Due poemetti e una “rappresentazione” in italiano su sant’Antonio abate, XV secolo
La biblioteca Casanatense di Roma conserva un manoscritto, Codice n° 1808, della metà del XV secolo che contiene due testi che riguardano sant’Antonio abate.
Il primo è un poemetto di 80 strofe in quartine, intitolato “La leggenda de lo beatissimo egregio missere lu barone santo Antonio”, è un racconto della sua vita tratto dalla biografia di Atanasio e dalla Vita di Paolo, per approfondire le biografie vedi scheda. Il manoscritto è mutilo della parte finale della Leggenda.
L’analisi del testo ha fatto ipotizzare agli studiosi che la sua composizione sia di molto anteriore alla trascrizione nel codice: gli anni trenta del secolo XIV, analogamente ad altri testi simili dedicati a santa Caterina e a sant’Alessio.
La zona in cui fu redatta l’opera sembra essere la Campania, non l’Abruzzo come indicava Monaci; inoltre alcuni settentrionalismi denotano la sua più lontana origine. (in: Iacobucci R., Una testimonianza quattrocentesca campano-settentrionale: il codice casanatense 1808, in: Nuovi Annali della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari (XXI) – 21-62, Leo. S. Olschki edit., 2007, 42 pagine)
Il testo fu pubblicato da Ernesto Monaci, Una leggenda e una storia versificate nell’antica letteratura abruzzese, Rendiconto della Classe di scienze, morali, storiche e filosofiche, Reale Accademia dei Lincei, 5a V, 1896.
Allegato qui, cui rimandiamo per il testo:
Leggenda de lo beatissimo…santo Antonio- da Monaci-1896.pdf
Il secondo testo nel codice della Biblioteca Casanatense, ugualmente riportato nel sopracitato articolo di Enrico Monaci, è una “Historia sancti Antonii”, nonostante il titolo latino, scritta in italiano in versi endecasillabi. Parte della storia, in stanze monorime e con un linguaggio che rivela l’origine lombarda, si trova anche nel Codice Rossi 27, già 44 G 27 della Biblioteca Corsiniana (sezione della Biblioteca naz. dei Lincei) e viene riportato da Monaci a fianco del precedente per agevolare il confronto.
Allegato il testo trascritto da Monaci.
Historia s. Antonio- da Monaci-1896.pdf
Si tratta di una leggenda agiografica, simile a una sacra rappresentazione, che però utilizza temi estranei alle biografie note di Antonio e riguardanti altre figure di santi e tradizioni folkloristiche. Inizia col pellegrinaggio dei genitori a Santiago de Compostela e il loro voto di castità rotto dal marito. Il bambino così concepito era tradizione che fosse destinato ad essere dannato. Cresciuto, il ragazzo viene respinto da religiosi e dal pontefice; addirittura un angelo lo allontana da un eremita. Allora Antonio chiede aiuto al demonio e diventa portinaio dell’Inferno che chiude impedendo ai diavoli di uscirne e alle anime dannate di entrarvi. I diavoli vogliono risolvere il problema e cacciarlo via, ma il Santo chiede in cambio della sua partenza un documento ufficiale che attesti la sua salvezza eterna. Ottenutolo, Antonio ritorna sulla terra, dove è tentato dal diavolo attraverso la bellezza femminile, ma la respinge con un astuto espediente. Il demonio si dichiara vinto e Cristo ha pietà di Antonio e lo accoglie in Paradiso.
In questo testo troviamo un Santo capace di usare astuzia e inganno per beffare il diavolo e per salvarsi con le sole sue forze e non l’eremita che accetta passivamente i tormenti diabolici.
Questi due testi sono da collegare a una terza versione – di chiara origine lombarda – conservata in un codice di proprietà privata e redatta alla fine del XIV, inizi del XV secolo e simile al testo della Corsiniana (Fenelli L. Dall’eremo alla stalla…, Ed. Laterza, Bari, 2011, p. 156).
Un’altra versione fu ritrovata in un codice della Biblioteca civica A. Mai di Bergamo, e fu pubblicata da Luigi Banfi, Un nuovo lacerto settentrionale della leggenda di Santo Antonio Eremita, in: Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Macerata vol. 25/26, 1992-93. pp. 537-552
Interessante è notare in alcune versioni l’influenza degli Antoniani, sia per la nascita di Antonio non in Egitto ma nel Delfinato; sia per l’esortazione finale a recarsi a Vienne per chiedere protezione al Santo.
Questi testi forse erano in rapporto con la tradizione dei cantastorie e venivano recitati o forse anche rappresentati per allontanare la malattia o per onorare il Santo; infatti presentano analogie con le “sacre rappresentazioni” e i “misteri”, il teatro religioso del Medioevo, che si sviluppò in particolare tra XIV e XVI secolo. Un testo in lingua occitana che riguarda sant’Antonio abate veniva rappresentato a Nevers, per approfondire vedi vedi scheda.
Questi testi devozionali diedero origine a canti popolari in ogni regione italiana (vedi Fenelli L. Dall’eremo alla stalla…, Ed. Laterza, Bari, 2011, pp. 158-64).
Un’altra opera che è sicuramente un testo da mettere in scena è quello riportato da D’ancona, 1872, “Rappresentazione di sancto Antonio dalla barba romito”.
Vengono rappresentati gli episodi fondamentali narrati da Atanasio; questo testo, come altri simili, non rispetta le vicende storiche ed è spesso ricco di anacronismi.
Alleghiamo il testo.
Rappresentazione s-Antonio dalla barba romito- da Ancona-1872.pdf
Curioso il dialogo con la sorella di Antonio che è restia ad abbandonare le ricchezze poi, convinta dal Santo, si fa monaca nel “Monastero delle Murate” denunciando l’origine fiorentina del testo!
Il testo narra poi le lotte con i diavoli e le tentazioni e la vicenda (che si trova nel Novellino, ma che deriva da una storia nelle raccolte di leggende sul Buddha) dei tre ladri. Il Santo è tentato dagli spiriti (demoni) della fornicazione dell’accidia, della gola e dell’avarizia. Quest’ultimo lo alletta – invano – con un piatto d’argento e poi con un monte d’oro. Due malandrini di nome Scaramuccia e Tagliagambe sono raggiunti da un terzo, Carapello, e si mettono in cammino per derubare i viaggiatori. Satana manda i diavoli a bastonare Antonio che poi, guarito, vaga per il deserto e incontra i tre ladri e dice loro di allontanarsi perché vicino c’è la morte, ma i tre lo scherniscono e continuano per la loro strada e trovano il mucchio d’oro. Decidono di mandare Scaramuccia a cambiarne una parte in moneta per comprare da bere e da mangiare. Il ladro decide di avvelenare il vino che porterà ai compagni per avere l’oro tutto per sé. Quando arriva, gli altri due lo uccidono per non dividere l’oro in tre parti, poi bevono il vino avvelenato e muoiono anch’essi.
Lo spirito dell’avarizia va da Satana dicendogli che ha portato all’Inferno tre anime invece di quella sola di Antonio e ne riceve lodi.
Un angelo conclude la rappresentazione lodando il Santo e invitando a imitarlo.
Guardate Anton, che nella giovinezza/ Lasciò la robba e la povertà prese,/ Per acquistar quella superna altezza/ Dove non è né lite né contese./ Cercate Idio, qual è vera ricchezza:/ Come savi, imparate all’altrui spese,/ E sopra tutto alla morte pensate;/ E col nome di Dio licenzia abbiate.
A cura di Angela Crosta
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