PRATO, fraz. San Giusto. Oratorio di San Bartolomeo, immagini di sant’Antonio abate

L’ Oratorio di San Bartolomeo è un edificio religioso trecentesco di Prato,  sito in via Cava.800px-Oratorio_di_san_bartolomeo,_prato_03

Rara testimonianza di edificio religioso minore in stile gotico che fu innalzato dalla potente famiglia pratese dei Guazzalotti, nella seconda metà del Trecento.
Le pareti in muratura mista sono regolarizzate da spigoli in arenaria e forate da monofore ogivali lobate, mentre in facciata un portale bicromo ospita nella lunetta un vigoroso altorilievo tardo trecentesco (Madonna col Bambino e santi), molto danneggiato.

Dopo aver completato il restauri e risanamento della struttura, nel 2000 è iniziato il restauro degli affreschi.

L’interno è impreziosito da affreschi fatti eseguire tra l’ultimo quarto del XIV e i primi del XV secolo da membri della famiglia Guazzalotti, spesso ritratti ai piedi dei santi.

Sulla destra, sant’Antonio abate e quattro storie della sua vita, eseguito probabilmente da Arrigo di Niccolò (1374-1446).

Un’altra figura di sant’Antonio abate (di Arrigo di Niccolò), e due santi di Francesco di Michele, autore anche delle solide e severe figure sulla parete opposta (San Giuliano [non chiaro] e la Madonna col Bambino, 1375-80), dipinte sotto imponenti baldacchini con cupola.

 

 

Dello stesso pittore o di un collaboratore sono, di lato all’arco trionfale, il Martirio di san Bartolomeo e un’immagine di sant’Antonio abate.  

 

MOIE (An). Abbazia benedettina di Santa Maria, con dipinto murale raffigurante Sant’Antonio abate.

L’abbazia benedettina di Santa Maria di Moie costituisce uno dei più interessanti esempi di romanico nella regione Marche e si trova nell’omonima cittadina in provincia di Ancona, collocata in una posizione strategica perché vicino la strada che collega l’Umbria con la costa adriatica attraverso la valle dell’Esino.
Fig. 1 - Abbazia di Santa-Maria-delle-MoieL’abbazia fu fondata probabilmente nell’XI secolo da componenti o parenti degli Attoni-Alberici-Gozoni come monastero privato: questa famiglia dominava a quel tempo tutte le Marche centrali e cercava di consolidare la propria potenza politica ed economica attraverso la fondazione di monasteri privati nei luoghi più strategici della regione (erano stati già costruiti San Vittore delle Chiuse nel comune di Genga e probabilmente Santa Croce dei Conti di Sassoferrato, realtà con cui ne condivideva la tipologia costruttiva).
La valle attorno alla chiesa era inoltre una zona decisamente fertile con vigneti e campi coltivati con olivi e fichi e poco distante ad una zona boscosa chiamata Silva Carpineta e ad un ponte che attraversava il fiume Esino, che nel Medioevo costituì il confine conteso da Longobardi e Bizantini.
La prima notizia certa dell’abbazia è del 1201, quando viene ricordato per la prima volta l’abate di Santa Maria Guido Simonis (di Simone) come firmatario del contratto con la quale i Signori (Tommaso, Mollaro con i figli del defunto Tebaldo, Lebedano e Roberto) del Castrum Mollie che si trovava ad occidente dell’Abbazia si sottomettono al comune di Jesi. Nota a partire dal 1219 come Molie S. Mariae plani, rimarrà così fino al XIV: il nome molie denota la geografia del territorio paludoso che si estendeva lungo l’Esino fino al XIII secolo e invece planum indica la pianura come sito dell’abbazia.
Fig. 4 - veduta-chiesa-moie-da-estNei secoli XI e XII l’Abbazia ottenne significative donazioni come emerge dal catasto del 1295 fatto fare dal Vescovo diocesano Leonardo (165 ettari e 4 mulini): notevolmente importante era il tributo della decima pagato nel 1299 alla Chiesa romana, che era superata solo da poche altre istituzioni.
Nel 1400 le proprietà del monastero raddoppiarono rispetto a quelli del XIII secolo: nonostante questo momento di prosperità, tra il XIV secolo e XV secolo, come accadrà per altre abbazie, Santa Maria delle Moie accuserà una progressiva riduzione delle vocazioni monastiche che culminerà tra il 1456 e il 1464 col trasferimento dei beni dell’abbazia al Capitolo della Cattedrale di Jesi. Il vescovo Marco Agrippa Dandini (1599 – 1603) il 1° gennaio del 1600 eleverà l’abbazia a parrocchia, rimanendo sotto il Capitolo della Cattedrale di Jesi fino al Concilio Vaticano II.

Internamente nell’abside laterale verso sud è presente una pittura murale del XVI secolo raffigurante sant’Antonio abate, che fa supporre un secondo altare a lui dedicato. Il Santo è vestito con abiti episcopali e siede su un trono affiancato da due colonne, con la mano sinistra regge il pastorale mentre la mano destra benedice. A sinistra e destra dei suoi piedi sono rappresentati i committenti, una donna e forse due vescovi; sullo sfondo si riconoscono delle palme isolate, una campana, un piccolo maiale nero ed un bue. Purtroppo non è leggibile l’iscrizione che corre lungo il bordo ornamentale inferiore…

Autore: Martina Gambioli

Fonte: www.finestresullarte.info, 1 ago 2020

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COLLOCAZIONE IGNOTA. “Sant’Antonio eremita, incisione di fine XVIII – inizio XIX secolo in collezione privata

SANT’ANTONIO EREMITA. Incisione di fine XVIII – inizio XIX secolo in collezione privata.

CASTELLETTO D’ORBA (AL). Chiesa parrocchiale Sant’Antonio abate

La Chiesa parrocchiale dedicata a Sant’Antonio abate è sita in via Roma 11  (tel. 0143 830113 .
https://goo.gl/maps/zzn9r3PjAXPfY1vr5

L’edificio risale al XIV secolo ma fu rifatto in stile barocco all’inizio dell’Ottocento. All’interno della cripta conserva la tomba di sant’Innocenzo.
La chiesa fu edificata quando l’antica parrocchiale, intitolata a Sant’Innocenzo, venne trasferita nel paese mutando anche la sua intitolazione.
La facciata presenta due ordini sovrapposti e paraste che la dividono in tre parti. Al centro un grande portale sormontato da un timpano ed un’ampia finestra rettangolare. Quattro nicchie con statue, rispettivamente due a destra e due a sinistra, completano l’apparato architettonico.

L’interno è a navata unica con terminazione semicircolare, su cui si innestano sei cappelle laterali, tre per lato. La prima cappella di sinistra è dedicata a San Giovanni Battista; la seconda al Sacro Cuore di Gesù; la terza a san Giuseppe. Nella parete di destra il primo altare è dedicato a sant’Antonio da Padova; il secondo alla Madonna di Lourdes; il terzo alla Madonna del Carmine. Quattro grandi statue neoclassiche sono collocate entro nicchie nella navata centrale.
Copertura in coppi; internamente voltata a botte. Pavimento del 1859.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/64245/Chiesa+di+Sant%27Antonio

CARISOLO (Tn). Chiesa di Santo Stefano con affresco di Sant’Antonio abate.

Nel Trentino occidentale, all’imbocco della val di Genova e visibile da tutta l’alta val Rendena, sorge la chiesa di Santo Stefano, immersa in una natura meravigliosa e impreziosita dalle pitture dei maestri Baschenis di Averara, riportati all’antico splendore dai recenti restauri curati dalla Provincia autonoma di Trento.
Imboccata a Carisolo la strada per la val di Genova, ad un paio di chilometri oltre il paese si trova l’indicazione per l’antica chiesetta, che sorge fra i boschi, sopra uno sperone di roccia granitica da cui si domina tutta l’alta Rendena.
Forse risalente all’epoca longobarda, la prima menzione documentata risale al 1244. La decorazione pittorica ad opera dei Baschenis ebbe inizio nel 1461. La chiesetta originaria è stata successivamente ampliata, e sul lato ovest è stata costruita dopo il 1530 una grande scala che ha coperto e parzialmente distrutto gli affreschi preesistenti, datati 1519.
Sulla parete nord dell’interno, Simone Baschenis realizzò nel 1534 il grande affresco di Carlo Magno. Ed è proprio questo affresco che dà grande pregio artistico alla chiesetta. Rappresenta il battesimo di un catecumeno da parte di papa Urbano I. Sulla sinistra Carlo Magno con la corona imperiale, circondato da sette vescovi e da soldati in arme, ed ancora vescovi col pastorale ed una schiera di catecumeni che sembrano attendere anch’essi il battesimo.
Il dipinto è assai elegante, sono molto curati i vestiti, le armature, e lo sfondo con la bella architettura di una chiesa al centro, ed il paesaggio con prati, alberi, cespugli e tanti fiori sul terreno dove si muovono i personaggi. Alcuni di questi sono talmente ben raffigurati da fare pensare ai ritratti di personaggi storici contemporanei di Carlo Magno, come papa Adriano I, lo storico Alcuino, il vescovo di Reims Turpino ed Eginardo, il biografo che scrisse “Vita Caroli Magni” subito dopo la morte dell’imperatore nell’814. L’affresco fa riferimento ad un avvenimento storico che ha interessato le vallate trentine nell’anno 800, ovvero la discesa di Carlo Magno in Italia per farsi incoronare a Roma, la notte di Natale, primo imperatore del Sacro Romano Impero.
A ricordo del passaggio del Re dei Franchi in Trentino c’è la toponomastica della località sopra Madonna di Campiglio che ancora porta il suo nome (passo Campo Carlo Magno), e la lunga didascalia sotto l’affresco di cui stiamo parlando, che narra i fatti miracolosi che avrebbero accompagnato il passaggio di Carlo Magno attraverso il Trentino per Roma. Pur arricchito di particolari fantasiosi, è comunque un documento di grande interesse storico, che rivela chiaramente la mentalità della popolazione locale all’epoca del Rinascimento.
La struttura architettonica della chiesa è di stile gotico, mentre mancano fondamenta interrate in quanto l’edificio poggia direttamente sulla roccia di granito, chiaramente visibile sia lungo la parete di sinistra guardando l’altare che sul pavimento.

Vi è un’unica navata, il soffitto è in legno ed il presbiterio ha una bella volta a crociera con piccole finestre. Vi sono raffigurati i 4 evangelisti con i rispettivi simboli (leone, aquila, bue e angelo), ed un Cristo “Pantocrator” con il libro della legge e la mano benedicente.
Sullo sfondo del presbiterio, nascosto dal trittico sopra l’altare, una Crocifissione tipicamente gotica, con gli angeli che raccolgono in un calice il sangue di Cristo morente, chiaro riferimento alla leggenda del Sacro Gral. Sotto, Maria Maddalena che abbraccia la croce, la Madonna che affianca San Pietro, a destra San Giovanni e San Paolo con la spada. Il trittico sull’altare maggiore, del 1551, un tempo era ornato con bellissime statue in legno, purtroppo rubate anni fa.
Sul frontale fra arco dell’abside e soffitto vi è l’Annunciazione. Ben conservata solo la parte a destra, con la Vergine a braccia incrociate, su un grande trono decorato, inserito in un elegante ambiente architettonico, sovrastata da angeli.
Pregevoli affreschi, probabilmente di Simone Baschenis, sono situati sopra gli altari laterali: San Vigilio a sinistra, ed i santi Sebastiano e Giuliano sulla parete della torre campanaria, mentre sopra l’altare di destra si riconoscono Santa Caterina d’Alessandria, Santo Stefano con una ricca tunica e San Giacomo maggiore con la veste da pellegrino.
Gli affreschi della parete sinistra, di notevole valore, sono stati una interessante scoperta dei lavori di restauro, poiché erano in gran parte coperti da intonaco bianco e dalle strutture in legno degli altari. Sotto l’arcata figure di profeti e re d’Israele, sopra una Annunciazione. A sinistra un bellissimo affresco della Madonna con Bambino: una pittura elegante, con i lineamenti di Maria delicati, che ricordano le finezze rinascimentali, ed una cornice particolarmente ricercata.

Sempre sulla parete sinistra si trova la parte superiore di un affresco “mutilato” per fare posto ad una nicchia, con i santi Sebastiano, Fabiano, Rocco ed Antonio abate, col maialino ai piedi.

 

I dipinti della parete esterna, dove c’è la scala di accesso alla chiesa, sono di epoche diverse. Quelli a sinistra sono posteriori al 1530, e vi sono raffigurati i santi Michele, Stefano, Giacomo e un gigantesco san Cristoforo. A destra vi sono dipinti precedenti il 1519, e si distinguono tre cicli tematici: dall’alto la leggenda di Santo Stefano, su due fasce in 20 riquadri, la Danza macabra e i Sette peccati capitali. Quelli in basso, esposti alle intemperie, sono in cattive condizioni ed in parte irriconoscibili, mentre quelli in alto sono piuttosto ben conservati.
La Danza macabra è motivo ricorrente all’epoca dei pittori Baschenis, che la ripresero in varie chiese del Trentino e del Bergamasco. E’ il tema della morte che fa giustizia, non distingue ricchi e poveri, potenti e umili, ma che è vista non solo come spauracchio, bensì come premio dopo una esistenza di privazioni e dolori.
Infine, la parete di destra, con l’Ultima Cena in alto ed una schiera di santi, tra cui sant’Antonio Abate, più due Madonne “in maestà”, in basso.

 

Tipica dei Baschenis è l’Ultima Cena, con elementi che si ripetono in altre opere di questi pittori in chiese del Trentino e del Bergamasco. Ancora primitiva la prospettiva, con tutti gli apostoli da un lato della tavola tranne uno (Giuda), con la tavola ricoperta da una tovaglia bianca e da cibi simbolici quali pane, vino e agnello pasquale, ma anche da pesci e gamberetti di fiume.
Incuriosisce il numero degli apostoli seduti al tavolo con Gesù, numero dato dalla presenza di Mattia, scelto per sostituire Giuda e riportare così a dodici il novero dei discepoli. In realtà tale avvicendamento ebbe luogo nei giorni seguenti l’Ascensione.
La sottostante schiera di santi si apre e si chiude con due Madonne in trono con Bambino, di cui quella a sinistra è assai elegante e ricercata. Questi affreschi, datati 1461, sono attribuiti ai primi Baschenis.

 

 

 

 

 

 

 

Fonte:
http://buildlab.it/santo-stefano-di-carisolo-in-trentino-stampa.html?ar=85