CASSINE (Al). Complesso Conventuale di San Francesco e Museo, affresco e statue lignee di s. Antonio abate

Il complesso francescano fu fatto edificare dai Francescani Minori Conventuali, giunti a Cassine intorno al 1232.
Ne è prova il testamento di Cesare Canefri, in cui alcuni suoi beni venivano lasciati per la costruzione della chiesa di San Francesco: “in laborerio eiusdem ecclesiae”. Essi si insediarono inizialmente “extra muros“, come ogni nuova comunità mendicante, presso l’ingresso settentrionale del paese nella chiesetta di San Secondo, successivamente si stabilirono nella sede del centro urbano appena costruita.
La data di edificazione è tuttora incerta, probabilmente l’inizio della costruzione è prossima al 1291 e l’ultimazione intorno al 1327, in relazione ad una bolla pontificia del Papa Giovanni XXII, in cui era concesso ai frati di trasferirsi entro il castrum.

Note storiche:
I verbali delle visite pastorali, a partire dal 1577, ci informano della presenza delle varie cappelle che i frati avevano concesso di edificare a famiglie e confraternite.
Nel 1623 si eseguirono lavori di rivestimento in muratura dei pilastri gotici e di tinteggiatura, per adeguarsi alle esigenze dei tempi; tali rivestimenti, nelle prime due campate a partire dal presbiterio, sono stati asportati durante i restauri operati nel 1925.
In occasione dell’arrivo nel 1713 delle reliquie di Sant’Urbano Martire, la chiesa ebbe un globale intervento di restauro e trasformazione, come evidenziano ancora numerose cappelle del lato meridionale.
Recentemente, attraverso sondaggi sui primi due pilastri rettangolari, risparmiati dall’intervento di restauro del 1925, è stato accertato l’inglobamento di ampie colonne non rimesse a vista in funzione delle attuali metodologie che mirano alla conservazione degli elementi successivi, altrettanto importanti degli originali.
In seguito alla soppressione napoleonica del convento, avvenuta per decreto nel 1802, i frati furono trasferiti nel convento di Moncalieri e tornarono nel 1830; nel decennio successivo furono sostituiti dai Padri Cappuccini.
Il convento fu definitivamente soppresso e incamerato nei beni dello Stato quando nel 1858 il Comune di Cassine lo acquistò adibendolo ad uso scolastico, funzione che sviluppa ancora ai nostri giorni, mentre la chiesa fu curata da alcune confraternite, svolgendo, come nei secoli passati, un ruolo unificante tra le varie parrocchie di Cassine.
La chiesa è uno dei pochi significativi esempi in Piemonte di architettura gotica lombarda, con derivazioni cistercensi.
L’edificio è orientato, con l’abside a levante e facciata a ponente, e ricalca lo schema costruttivo in uso alle costruzioni francescane trecentesche: pianta basilicale a tre navate, di cui la maggiore costruita da tre campate coperte da volte a crociera rialzata su archi ogivali, sorretta da costoloni caretani, compresa l’abside a pianta quadrate; le rimanenti due sono con volte a crociera nervata, su archi a tutto sesto.
Le prime due campate orientali della navata maggiore, sono a base rettangolare, affiancate da un numero doppio di campate minori a pianta quadrata; le due rimanenti campate centrali sono a base quadrata, affiancate ai lati da altrettante campate rettangolari.
I pilastri, alternati a colonne, sono a sezione rettangolare con semicolonne su tre lati, il quarto lato resta piatto, con in alto un capitello pensile, rivolto scambievolmente verso le navate minori; i capitelli pensili verso la navata maggiore sono posti ad un’altezza inferiore rispetto a tutti gli altri capitelli, sorreggendo semicolonne di ribattuta.
Altri capitelli pensili sono inseriti sulle pareti laterali: sistema per conferire maggior spazialità alle navate. I pilastri e le colonne sono caratterizzati cromaticamente da fasce alternate in cotto ed arenaria, così come negli archi ad ogiva e, dove questi sono ricoperti da intonaco, compare una decorazione a finti conci lapidei.
La facciata, in muratura a vista scandita da lesene che ripartiscono le navate, a modo di quinta architettonica, e un basamento in arenaria calcarea.
Il portale è ricoperto da un frontone triangolare a ghimberga in mattoni, sovrastato da un rosone in conci alternati di cotto ed arenaria.
Il fronte sovrasta le navate ed è coronato da archetti pensili, distesi su un fondo a fascia intonacata ad imitazione della pietra, reggenti un cornicione con fascia intonacata ad imitazione della pietra, reggenti un cornicione con fasce di mattoni e mattoncini disposti a losanga, mentre verso il lato meridionale, in coincidenza con le successive cappelle aggiunte e formanti una quarta navata, è la cappella di San Giovanni Battista del 1426, ornata con eguale fastigio sul fronte.
Nell’abside il prospetto, con paramento in mattoni, è racchiuso ai lati da pilastri incappucciati, il cornicione si articola con maggior evidenza in bicromia di archetti pensili in pietra e cotto, sotto e al centro, sono delineate due alte e strette monofore.
Completano le volumetrie esterne dell’edificio il campanile, con base cinquecentesca e cella campanaria in forme neogotiche, di epoca ottocentesca, posto sul lato meridionale dell’abside maggiore.
Sulla parete sud del coro si conserva un apparato liturgico, tipico delle costruzioni mendicanti, costituito da un arcosolio in cui sedevano i diaconi e da una bifora con lavello, per la cerimonia della purificazione. Caratteristica delle costruzioni degli Ordini mendicanti nel Trecento, ancora ben evidenziata in questo edificio, è, all’interno, la differente composizione ritmica dei pilastri e delle volte, in cui si distingue nettamente la zona più sacra, quella absidale assieme alle due campate più occidentali, riservata al culto e alla preghiera dei frati, dalla rimanente parte della chiesa, accessibile ai fedeli e coperta in origine con sole capriate lignee a vista, successivamente ricoperte con volte a crociera tra il XVI – XVII secolo.
In San Francesco di Cassine ci troviamo di fronte ad un edificio che è il risultato tra moduli costruttivi in linea con le regole codificate dall’ordine francescano, con elementi di derivazione cistercense come le absidi quadrate e i capitelli pensili e la tradizione locale di tipo lombardo.
Sul lato nord della chiesa si sviluppa il convento. Nel tempo venne a racchiudere due chiostri e spazi ad uso rurale quali cascinali, terreni coltivati a vigna, orti e giardino. Sono ancora attorno alla chiesa numerosi oratori, su terreni concessi dai frati a Confraternite, conferendo all’insieme una sorta di acropoli religiosa.
I restauri del 1925 hanno rimesso in luce l’architettura originaria trasformata in epoca barocca da rivestimenti e stucchi.
Attualmente è in atto il recupero architettonico di alcuni ambienti conventuali trecenteschi, appartenenti al primo chiostro, tra cui la Sala Capitolare con il suo ciclo di affreschi, la Sacristia ed un vano adiacente che costituiranno la sede del Museo degli Arredi della Chiesa di San Francesco.

Gli affreschi. Cicli di affreschi trecenteschi, databili attorno alla metà del secolo o poco prima, interessano sia la chiesa, sia la Sala Capitolare ove al centro è un’animata Crocifissione con ai lati figure di Santi scanditi da un fregio finto cosmatesco, presente in ogni differente partitura. Sulla parete settentrionale, in una narrazione continua, sono Storie dei Magi e l’Adorazione del Bambino in braccio alla Vergine, assisa in trono.
Sul lato opposto è ancora la Vergine col Bambino, assisa in trono e raffigurazioni di Santi, cari al culto francescano e a quello locale.
Lo stile si inquadra in un ambito di gotico internazionale nell’orbita del Maestro della tomba Fissiraga, operante tra Como e Varese. Stile penetrato in Lombardia nella prima metà del Trecento attraverso la cultura di Assisi, come indica l’arcaica iconografia dell’Adorazione dei Magi, in cui la Vergine col Bambino è assisa in trono, carattere che fa risaltare la nobiltà delle figure.
Non del tutto privo di altri elementi è invece la scena della Crocifissione “affollata”, affine ad un analogo esempio nella cappella del chiostro di Chiaravalle della Colomba, presso Piacenza, in cui una recente critica vede derivazioni giottesche, come denunciano anche le partiture chiuse da fregi cosmateschi.
Nella chiesa compare un ciclo collocato nella cappella presbiteriale di San Michele ancora stilisticamente collegato al Maestro della Sala Capitolare. Sulla parete meridionale sono due scene: l’Annunciazione e probabilmente un episodio della vita di San Giuliano, sul letto di morte dei genitori.
Gli stessi caratteri stilistici sono visibili nella Vergine Allattante sulla prima colonna destra ed in un San Francesco nel vano di controfacciata, per accedere alla cantoria.

Altro artista ha decorato il secondo pilastro destro, raffigurando Sant’Antonio Abate (vedi fig.) e la Vergine col Bambino.
L’anonimo frescante ha lasciato qui una delle sue figure più emblematiche che gli hanno valso il nome convenzionale di “Maestro di Sant’Antonio“, variamente operante in zona tra il III e IV decennio del 1400, come a Palazzo Zoppi di Cassine e sulle vele presbiteriali dell’Abbazia di Santa Giustina di Sezzadio. Stilisticamente queste pitture, dovute alla committenza della famiglia Zoppi attorno al 1426, sarebbero da accostare alle Storie della Passione in Santa Giustina di Sezzadio del 1422 circa.
Inoltre, probabilmente ancora dello stesso autore, sulla parete settentrionale, sopravvive un rovinato polittico affrescato, dedicato a San Martino: nel settore centrale è il Santo titolare sovrastato da una lunetta col Padre Eterno, sul lato sinistro San Francesco e Sant’Ambrogio, sul lato destro San Biagio e San Rocco.

Sul fianco del presbiterio si trovano alla sua destra la cappella di San Michele di cui si è già trattato, e alla sua sinistra due cappelle dedicate a Sant’Urbano martire ed a San Bernardo. Nella prima, decorata con pitture neogotiche del 1839, si venerano le spoglie di Sant’Urbano, compatrono del paese, conservate in un’urna di legno e cristallo contenente anche il vaso vitreo con il suo sangue, la spada e la palma del martirio.
Nell’attigua cappella di San Bernardo si erge un grandioso Crocifisso ligneo del XV secolo, collocatovi nel 1713 ed in origine posto sull’altare maggiore, dove nel 1857 fu sistemato un apparato ligneo con al centro un Crocifisso dell’intagliatore alessandrino Roncati. Sull’altare sarà ricollocata la tela della Vergine col Bambino ed altri Santi.
Discendendo la navata meridionale si incontrano la cappella dedicata al domenicano San Pietro Martire, quella di Sant’Antonio da Padova, quella di San Giuseppe da Copertino, quella dell’Immacolata Concezione, la cui statua lignea del XVIII secolo, attribuibile allo scultore Luigi Fasce, è conservata entro una nicchia dell’altare barocco in stucco policromo. Infine si incontra la cappella di San Giovanni Battista già descritta.

 

Il Museo di San Francesco “Paola Benzo Dapino”  è stato inaugurato nel 2011 ed espone una serie di arredi in un unico organismo costituito dagli elementi superstiti del convento e con la realizzazione di una nuova struttura avente funzione di ingresso. Il complesso, adiacente la chiesa, si compone di tre ambienti: Sala Capitolare, Sacrestia e Quadreria.
Il percorso museale comprende reliquiari lignei pervenuti nel 1713 con la donazione delle spoglie di Sant’Urbano Martire fatta dal vicario generale cardinale Gaspare di Carpegna; più precisamente: 12 busti di legno con ciascuno le ossa degli Apostoli: San Pietro, San Paolo, Sant’Andrea, San Giacomo Maggiore, San Tommaso, San Giacomo Minore, San Filippo, San Bartolomeo, San Matteo Evangelista, San Simone, San Taddeo, San Matteo; 11 statue lignee con reliquari di Santi fra i quali sono state restaurate quelle di Santa Caterina, San Giuseppe, San Pio Quinto; due braccia reliquario lignee con le reliquie di San Biagio e Sant’Alessandro; il reliquario della Colonna della Flagellazione con due angeli che sorreggono la colonna di Santa Prassede; altri reliquari di varie fogge, tra cui spicca quello del Triregno di San Pio V, completano il nucleo.
Sono esposti anche alcuni crocifissi lignei del XV e XVI secolo che presentano una foggia che legittima il confronto con altri presenti nell’alessandrino come a Ponzone e Quargnento e statue lignee raffiguranti Sant’Antonio Abate di fine ‘400 ed un Cristi Flagellato o Ecce Homo.

Tratto in parte da: Cassine: Terra di storia – Storia di Terra, a cura di S. Arditi e G. Corrado.

La chiesa è in Piazza Vittorio Veneto, 2   –  info: Comune tel. 0144 715151

 

Link:
http://www.comune.cassine.al.it – Complesso conventuale di San Francesco

https://www.comune.cassine.al.it/it-it/vivere-il-comune/cultura/museo-d-arte-sacra-di-san-francesco-paola-benzo-dapino

http://archeocarta.org/cassine-al-complesso-conventuale-di-san-francesco-e-museo-di-san-francesco-paola-benzo-dapino/

Rilevatore: Feliciano Della Mora, Angela Crosta

Data ultima verifica sul campo: 29/06/2012 – aggiornam. dicembre 2021

VALGRANA (Cn). Ospizio della Trinità, affresco con sant’Antonio abate.

Antico ospizio per pellegrini in via Roma , 24.

L’edificio, immerso nella tranquillità della Villa, centro storico di Valgrana, è conosciuto per lo splendido affresco della Trinità realizzato dai fratelli Biazaci di Busca nel XV secolo.

E’ l’esempio meglio conservato della regione di ospizio-ospedale per pellegrini e bisognosi, risalente al XV secolo in stile gotico.  Non si conosce l’origine della struttura (forse ospizio degli Antoniani?), segnata in facciata da pitture gotiche. Sul colle vicino, dove sorgeva il castello, vi è traccia di ruderi di una chiesa indicata localmente come chiesa di Sant’Antonio.

Preceduta da un portico, si presenta come una casetta su due piani.
L’interno è stato ristrutturato negli anni scorsi e trasformato in locale abitativo, anche se finora l’utilizzo è stato esclusivamente per mostre ed eventi.

Affreschi
Sulla facciata, sempre visibili, affreschi di metà Quattrocento attribuiti ai fratelli Biazaci, raffiguranti la Trinità e la Vergine col Bambino in trono, a destra.
– La Trinità
  rappresenta le tre Persone (Padre, Figlio e Spirito Santo) come tre busti maschili che emergono dal medesimo corpo.
– Dall’altro lato della porta, a sinistra, la figura di sant’Antonio abate (fig.).

 

Link: http://www.comune.valgrana.cn.it
http://archeocarta.org/valgrana-cn-ospizio-della-trinita-e-chiesa-parrocchiale/

Fruibilità: Sempre visibile, sulla facciata.
Info:  Comune di Valgrana, via Roma, 38. Telefono: 0171-98101

Rilevatore: Angela Crosta, Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 29/06/2012

BACENO (VCO). Chiesa Parrocchiale di San Gaudenzio, altare e affresco di sant’Antonio abate

Via Marconi n.51  – Telefono 0324.62045  – Fax 0324.242215


I primi documenti che testimoniano l’esistenza di una primitiva cappella, risalgono ai primi anni del 1000. Infatti il Bascapè, vescovo di Novara dal 1593 al 1615, nel suo libro “Novaria Sacra”, evidenzia un documento circa l’esistenza in Baceno di una “cappellam” donata ai canonici di s. Maria di Novara da Gualberto, vescovo di Novara dal 1032 al 1039.  La cappella a pianta rettangolare era ubicata ove attualmente vi è il presbiterio.
Costruita in romanico lombardo, fu dedicata a S. Gaudenzio, primo vescovo di Novara (337-417).
Il primo ampliamento va collocato fra il XII e il XIII secolo. Non essendovi spazio sufficiente, fu mutato l’orientamento, nord-sud, edificando quella parte che oggi è la navata centrale (comprese le due navatelle) e la facciata romanica compresa fra le due lesene.
Nel 1326, ove era situato l’accesso alla primitiva cappella, il chierico Signebaldo de Baceno figlio di Giacomo eresse la cappella della Madonna.

I dipinti sono stati gravemente danneggiati quando agli inizi del ‘700 si volle trasformare la cappella della Madonna in cappella del S. Rosario, inserendo due armadietti barocchi per la conservazione delle reliquie. Sotto l’armadietto di destra è ancora visibile la parte inferiore di un precedente affresco dedicato a S. Antonio abate.
Frammento di affresco di pittore anonimo; secolo XV, prima metà, seconda metà del XV secolo
Dimensione: 94 x 92 cm (frammento)
Si tratta della parte bassa di affresco, ricoperto quando nel 1701 fu creata una piccola nicchia con decorazione barocca di stucco, commissionata dai bacenesi emigrati a Roma, membri della Compagnia del Rosario. E’ probabile che il frammento ora visibile riapparve durante il restauro del 1975. Si può ipotizzare che fosse all’origine un’immagine di devozione contigua all’immagine della Virgo Lactans.

Diffondendosi sempre più il cristianesimo fra le genti di Antigorio, si avvertì la necessità di un nuovo ampliamento e di un abbellimento della chiesa con l’aggiunta delle attuali navate laterali.
L’occasione fu data nel 1486 dal matrimonio di Bernardino de Baceno, valvassore imperiale di Antigorio e Formazza, con la nobildonna Ludovica Trivulzio, figlia di Antonio Trivulzio, rappresentante del duca di Milano in Ossola.
Verso la fine del XV secolo fu dato inizio ai lavori per la costruzione delle navate laterali evidenziando così lo stile Gotico, e contemporaneamente ebbe inizio la stesura degli affreschi che furono completati solo nel 1542 con la grande Crocifissione sulla parete di destra del presbiterio.
A partire dall’ultima decade del Cinquecento, in conseguenza delle nuove norme dettate dal Concilio di Trento, l’interno della chiesa fu soggetto a nuovi interventi tali da modificarne sensibilmente la struttura, col conseguente risultato che il Barocco venne ad aggiungersi al Romanico ed al Gotico. All’ingresso si evidenzia l’ampiezza della chiesa basilicale a cinque navate, divise fra loro da quattro serie di diverse colonne. Il pavimento in notevole salita è formato da lastroni di serizzo.
Il dislivello fra l’inizio della navata e la base dei gradini del presbiterio è di circa 90 centimetri.
Le navate laterali, sono formate da 10 crociere affrescate. Oltre all’imponente ciborio che costituisce l’altare maggiore, si possono ammirare altri sette altari laterali dedicati rispettivamente a: san Rocco, san Giovanni Battista, santa Vittoria, Beata Vergine Maria, san Pietro, sant’Antonio abate (opera di Giacomo da Cardone, 1554) e san Carlo Borromeo.
In fondo alla navata di levante si può ammirare il cinquecentesco Battistero costituito da un piedistallo in marmo bianco di Crevoladossola sormontato da un ciborio ligneo contenente la vasca battesimale.
A ponente della chiesa nel 1628 fu eretta la cappella della confraternita del Ss. Sacramento, oggi adibita a cappella invernale e destinata a custodire il Santissimo Sacramento.
Il campanile del 1522, alto ben 50 metri, la sagrestia ‘nuova’ e il coro ligneo dietro l’altare maggiore, databili verso la fine del secolo XVII.
Completa l’architettura della chiesa il bellissimo organo di fabbricazione svizzera-vallesana degli organari Carlent e Walpen risalente alla prima metà dell’800.

 

Link: http://www.chiesa-baceno.it
http://archeocarta.org/baceno-vb-chiesa

Fruibilità:
Apertura da Lunedì a Sabato : 09.00 – 12.00 / 15.00 – 17.30.  Domenica e Festivi : 09.00 – 10.30 / 14.30 – 17.30
Servizi Visite di Gruppo con Guida: su Appuntamento Tel. 0324.62045
Email: chiesa-baceno@chiesa-baceno.it

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 28/06/2012 – 9/11/2020

VENTIMIGLIA (IM). Chiesa di Sant’Antonio abate

https://goo.gl/maps/eMR2VwZJ1YJh4ZnW6

La devozione per Sant’Antonio Abate ha radici profonde a Ventimiglia. Ha ben ragione il prof. Durante nel ricordarlo.
Non si deve dimenticare l’intitolazione della chiesa delle Canonichesse Lateranensi, costruita sulle rovine del palazzo dei Conti di Ventimiglia, in pieno Seicento, proprio a questo Santo e dunque la profonda tradizione che legava lo stesso a Ventimiglia.
Dalla Chiesa proviene un piccolo dipinto a olio,  ora in proprietà comunale, che permette di passare immediatamente alla considerazione della devozione locale.

La popolarità del Santo è tale che è difficile separare la leggenda dalla realtà.
Non è neppure mancato l’inserimento della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, cosa che ha ravvivato la devozione tardomedievale.
In relazione a Ventimiglia sono illuminanti le testimonianze di Gerolamo Rossi, il quale, citando il Gioffredo ed un’opera agiografica, il Compendium Antonianae Historiae, dà ampio spazio alla vicenda leggendaria dell’origine ventimigliese del santo.
Secondo la pia tradizione, infatti, il padre di Antonio, un alessandrino di nome Beabasso, sarebbe giunto a Ventimiglia per motivi commerciali nel 253 (secondo la cronologia ufficiale i limiti della vita del santo sarebbero tra il 250 ed il 17 gennaio del 356). Qui avrebbe sposato una ventimigliese, di nome Guitta, Gietta o Ghitta. Unione dalla quale sarebbe nato Antonio. Già qui ci sono incoerenze, per il nome germanico della madre. E si tenga conto che la santità di Antonio è legata invece all’eremitaggio orientale, solitario.
Sempre secondo la leggenda, la madre ventimigliese sarebbe stata di nobili origini. I conti di Ventimiglia sostenevano di appartenere alla discendenza del santo. Il Rossi cita i pellegrinaggi di alcuni Ventimiglia a Vienne nel Delfinato, ove si conservano le reliquie del santo. Lo stesso Rossi, in un altro scritto inedito, che comunque ha fornito materia alle pubblicazioni, ricorda la presenza della presunta culla del santo nel castello di Ventimiglia, preziosissima reliquia. La memoria devozionale rimane anche dopo che I Ventimiglia lasciano la città, tanto che la comunità può portare in processione il baldacchino sopra le reliquie del santo, diritto che spetta ai Ventimigliesi eventualmente presenti a Vienne.

Nel corso del Seicento ci si riannoda a questa tradizione quando si deve costruire il convento femminile sui ruderi del castello dei Ventimiglia, ove già probabilmente sorgeva un sacello dedicato al Santo. Santo del quale non si può non ricordarsi all’atto della dedica della chiesa. In fondo ci si riferiva ad un personaggio la cui esperienza eremitica non poteva non essere esemplare per le suore ivi raccolte.
Si deve proprio ai “principali” ventimigliesi un’importante iniziativa a sostegno della devozione per il Antonio, iniziativa peraltro limitata ai settori più elevati della società cittadina. Sono Antonio Porro, finora noto per aver ceduto gli spazi per la costruzione dell’oratorio detto “dei Neri” sull’attuale via Garibaldi, e Gio Girolamo Lanteri, i quali affidano la redazione di un testo agiografico su Sant’Antonio abate al Padre Teofilo Raynaudi, che il Rossi dice originario di Sospel.
Il Raynaudi pubblica allora a Roma nel 1648, i Symbola Antoniana. La Biblioteca Aprosiana conserva ben due copie di questo volumetto, dei quali uno proviene dal convento dell’Annunziata e l’altro è stato donato alla Biblioteca nel 1653 dall’ Eccellentissimo cittadino ventimigliese Domenico Antonio Sismondi. L’opera è dedicata, tramite i committenti, al vescovo Lorenzo Gavotti. Si tratta di un compendio che riferisce della vita e dei valori sostenuti dall’esperienza religiosa del santo, con tutte le sue vicende leggendarie legate alla città, inclusi miracoli come la guarigione del figlio de re di Barcellona. Ecco dunque la figura del Santo guaritore, con il maiale sempre a fianco, da cui trarre il sego per curare il “fuoco di Sant’Antonio”.

Link:
https://www.rivieratime.news/ventimiglia-la-storia-del-quadro-di-santantonio-abate-e-della-chiesa-a-lui-dedicata/

https://vimeo.com/502152456

Fruibilità:
Nel quadro di proprietà ora del Comune di Ventimiglia non a caso Antonio abate è rappresentato vicino ad un bambino, in relazione forse a fatti notissimi nella fase di redazione dell’opera, nel XVII secolo, con una veduta della zona della Marina.

 

 

Chiesa di Sant’Antonio abate, via Porta Nuova, 1
Una bella chiesa in stile barocco ligure.
Sull’altare un quadro con sant’Antonio, (foto 2 in basso).

Un altro dipinto raffigurante sant’Antonio abate è presente nella chiesa e raffigura il Santo  che tiene nella mano sinistra un libro su cui è il fuoco mentre la destra appoggia su un bastone a tau; tela datata intorno all’ultimo terzo del ‘700.
Vedere: https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0700036910

 

Info sulla Chiesa:
https://vimeo.com/500981724

 

Autore: Alessandro Giacobbe, 21 Gennaio 2011

Rilevatore: Feliciano Della Mora, Ersilio Teifreto

Data ultima verifica sul campo: 24/06/2012

 

TORRITA DI SIENA (Si). Chiesa delle Ss. Flora e Lucilla; polittico “Adorazione dei pastori, con sant’Antonio abate”

 

La Chiesa di Santa Flora e Lucilla, insieme al Palazzo Comunale, costituiscono il lato più antico della Piazza entro le mura del Castello di Torrita.

 

Polittico attribuito a Bartolo di Fredi (Siena 1330 ca. – San Gimignano ? 1410), XIV sec., Adorazione dei pastori, Tavola cm. 187 x 183.
Il polittico, costituito in origine da più scomparti, come dimostrano anche le tracce dei cavicchi visibili sui bordi esterni delle tavole laterali, si compone oggi di solo tre sezioni: nella scena centrale campeggia una capanna, aperta sui quattro lati, dove è situato il Gesù Bambino, che suggerisce una certa rigidità imposta anche dalle fasce che lo avvolgono. Disposto in una spoglia mangiatoia, con alle spalle il bue e l’asino, è attorniato da vari personaggi in adorazione.
La Madonna, ritratta con le mani incrociate sul petto è affiancata da san Giuseppe genuflesso in preghiera che indossa un abito rosso rivestito internamente di giallo.
Altri due soggetti sulla destra assistono in adorazione il Bambino; si tratta di una pastore in compagnia di un cane con lo sguardo rivolto in alto verso la cometa, situata sulla tettoia della capanna, ed un’altra figura maschile genuflessa sulla destra della capanna che ricorderebbe un frate francescano.
Bartolo riesce a creare un ambiente sereno con i volti dei soggetti che esprimono un senso di devozione e stupore non senza qualche accenno di pietismo.
E’ evidente la sproporzione che c’è tra la Vergine e gli altri soggetti della scena. Sul registro superiore emergono dalle nuvole otto angioletti che si stagliano sul fondo dorato.
Sullo scomparto destro è visibile la figura di Sant’Antonio abate, riconoscibile per gli immancabili attributi del bastone a forma di tau e soprattutto del maiale, considerato un animale sacro perché allevato dall’ordine religioso degli Ospedalieri Antoniani al fine di curare la malattia detta fuoco di Sant’Antonio o male degli ardenti.
Particolare interessante del polittico è costituito dalla coppia di maiali ai piedi di Sant’Antonio, rappresentati con la cintura bianca, caratteristica tipica della Cinta Senese, razza suina autoctona oggi a rischio estinzione.
Nel pannello di sinistra è rappresentato Sant’Agostino con indosso i solenni paramenti vescovili nell’atto di benedire, mentre con la mano sinistra stringe il pastorale.
Entrambi i Santi si stagliano su un fondo oro decorato a punzone.
E’ un’opera molto discussa dalla critica, la cui attribuzione è contesa tra due artisti affini come Bartolo Di Fredi e Taddeo Di Bartolo, ritenuti erroneamente legati da un rapporto di parentela (padre-figlio) dal Vasari.
La paternità di Bartolo Di Fredi sembrerebbe essere confortata e sostenuta da gran parte degli studiosi.
Fu uno dei pittori toscani più operosi, attivi nella seconda metà del sec. XIV. Le numerose opere svelano tuttavia l’intrinseca debolezza del suo linguaggio artistico, ridotto a una sigla eclettica, derivante da Simone Martini, dai fratelli Lorenzetti e da Niccolò Tegliacci, di cui forse fu scolaro. Il primo documento che lo ricorda è del 1353, associato con Andrea Vanni; la sua opera più celebre, il ciclo di affreschi dell’Antico Testamento nella collegiata di San Gimignano, è del 1367.
Produsse un gran numero di pale d’altare ed affreschi. Collaborò con altri artisti in cicli affrescati, dipinti su tavola e sculture policrome. Molte delle sue più importanti opere furono eseguite insieme al figlio, Andrea di Bartolo.
Partendo dai resoconti più antichi, l’opera, dopo un accenno dell’erudito De Angelis (1821), viene inventariata dal Brogi (1897) come dipinto alla “Maniera di Taddeo di Bartolo”. Si passa quindi ad analisi più puntuali dal punto di vista scientifico a partire dal Perkins fino a Berenson (1932). Quest’ultimo, nei suoi “Indici”, ad vocem Torrita, parlando del dipinto lo attribuisce a “Bartolo Maestro Fredi”.
L’erudito locale G.M. Gasparri, su una copia del testo Notizie istorico critiche di Fra Giacomo da Torrita del De Angelis, scrive a mano un’annotazione, mutuata dal critico Cesare Brandi, in cui si legge che l’opera “è della scuola di Taddeo di Bartolo anzi, dice lo studioso senese, proprio di Taddeo”. Il Brandi la mette in relazione temporale con l’Adorazione dei Pastori conservata al Museo di Beziers in Francia; quella francese è difatti ritenuta una replica del polittico torritese. Gli studi più recenti tendono invece a rimarcare l’attribuzione a Bartolo di Fredi.
Le figure sono rese con scarsa dovizia di particolari. Bartolo le semplifica conferendo più importanza al dato volumetrico. Tale aspetto si riscontra agevolmente nei panneggi diventati più pesanti con i corpi dei protagonisti ancora più tangibili.
La Madonna si discosta dalle altre versioni giovanili. Il mantello si chiude cadente e pesante sulle spalle, i gomiti contribuiscono ad alzarlo agevolando l’osservazione del volto. La veste si caratterizza quasi come un guscio chiuso.
I santi degli scomparti laterali sono evidentemente improntati sul dato plastico come del resto i soggetti dello scomparto centrale. Bartolo li raffigura in piedi sul basamento e li colloca entro uno spazio chiuso quasi si trattasse di statue definite in una nicchia.
La critica è a tutt’oggi divisa sulla questione della datazione della tavola, mentre sembra trovare un parere unanime l’assegnazione a Bartolo di Fredi.
Stando a quanto rilevato dal Freuler (1994) la cronologia dell’opera di Santa Flora oscillerebbe in un lasso temporale che va dal 1366 al 1388, coincidente con il momento di passaggio dalla produzione giovanile alla prima maturità. Secondo lo stesso autore, l’opera sarebbe stata trasferita a Torrita fra il 1695 ed il 1699 dall’altare della Cappella del Parto presso la Chiesa di Sant’Agostino di Montalcino, fatta costruire dalla nobildonna Petra Cacciati e dove l’opera era collocata originariamente. A supporto di tale tesi, in un testamento del 1463, la nobildonna torritese, Andreoccia di Bandino, indicò il convento degli agostiniani di Siena come erede universale dei suoi beni. Nelle clausole dell’atto notarile la stessa dichiarò di voler essere seppellita in Santa Flora assieme ai familiari, oltre alla volontà di fare erigere una cappella o in Sant’Agostino a Siena o nella stessa chiesa paesana…

Descrizione tratta da Niccolò Malacarne, in La Chiesa delle Ss. Flora e Lucilla tra Storia ed Arte, Associazione Culturale Villa Classiva, Torrita di Siena, 2010, pp. 95.

 

Note storiche:

Chiesa romanica ad una sola navata, Santa Flora e Lucilla è l’edificio di maggiore pregio architettonico. Eretta nel XIII secolo, è caratterizzata da una facciata a mattoni, ricca di decorazioni in laterizio e da un portale leggermente strombato. Oltre ad alcuni frammenti di affreschi affiorati durante gli ultimi restauri, la chiesa conserva veri gioielli di arte pittorica della Scuola Fiorentina del 400, di Benvenuto di Giovanni, di Taddeo di Bartolo e di Bartolo di Fredi.
Anticamente questa chiesa era in gran parte affrescata e tracce sono visibili sopra il coro, dove sono state riportate in superficie un’Assunta ed un’Immacolata attribuite alla scuola del Sodoma.
Il tempio conserva la lunetta marmorea a bassorilievo “Il sangue del Redentore” attribuita a Donatello (1430). Non si conosce la collocazione originale dell’opera che nel XIX secolo venne spostata dall’esterno della Chiesa della Madonna delle Nevi al vestibolo dell’Ospedale di Maestri. Si ipotizza che il bassorilievo fosse in origine parte di un tabernacolo composito.
Nell’opera “La Pittura Senese nel Rinascimento, 1420 – 1500”, raccolta edita dal Monte dei Paschi di Siena nel 1989, si trova una critica di Keith Christiansen che riporta:  “… L’ipotesi più probabile è che il Donatello avesse creato un rilievo precisamente di questo tipo durante la sua permanenza a Siena. L’opera viene datata attorno agli anni trenta del Quattrocento, ed è stata associata al tabernacolo di Donatello per San Pietro a Roma…”

 

Bibliografia:
Niccolò Malacarne, in La Chiesa delle Ss. Flora e Lucilla tra Storia ed Arte, Associazione Culturale Villa Classiva, Torrita di Siena, 2010, pp. 95.

Link:  http://www.comune.torrita.siena.it

Note:
La scheda si è potuta presentare grazie alla collaborazione del signor Paolo Pesenti di Torrita di Siena.

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 30-05-2012