CONFEDERAZIONE ELVETICA – MORCOTE. Chiesa di Sant’Antonio abate.

Canton Ticino. Morcote, Strada da Sora, 2
https://goo.gl/maps/5Bjq56m5EWbLzjRS8

L’edificio fu costruito probabilmente nel Duecento, e faceva parte di un ospizio dei Canonici Regolari di Sant’Antonio di Vienne. Si raggiunge con una scalinata e offre un bel panorama sul Lago di Lugano (Ceresio) e contiene preziosi dipinti quattrocenteschi.
Caratteristica di questo luogo è che sant’Antonio non è  solo considerato un guaritore e protettore di animali e uomini, ma anche un intercessore tra Dio le anime dei peccatori che espiano in Purgatorio, al fine di abbreviare la loro pena. Concetto ben espresso un un affresco sulla parete di fondo e ritrovabile anche nella tradizione locale di fare offerte nella chiesa per le anime del Purgatorio.
Nel paese, esposto a epidemie per il continuo transito di viaggiatori e pellegrini, i frati Antoniani svolgevano quindi l’attività ospedaliera e quella di intermediari, con la celebrazione di messe di suffragio in cambio di oblazioni, per ridurre il tempo da trascorrere in Purgatorio.

Molto probabilmente agli inizi del Cinquecento cessò l’attività “ospedaliera” dei canonici a Morcote e la chiesa fu soltanto un edificio di culto, così ne parlò il vescovo di Como Ninguarda, che la visitò nel 1591.

Sopra la grande volta romanica c’era, fino al 1500, il castelletto, avamposto verso sud del castello del monte Arbostora, dimora del cappellano fino al 1863; poi fu realizzata una soprelevazione in forme neogotiche e divenne sede delle scuole.
Il tetto dell’oratorio subì modifiche di una certa importanza in relazione con il nuovo intervento. Nel 1941, sotto la direzione dell’architetto Cino Chiesa, furono effettuati restauri per il ripristino degli spazi interni e delle preziose pitture quattrocentesche.
Nel 2009 si concluse il primo importante progetto di restauro del complesso monumentale, realizzato grazie all’interessamento e al sostegno dell’ Associazione Amici dei Restauri” del complesso monumentale. Tale restauro, per riportare all’antico splendore gli affreschi quattrocenteschi dipinti sulle pareti della chiesa, nel corso del tempo degradati o celati da scialbi, velature e depositi di polveri, ha consentito anche di formulare nuove ipotesi sull’origine e sulla funzione dell’edificio sacro, importante per gli abitanti di Morcote (Cfr. Lurati in bibliografia).

Oggi la chiesa si presenta formata da quattro campate con volte a crociera e da due più piccole ai lati, come fossero due cappelle.
Gli affreschi tardogotici che ornano l’edificio risalgono alla seconda metà del secolo XV sono attribuibili alla bottega luganese di Cristoforo da Seregno, a suo nipote Nicolao, e a Lombardo da Giubiasco.
Nella campata est: san Francesco d’Assisi riceve le stigmate e, inferiormente, san Gerardo (?) che sfama due ammalati, san Sebastiano, san Gerardo (?), santa Lucia con committente inginocchiato, e altro Santo.
Sulla parete sud: santa Apollonia, san Francesco d’Assisi e santa Caterina d’Alessandria; nel registro inferiore: san Tommaso d’Aquino, san Pietro Martire e la Natività.
Nella campata ovest: santo Vescovo, Trinità, Madonna e una Santa; sulla parete sud: Dio Padre sopra la Crocifissione tra la Madonna in trono e san Bernardino da Siena.
Sul pilastro tra la campata centrale e la ovest, figura di sant’Antonio abate riconoscibile per il fuoco che tiene nella mano destra (vedi fotografia in basso).

Sulla parete di fondo, punto focale è la scena raffigurata sopra la mensa sacra, sui cui è una Tau, simbolo degli Antoniani.

Nel registro inferiore, sono raffigurati sei episodi della vita di sant’Antonio abate, purtroppo i due alle estremità sono molto rovinati.
Nel terzo riquadro da sinistra, la figura di san Nicola di Bari (nell’iconografia consueta, le vesti episcopali, le tre palle d’oro, il mare ai piedi; opera forse più tarda e di cui non è chiaro il motivo dell’inserimento nella serie di scene con sant’Antonio).
La raffigurazione nel registro superiore rappresenta un unicum nel coevo panorama pittorico e dedicata all’eremita taumaturgo e intercessore tra le anime dei peccatori e Dio. Numerose figurine nude (le anime dei defunti) si dibattono in una rete tesa dai diavoli e tentano di arrampicarsi per uscirne e raggiungere il Paradiso dove sta Dio Padre; alcune riescono a uscire dal luogo di pena, sorrette da angeli che le accolgono e le portano in volo al cospetto di Dio Padre. Però non tutte le anime riescono a liberarsi: alcune sono accalappiate dai demoni e sono trattenute nella rete, impossibilitate a uscirne.
Questa parte del dipinto è probabilmente una interpretazione di una visione di sant’Antonio, riportata nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze: “Et ecce vidit quendam longum et terribilem caput usque ad nubes tollentem, si quosdam pennatos ad coelum volare cupientes extensis manibus prohibebat et alios libere pervolantes retinere non poterat. . Et maximum gaudium mixtum cum nimio dolore audiebat et intellexit animarum illum esse adscensum et diabolum prohibentem…” che significa: “ecco, vide alzarsi verso le nuvole una testa lunga e terribile, che impediva ad alcune creature alate di voler volare in cielo con mani tese, e non poteva far volare altri liberamente. E con grande gioia mista a grande dolore, udì e capì che era l’ascesa delle anime e il diavolo che la impediva…”.

Il dipinto può avere varie letture: una variante del genere letterario classico delle tentazioni di Sant’Antonio, con le insidie tese dai diavoli ai monaci; un’allegoria del giudizio universale, che descrive il duplice destino dei beati o dei dannati e insieme una raffigurazione del contrasto tra angeli e diavoli che si disputano le anime dei risorti. Infine, e più propriamente, la scena della rete può essere intesa come una metafora del Purgatorio: le anime dei purganti espiano la pena e, progressivamente alleggeriti dal carico dei peccati, ascendono verso la liberazione, simbolizzata dagli angeli che portano in cielo, a Dio, le loro anime. Quest’ultima interpretazione è rafforzata dalla presenza nella cappella di una cassetta per la raccolta di “Elemosina p(er) l’anime del purgatorio”, (vedi fotografia).
L’immagine della rete doveva essere particolarmente efficace a Morcote, che nel Quattrocento, quando apparteneva al ducato di Milano, aveva ottenuto il diritto di pesca su tutte le acque del lago.

Questi affreschi sono di buona qualità, eseguiti forse all’inizio del Quattrocento, da un pittore legato agli ambienti miniaturistici della Milano dell’epoca. Le scene sono da alcuni attribuite ad un certo Antonio Ripa, probabilmente imparentato con la famiglia Fossati importante in Morcote sin dal basso Medio Evo (un Antonio de Fossato e suo figlio Nicola, notaio, son ricordati in un’iscrizione di un affresco dell’inizio del Quattrocento tuttora esistente nella Chiesa di S. Antonio abate. La famiglia Fossati nei secoli successivi ha prodotto numerosi artisti molto noti e ampiamente lodati. (Cfr. Caratti in bibliografia.)

Bibliografia:
Lurati Patricia, La chiesa di Sant’Antonio abate a Morcote, Casagrande, Bellinzona CH, 2014-2017

Caratti Mario; Caratti Sergio, Morcote arte e storia, Ediz. italiana e tedesca, Salvioni, Bellinzona (CH) 2007

Info e immagini:
https://www.parrocchiamorcote.ch/santantonio-abate/

https://www.morcoteamicirestauri.ch/

https://www.yelp.com/biz_photos/chiesa-di-santantonio-abate-morcote?select=d_Q4a7l3wzFwa1dBklaSKQ

https://www.flickriver.com/photos/renzodionigi/5398389327/

Data compilazione scheda: 15-2-2022
Rilevatore: AC


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