PISTOIA. ex Chiesa del Tau e convento di Sant’Antonio abate, con affreschi

Corso Silvano Fedi, 28
https://goo.gl/maps/697nwhHvNGSoJ1VT7

 

Nel 1361 fu approvato il progetto di costruzione nel territorio parrocchiale di San Giovanni Fuorcivitas a Pistoia, presentato da fra Giovanni Guidotti, precettore della magione dell’Ordine Antoniano di Sant’Antonio di Firenze, e poi fu fondata la chiesa con l’annesso convento, detto del Tau (l’emblema dell’ordine Antoniano), sempre con il beneplacito dell’Abate generale dell’Ordine Antoniano e il riconoscimento del diritto di patronato ai fondatori e ai loro discendenti.
Il culto di sant’Antonio, pur nell’assenza dei frati, rimase attivo grazie alle feste sacre e profane a lui connesse come attestano documenti delle visite pastorali datate alla seconda metà del 1500. Nel secolo successivo assistiamo al deterioramento dei costumi della Precettoria Pistoiese in concomitanza con l’arrivo dei Querci a Pistoia e all’ampliamento dei beni della chiesa di Sant’Antonio abate tra cui poderi e magioni.
Il convento aveva anche annessi un ospedale e di un oratorio.

L’intero complesso conventuale subì nel corso dei secoli notevoli trasformazioni. A seguito della soppressione dell’ordine, avvenuta nel 1774, l’edificio venne venduto a privati cittadini che frazionarono lo spazio ricavandone appartamenti. Questa condizione perdurò fino agli anni ’80 del 900, quando il convento venne restaurato, restituendo al complesso il suo originario assetto spaziale. Recentemente anche il convento, o Palazzo del Tau, è stato recuperato e dal 1990 ospita la Fondazione Marino Marini che accoglie opere (sculture, dipinti, disegni) dell’artista pistoiese. Anche nella chiesa sono esposte alcune opere monumentali del Marini.

L’edificio è costituito da tre spazi principali: il giardino coperto (originariamente l’orto del convento), il convento con il chiostro (anch’esso coperto) e la chiesa.
La chiesa è caratterizzata da un’unica navata suddivisa in tre campate con volta a crociera e presenta un presbiterio sopraelevato; da questa si accede alla sottostante cripta, caratterizzata da quattro vele che poggiano su di un pilastro centrale.
Sulle pareti della chiesa si sviluppa un interessante ciclo di affreschi. Databile al 1372, è opera del fiorentino Niccolò di Tommaso (allievo di Nardo di Cione e attivo tra il 1346 e il 1375) che si avvalse della collaborazione del pistoiese Antonio Vite, allievo di Gherardo Starnina. Queste pitture dichiarano l’aderenza ai modi della scuola dell’Orcagna, e si caratterizzano per il minuzioso programma iconografico, dagli evidenti scopi didascalici ed educativi, con storie tratte dal Vecchio Testamento, dal Nuovo Testamento e dalla vita di Sant’Antonio abate. L’intero complesso denuncia forti tangenze con la cultura fiorentina, ben evidenti nell’impiego della pietra forte, unico esempio di tal genere in città.
Le pareti della chiesa sono divise in tre fasce; nella più alta, corrispondente alle lunette sotto le 12 volte, sono raffigurati episodi dell’Antico Testamento. La dettagliata rappresentazione iconografica è resa con grande chiarezza e semplicità per rendere leggibile ai fedeli le finalità dell’opera dell’ordine Antoniano.  che si aprono con la costruzione dell’arca di Noè, il diluvio universale e l’ebbrezza di Noè e proseguono poi con la costruzione della torre di Babele ed episodi della vita di Abramo e Lot, di Isacco e di Giacobbe, con una vivace narrazione figurativa ricca di dettagli, che restituiscono un’immagine quanto mai viva della vita medievale, come ad esempio nell’alacre famiglia di artigiani e nella vagliatura del grano raffigurate nella vela con il Dominio dei giganti sugli uomini, mentre nella lunetta che illustra il Sacrificio di Abramo, Sara e le sue schiave sono ritratte in una laboriosa dimensione domestica.
Il registro centrale è dedicato alla vita di Cristo, dall’annuncio a Gioacchino e Anna della nascita di Maria fino alla Trasfigurazione di Cristo, privilegiando le storie dell’infanzia. La ricorrente presenza della figura di Pietro (Vocazione di Pietro, la Tempesta sedata e la sua presenza nella scena della Trasfigurazione) può essere letta quale segnale del rapporto privilegiato tra gli antoniani e il potere pontificio, che favorì largamente l’ordine, tanto che già dalla metà del Duecento i frati antoniani gestivano l’assistenza ospedaliera della corte pontificia.

Infine, nel registro inferiore sono raffigurate le Storie di Sant’Antonio abate e la Leggenda della traslazione delle sue reliquie, secondo un racconto in cui il programma iconografico sembra accentuare l’attenzione per gli aspetti della vita comunitaria, tralasciando i più consueti modelli iconografici legati alla figura del Santo, cioè l’esperienza ascetica nel deserto della Tebaide e in particolare le tentazioni demoniache.
Qui le vicende del Santo eremita sono descritte a partire dalla sua vocazione, che si compie nell’Ascolto del passo del Vangelo e nella successiva Elemosina ai bisognosi; l’ambientazione è in una piccola chiesa, dove sopra la mensa dell’altare con il Vangelo aperto è posto un trittico con al centro la Vergine, un vero e proprio polittico trecentesco ‘dipinto nel dipinto’.

Il racconto prosegue con episodi della vita del Santo e dei compagni raccolti attorno a lui, l’incontro con Paolo eremita, la morte e la sepoltura ad opera dei suoi compagni, che qui sono raffigurati con l’abito antoniano.
Una seconda serie di scene descrive il recupero del corpo di Sant’Antonio per volontà dell’imperatore bizantino Costante e il suo trasporto a Costantinopoli, dove si compie il miracolo della guarigione della figlia dell’imperatore, segno esplicito delle capacità taumaturgiche delle reliquie e quindi elemento fondativo dell’ordine Antoniano, che proprio dalle reliquie successivamente traslate in Francia presso la casa madre di Vienne traeva la consacrazione dei medicamenti applicati ai malati di ‘fuoco sacro’ .
L’ultima scena, posta al termine della parete sinistra della chiesa, descrive la vita dei canonici antoniani e la loro attività terapeutica; sulla sinistra, un gruppo di religiosi sostiene un giovane e applica sul suo corpo un unguento, mentre un altro religioso tiene in mano un’ampolla. È la raffigurazione, con tutta probabilità, delle terapie attuate dagli antoniani per i malati del ‘fuoco di Sant’Antonio’, ovvero l’applicazione del balsamo ricavato dal grasso di maiale e la somministrazione della pozione che veniva consacrata direttamente dalle reliquie del santo.
A destra, sullo sfondo di un tabernacolo in cui è raffigurato Sant’Antonio, un religioso antoniano mostra una cassa che contiene tre mani e due piedi, forse ex voto di malati miracolosamente guariti o invece veri e propri arti amputati dall’ignis sacer, testimonianza drammatica delle conseguenze della malattia e come tale esibiti, a titolo di duro ammonimento e di esortazione alla devozione per il santo eremita e i suoi religiosi.

Link:
https://www.discoverpistoia.it/20-01-chiesa-sant-antonio-abate-o-del-tau/

 

SALVIROLA (CR). Chiesa di Sant’Antonio abate

Via Vittoria, 6-8
https://goo.gl/maps/9myTdtEtYMFQcdRD6

 

Della chiesa di sant’Antonio abate non si conoscono documenti antecedenti al XVI secolo; gli atti della la visita pastorale del vescovo Sfrondati del 1578 ci informano che a quell’anno la chiesa non risultava fosse ancora stata consacrata.
Gli atti della visita Speciano del 1600 la descrivono come un edificio a navata unica con cappella maggiore ampia e imbiancata, provvista di un dipinto parietale ammalorato. L’edificio era provvisto anche di altri tre altari, uno dedicato al Corpo di Cristo (con ancona dipinta ed in cattivo stato), uno intitolato ai santi Cristoforo e Antonio con affresco, ed uno a san Rocco con ancona dipinta raffigurante il santo assieme a san Sebastiano e alla Beata Vergine. Gli ingressi erano due (uno sulla fronte e uno laterale) e le finestre erano prive di vetri, protette solo da laceri teli. Il suolo era pavimentato solo in parte con mattonelle, il resto era in terra battuta. Risultava, inoltre, che il tetto necessitava di riparazioni perché lasciava passare acqua piovana. La chiesa era provvista di campanile con due campane, ma era priva del cimitero cui era stato però assegnato uno spazio davanti la facciata.
Il Gran Cancelliere della Contea di Romanengo, Diego Salazar, donò nel 1618 le reliquie di dodici santi poste in un prezioso reliquario in legno, oggi scomparso.

Probabilmente l’edificio fu ampliato in un periodo imprecisato, mantenendone le caratteristiche originarie.

Con la costituzione della diocesi di Crema (1580) il confine fu fatto coincidere con la roggia Gaiazza, limite fisico e di stato tra la Repubblica di Venezia (Crema) e lo Stato di Milano (Cremona). Anche dopo l’unificazione amministrativa avvenuta negli ultimi decenni dell’Ottocento la suddivisione rimase, con le due parrocchie di San Pietro apostolo (Salvirola cremasca) e Sant’Antonio abate (Salvirola cremonese). Tale anacronistica divisione cessò solo nel 2000 inserendo entrambe nella diocesi cremonese.

La facciata è semplice e quasi del tutto priva di elementi decorativi. Gli unici elementi di rilievo sono il portale d’ingresso con sottile cornice, dedica (S. ANTONIO ABBATI DICATVM) e timpano triangolare sopra il quale è posta a dar luce all’interno una finestra a serliana.

L’interno è ad aula unica rettangolare con cinque cappelle laterali per lato di diverso stile. Il soffitto è a volta ed interrotto da arconi. L’apparato decorativo farebbe pensare alla scuola milanese degli inizi del Novecento.

 

Anche a Salvirola, nel giorno della ricorrenza del 17 gennaio, si svolge la festa patronale di Sant’Antonio abate. Nella chiesa parrocchiale si celebra la Messa con la memoria liturgica seguita dalla benedizione dei campi e degli allevamenti.


Link:

https://www.comune.salvirola.cr.it/pagine/chiesa-di-sant-antonio-abate

CONFEDERAZIONE ELVETICA – VERZASCA, frazione Vogorno. Chiesa parrocchiale di Sant’Antonio abate

Il comune svizzero è stato istituito nel 2020 con la fusione dei comuni soppressi di Brione, Corippo, Frasco, Sonogno e Vogorno.
La chiesa sorge nella frazione Vogorno, via Sant’Antonio 7
https://goo.gl/maps/4BUZvrRk7hZaFa5w8

 

Si tratta di una costruzione le cui origini risalgono agli inizi del ‘600: l’oratorio primitivo fu infatti benedetto nel 1630.

La chiesa, a navata unica, non presenta più le caratteristiche originarie a causa dei rifacimenti e all’interno ha un aspetto moderno.
È stata restaurata nel 1992.

Una statua di sant’Antonio è in una nicchia a destra dell’altare.

 

 

Link:
https://www.ticino.ch/it/commons/details/Chiesa-di-S-Antonio-abate/2741.html

CASTELNUOVO PARANO (Fr). Chiesa di Sant’Antonio abate.

Strada Regionale 630
https://goo.gl/maps/QKi2DjDSK8U44hyn8

La chiesa è situata fuori dal centro abitato di Castelnuovo, tanto che nelle fonti è altrimenti nota con l’appellativo “Ca(m)pestribus extra dictum castrum”.
Le sue origini risalgono alla seconda metà del XI sec. quando l’abate Desiderio costruì un “castellum” sul monte Peranus per impedire agli abitanti del castrum Fractarum (Ausonia) di arrecare danno all’abbazia. Il territorio di Castel Nuovo Parano e la chiesa rimasero sotto la giurisdizione del cenobio cassinese fino all’eversione dei beni feudali quando i possedimenti del monastero furono incamerati dal demanio regio. L’edificio è ancora adibito al culto ed è il risultato dell’ampliamento della chiesa primitiva.
La facciata si presenta squadrata, con un oculo sopra il portale e due coppie di monofore  nella parte alta.

Opere ad affresco sono presenti sulle pareti della nave maggiore e nelle tre absidi. Vanno distinte almeno due campagne pittoriche, la più antica assegnabile ai primi anni del Duecento, la seconda costituita prevalentemente  da pannelli votivi con santi, riferibile al XIV secolo avanzato.
Secolo XIV (seconda metà): nella calotta absidale è raffigurato Cristo benedicente in gloria tra quattro figure angeliche.

Al secolo XIV risalgono le figure di: Santo vescovo, santo monaco, sant’ Antonio abate, san Giacomo. La preziosa veste e i calzari rossi di uno dei due arcangeli che nella composizione romanica erano a guardia del trono della Maiestas Domini, affiorano sotto la figura di sant’Antonio, a destra della finestra absidale appartengono allo strato più antico di affreschi che decorava l’abside.
Il ciclo decorativo del XIII secolo proseguiva sulle navate della chiesa con un santorale di carattere devozionale. La parete sinistra ha restituito un pannello con le figure dei due Santi, di uno dei quali oggi è distinguibile solo la parte inferiore della veste. L’immagine meglio conservata è del tutto analoga alle figure degli Apostoli dell’abside, con le quali condivide la tipologia del volto.
Nel pannello successivo, allontanandosi dall’abside, affiora la figura certamente appartenente ad una fase più tarda (XIV secolo), in cui si riconosce san Giacomo, anche questa volta in vesti da pellegrino con cappello a larghe falde dove è appesa la conchiglia di Compostela.
Gli affreschi della parete destra riprendono la decorazione absidale del XIII secolo con le immagini di un santo e di una santa, il primo a figura intera, la seconda a mezzo busto per la presenza di una nicchia nel tratto di muro sottostante.
Il passaggio verso la navatella destra, praticato in epoca tarda nel tratto successivo della parete, distrusse quasi completamente una composizione che non aveva forse un carattere esclusivamente iconico devozionale. Attualmente è possibile  distinguere quattro piccole figure disposte in progressione una dietro l’altra, coperte da ampi mantelli, che sembrano levare le braccia verso l’alto, forse verso una figura centrale di cui ormai non rimane più nulla se non qualche labile traccia nella parte inferiore del riquadro, accanto allo stipite della porta.
Al di sopra dello stipite orizzontale della porta, si può ancora scorgere una testa virile frammentaria, di buona qualità pittorica, appartenuta un tempo ad una figura frontale di santo.
Il santo Monaco raffigurato nel primo pannello, oltre l’interruzione della porta, doveva appartenere allo stesso santorale della figura precedente. Sebbene gravemente deteriorata, la figura conserva parzialmente il volto scavato e rugoso incorniciato da barba e capelli canuti e la cocolla monacale che scende a coprire una veste bianca. I grandi occhi, marcati dal duplice tratto nero e rosso dalle palpebre e infossati nelle orbite scure, conferiscono al santo uno sguardo penetrante e un aspetto severo ed ascetico.
Al di là di una seconda interruzione del tessuto pittorico, è dipinta una terza figura di Santo ascrivibile sempre al ciclo pittorico più antico. La presenza delle catene che, rette dalla mano destra, scendono lungo il fianco, permettono di identificarla con san Leonardo che presenta un abbigliamento singolare, più militare che religioso, costituito da un manto rossastro appoggiato sulle spalle e ricadente per un lembo sul davanti e da una veste verde acqua stretta in vita e decorata da un pettorale gemmato e da polsi rabescati, decisamente modellata su esempi bizantini. La mano destra stringe le catene mentre la sinistra, velata dal manto, reca un prezioso libro con legatura dorata e gemme incastonate (vedi nota).

Segue un lungo pannello dipinto su uno strato pittorico tardo trecentesco, evidentemente sovrapposto alla decorazione precedente.  Esso presenta Maria seduta in trono e avvolta in un manto rosso, che reca un cartiglio nella mano destra e sorregge con la sinistra il Bambino raffigurato in posizione frontale e stante. A sinistra è raffigurata santa Caterina; a destra della Madonna è dipinta la figura sbiadita di una santa molto probabilmente la Maddalena, in veste rossa e manto giallo, è circondata da un alone dorato, ciò che rimane, presumibilmente, dei lunghi capelli biondi che un tempo le scendevano lungo il corpo. A destra, separato da una cornice a filetto, la figura molto rovinata di sant’Antonio abate (particolare del volto a sinistra).

Conclude la decorazione della parete una figura di Santo che per dimensioni si distingue da tutti gli altri, raggiungendo un’altezza di quali 3 metri. La monumentale figura, opera di buon livello qualitativo, è in posizione frontale e benedice con la mano destra, raffigurata in perfetto scorcio davanti al petto. Indossa una veste rossa stretta in vita, con maniche cilestrine bordate e un manto ricadente dalla spalla sinistra impreziosito da piccoli motivi di perline a gruppi di tre. La veste è definita da sottilissime lumeggiature bianche e l’incarnato del volto e della mano benedicente. È reso con uno straordinario effetto di sfumato e, al tempo stesso, di superficie levigata quasi fosse marmo. L’identificazione del santo rimane oscura.
Le absidi laterali sono affrescate con pitture databili al tardo Trecento, se non all’inizio del secolo successivo. L’abside della navatella sinistra è occupata da Cristo benedicente in trono tra la vergine e Giovanni Battista, entrambi raffigurate con le braccia incrociate sul petto in atteggiamento di preghiera; al di sopra di essi in un campo stellato è dipinto l’agnello con lo stendardo della Resurrezione
L’absidiola di destra mostra, entro una cornice a finto intarsio cosmatesco, la figura di san Lorenzo raffigurato ancora secondo la maniera bizantina, frontale e statico, in una preziosa dalmatica intessuta di gemme.
Di prezioso gusto tardo trecentesco sono i motivi decorativi della cornice, il cui utilizzo è assai diffuso nella pittura di ambito napoletano ancora nel Quattrocento.

La storia critica di questo ciclo di affreschi è assai scarsa, soprattutto a causa dello stato di rovina che per lungo tempo ha caratterizzato l’edificio e che all’interno, rendeva quasi impossibile la visione delle pitture. Il recente restauro e la scoperta degli affreschi absidali ha sollecitato l’interesse della critica, specie riguardo alla fase pittorica più antica. Del tutto inedito è invece il ciclo trecentesco.
“La prima notizia si deve a Pietro Toesca , che in una nota di due righe nel suo saggio sulla cattedrale di Anagni, definiva gli affreschi “quasi l’unica traccia” della scuola del pittore delle traslazioni (della cripta delle cattedrale di Anagni) e li datava intorno al 1200. Una citazione marginale di Gianclaudio Macchiarella, nel suo studio sulla cripta di Ausonia ne apprezzava le qualità proponendo per essi un’ esecuzione da parte di artisti greci odi “allievi locali” sicuramente educati in un diretto rapporto con il linguaggio tardocomneno diffusosi in Italia soprattutto grazie alle scuole dei mosaicisti attivi a Monreale. E’ solo di questi anni la prima indagine critica esclusivamente dedicata agli affreschi riportati alla luce nell’abside di Castelnuovo Parano. Valentino Pace individua, accanto agli agganci con la cultura figurativa tardocomnena, evidenti punti di contatto con una cultura bizantina legata ad altri episodi figurativi orientali come gli affreschi di Mileseva. Secondo lo studioso il caso di Castelnuovo Parano costituirebbe un caso isolato nell’area campana, collegandosi ad una generica “maniera greca italomeridionale che sostanzia  la propria grecità non solo con scelte di “stile” ma anche … di immagine, e che per assurdo che possa sembrare, grecizza persino ciò che dovrebbe essere pienamente occidentale. Esemplare in tal senso il caso di san Leonardo, un santo di Limoges, che assume qui capigliatura e vesti orientate su quelle dei santi militari bizantini. La datazione proposta da Pace si discosta leggermente da quelle due avanzate precedentemente, scivolando al primo trentennio del XIII secolo”.

Nota: 
Dioego Mammone ha individuato più precisamente quel personaggio che non può essere S. Leonardo in quanto non abate, bensì S. Deusdedit, rappresentato anche nella volta della chiesa di Montecassino.

Bibliografia:
Mammone Diego, La Chiesa di Sant’Antonio abate in Castelnuovo Parano e i suoi affreschi, in: “Terra dei Volsci – Annali del Museo Archeologico di Frosinone”, n° 2, 1999, pp. 173-94 (Parte delle immagini)
Mathis Paola, Castelnuovo Parano Chiesa di Sant’ Antonio Abate, schede estratte dal catalogo “Affreschi in Val Comino e nel Cassinate” a cura di Giulia Orofino, Edizioni dell’Università degli studi di Cassino, 2000

Alcune notizie tratte da:
https://www.ciociariaturismo.it/castelnuovo-parano-chiesa-di-san-antonio-abate/

FIRENZE. Cappella di Sant’Antonio abate nell’ex chiesa di S. Maria al Sepolcro a Le Campora, con affreschi, 1368

La Cappella fa parte di un appartamento privato nel complesso di Villa Le Campora, via delle Campora. Non visitabile
https://www.google.it/maps/place/Villa+Le+Campora

 

Il monastero delle Campora, la cui chiesa era dedicata a Santa Maria del Santo Sepolcro, si trovava sulla parte più alta del poggio delle Campora (dal latino “i campi”). Chiamato nei documenti anche monastero di San Sepolcro a Colombaia, fu fondato nel 1334 quando l’anacoreta Bartolommeo Bononi da Pistoia ottenne da papa Giovanni XXII facoltà di fondare presso Firenze un convento di frati dell’Ordine agostiniano vestiti di bigio. Dopo tentativi andati male, nel 1355 i frati ottennero di poter riedificare il convento nel popolo di Sant’Ilario nella collina di Colombaia. Qualche anno, dopo, tramite l’operato del cardinale Pietro Corsini, il monastero divenne per decisione papale la casa madre dell’Ordine di San Gerolamo meglio noto come ordine dei Girolamini.
Nel 1434 il monastero fu soppresso da papa Eugenio IV, che lo affidò poi ai monaci benedettini (cassinesi) della Badia Fiorentina. Essi però, dopo i danni dell’assedio di Firenze (1529-1530), ne convertirono i locali per ridurlo a luogo di soggiorno estivo, mantenendo l’ufficiatura della chiesa che era sovvenzionata da varie famiglie magnatizie fiorentine.

 

Di tutti gli altari e le cappelle laterali oggi resta soltanto quella di Sant’Antonio abate, accanto alla cappella maggiore, verso la sagrestia, fondata nel 1368 da messer fra Bartolomeo di Bindo Benini, priore dell’ordine gerosolimitano. Le pareti sono decorate da un ciclo di affreschi sulla vita del Santo, attribuito a Pietro Nelli o al giovanissimo Agnolo Gaddi, dove comunque compaiono un paio, se non tre mani diverse. Forse potrebbe trattarsi del misterioso Giovanni Gaddi.
Le scene affrescate sono tratte dalla biografia composta dal vescovo di Alessandria, Atanasio, e dalla Vita di Paolo, di Girolamo: il ciclo, che si svolge sulle tre pareti della cappella e si organizza in due registri che si leggono da sinistra a destra, dall’alto al basso. Partendo dalla parete sinistra, nel registro superiore, due scene distinte separate da un ammasso di rocce, con Antonio che distribuisce i suoi beni a poveri e bisognosi e poi visita un anziano monaco che vive ai margini della città, prima di affrontare l’eremitaggio nel deserto. Sulla parete dell’altare, nel registro superiore, diviso in due parti dalla finestra, sono raffigurate: la tentazione dell’avarizia, con la comparsa nel deserto di un masso d’oro (che doveva essere di lamina metallica e il cui distacco ha causato un’ampia lacuna) e la distruzione del romitaggio da parte dei diavoli. I tormenti demoniaci proseguono nella parete destra, sempre nel registro superiore, con il Santo battuto dai demoni e poi molestato dal diavolo panzooico che gli appare sotto forma di animali selvaggi (si distinguono ancora undici animali disposti su due file tra cui un orso, un caprone, un leone, un cinghiale, un lupo, un toro e un leopardo). Mentre il registro superiore è dedicato alla tentazione, alla prova, alla solitudine del deserto, il registro inferiore ha come tema la nascita del cenobitismo nell’Egitto del IV secolo, con Antonio che istruisce i suoi discepoli all’interno di un edificio conventuale e poi parte alla ricerca di Paolo. Il viaggio di Antonio per incontrare Paolo è narrato nel registro inferiore della parete dell’altare: a sinistra della finestra, Antonio incontra il centauro (in alto) e il satiro (in basso) che lo guidano nel deserto; a destra della finestra l’asceta sta bussando con una pietra al romitaggio di Paolo, il cui volto si intravede tra le rocce. Il ciclo si conclude sulla parete destra con Antonio e Paolo (vestito con la tunica di palma intrecciata) nutriti da un corvo: la scena è ricca di invenzioni interessanti: l’albero che, con le foglie ricoperte di datteri rossi, ‘buca’ la roccia della grotta; il corvo che vola sospeso tra i due volti specularmente simili degli eremiti. Chiude il ciclo il seppellimento di Antonio da parte di due discepoli mentre in alto quattro angeli portano in cielo l’anima del Santo: notevole è l’attenzione al vero, con il corpo dell’anacoreta che grava sul telo su cui è trasportato e affatica le schiene dei due compagni chinati. Completano la decorazione i quattro Evangelisti, identificati dai loro simboli e dalle iscrizioni perfettamente leggibili.

L’abate Domenico Moreni, nel 1793, testimoniò come ancora la chiesa conservasse, al suo interno, stemmi, varie sepolture nella pavimentazione, pitture di Neri di Bicci, Paolo Uccello e Filippino Lippi (Apparizione della Vergine a san Bernardo, oggi alla Badia Fiorentina) e altri. L’altare maggiore, sovvenzionato dagli Albizzi, era decorato fra Tre e Quattrocento dal grandioso polittico di Rossello di Jacopo Franchi oggi alla Galleria dell’Accademia.
Il fabbricato della chiesa cadde in stato di semi-abbandono dopo le soppressioni, finché l’ex monastero fu, in parte, trasformato in villa ad opera dei Del Corona, che l’acquistarono nel 1815 dal patrimonio delle corporazioni religiose. Poi fino alla prima metà del Novecento, la proprietà passò ai Burn-Murdoch.
Attualmente il fabbricato, dopo imponenti lavori di ristrutturazione terminati nei primi anni ottanta del Novecento risulta diviso in circa nove appartamenti tutti privati, taluni tra i quali (non aperti al pubblico) includono tutt’oggi il capitolo, due lati porticati del chiostro quattrocentesco e la cappella di sant’Antonio.

 

Bibliografia:
Fenelli Laura, Il convento scomparso. Note per una ricostruzine del complesso fiorentinodi Santa Maria al Sepolcro (le Campora), in: “Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz”, Bd. 55 Nr. 2, 2013

Molte immagini sono reperibili nel sito:
https://www.bildindex.de/bilder/gallery/encoded/eJzjYBKS42IvyEzWTczJEWJPTswtyC9KlGJ29HNRYi7JydZiEErmEgDJg3FRfllmSmqRkLNbTn5Ral6VjoJ3aV5xSUZmcUl-UWZxckZqsYInUCCzpLREITNPAa7MN7FCNyAnMS85Wxcmj2wJAALnK3w*

 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_del_Santo_Sepolcro

Rilevatore: AC