SESTO AL REGHENA (Pn). Abbazia di S. Maria in Sylvis, Refettorio, olio su tela raff. la Madonna del Carmine ed i Ss. Antonio Abate, Antonio da Padova e Floriano


L’Abbazia di Santa Maria in Sylvis, nobile e potente monastero benedettino, venne fondata nella prima metà del sec. VIII; nel 762 ricevette una donazione dai duchi longobardi Erfone e Marco, alla quale seguirono molte altre.
Dopo l’invasione degli Ungheri subita nell’899, durante la quale venne danneggiata, risorse e si fortificò.
Fra il sec. IX e il XII l’abbazia accrebbe la sua potenza anche sul piano civile, venendo ad assumere un ruolo importante nella villa politica della regione.
Nel 1420 fu presa da Venezia e nel 1441 divenne Commenda (fu anche dei Grimani) perdendo importanza sul piano religioso; vi si succedettero agostiniani, domenicani, francescani e vallombrosani.
Nel 1768 l’abbazia venne affidata al clero secolare e nel 1790, soppressa la Commenda, fu messa all’incanto.
Nel 1818 passò alla diocesi di Concordia e nel 1921 divenne nuovamente abbazia.


Nel refettorio o sala delle udienze, si trovava un olio su tela
raffigurante la Madonna del Carmine in gloria con il Bambino in braccio ed i Ss. Antonio Abate, Antonio di Padova e Floriano (olio su tela,  219 x 107 cm).
La tela non si trova più in loco in quanto risulta trafugata insieme ad altre opere.
Rappresentava la Vergine col Bambino in braccio assisa tra le nubi tra il volteggiare di angeli, porge assieme al Figlio il sacro talismano.
In terra si dispongono i due Antoni comunemente associati nel ruolo (del santo di Padova esiste tra l’altro un oratorio in onore in località Banduzzo) e san Floriano protettore del bestiame e del pericolo degli incendi.
Del tutto simili i caratteri stilistici alla tela contrassegnata con il n. 8 e con quella pertanto riferibile a Biagio Cestari come anche suffraga un dipinto della parrocchiale di Bertiolo.
Forma continuata e dimensioni analoghe alla pala dei Ss. Rocco e Sebastiano rendono il dipinto parte del medesimo contesto. Datato 1766 e sostituito di altro in onore del Carmine (il titolo compare già nel 1658) forse rispondente alla “tavola con i Ss Antonio di Padova, Antonio Abate e la B.V. in gloria dipinta nel 1721 da Gregorio Lazzarini “per la chiesa della villa di Sesto”.

 

Notizie tratte da:
Gian Carlo Menis e Enrica Cozzi ( a cura di), L’Abbazia di Santa Maria di Sesto. L’arte medievale e moderna, Edizioni GEAPprint, Pordenone 2001

Paolo Goi, Pittura e arredo liturgico nella storia dell’abbazia in età moderna e contemporanea, [S. l.] : GEAPprint, 2001

 

Info: Infopoint in Piazza Castello, 5 – 33079 Sesto al Reghena – tel. 0434 6999701 – infopoint.sesto@tin.it

Link: www.comune.sesto-al-reghena.pn.itwww.borghibellifvg.it

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 12/05/2018

SESTO AL REGHENA (Pn). Abbazia di S. Maria in Sylvis, saletta-museo, affresco raff. s. Antonio Abate

L’Abbazia di Santa Maria in Sylvis, nobile e potente monastero benedettino, venne fondata nella prima metà del sec. VIII; nel 762 ricevette una donazione dai duchi longobardi Erfone e Marco, alla quale seguirono molte altre.
Dopo l’invasione degli Ungheri subita nell’899, durante la quale venne danneggiata, risorse e si fortificò.
Fra il sec. IX e il XII l’abbazia accrebbe la sua potenza anche sul piano civile, venendo ad assumere un ruolo importante nella villa politica della regione.
Nel 1420 fu presa da Venezia e nel 1441 divenne Commenda (fu anche dei Grimani) perdendo importanza sul piano religioso; vi si succedettero agostiniani, domenicani, francescani e vallombrosani.
Nel 1768 l’abbazia venne affidata al clero secolare e nel 1790, soppressa la Commenda, fu messa all’incanto.
Nel 1818 passò alla diocesi di Concordia e nel 1921 divenne nuovamente abbazia.

 

L‘affresco raffigurante Sant’Antonio Abate (87 x 71 cm),  opera di pittore friulano, è esposto nella saletta – museo, all’ingresso dell’abbazia.
Il Santo abate, in saio monacale e con i comuni attributi di bastone, campanello e suino, è campito a tutta figura su di un cielo azzurro ed un basso pianoro verde contrassegnato dalla sagoma del cenobio sestense, dettaglio che garantisce l’appartenenza del dipinto al complesso abbaziale ed anzi alla ex (=vecchia) sacrestia dove l’affresco apparve in seguito alla stonacatura delle pareti nel 1959-1960 come precisato da Gerometta.
In calce l’iscrizione “ANDREA SPAGNOL FECE DIPINGIER QUESTO S. ANTO(NIO)”.
L’indirizzo rinascimentale avvertibile nella solidità di impianto dell’immagine e nell’equilibrio compositivo, è compromesso da sciatterie e dalla piatta stesura del colore.
Affresco pertanto dei primi anni del ‘600 condotto da parte di maestranza locale esercitatasi su testi di maggior levatura.

Comune la devozione al patrono degli animali documentata anche da un affresco del sec. XVI in località Marignana

 

 

Informazioni tratte da:
Gian Carlo Menis e Enrica Cozzi ( a cura di), L’Abbazia di Santa Maria di Sesto. L’arte medievale e moderna, Edizioni GEAPprint, Pordenone 2001

Paolo Goi, Pittura e arredo liturgico nella storia dell’abbazia in età moderna e contemporanea, [S. l.] : GEAPprint, 2001

 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 26/03/2013

LESTIZZA (Ud), fraz. di Sclaunicco, Chiesa di San Michele Arcangelo, statua di sant’Antonio abate

Chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo
Via San Giovanni Bosco, n. 9  – 33050 Sclaunicco di Lestizza
Telefono: +39-(0432)-764044

Statua di Sant’Antonio Abate, inizio sec. XVI, attribuita a Giovanni Antonio Pilacorte.

 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 23/03/2013

 

AOSTA. Collegiata dei Santi Pietro e Orso, affresco con sant’Antonio abate

 

Piazzetta Sant’Orso – 11100 AOSTA (AO) – Telefono: 0165/262026 – Chiesa Parrocchiale Aosta


Le vicende costruttive sono analoghe a quelle della Cattedrale. Su una chiesa tipica dell’architettura altomedievale, a pianta quadrata ed a navata unica molto alta, si innestò al tempo del vescovo Anselmo (904-1026), l’intervento che le diede un assetto a tre navate con cripta, absidi semicircolari e copertura a capriate.
Sul finire del sec. XV, al tempo d’oro del priorato di Giorgio di Challant, furono costruite ed affrescate le nuove volte a crociera, fu voltato il chiostro e risistemato il priorato. In essa si evince l’architettura tardogotica, evidenziata dalle scelte estetiche di Giorgio di Challant, a cominciare dalle volte a crociera visibili sulla navata centrale e sul coro.

I cinque archi che segnano le campate della volta presentano i sottarchi affrescati, opera dall’atelier guidato sin dal 1499 dal Maestro Colin. Sui quattro sottarchi si possono notare in posizione contrapposta tra loro i busti di tre apostoli e di tre di profeti, sul quinto vi sono tre santi (Lorenzo, Giorgio e Maurizio) contrapposti a tre sante (Lucia, Barbara e Agnese). Le figure hanno vistosi cartigli.
Gli affreschi dell’altare di San Sebastiano posto al termine della navata destra all’esterno del coro, sono opera dello stesso atelier (restaurati nel 2009). Nella cappella che ospita l’affresco si può osservare, in alto nella lunetta, la Madonna in trono con Bambino e i santi Michele e Antonio abate; la parte inferiore è interamente dedicato al Martirio di San Sebastiano e sui due pilastri sono raffigurati un Santo Vescovo e San Rocco.

 

Note storiche:
Grazie allo scavo archeologico (tra il 1976 e il 1999),  si sono potute ripercorrere le vicende costruttive dell‘edificio. Nell’area, che in antichità faceva parte di una necropoli extraurbana, agli inizi del V secolo, sorse un complesso paleocristiano che comprendeva la chiesa cruciforme di S. Lorenzo. Al centro della navata sud si è rinvenuto il basamento di un edificio funerario databile tra IV e V sec. d.C.; la chiesa primitiva, sorta a nord di questo mausoleo, era costituita da una semplice aula absidata circondata da un porticato destinato a sepolture privilegiate.
Nel IX secolo, la chiesa fu completamente ricostruita e ingrandita, spostando verso sud l‘asse generale dell‘edificio; l‘estremità orientale fu dotata di tre absidi, mentre la facciata fu ricostruita a ovest di quella paleocristiana.
Nel 989 si aggiunse alla facciata un campanile i cui resti sono ancora visibili per un‘altezza di circa 15 m.
All‘inizio dell‘XI secolo, venne costruita la chiesa romanica con il campanile nella nuova facciata, malgrado la sua posizione sia eccentrica rispetto all‘asse longitudinale della nuova chiesa. L‘edificio è a pianta basilicale, diviso in tre navate concluse da absidi semicircolari. L‘attuale torre campanaria, costruita nel XII secolo, apparteneva originariamente ad un sistema difensivo costituito da una cinta muraria e da una seconda torre di grandi dimensioni, i cui resti sono stati scoperti addossati al muro perimetrale nord della chiesa. I resti archeologici non sono visibili perché situati immediatamente al di sotto del pavimento della chiesa.
Da segnalare il bellissimo coro ligneo quattrocentesco, l‘antica cripta e l‘importante ciclo di affreschi ottoniani (sec. XI) visibile nel sottotetto della chiesa.
Lo scavo archeologico del coro della chiesa di S. Orso ha permesso di riportare alla luce un mosaico pavimentale di forma quadrata, sconosciuto e non menzionato dalle fonti, realizzato con tessere bianche e nere con alcuni inserti di tessere di colore marrone chiaro. Una serie di sei cerchi, inscritti nel quadrato, funge da cornice alle decorazioni centrali.
Nel medaglione centrale appare un‘elegante rappresentazione di Sansone che uccide il leone.

 

Il complesso sorge sul sito di una necropoli extraurbana, sopra la quale, già a partire dal V sec. vennero edificate l’attuale chiesa e quella dedicata a San Lorenzo (le cui fondamenta ancora visitabili, al di sotto di quella poi successivamente costruita, oggi essa è sconsacrata e viene utilizzata come spazio museale).
Le strutture sono risalenti all’epoca carolingia e a quella ottoniana (IX e X sec. d.C.). La parte più suggestiva la riveste il Chiostro di epoca medievale. La struttura è caratteristica in particolare per i capitelli, che sono delle vere opere d’arte, ricchi di significati iconografici, di difficile interpretazione, raffiguranti episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Cronologia: IX-XI sec.

 

Bibliografia:
 – AA.VV., Medioevo in Valle d’Aosta; dal secolo VII al secolo XV, Priuli &Verlucca, Ivrea, 1995,
– B. Orlandoni, Architettura in Valle d’Aosta – Il romanico e il gotico, Priuli & Verlucca, Ivrea, 1995,
– B. Orlandoni, Architettura in Valle d’Aosta – Il Quattrocento, Priuli & Verlucca, Ivrea, 1995,
– S. Barberi, Collegiata dei SS. Pietro e Orso. Gli affreschi dell’XI secolo, Pubblicazione a cura della Regione Autonoma Valle d’Aosta, stampato da Musumeci Industrie Grafiche, Quart (AO), 2002,
– S. Barberi, Collegiata dei Ss. Pietro e Orso. Il chiostro romanico, Pubblicazione a cura della Regione Autonoma Valle d’Aosta, stampato da Umberto Allemandi Editore, Torino 2002,  – Amministrazione comunale di Aosta, “Aosta 2000 anni di storia”, Musumeci Industrie Grafiche, Quart (AO), 2003,

Fruibilità:
Orari: Dal 1° ottobre al 28 febbraio: 10.00 – 12.30 / 13.30 – 17.30 feriali; 10.00 – 12.30 / 13.30 – 18.30 domenica e festivi. Dal 1° marzo al 30 settembre: 9.30 – 12.30 / 14.00 – 18.00
Costi: Ingresso gratuito

Rilevatore: Valter Bonello

Data ultima verifica sul campo: 03/02/2013

MANTA (Cn). Santa Maria del Monastero, affresco con s. Antonio abate, 1430 circa

La Chiesa è in Via Rivoira, 11/7

Fu il primo luogo di culto di Manta ed è uno dei più antichi monumenti cristiani del Piemonte sud-occidentale. La conformazione muraria, la tipologia delle absidi connesse a spigolo vivo, la struttura di una coppia di archetti binati che le decora, la conformazione dei pilastri interni consentono di collocare la costruzione negli ultimi decenni dell’XI secolo. La sua presenza è però accertata per la prima volta in due atti di donazione del 1175 e del 1182, in cui compare come testimone un certo “Aimo presbiter” o “Prior de Manta”.


Le sue origini appaiono legate all’Abbazia di Pedona, oggi Borgo San Dalmazzo, che vantava numerose fondazioni religiose nel cuneese e nel saluzzese. Venne edificata con annesso un convento di monaci benedettini (da qui il nome di S. Maria del Monastero) come descritto in una bolla papale del 1216, che la classifica appartenente alla diocesi di Torino.
La chiesa conobbe alterne vicende di splendore e di rovina, con passaggi dalla diocesi di Torino a quella di Asti, poi di Mondovì ed ancora di Torino. Infine nel 1483 venne aggregata alla Collegiata di Saluzzo e nel 1511 entrò a far parte della diocesi di Saluzzo, accordata da Giulio II su supplica di Margherita di Foix.
Il monastero fu distrutto per lasciare posto ad una fornace di mattoni, da molto tempo anch’essa scomparsa. Già a partire dal 1575, in documenti ecclesiastici, non si trovano più riferimenti alla comunità monastica.

Nel XV secolo assunse il ruolo di cappella cimiteriale per le “famiglie cospicue“ del paese. A tal fine venne sopraelevato di circa 90 cm. il livello della pavimentazione originale. Conservò questa funzione per secoli. Porta la data del 1539 l’iscrizione che ricorda la sepoltura di Francesco Franchi. Purtroppo sono andate perse le altre lapidi funerarie, sostituite durante il restauro del pavimento (anni ‘90) con lastre in pietra.
Fu frequentata fino al 1673, quando si aprì al culto l’attuale parrocchia di Santa Maria degli Angeli, dalle genti di pianura, mentre la popolazione della collina usava raccogliersi nella Parrocchiale annessa al castello.

Nel corso dei secoli, come testimoniano le relazioni di visite pastorali, venne assai trascurata. Solo nella seconda metà del 1700 si verificò un rinnovato interesse per la chiesa, che si concretizzò con il rifacimento della facciata, la costruzione del campanile, la copertura dell’abside centrale con una volta a spicchi, con la posa dell’altare che è un classico esempio del barocco saluzzese di quell’epoca.
Nell’800 non venne praticamente più usata e subì un grave progressivo degrado.
Nel corso della seconda guerra mondiale venne utilizzata come comando militare di artiglieria alpina e poi come presidio di truppe tedesche, infine come deposito e magazzino. In quegli anni si verificarono gravi danni alle pitture parietali.

Fu soltanto a partire dagli anni 1970 che ebbero inizio gli interventi di conservazione con un primo restauro degli affreschi, staccati per essere poi conservati, parte in Casa Cavassa di Saluzzo, parte alla Galleria Sabauda di Torino, sino al 2001.
Nel 1986 venne completamente rifatta la copertura lignea a capriate, poi si procedette al risanamento dell’abside centrale, alla sostituzione dei serramenti ed al rifacimento del pavimento, oltre che ad un importante lavoro per ovviare all’infiltrazione di umidità sul lato nord.
Un’importante serie di lavori ha interessato nel 2006 e 2007 sia l’esterno che l’interno dell’edificio. Al suo interno sono stati ricollocati nella navatella destra, loro luogo di origine, gli affreschi strappati nel 1979. Anche l’abside centrale ed il relativo altare sono stati ripuliti e ricolorati, ripristinando l’effetto “trompe l’oeil” molto gradevole ed efficace.
Esternamente i lavori hanno riguardato il risanamento del lato nord mediante raccordo delle gronde al rio S. Brigida e ripristini della canalizzazione dello stesso rio a monte della chiesa e lungo tutto il fianco.

 

L’edificio ha oggi solo in parte conservato il suo aspetto originario.
La facciata a capanna, rifatta nel 1760, è segnata da 4 lesene che la dividono in 3 parti corrispondenti alle navate interne e presenta una cornice orizzontale a 6 aperture di varia foggia.
L’interno si presenta nella forma classica della basilica romanica a tre navate, spartite da quattro pilastri, coperte da armatura lignea e chiuse con absidi semicircolari. L’abside maggiore è illuminata da una coppia di monofore, ha il semicatino celato da una volta a spicchi settecentesca; le absidi laterali presentano ancora invece il semicatino originario. Gli scavi del 1995 hanno portato alla luce sul fronte di un altare trecentesco una splendida veronica, sovrastata dai volti della Vergine, di San Pietro e di San Paolo molto ben conservati.
L’orientamento canonico del lato presbiteriale, da nord a sud, è rispettato, con una sensibile pendenza verso sud. Al livello dei muri perimetrali, tra il fianco settentrionale e quello meridionale dell’edificio, si registra una differenza di quota di ben 130 centimetri.


Gli affreschi fanno parte del fervente periodo del Quattrocento pittorico del saluzzese
. Sono oggetto di studi di numerosi esperti già fin dagli anni 50. Strappati in parte nel 1979, per un’importante rassegna torinese dedicata a Giacomo Jaquerio ed al gotico internazionale, furono poi esposti al museo civico Casa Cavassa di Saluzzo per oltre 20 anni. Altri furono conservati alla Galleria Sabauda di Torino dalla quale vennero restituiti nel 2004, quando l’edificio era stato riportato ad un discreto grado di manutenzione rispetto al gravissimo stato di degrado riscontrato negli anni del dopoguerra.
Nell’anno 2007, dopo un delicato e lungo lavoro di preparazione muraria, sono stati ricollocati nel loro luogo d’origine quelli strappati dalla navatella destra.
L’anonimo artista che realizzò le opere, verosimilmente intorno agli anni ’30 del 1400 con la collaborazione della sua bottega, riflette l’influenza stilistica del maestro attivo presso la sala baronale del castello (anni 20), mostrando di saper coniugare l’espressionismo tipico dello Jaquerio con un gusto raffinato e cortese tipico del gotico internazionale. Queste caratteristiche inseriscono il pittore di Santa Maria del Monastero in un filone di produzione artistica assai diffuso in zona e che vede altri eccellenti esempi nella chiesa dell’antica parrocchiale di Manta (annessa al castello), nella chiesa della S. Trinità presso Scarnafigi e nella cappella dei Santi Crispino e Crispiniano della chiesa di San Giovanni a Saluzzo.
Gli ultimi studiosi parlano dell’autore di questi affreschi come di un non meglio precisato “maestro della Manta”, il quale avrebbe operato con le sue maestranze nei cicli pittorici presenti nella sala baronale del castello, oltre che nella antica chiesa castellana.
Il pittore si rivela in questo ciclo prezioso nelle policromie, un attento disegnatore, abile nel chiaroscuro e nella riproduzione dettagliata dei panneggi delle vesti fatte di tessuti scelti con cura. I personaggi sono caratterizzati nelle espressioni dei volti dall’incarnato chiaro con tratti delicati, che ritraggono sottili sopracciglia e piccole bocche.
Molta attenzione è rivolta ai dati di natura, in particolare nei prati fioriti e negli alberi frondosi.
Gli affreschi che si trovano ora appoggiati alla parete della navatella destra: San Nicola con il bastone e la mitra in quanto vescovo, con in mano tre monete d’oro che regalò in dote a tre giovani poverissime. San Leone Papa con il triregno, patrono di Manta.
La deposizione di Cristo nel sepolcro: sul fondo blu si stagliano le rocce grigie del Golgota su cui si erge la croce; in primo piano è il sepolcro in pietra semplice e squadrato, in cui viene adagiato Gesù. Due personaggi gli sono accanto: Giuseppe d’Arimatea con una folta barba grigia ed un cappello a cono arrotondato, e Nicodemo con il volto quasi illeggibile ormai, caratteristico per il copricapo a larga tesa. In basso la Maddalena dai lunghi capelli biondi protesa a baciare la mano del Cristo. In secondo piano due pie donne e Maria, figura altamente patetica, al centro della composizione, avvolta in un fluente manto blu. Ha il volto contratto dal dolore, le guance segnate da vistose lacrime. Sulla destra, san Giovanni, solo in parte visibile.
San Biagio. Ritratto con la mitra perché era vescovo di Sebaste (nome di alcune città dell’oriente fondate in onore di Augusto, infatti è l’equivalente del latino Augustus; nome dato, ad esempio, all’antica Samaria in Giudea). Tiene in mano il pettine dei cardatori di lana, strumento del suo martiri.
L’Annunciazione: in mandorla, al centro, Dio Padre, il Bambino con la croce in spalla, a sinistra un angelo vestito di rosso con ali molto frastagliate e le penne segnate una ad una, con in mano un cartiglio illeggibile. A destra la Madonna, con la colomba dello Spirito Santo che le sfiora la fronte, inginocchiata davanti al Vangelo aperto alla pagina su cui sta scritto “Ecce Ancilla Domini, fiat mihi….”. Dietro a lei un trono in legno, con bifore gotiche sullo schienale. Da evidenziare l’espressione dolcissima del suo volto e la finezza dei tratti.
Nel semicatino la Santa Trinità in mandorla con angeli che le fanno corona. Molto belli nella raffigurazione pittorica e con i colori molto ben conservati. Purtroppo la scena è in gran parte andata persa.
Ai due pilastri del lato sud sono appoggiati:
San Giacomo di Galizia: con la tunica bianca e il manto rosso con ampie pieghe e volute, cappello a larghe falde, bastone bisaccia e borraccia che rappresentano la sua condizione di pellegrino.
San Benedetto: senza barba, indossa il saio nero dell’ordine da lui fondato. Ha in mano un libro e il pastorale vescovile, seppure non sia nemmeno certo che fosse sacerdote.
Uno stemma: su sfondo bianco una pianticella verde sradicata, con piccole foglioline, e una banda rossa che attraversa il tutto. L’ipotesi più verosimile è che si tratti dell’insegna della famiglia Urtica di Verzuolo, vassalli dei marchesi, forse i committenti di questi affreschi.
Riveste grande interesse il Giudizio Universale, l’affresco più vasto presente nella chiesa, che domina la parete sud per tutta la sua altezza, oggetto di un restauro conservativo e fissativo nel 1995. Cristo giudice si trova al centro della mandorla sostenuta da sei angeli. La sua figura maestosa è avvolta in un ampio manto rosso, morbidamente panneggiato; l’espressione del volto è irata con gli angoli della bocca rivolti verso il basso. Alla destra e alla sinistra del Cristo giudicante si snodano due cartigli, l’uno con la scritta “Venite benedicti posidete regnum qui paratum est vobis” e l’altro “Ite maledicti in ignem eternum qui paratum est vobis”. Ai lati sono la Madonna, inginocchiata e con le mani giunte in atto di preghiera e San Giovanni, con i riccioli scompigliati, la barba e i baffi incolti; in alto due coppie di angeli portano gli strumenti della Passione. Nella zona inferiore si trova la raffigurazione della città celeste con San Pietro che accoglie le anime dei salvati sulla porta di un edificio gotico. Solo poche tracce rimangono del regno degli inferi: la scena risulta deturpata da un’apertura ad arco successiva ai dipinti. Si possono osservare ancora parte delle ali di due diavoli e una coppia di dannati che invocano il perdono.

Lungo la parete sud sono altre scene. Una, poco leggibile e di difficile interpretazione rappresenta probabilmente un episodio della vita di un santo (martirio di San Pietro martire?), l’altra il martirio di San Sebastiano: la figura del santo e del suo persecutore sono bianche e i tratti dei volti cancellati; si è conservato il colore rosso della veste dell’arciere e del suo curioso cappello a punta.
Un successivo riquadro ritrae San Fabiano, Sant’Antonio abateSan Sebastiano rappresentato questa volta nelle vesti di un nobile cavaliere.

 

Nell’absidiola del lato nord troviamo un’Annunciazione molto simile a quella che si trova nel santuario di San Leone sulla collina di Manta, datata 1422.
Sulla parete a sinistra San Benedetto e San Bernardino da Siena (1380-1444). Quest’ultimo figura rappresentativa dello spirito di religiosità attiva e operante che percorse gli ordini religiosi nella prima metà del secolo quindicesimo. Aderì al francescanesimo. Si distinse come uno dei maggiori predicatori della sua epoca, la cui parola ebbe una forte incidenza non solo sul sentimento religioso e sul costume di grandi masse, ma intervenne anche come autorità in questioni sociali e politiche. Fu dedito alla riforma spirituale organizzativa del suo ordine. Fu scrittore latino in trattazioni e controversie di carattere dottrinario. Fu canonizzato nel 1450 da Papa Niccolò V: Proclamato patrono dei pubblicitari da Pio XII nel 1956. I tre cappelli vescovili ai suoi piedi indicano la rinuncia ai tre vescovati che gli erano stati offerti.
Tranne quelli della parete sud, tutti gli altri affreschi sono stati oggetto di pulitura e restauro nei primi mesi del 2007.

 

Link:
http://www.comunemanta.it

http://www.museodiffusocuneese.it/siti/dettaglio/article/manta-santa-maria-del-monastero/

http://archeocarta.org/manta-cn-chiesa-di-santa-maria-del-monastero/ 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 26/02/2013