Antonio e con l’immagine della Madonna d’Itria.

Lungo il portico di sant’Antonio, che raccorda la chiesa all’antico ospedale – oggi in parte occupato dall’ostello della gioventù – è possibile scorgere resti di aperture tamponate, oltre a una serie di stemmi medioevali incastonati nella parete.
Il portico era parte integrante dell’ospedale stesso e risale anch’esso al XIV secolo, come dimostrano alcuni stemmi aragonesi visibili all’altezza dell’arco di accesso.

 

Festa del Santo. Il 17 gennaio si svolge la tradizionale benedizione degli animali domestici nella vicina piazza San Sepolcro.

 

NOTA 1.  “Il Martini ci dice che la presenza dei canonici è testimoniata da un documento risalente al 17 aprile 1443 e custodito presso il Regio Archivio, oggi Archivio di Stato di Cagliari”, da M. Rapetti, Nuovi documenti sulla presenza dell’ordine di S. Antonio di Vienne nel Mediterraneo Medioevale, vai a pdf

Link:
https://meandsardinia.it/la-chiesa-di-santantonio-abate-un-piccolo-gioiello-darte-sacra-nel-cuore-dello-shopping-cagliaritano/

Rilevatore: AC

SASSARI. Chiesa conventuale di Sant’Antonio abate

Via Aurelio Saffi
https://goo.gl/maps/hrrNy1KNF2pFSnUa9

 

La chiesa chiamata S. Antonio di lu fogu e più anticamente S. Antonio de las Gracias, sorge fuori dalle antiche mura cittadine, in prossimità dell’omonima porta demolita nel 1866.
Come reca l’iscrizione nell’architrave del portale, fu costruita tra il 1700 e il 1707 per iniziativa di Giorgio Sotgia Serra, vescovo di Bosa e generale dell’Ordine dei Serviti, che fece demolire l’antica chiesa dalla forme gotico-catalane, attestata già nel XV secolo.
Nella antica chiesa officiavano i frati di S. Antonio che in un ospedale annesso curavano i malati affetti dal cosiddetto “ignis sacer”. Di questa chiesa si sa soltanto che nel 1614 venne istituita in essa la “Confraternita dei Servi di Maria”.

Nel 1947 l’attuale chiesa di S. Antonio fu affidata dal Fondo per il Culto ai frati minori Francescani, che già nel 1936 avevano acquistato dal Demanio il tratto dall’ex Convento (una volta dell’Ordine dei Servi di Maria) e tutto l’orto retrostante.
Nel 1944 furono eseguiti dei lavori di restauro alla copertura. Nel 1951 furono ultimati dei lavori di restauro alla facciata. Negli anni 1953-54 la chiesa rimase chiusa al culto per circa un anno per lavori atti all’eliminazione dell’umidità in diverse parti del monumento e per il rifacimento totale della pavimentazione. Nel corso di tali lavori, eseguiti su progettazione e Direzione dei Lavori del Genio Civile per conto del Ministero dell’Interno, è stato rinvenuto un vano ipogeo a copertura ogivale sottostante il presbiterio.
Nel 1997 è stata costruita una Casa famiglia per i malati terminali di AIDS che ingloba gran parte del Convento e la cosiddetta Casa Masala.

 

La facciata della chiesa odierna, improntata a un rigido classicismo, ingloba elementi barocchi nel portale ed è caratterizzato da conci a vista, ripartito in due ordini. La parte inferiore è scandita da lesene con al centro il portale riccamente decorato, affiancato da colonne tòrtili e sormontato dal timpano che ospita lo stemma del vescovo Serra. Il secondo ordine è segnato da una trabeazione, ripartito in lesene, con al centro una finestra ad edicola sormonta da un timpano triangolare; due ali inflesse lo chiudono ai lati, mentre un ampio frontone curvilineo ne delimita la sommità.

L‘interno della chiesa è a navata unica voltata a botte come la copertura delle sei cappelle, tre per lato; è divisa in tre campate rettangolari, mentre è quadrata quella all’incrocio col transetto che, a sua volta, ingloba le due cappelle tardogotiche con volta a crociera; sul presbiterio quadrangolare, voltato botte, si aprono due ambienti adibiti a coro; pregevole è l’altare di legno coevo alla chiesa che occupa la parete di fondo dell’aula.

Nella cappella dell’Addolorata, mentre si restaurava l’altare ligneo nel 2020, è casualmente caduto un pezzo di intonaco e si sono visti affreschi, probabilmente dell’epoca di edificazione della Chiesa, che raffigurano un‘Annunciazione e forse la nascita della Vergine.
Nella sagrestia sono custoditi il Santo diacono, attribuito al pittore Giovanni Muru (prima metà del XVI secolo) o al Maestro di Castelsardo, e l’Addolorata del cagliaritano Giovanni Marghinotti (1798 – 1865) .

 

Capolavoro dell’apparato decorativo interno è il retablo dell’altare maggiore, in legno intarsiato, scolpito e dorato e dipinto, opera del genovese Bartolomeo Augusto (notizie sec. XVIII), che lavorò con gli scultori sassaresi Giovanni Antonio Contena (notizie sec. XVIII), Juan Domingo Mariotu(notizie prima metà sec. XVIII). Datato al 1725-29.
Sarebbe stato commissionato da Pedro Jacques, figlio del viceconsole francese in città o, come ipotizza Maria Grazia Scano Naitza, dallo stesso Sotgia Serra, il cui stemma sovrasta l’altare.
Il retablo, diviso in due ordini movimentati da colonne corinzie scanalate e rudentate e decorato con ricche dorature su fondo azzurro, ospita nel primo il simulacro ligneo della Vergine col Bambino e lateralmente due grandi tele raffiguranti l’apparizione di Cristo a San Pellegrino Graziosi e la Vergine con i sette fondatori dell’Ordine dei Serviti; nel secondo ordine, quello superiore, sono tre dipinti:  i due laterali con San Filippo Benizi e un Santo servita;  il centrale centinato, raffigura Sant’Antonio abate con il bastone nella destra e nella mano sinistra un libro chiuso.
Sul ricco fastigio, ornato con una tela rappresentante la Deposizione, è un cartiglio coronato con lo stemma di mons. Sotgia Serra.

 

 

 

 

 

Link:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/2000014659

https://www.beni-culturali.eu/opere_d_arte/scheda/–augusto-bartolomeo-notizie-sec-xviii-contena-giovanni-antonio-notizie-sec-xviii-mariotu-juan-domingo-notizie-prima-meta-sec-xviii-20-00146335/346088

OSSI / FLORINAS (SS). Chiesa campestre romanica di Sant’Antonio abate

Sorge a circa 5 km a sud dell’abitato di Ossi e a circa 10 km da Florinas; lungo la strada che collega i due paesi, all’incrocio della diramazione che conduce a Banari.  Anche se sita nel territorio di Ossi, appartiene alla comunità ecclesiastica di Florinas.
https://goo.gl/maps/j6PayjprQSDiqy8m7

 

La chiesa apparteneva all’antico insediamento di Briave, o Briai, e sino al XIX secolo era conosciuta come Sant’Antonio “de su crastu ruttu” (del masso caduto) e in origine dipendeva dalla diocesi di Ploaghe.
E’ probabile che furono proprio gli abitanti del villaggio – trasferitisi presso gli Ossesi – a coinvolgere questi ultimi nella festa annuale di Sant’Antonio, da sempre attestata ad Ossi. E’ interessante notare, a questo proposito, che già dalla prima metà del ‘500 è documentato nella chiesa parrocchiale di Ossi un altare dedicato a Sant’Antonio abate, eretto quando Briave si era da poco spopolato. Furono forse i suoi vecchi abitanti a volerlo? Non ci sono certezze, ma la presenza di questo altare testimonia la grande venerazione che il popolo di Ossi e dintorni ha sempre avuto per il santo egiziano.
La chiesa sino al XVI secolo era gestita in accordo da ossesi e ploaghesi ed è documentata in mano ad Ossi, ancora alla fine del XVII secolo, mentre nel secolo seguente passò sotto la giurisdizione di Florinas, pur continuando ad essere utilizzata dai vicini lavoratori delle campagne di Ossi come luogo di sepoltura

La chiesa, in puro stile romanico con chiari influssi toscani, fu probabilmente realizzata tra la seconda metà del secolo XI e l’inizio del XII.

La chiesa è absidata, leggermente tozza vista dal prospetto frontale, decorata ad archetti ciechi monolitici. Sulla sommità si erge una croce monolitica di grossolana fattura.
Sul prospetto meridionale si aprono due porte (di cui una ora murata) di piccole dimensioni e dal tipico disegno romanico.

L’interno è voltato a botte, soluzione che nel XVII – XVIII secolo fu spesso adottata in sostituzione delle vecchie coperture lignee a capriata. All’interno custodisce una bella acquasantiera in pietra lavorata, forse risalente al primo impianto dell’edificio.

 

Conserva anche una statua lignea alta 60 cm, settecentesca, che raffigura il Santo vestito con mozzetta nera dalla quale si intravede un rocchetto bianco abbellito da fiorellini rossi; si appoggia su un bastone a tau e reca nella mano sinistra un libro sul quale arde una fiamma. Ai suoi piedi un maiale. Gli occhi sono in pasta vitrea. Nei lineamenti del volto allungato e scavato e nella perizia con la quale sono scolpiti i capelli e la barba, l’opera risente del gusto spagnolo.

Link:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/2000026016

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La festa di S. Antonio. Il 16 gennaio al termine della celebrazione del vespro, viene acceso il falò ed il giorno seguente, dopo la messa solenne di metà mattina, i convenuti sono invitati al banchetto comunitario.
La statua viene portata in processione durante la festa del 17 gennaio, unico giorno in cui nella chiesetta rurale di S. Antonio vengono celebrate le funzioni religiose.


Info e immagini:

https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/2000244543

https://villaggiscomparsi.weebly.com/briave.html