VITERBO. ex chiesa e ospedale di Sant’Antonio abate in Valle

Via sant’Antonio, 48
https://goo.gl/maps/si41QtQPZBthJfeV9

 

La chiesa dedicata al Santo fu sconsacrata e adibita a magazzino, attività commerciale e abitazione.
Per chi percorre la via a salire, è ancora visibile sulla destra la facciata semicoperta da un muro di cinta di un orto, si nota sul timpano il semplice rosone di forma circolare.
Nel 1207 un documento cita un “Ospedale della Confraternita di sant’Antonio”. Francesco d’Andrea scrive: «Anno Domine 1223. Fue facta grande battaglia ne la chiesa de S.to Sisto et fucci morto Goffredo, et grande pugna per Viterbo et li Brectoni perdero la torre Pretola, la quale era da canto al muro de S.to Antonio». La stessa notizia la dà Niccolò della Tuccia che menziona la «torre Petrella che stava accanto il muro di S. Antonio». Nel 1313 si trova ancora nominato l’ospedale e nel 1343, per testamento, gli furono lasciati venti soldi.
Nei primi anni del 1400, ricorda Pinzi, ne presero possesso i Canonici regolari di sant’Antonio di Vienne in Francia, i quali per l’angustia della chiesa, si videro costretti, nel 1432, ad acquistare un terreno posto avanti all’ingresso della chiesa, per consentire ai fedeli di seguire le funzioni.
E’ del 1434 la richiesta al Comune, da parte del priore della chiesa, di esentare dai dazi gli abitanti di «Valle» e di concedere alcuni «casalini» per rendere più dritta la strada.
Nel 1439, poiché l’ospedale era in cattivo stato, fu posto in vendita un campo, col ricavato del quale, si pose mano a restaurare le parti in rovina. Anche Pietro Baglioni di Castel di Piero, in quell’anno concesse cinquanta ducati per la riedificazione dell’Ospedale.
Altri restauri furono eseguiti nel 1455, poi la notizia, riferita da Giuseppe Signorelli, che nel 1521 il pittore viterbese Valentino Pica, nipote di Valentino Pica il vecchio che morì nel 1490, vi dipinse la Cappella del Crocifisso per l’Arte dei Mugnai che l’officiava, secondo altri era invece la Cappella di sant’Antonio.
Una “Fonte di sant’Antonio in Valle” è nominata nel 1550.
Ma l’ospedale non oltrepassò il secolo XV, scrive Pinzi, mentre non ebbero miglior sorte il monastero e la chiesa, infatti dal precettore generale furono concessi in affitto, nel 1587, a Domenico di Catone.
La chiesa nel 1606 fu sede dell’Arte dei Fabbri, che sin dal 1471 aveva un proprio Statuto (Pietro Savignoni afferma che lo Statuto è del 1497, Giuseppe Signorelli del 1474), modificato nel 1603, due anni dopo fu affittata ad uso di casa per abitazione.
Così è rimasta per secoli, ad esempio nel 1727 fu restaurata e fatta pitturare dall’affittuario Nicola Porfirio.
Oggi si può osservare un vasto pianoterra dove è rimasta conservata un’edicola lapidea e resti di pitture del secolo XV, e al piano superiore affreschi del ‘500 e capriate lignee che sostengono il tetto con scolpita la Tau, di sant’Antonio. In questa sala tenevano le riunioni i componenti la cappella musicale della Cattedrale di san Lorenzo.

 

Nel 2007, dopo i lavori di restauro per l’apertura di un esercizio commerciale, è stato portato alla luce un raffinato e pregiato affresco quattrocentesco, lungo oltre 3 m, con la Madonna e il Bambino assisa in trono con a sinistra sant’Antonio e a destra san Lorenzo che si trova nella parte di fondo della chiesa.
Sant’Antonio è riconoscibile dagli attributi del bastone a tau e della campanella; san Lorenzo dalla dalmatica rossa, il libro e la graticola.
Nei decori delle cornici sono inseriti i noti rosoni che caratterizzano le facciate delle antiche chiese viterbesi e l’IHS nel sole. Nella parte bassa, a destra del dipinto, sulla tunica rossa di san Lorenzo, è, graffita sull’affresco, la scritta in latino, così letta da Attilio Carosi: «Sub Anno d(omi)ni Millesimo quatrigentesimo septuagesimo secundo, die vero tertio / Mensis Augusti hora prima noctis vel circa obijt d(omi)nus Amedeus / francigena […] cuius anima in pace requiescat. Amen / Johannes doucet (?) scripsit. Hic fuit frater Sijmon de hungaria […]», che significa: «Nell’anno del Signore 1472 proprio nel terzo giorno del mese di Agosto, verso la prima ora della notte, morì il signor Amedeo “francigeno”, l’anima del quale riposi in pace. Giovanni “doucet” scrisse». Una testimonianza che dimostra come questo luogo fosse una delle tappe dei pellegrini che si recavano a Roma percorrendo a Via Francigena.
Sulla destra della pittura è un Agnus Dei e in una fascia sottostante è pitturato «† Anno d. MCCCCXXVI». In questo affresco c’è anche un monogramma di San Bernardino con la data 1426 che ne testimonia la sua presenza a Viterbo, e infatti allora che San Bernardino tenne una predica presso l’attuale chiesa di San Francesco, in via San Francesco, e sempre in questa data venne eretto in suo onore il pulpito oggi visibile all’esterno della chiesa stessa.
Per l’affresco sono state proposte varie attribuzioni, ad esempio a Francesco d’Antonio Zacchi, detto il Balletta, pittore viterbese attivo – secondo testimonianze d’archivio – dal 1430 al 1476, di cui restano pochissime opere superstiti, ma il possibile autore è ancora oggetto di studi.
L’importanza che riveste il ritrovamento di questo affresco, il cui stato di conservazione risulta essere buono, fatta eccezione per alcune cadute d’intonaco – come la perdita della parte del volto di san Lorenzo, avvenuta probabilmente per un trauma diretto prodotto dall’intenzione di aprire una porta nel muro, che ha però causato il rinvenimento dell’affresco – e alcune crepe nella cornice decorata a foglie, nella parte superiore – lesione da stress meccanico a causa del peso del nuovo solaio in cemento – è nella presenza della datazione 1426.

Verso l’attuale ingresso  del locale vi sono sui muri altri resti di pitture: nella parte bassa di un tondo, in affresco, si legge: «[N]icolaus Porfirius viterbien. / fictuarius s. Antoni abbat. / […]nen pinxit et restaurav(it) / Anno D.ni 1727»


 

Nella chiesa «in stato rovinoso» nel 1809, era la statua lignea di sant’Antonio che fu trasferita e ora è nel Museo del Colle del Duomo in Piazza San Lorenzo, in locali nei pressi della Cattedrale.
Legno dipinto di Autore sconosciuto, risalente al XVI secolo, misura 60 x 45 x 180 cm
Sant’Antonio abate in questa statua è rappresentato stante e vestito di tunica e mantello, sul quale compare il Tau. La mano destra sostiene il Libro mentre nella mano sinistra doveva reggere un bastone. E’ possibile che fosse usata come statua processionale. Prima di pervenire al Museo la statua era conservata nel Palazzo Papale.

 

 

Bibliografia:
Faldi, Pittori viterbesi di cinque secoli, Roma 1970.
Carosi, Le epigrafi medievali di Viterbo (secc. VI – XV), Viterbo 1986, p. 138.
Pinzi, Gli ospizi medioevali e l’Ospedale Grande di Viterbo, Viterbo 1893.
Valentini, Insediamenti templari lungo la Francigena Laziale, in “Pavalon”, Laboratorio di Studi Templari, Atti 2° convegno nazionale “Terra d’Otranto Templari fra Occidente e Terra Santa”, a cura di G. Giordano e C. Guzzo, Mandria 2002.
Bentivoglio, La Madonna ‘dei Templari’ – L’affresco del 1426 rinvenuto nell’antico insediamento degli Antoniani di S. Antonio in Valle a Viterbo, GB EditoriA, Roma 2008

 

Notizie e immagini:
http://www.annazelli.com/viterbo-ex-chiesa-sant%27-antonio-via-sant%27-antonio-.htm

https://www.lacitta.eu/storia/49755-la-storia-della-chiesa-di-sant-antonio-in-valle-a-viterbo-chi-la-conosce.html

https://www.archeoares.it/arte-sacra-tesoro-dei-papi/sant-antonio-abate/

 

FERLA (SI). Chiesa di Sant’Antonio abate

Via Vittorio Emanuele, 79
https://goo.gl/maps/PDceoFsxYvJqtkgt7

 

Il tempio primitivo era ubicato nella parte bassa dell’abitato, eretto di fronte alla chiesa del Carmine, il terremoto del Val di Noto del 1693 lo distrusse interamente, assieme al nucleo urbano medievale.
La ricostruzione avvenne nell’attuale sito, nel cuore del nuovo centro abitato, a nord del vecchio, nel settore sud – ovest dei quattro canti (l’impianto urbanistico a forma di croce della ricostruzione settecentesca).
La chiesa fu progettata dal frate-ingegnere Michele La Ferla, esponente della scuola di Rosario Gagliardi, con elementi architettonici innovativi, facciata e impianto caratterizzati dal nascente e diffuso stile barocco ibleo con vaghi accenni decorativi d’impronta rococò. La costruzione si protrasse per oltre mezzo secolo.
Sant’Antonio ha una bella facciata barocca costituita da tre corpi concavi, di cui i due laterali sormontati da torri campanarie (quella di sinistra è crollata durante il terremoto del 1908, quello di destra presenta monofore sui lati, è completata da una cupoletta a bulbo squadrato con cuspide e vertici smussati.
La ripartizione dei primi due ordini è effettuata per mezzo di colonne ioniche con capitelli corinzi, collocate su massicci plinti; nella partizione centrale il movimento e la prospettiva concava sono accentuati da coppie di colonne disposte ad emiciclo, peculiarità quest’ultima che caratterizza sia il vano del portale, sia l’area della grande nicchia a livello intermedio.
Il portale, unico varco d’accesso del prospetto, è inserito nella concavità centrale fra la coppia interna di colonne, presenta un ornamento superiore a cortina sovrastato da timpano ad arco. Tanto i vani in prospetto, quanto le porzioni di catino esterne, ospitano nicchie contenute in ricche cornici adorne di volute, conchiglie nella calotta, sormontate da timpano ad arco spezzato e coppia di putti sulla stele intermedia. Un variegato cornicione marcapiano dalla articolata modanatura, decorato nella trabeazione da rilievi raffiguranti motivi geometrici, fitomorfi e antropomorfi, separa i primi due ordini.
Al centro la grande nicchia con cornice, sulla superficie interna presenta riquadri e spicchi, in alto è sormontata da timpano ad arco spezzato. Chiude la prospettiva un grande timpano concavo sovrapposto e spezzato sovrastato da due imponenti pinnacoli a coppa o vasi fiammati acroteriali. Sulla sommità un grande pinnacolo piramidale recante decorazioni con volute, al vertice una grande croce apicale con raggiera in ferro battuto. Ai lati due grandi volute a ricciolo con festoni.
Il portone ligneo presenta riquadri con simboli riferiti a sant’Antonio e all’Ordine antoniano.

 

L‘interno presenta un impianto a croce greca di 33 metri per asse, con cappelle radiali – tre sui bracci, quattro sfalsate alle precedenti e disposte sulle bisettrici. Altre due cappelle con altrettanti altari, e due Oratori completano gli ambienti interni.
La crociera è sormontata da una cupola ottagonale decorata internamente con la raffigurazione del Trionfo di Sant’Antonio nei quattro continenti della Terra, apparato pittorico costituito da un sontuoso affresco realizzato da Giuseppe Crestadoro (Palermo, 1711 – Messina, 1808), ripartito in quattro spicchi incorniciati da fregi e stucchi policromi attribuiti ad artista orbitante nella scuola del Serpotta, ornamenti plastici raffiguranti come soggetti principali i Quattro Evangelisti.

Gli ambienti dell’aula presentano: un notevole apparato decorativo in stucco; un ricco ciclo pittorico costituito da affreschi e dipinti e un esemplare ciclo statuario in stucco formato da 14 sculture raffiguranti allegorie delle virtù cardinali, morali e teologali, accompagnato da preziose statue lignee.

Braccio destro: Cappella della Madonna degli Agonizzanti con l’omonima pala d’altare
Braccio sinistro: Cappella di Santa Maria Assunta, con la statua lignea della Madonna.
L’arco trionfale è sovrastato dalla composizione barocca costituita da angeli e putti che reggono un grande cartiglio: “FECITO TIBI NOMEN: GRANDE, IVXSTA NOMENMAGNORVM, QVI SVNT IN TERRA (XI Reg., Cap. XII, Num IX)”.
L’altare maggiore in marmo policromi è formato da colonne sormontate da timpano ad arco spezzato, in corrispondenza della calotta absidale è realizzata una raggiera intermedia con colomba, allegoria dello Spirito Santo, angeli sulle cimase, al centro un putto con cartiglio.

Due statue delimitano l’altare maggiore, la cui pala del 1777 è un olio su tela di 315 x 160 cm che raffigura Sant’Antonio e la disputa con gli ariani o Predica di Sant’Antonio, dipinto di Giuseppe Crestadoro.

Nella nicchia retrostante è custodita la statua lignea di Sant’Antonio abate, opera del 1741, ricoperta di foglia d’oro.

 

Cappella radiale destra intitolata a San Michele Arcangelo.
Cappella radiale sinistra intitolata al Santissimo Crocifisso.
Ambienti prossimi all’ingresso sono la Cappella radiale destra o della Resurrezione e la Cappella della Vergine.
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Il 17 gennaio si tiene la tradizionale benedizione degli animali.

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Antonio_Abate_(Ferla)

http://abbantonio.blogspot.com/2018/07/ferla-sr-chiesa-s-antonio-abate.html

https://www.qrtour.it/ferla3/

CAGLIARI. Chiesa di Sant’Antonio abate

Via G. Manno. 54
https://goo.gl/maps/MsH5wZyrx2o6cLna9

 

L’importanza di questa chiesa è documentata già dal XIV secolo quando l’attuale via Manno era chiamata “Carrer de San Anton”.
L’attuale edificio è del XVIII secolo e sorge sulle vestigia della cappella dell’antico ospedale di Sant’Antonio, che comprendeva anche gli edifici conventuali, risalente al XIII e XIV secolo. L’ospedale era gestito originariamente dai canonici Ospitalieri di Sant’Antonio di Vienne.(1)

Nel 1638 l’amministrazione del convento, dell’ospedale e della chiesa passarono all’ ordine degli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, i quali cominciarono a ristrutturare l’intero complesso. Proprio agli Ospedalieri si deve l’edificazione della nuova chiesa, consacrata nel 1723 dal vescovo Sellent, come risulta da una piccola lapide posta nell’atrio.
Nel 1850 gli Spedalieri si trasferirono nella nuova sede dell’ospedale, progettata da Gaetano Cima. In seguito a questo evento, l’antico ospedale e l’adiacente convento divennero proprietà di privati, mentre la chiesa di Sant’Antonio fu ceduta alla Confraternita della Madonna d’Itria.

La facciata presenta delle linee del barocco tardo, impreziosite dalla presenza del grande portale ad andamento mistilineo con ricca cornice modanata, che reca lo stemma degli Spedalieri di san Giovanni di Dio o Fatebenefratelli (la melagrana sovrastata dalla croce e dalla stella).

Sopra il portale una nicchia valviforme ospita la statua tardo cinquecentesca del Santo titolare, attribuita allo scultore Scipione Aprile, con un bastone dritto e campanello nella mano destra; la sinistra, assai danneggiata, probabilmente reggeva il fuoco e/o un libro. Un porcellino, purtroppo molto corroso, è ai suoi piedi.

 

L’interno ha pianta ottagonale e sei cappelle laterali con volta a botte; la decorazione è in stile tardo barocco, con intonaci di colore verde sui quali spiccano stucchi dorati dei capitelli corinzi delle paraste laterali; nel presbiterio quadrangolare è presente un altare in marmi policromi, anch’esso decorato con stucchi dorati. Sia questo, sia gli altari delle cappelle sono opera (seconda metà XIX secolo) dello scultore Giovanbattista Troiani (1844 – 1927), mentre i pregevoli dipinti sono da attribuire a Giovanni Altomonte e Ursino Buoncora.
Sul tamburo della cupola, scandito da arcate a tutto sesto, si aprono i finestroni rettangolari che danno luce all’interno. La decorazione attuale della cupola è opera del pittore Guglielmo Bilancioni (1886), sostituisce una ricca decorazione ad affresco con episodi, distrutti dall’umidità e asportati nel 1914, della vita di Sant’Antonio e con l’immagine della Madonna d’Itria.

Lungo il portico di sant’Antonio, che raccorda la chiesa all’antico ospedale – oggi in parte occupato dall’ostello della gioventù – è possibile scorgere resti di aperture tamponate, oltre a una serie di stemmi medioevali incastonati nella parete.
Il portico era parte integrante dell’ospedale stesso e risale anch’esso al XIV secolo, come dimostrano alcuni stemmi aragonesi visibili all’altezza dell’arco di accesso.

 

Festa del Santo. Il 17 gennaio si svolge la tradizionale benedizione degli animali domestici nella vicina piazza San Sepolcro.

 

NOTA 1.  “Il Martini ci dice che la presenza dei canonici è testimoniata da un documento risalente al 17 aprile 1443 e custodito presso il Regio Archivio, oggi Archivio di Stato di Cagliari”, da M. Rapetti, Nuovi documenti sulla presenza dell’ordine di S. Antonio di Vienne nel Mediterraneo Medioevale, vai a pdf

Link:
https://meandsardinia.it/la-chiesa-di-santantonio-abate-un-piccolo-gioiello-darte-sacra-nel-cuore-dello-shopping-cagliaritano/

Rilevatore: AC

PLOAGHE (SS). Chiesa di Sant’Antonio abate di Salvanero

Presso la SP 68. A circa 4 km a ovest dell’abitato di Ploaghe, in direzione del comune di Codrongianos.
https://goo.gl/maps/MjgZDGaB3EptfQrL7

 

La chiesa di Sant’Antonio di Salvenero è una chiesa campestre situata in territorio di Ploaghe. Anticamente apparteneva al villaggio di Salvennero / Salvenero / Salvennor, abbandonato alla fine del XVIII secolo.
Negli atti della visita pastorale di mons. Alepus del 1553, si dichiara che la chiesa medievale era la parrocchiale del villaggio di Salvennor.
L’edificio si trova a poca distanza dalla chiesa di San Michele, dell’antica abbazia vallombrosana (benedettina) di san Michele di Salvenero la cui edificazione iniziò nel 1133, e dai ruderi della chiesa di Sant’Antimu di Salvenero.

La chiesa, edificata in stile romanico, manca di attestazione documentaria ma gli elementi architettonici presenti permettono di ascriverla al primo quarto del XIII secolo. Il piccolo tempio (lungo 13 m e largo 5,5 m) fu costruito presumibilmente dai monaci Vallombrosani che si avvalsero delle stesse maestranze che edificarono l’abbazia di San Michele.
L’edificio con l’abside, come di norma nell’antichità, orientata a est, presenta la muratura con alternanza di conci di pietra chiara e di colore rossiccio.
La facciata, anch’essa a colori alternati, ha un portale molto semplice sormontato da una cornice e da una finestra.
Il tetto, a doppio spiovente, è sorretto da travi in legno.
I due fianchi non sono visibili, perché da entrambe le parti sono stati costruiti dei corpi aggiunti: da un lato una vasta sacrestia e dall’altro i ruderi di alcune abitazioni che dovevano essere destinate alle veglie dei numerosi pellegrini. Queste casupole, secondo la testimonianza del rettore Cossu, erano sei e la loro costruzione, così come l’amministrazione dei beni della chiesa, era da attribuirsi al  sac. Gio. Maria Lisai, rettore di Ploaghe nei primi anni del Settecento.

La Chiesa ha un’unica navata absidata con copertura in travi di legno.
Nel 1858, si annota che la chiesa era dotata di un unico altare con statua lignea del Santo, intagliata e policromata, rappresentante un vecchio dalla lunga barba bianca e con volto bruno.

 

Oggi i ploaghesi vengono qui ogni anno per la festa di Sant’Antonio, che viene celebrata la seconda domenica di luglio.

 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Antonio_di_Salvenero

SASSARI. Chiesa conventuale di Sant’Antonio abate

Via Aurelio Saffi
https://goo.gl/maps/hrrNy1KNF2pFSnUa9

 

La chiesa chiamata S. Antonio di lu fogu e più anticamente S. Antonio de las Gracias, sorge fuori dalle antiche mura cittadine, in prossimità dell’omonima porta demolita nel 1866.
Come reca l’iscrizione nell’architrave del portale, fu costruita tra il 1700 e il 1707 per iniziativa di Giorgio Sotgia Serra, vescovo di Bosa e generale dell’Ordine dei Serviti, che fece demolire l’antica chiesa dalla forme gotico-catalane, attestata già nel XV secolo.
Nella antica chiesa officiavano i frati di S. Antonio che in un ospedale annesso curavano i malati affetti dal cosiddetto “ignis sacer”. Di questa chiesa si sa soltanto che nel 1614 venne istituita in essa la “Confraternita dei Servi di Maria”.

Nel 1947 l’attuale chiesa di S. Antonio fu affidata dal Fondo per il Culto ai frati minori Francescani, che già nel 1936 avevano acquistato dal Demanio il tratto dall’ex Convento (una volta dell’Ordine dei Servi di Maria) e tutto l’orto retrostante.
Nel 1944 furono eseguiti dei lavori di restauro alla copertura. Nel 1951 furono ultimati dei lavori di restauro alla facciata. Negli anni 1953-54 la chiesa rimase chiusa al culto per circa un anno per lavori atti all’eliminazione dell’umidità in diverse parti del monumento e per il rifacimento totale della pavimentazione. Nel corso di tali lavori, eseguiti su progettazione e Direzione dei Lavori del Genio Civile per conto del Ministero dell’Interno, è stato rinvenuto un vano ipogeo a copertura ogivale sottostante il presbiterio.
Nel 1997 è stata costruita una Casa famiglia per i malati terminali di AIDS che ingloba gran parte del Convento e la cosiddetta Casa Masala.

 

La facciata della chiesa odierna, improntata a un rigido classicismo, ingloba elementi barocchi nel portale ed è caratterizzato da conci a vista, ripartito in due ordini. La parte inferiore è scandita da lesene con al centro il portale riccamente decorato, affiancato da colonne tòrtili e sormontato dal timpano che ospita lo stemma del vescovo Serra. Il secondo ordine è segnato da una trabeazione, ripartito in lesene, con al centro una finestra ad edicola sormonta da un timpano triangolare; due ali inflesse lo chiudono ai lati, mentre un ampio frontone curvilineo ne delimita la sommità.

L‘interno della chiesa è a navata unica voltata a botte come la copertura delle sei cappelle, tre per lato; è divisa in tre campate rettangolari, mentre è quadrata quella all’incrocio col transetto che, a sua volta, ingloba le due cappelle tardogotiche con volta a crociera; sul presbiterio quadrangolare, voltato botte, si aprono due ambienti adibiti a coro; pregevole è l’altare di legno coevo alla chiesa che occupa la parete di fondo dell’aula.

Nella cappella dell’Addolorata, mentre si restaurava l’altare ligneo nel 2020, è casualmente caduto un pezzo di intonaco e si sono visti affreschi, probabilmente dell’epoca di edificazione della Chiesa, che raffigurano un‘Annunciazione e forse la nascita della Vergine.
Nella sagrestia sono custoditi il Santo diacono, attribuito al pittore Giovanni Muru (prima metà del XVI secolo) o al Maestro di Castelsardo, e l’Addolorata del cagliaritano Giovanni Marghinotti (1798 – 1865) .

 

Capolavoro dell’apparato decorativo interno è il retablo dell’altare maggiore, in legno intarsiato, scolpito e dorato e dipinto, opera del genovese Bartolomeo Augusto (notizie sec. XVIII), che lavorò con gli scultori sassaresi Giovanni Antonio Contena (notizie sec. XVIII), Juan Domingo Mariotu(notizie prima metà sec. XVIII). Datato al 1725-29.
Sarebbe stato commissionato da Pedro Jacques, figlio del viceconsole francese in città o, come ipotizza Maria Grazia Scano Naitza, dallo stesso Sotgia Serra, il cui stemma sovrasta l’altare.
Il retablo, diviso in due ordini movimentati da colonne corinzie scanalate e rudentate e decorato con ricche dorature su fondo azzurro, ospita nel primo il simulacro ligneo della Vergine col Bambino e lateralmente due grandi tele raffiguranti l’apparizione di Cristo a San Pellegrino Graziosi e la Vergine con i sette fondatori dell’Ordine dei Serviti; nel secondo ordine, quello superiore, sono tre dipinti:  i due laterali con San Filippo Benizi e un Santo servita;  il centrale centinato, raffigura Sant’Antonio abate con il bastone nella destra e nella mano sinistra un libro chiuso.
Sul ricco fastigio, ornato con una tela rappresentante la Deposizione, è un cartiglio coronato con lo stemma di mons. Sotgia Serra.

 

 

 

 

 

Link:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/2000014659

https://www.beni-culturali.eu/opere_d_arte/scheda/–augusto-bartolomeo-notizie-sec-xviii-contena-giovanni-antonio-notizie-sec-xviii-mariotu-juan-domingo-notizie-prima-meta-sec-xviii-20-00146335/346088