PRAVISDOMINI (PN). Chiesa di Sant’Antonio abate

Via Panigai, 2
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La primitiva chiesa di Pravisdomini era dedicata forse ai santi Filippo, Giacomo e Antonio e risaliva all’XI secolo; essa divenne parrocchiale entro il 1434, affrancandosi dalla pieve di San Pietro Apostolo di Azzano Decimo. A partire dal 1489 l’unico titolare è S. Antonio abate.
Qualche anno fa è stato sostituito il pavimento della chiesa parrocchiale e sono venute alla luce le fondamenta della antica pieve, orientata come l’attuale, ma più piccola e dotata di portico.
Nel 1477 sin pensa che i Turchi, durante le loro razzie, abbiano distrutto o bruciato la chiesa. Le parole di un’iscrizione incise nei mattoni d’angolo destro, in gran parte ancora leggibili, tramandano: “P. (re) Jacobus de Ursara. 1477. Li Turchi corsero in Friuli al dì I de Novembrio et a dì 6, p…tornarono indietro…“.
La chiesa fu ricostruita e consacrata il 1° maggio 1488 dal vescovo ausiliare di Concordia Antonio III Feletto.
Il sacro edificio aveva visto alterate le strutture originarie nel suo interno dai notevoli rimaneggiamenti del 1866, tanto da creare un contrasto con l’architettura esterna. Angelo Pasquini di Pravisdomini negli anni 1884-85 contribuì notevolmente al “restauro” della chiesa e i lavori riguardarono la costruzione di un controsoffitto con volta a crociera, realizzato con arelle intonacate, appese alle capriate, e privo di valore artistico. L’interno fu deturpato da gusti innovatori, adattandolo al gotico e l’apertura delle finestre sul lato nord è considerato una ferita alla fiancata. Per fortuna, tra il 1988 e il 1990 la chiesa e il campanile furono riportati alle linee originali. Un un ulteriore restauro fu condotto nel 2013.

La chiesa attuale in cotto, una delle più belle dei dintorni, con l’interno ad unica navata, presenta elementi decorativi romanici e gotici e risale al XV secolo.
Sul lato destro del portale a sesto acuto si eleva il campanile ben armonizzato con la costruzione.
La facciata a capanna della chiesa, rivolta a sudovest e rivestita da mattoni a faccia vista, è scandita da quattro lesene raccordate da archetti (bifore cieche) e presenta al centro il portale d’ingresso a sesto acuto e il rosone; questi due elementi sono collocati all’interno di una trifora cieca. Sotto gli spioventi corrono archetti pensili; lo stesso motivo viene ripreso anche per aula e abside. Le falde della facciata sono sormontate da pinnacoli.
All’esterno della chiesa, sul lato della strada, rimangono soltanto alcune tracce del gigantesco affresco con san Cristoforo, rovinato dalle intemperie e soprattutto dagli scarichi degli automezzi della vicinissima arteria provinciale. E’ stato attribuito a Pomponio Amalteo.
Annesso alla parrocchiale è il campanile a base quadrata, la cui cella presenta una bifora per lato ed è coronata dalla guglia a pianta circolare.

L’attuale chiesa si presenta ad aula rettangolare, a unica navata, su sedime leggermente rialzato rispetto a livello di campagna. All’interno, l’aula è illuminata da quattro finestre ad arco contrapposte; il soffitto è caratterizzato da travi lignee e tavelle in cotto a vista; la pavimentazione è in marmo policromo. La zona absidale, sopraelevata rispetto all’aula, presenta un soffitto a volta.

La pala dell’altare maggiore è un olio su tela di 200 x 100 cm, opera del 1571 di Pomponio Amalteo (Motta di Livenza, 1505 – San Vito al Tagliamento, 1588), raffigura Cristo Risorto tra due Santi che sono stati identificati con s. Antonio abate e s. Giovanni Battista.
Nel 1579 sorsero delle divergenze tra il pittore e i rappresentanti della comunità sull’entità del compenso per le pitture da lui eseguite nel coro della chiesa: per l’esecuzione di una ancona (tela con relativa cornice intagliata, sicuramente la pala dell’altare), di un gonfalone e di altre opere non specificate, molto probabilmente le decorazioni delle travature, per un ammontare di 360 ducati di cui 50 erano rimasti da saldare. Costoro presero l’impegno di saldare all’Amalteo, presente all’incontro e consenziente, ancora 50 ducati in aggiunta ai 310 già corrisposti, di cui 30 come acconto immediato e 20 a saldo del debito entro un mese.
L’altare di S. Antonio era stato realizzato nel 1542 dal pittore, intagliatore e decoratore Piero di Mure di Sesto, detto Piero da San Vido per la somma “di 25 ducati a L.(ire) 6 e S. (soldi) 4 per ducato”. Il contratto venne redatto a Portogruaro “nella abitazione del nobile Signor Francesco de la Frattina” ed è firmato da Bortolo Viani fu Giovanni, quale podestà della Villa di Pravisdomini e Camerario della chiesa di S. Antonio abate di Pravisdomini…”. Piero da S. Vido potrebbe essere anche l’autore di qualcuno degli affreschi sulla parte superiore dell’arco trionfale.
La tela fu rimossa nel 1734 dall’antico altare maggiore ligneo per essere collocata nel settecentesco altare attuale, voluto da Leone Mocenigo, nobile veneziano con una bella villa a Pravisdomini; un’iscrizione sul timpano dell’altare indica che l’opera è stata eseguita da Giovanni e Alò (Eligio) di Pietro figli di Leonardo. L’altar maggiore fu sistemato in data 1° settembre 1734 e dalla rimozione del precedente si trovò la memoria della consacrazione della chiesa intitolata a “S. Antonio abbate” avvenuta nel 1488.

Gli altari laterali barocchi, dedicati a S. Antonio abate e alla Madonna del Rosario, non sono di particolare pregio. Sarebbero stati acquistati a Venezia, dopo la soppressione napoleonica di ben 200 chiese avvenuta nella città lagunare. Come in diversi altri casi i camerari (amministratori parrocchiali, poco dopo sostituiti, con meno poteri, dai fabbricieri) si recarono a contrattare la cessione di opere custodite all’interno delle chiese sconsacrate, per abbellire le chiese e in certi casi riarreddarle dopo gli spogli avvenuti a opera dei soldati di Napoleone nel 1797.
Pregevole il coro, considerato un piccolo capolavoro e il tronetto una vera e propria opera d’arte.
Il Crocifisso, una scultura lignea del Cinquecento, restaurato nel 1991, è un’opera di 133 x 136 cm, mentre la Croce misura 157 x 346 cm. La scultura è stata ricavata da più pezzi di legno di tiglio.

Dalla relazione sull’ultimo restauro: “Sulla porta superiore dell’arco santo si erano ancora conservati i vecchi intonaci con gli affreschi (distrutti totalmente invece in basso sino all’altezza del soffitto). Essi risultavano in parte ricoperti da scialbo, ma poteva bel leggersi un’ampia composizione col “Padre Eterno e Angeli musicanti”, parte di una “Annunciazione”. La zona absidale risultava completamente rinnovata nel paramento murario: anche dietro gli stalli del coro non sussisteva più traccia della originaria decorazione. Solo alle spalle della pala dell’altar maggiore si conserva un frammento – indubbiamente amalteiano – raffigurante il “Noli me tangere”. Solo le vele della volta rivelano la presenza di affreschi sotto calce”.
Dall’analisi degli affreschi è emerso come i lacerti rimasti siano antecedenti ai documentati interventi dell’Amalteo e che l’autore di quello del “Eterno Padre” possa essere identificato con Antonio da Firenze, mentre il fondale di quelli dell’Angelo e dell’Annunciazione apparterebbero a una mano diversa.

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