PISTOIA. ex Chiesa del Tau e convento di Sant’Antonio abate, con affreschi
Corso Silvano Fedi, 28
https://goo.gl/maps/697nwhHvNGSoJ1VT7
Nel 1361 fu approvato il progetto di costruzione nel territorio parrocchiale di San Giovanni Fuorcivitas a Pistoia, presentato da fra Giovanni Guidotti, precettore della magione dell’Ordine Antoniano di Sant’Antonio di Firenze, e poi fu fondata la chiesa con l’annesso convento, detto del Tau (l’emblema dell’ordine Antoniano), sempre con il beneplacito dell’Abate generale dell’Ordine Antoniano e il riconoscimento del diritto di patronato ai fondatori e ai loro discendenti.
Il culto di sant’Antonio, pur nell’assenza dei frati, rimase attivo grazie alle feste sacre e profane a lui connesse come attestano documenti delle visite pastorali datate alla seconda metà del 1500. Nel secolo successivo assistiamo al deterioramento dei costumi della Precettoria Pistoiese in concomitanza con l’arrivo dei Querci a Pistoia e all’ampliamento dei beni della chiesa di Sant’Antonio abate tra cui poderi e magioni.
Il convento aveva anche annessi un ospedale e di un oratorio.
L’intero complesso conventuale subì nel corso dei secoli notevoli trasformazioni. A seguito della soppressione dell’ordine, avvenuta nel 1774, l’edificio venne venduto a privati cittadini che frazionarono lo spazio ricavandone appartamenti. Questa condizione perdurò fino agli anni ’80 del 900, quando il convento venne restaurato, restituendo al complesso il suo originario assetto spaziale. Recentemente anche il convento, o Palazzo del Tau, è stato recuperato e dal 1990 ospita la Fondazione Marino Marini che accoglie opere (sculture, dipinti, disegni) dell’artista pistoiese. Anche nella chiesa sono esposte alcune opere monumentali del Marini.
L’edificio è costituito da tre spazi principali: il giardino coperto (originariamente l’orto del convento), il convento con il chiostro (anch’esso coperto) e la chiesa.
La chiesa è caratterizzata da un’unica navata suddivisa in tre campate con volta a crociera e presenta un presbiterio sopraelevato; da questa si accede alla sottostante cripta, caratterizzata da quattro vele che poggiano su di un pilastro centrale.
Sulle pareti della chiesa si sviluppa un interessante ciclo di affreschi. Databile al 1372, è opera del fiorentino Niccolò di Tommaso (allievo di Nardo di Cione e attivo tra il 1346 e il 1375) che si avvalse della collaborazione del pistoiese Antonio Vite, allievo di Gherardo Starnina. Queste pitture dichiarano l’aderenza ai modi della scuola dell’Orcagna, e si caratterizzano per il minuzioso programma iconografico, dagli evidenti scopi didascalici ed educativi, con storie tratte dal Vecchio Testamento, dal Nuovo Testamento e dalla vita di Sant’Antonio abate. L’intero complesso denuncia forti tangenze con la cultura fiorentina, ben evidenti nell’impiego della pietra forte, unico esempio di tal genere in città.
Le pareti della chiesa sono divise in tre fasce; nella più alta, corrispondente alle lunette sotto le 12 volte, sono raffigurati episodi dell’Antico Testamento. La dettagliata rappresentazione iconografica è resa con grande chiarezza e semplicità per rendere leggibile ai fedeli le finalità dell’opera dell’ordine Antoniano. che si aprono con la costruzione dell’arca di Noè, il diluvio universale e l’ebbrezza di Noè e proseguono poi con la costruzione della torre di Babele ed episodi della vita di Abramo e Lot, di Isacco e di Giacobbe, con una vivace narrazione figurativa ricca di dettagli, che restituiscono un’immagine quanto mai viva della vita medievale, come ad esempio nell’alacre famiglia di artigiani e nella vagliatura del grano raffigurate nella vela con il Dominio dei giganti sugli uomini, mentre nella lunetta che illustra il Sacrificio di Abramo, Sara e le sue schiave sono ritratte in una laboriosa dimensione domestica.
Il registro centrale è dedicato alla vita di Cristo, dall’annuncio a Gioacchino e Anna della nascita di Maria fino alla Trasfigurazione di Cristo, privilegiando le storie dell’infanzia. La ricorrente presenza della figura di Pietro (Vocazione di Pietro, la Tempesta sedata e la sua presenza nella scena della Trasfigurazione) può essere letta quale segnale del rapporto privilegiato tra gli antoniani e il potere pontificio, che favorì largamente l’ordine, tanto che già dalla metà del Duecento i frati antoniani gestivano l’assistenza ospedaliera della corte pontificia.
Infine, nel registro inferiore sono raffigurate le Storie di Sant’Antonio abate e la Leggenda della traslazione delle sue reliquie, secondo un racconto in cui il programma iconografico sembra accentuare l’attenzione per gli aspetti della vita comunitaria, tralasciando i più consueti modelli iconografici legati alla figura del Santo, cioè l’esperienza ascetica nel deserto della Tebaide e in particolare le tentazioni demoniache.
Qui le vicende del Santo eremita sono descritte a partire dalla sua vocazione, che si compie nell’Ascolto del passo del Vangelo e nella successiva Elemosina ai bisognosi; l’ambientazione è in una piccola chiesa, dove sopra la mensa dell’altare con il Vangelo aperto è posto un trittico con al centro la Vergine, un vero e proprio polittico trecentesco ‘dipinto nel dipinto’.
Il racconto prosegue con episodi della vita del Santo e dei compagni raccolti attorno a lui, l’incontro con Paolo eremita, la morte e la sepoltura ad opera dei suoi compagni, che qui sono raffigurati con l’abito antoniano.
Una seconda serie di scene descrive il recupero del corpo di Sant’Antonio per volontà dell’imperatore bizantino Costante e il suo trasporto a Costantinopoli, dove si compie il miracolo della guarigione della figlia dell’imperatore, segno esplicito delle capacità taumaturgiche delle reliquie e quindi elemento fondativo dell’ordine Antoniano, che proprio dalle reliquie successivamente traslate in Francia presso la casa madre di Vienne traeva la consacrazione dei medicamenti applicati ai malati di ‘fuoco sacro’ .
L’ultima scena, posta al termine della parete sinistra della chiesa, descrive la vita dei canonici antoniani e la loro attività terapeutica; sulla sinistra, un gruppo di religiosi sostiene un giovane e applica sul suo corpo un unguento, mentre un altro religioso tiene in mano un’ampolla. È la raffigurazione, con tutta probabilità, delle terapie attuate dagli antoniani per i malati del ‘fuoco di Sant’Antonio’, ovvero l’applicazione del balsamo ricavato dal grasso di maiale e la somministrazione della pozione che veniva consacrata direttamente dalle reliquie del santo.
A destra, sullo sfondo di un tabernacolo in cui è raffigurato Sant’Antonio, un religioso antoniano mostra una cassa che contiene tre mani e due piedi, forse ex voto di malati miracolosamente guariti o invece veri e propri arti amputati dall’ignis sacer, testimonianza drammatica delle conseguenze della malattia e come tale esibiti, a titolo di duro ammonimento e di esortazione alla devozione per il santo eremita e i suoi religiosi.
Link:
https://www.discoverpistoia.it/20-01-chiesa-sant-antonio-abate-o-del-tau/





















