GRAN BRETAGNA – RICHMOND, quartiere di Ham. Ham House, dipinto con s. Antonio abate, XVI secolo

Olio su pannello ligneo di 38,1 x 19,4 cm
Opera di anonimo di scuola veneziana, 1500-1550.

Inventario numero NT 1140140

Sant’Antonio è raffigurato mentre sta leggendo un libro che regge con la mano destra; la sinistra tiene un bastone cui è appesa una campanella.

 

Ham House è una dimora nobiliare inglese nei pressi di Londra, situata tra il fiume Tamigi e il quartiere meridionale di Richmond.


Link:

https://www.nationaltrustcollections.org.uk/object/1140140

CERAMI (En). Chiesa Sant’Antonio abate, con immagini e statue del Santo.

Piazza Sant’Antonio
https://maps.app.goo.gl/4MvEEZXmy3jTX5Py8

L’edificazione della chiesa di Sant’Antonio abate è da ricondursi al 1623, come testimonia l’atto rogito del notaio Giuseppe Aiutamicristo conservato presso l’Archivio di Stato di Enna.
Tuttavia, in documenti seicenteschi custoditi presso l’Archivio Comunale di Cerami si fa menzione di una “chiesa vecchia di Sant’Antonio”. Tali documenti fanno riferimento alla chiesa di Sant’Antonio abate che iniziò ad essere edificata sotto il barone Vincenzo Gerolamo Rosso, barone che ereditò il feudo di Cerami nel 1516.
È da pensare che l’attuale chiesa sia stata edificata nello stesso luogo in cui sorgeva la chiesa preesistente ed i motivi che portarono ad una nuova edificazione sono da rintracciare nell’incremento del culto del santo Abate. Testimonianza di questa diffusione del culto è la fondazione nel 1600 della Confraternita di Sant’Antonio abate, che ancora oggi ha sede nella suddetta chiesa; è proprio grazie ai proventi ricavati dall’affitto dei terreni della Confraternita che fu possibile innalzare questo edificio di culto.
Da documenti presenti nell’archivio parrocchiale sappiamo che i lavori proseguirono nel corso del Seicento, ma si dovrà attendere il 1774 per indire il concorso per l’esecuzione degli stucchi decorativi; concorso che fu vinto da Giuseppe Sciacchitano da Capizzi.
Un ulteriore concorso fu indetto nel 1854 per la realizzazione di un nuovo campanile e ad aggiudicarsi i lavori nel 1855 fu mastro Ambrogio Castellana, la cui firma è ancora oggi leggibile in una delle balaustre che sormontano la torre campanaria.

L’esterno
Il prospetto centrale presenta una facciata a salienti, in stile tardo barocco, a cui si addossa la torre campanaria.
La facciata denuncia all’esterno la divisione interna della tre nevate dichiarandone anche l’altezza. I due lati spioventi della facciata sono privi di decorazioni e presentano una finestra rettangolare per lato così da illuminare la corrispettiva navata interna; due paraste culminanti in bugnato raccordano questi due lati con il portale centrale realizzato in pietra arenaria locale che si presenta invece riccamente decorato, racchiuso da lesene con motivi fitomorfi.
Il portale è inoltre fiancheggiato da quattro colonne binate, scanalate e poggianti su due basamenti su cui figurano decorazioni zoomorfe e su queste colonne si innestano dei capitelli corinzi che sorreggono un timpano ad ellisse spezzato. Un tempo sul timpano completavano l’apparato decorativo due angeli in pietra bianca posti specularmente, uno da molto tempo caduto, l’altro a seguito dei lavori di restauro condotti nel 2020 è stato rimosso ed è oggi custodito all’interno della chiesa. Al secondo ordine al centro del timpano è presente una finestra ad arco tutto sesto sormontata da un frontone triangolare decorato con una testa d’angelo a basso rilievo. Culmina l’intera partizione di facciata un fregio composto da metope floreali e triglifi e su di esso una cornice a gocciolatoio su cui si innesta il frontone.
A fiancheggiare la chiesa, la già menzionata torre campanaria che presenta una pianta quadrangolare e si eleva in altezza su tre ordini, ognuno con un cornicione di pietra attorno, posti su un basamento. Al centro del secondo ordine vi è una finestra ovale inscritta in un rettangolo e nell’ordine superiore un arco a tutto sesto su ogni lato, sfonda l’apparato architettonico per ospitare le campane presenti però solo su due lati. Culmina la torre campanaria una cuspide a cupola a sesto rialzato innestata su un tamburo ottagonale anche se originariamente e fino al 1940 a culminare la torre era una cuspide a campana rivestita da piastrelle smaltate policrome.

L’interno
La Chiesa presenta una pianta basilicale a tre navate separate da arcate a tutto sesto poggianti su tre colonne in pietra per lato ed un pilastro a delimitazione del transetto.
In corrispondenza della navata centrale ma ad un livello più rialzato sta il presbiterio absidato, che, come il resto della chiesa, ha subito numerosi rimaneggiamenti. Testimonianze fotografiche e resti lignei testimoniano la presenza dell’altare, del coro e dell’organo, purtroppo distrutti dall’incuria e conservati solamente in parte, come il frontale dell’organo che oggi funge da cornice ai due dipinti dell’Addolorata e di San Giovanni Evangelista facenti parte del trittico della Crocifissione realizzato da Cesare di Narda nel 2013. Il trittico si completa con il dipinto del Crocifisso posto all’interno della nicchia che sormonta il frontale dell’organo. Nelle pareti del suddetto presbiterio figurano due affreschi databili alla prima metà del XVIII raffiguranti a sinistra “La visita di Sant’Antonio abate a San Paolo di Tebe eremita” (vedi sotto) e a destra “Sant’Antonio abate intercede contro il male” (vedi sotto).
A seguito dei numerosi rimaneggiamenti l’apparato decorativo dell’intero edificio si presenta ben diverso dall’originale; alcune delle colonne sono state levigate nel coronamento e modifiche dal punto di vista cromatico hanno subito non solo le pareti ma anche gli stucchi sulla volta della navata centrale e delle arcate.
La navata sinistra termina con un altare absidato dedicato a Gesù Buon Pastore, la cui piccola statua in legno databile al XVIII sec., è collocata in una struttura lignea in stile neoclassico. A sormontare la struttura, vi è una decorazione in stucco raffigurante un pellicano, simbolo del sacrificio eucaristico e stessa analogia simbolica è da individuare nel piccolo affresco all’interno di una cornice in stucco raffigurante “Mosè e la manna dal cielo” sulla volta di questa campata.
La suddetta campata presenta inoltre una nicchia che custodisce la statua cinquecentesca di San Vito Martire.
La navata destra invece culmina con l’altare dedicato a Sant’Antonio abate, la cui statua lignea firmata da Giuseppe Stuflesser, giunse a Cerami il 23 settembre del 1947 come donazione postbellica da parte della famiglia Intili L. Surgenti, così come si legge nel basamento (vedi sotto).
Nelle pareti delle due navate sono collocate cinque tele raffiguranti a sinistra: L’Addolorata, il Riposo durante la Fuga in Egitto e l’Immacolata Concezione; a destra: la Crocifissione e il Noli me Tangere. Una tela raffigurante la Anime del Purgatorio completava il ciclo pittorico della parete destra ma purtroppo se ne perdono le tracce nei primi anni Venti del Novecento.
All’interno della chiesa vengono inoltre custoditi il fercolo processionale seicentesco realizzato da Andrea Li Volsi e Santo Giuliano e la sua copia realizzata nel 2004.

 

Bibliografia di riferimento:
– G.M. Fascetto, La chiesa di Sant’Antonio Abate, in “Cerami una gemma tra i monti”, guida storico-artistica, Euno Edizioni, Leonforte, maggio 2023, pp. 53-60.

Siti internet di riferimento:
Pagina Facebook: Sant’Antonio-Cerami link: https://www.facebook.com/santantoniocerami
Rete Italiana per la Salvaguardia e valorizzazione delle Feste di Sant’Antonio Abate link: https://reteitaliana.santantuono.it/festa-di-santantonio-abate-a-cerami/

Note varie: La Venerabile Compagnia Confraternita Sant’Antonio abate
A zelare il culto del santo anacoreta nella cittadina ceramese è la Confraternita Sant’Antonio abate; fondata nel 1600, la seconda Confraternita del paese per fondazione è oggi un’associazione di fedeli laici aperta a tutti, ma non sempre è stato così: fino all’inizio del secolo scorso, infatti, il numero dei soci era limitato a cento e all’ammissione venivano esclusi gli “uomini di bilancia”, gli uomini di vile condizione e le donne. Oggi come allora, ogni singolo membro entra all’interno della Confraternita a seguito di una votazione a scrutinio segreto da parte dei confrati riuniti in assemblea; al fine del mantenimento delle secolari tradizioni che vedono tramandare di padre in figlio l’affiliazione alla Confraternita viene omessa la votazione per l’ammissione dei figli e delle figlie dei confrati che decidono di entrare in Confraternita in un’età compresa tra i 18 e i 25 anni.
Il ramo maschile (confrati) e il ramo femminile (consorelle) partecipano attivamente, anche se in modo diverso, alla vita della Confraternita; solo il ramo maschile ad esempio, ha l’obbligo di partecipare a tutte le processioni del paese con l’abito tradizionale e per tale motivo ogni nuovo confrate, a differenza della consorella, dopo l’ammissione e dopo sei mesi di noviziato, sarà “professato”, ovvero presenterà al santo le proprie intenzioni e indosserà per la prima volta l’abito della Confraternita composto da: camice, visiera, cingolo e guanti di colore bianco e mantello di color celeste con fiori in tinta.
Il colore celeste dei mantelli dei confrati e delle insegne della Confraternita, che associato alla figura di Sant’Antonio abate può sembrare straniante, ha in realtà origine antichissime: furono i Canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne, ordine ospedaliero e monastico-militare nato in Francia nel X sec., ad associare questo colore al Santo. Fin dalle origini, sull’abito e sul mantello degli ospedalieri di Sant’Antonio campeggiava un Tau di colore azzurro e tale segno diventerà in seguito anche il simbolo dell’ordine e influenzerà cromaticamente perfino l’iconografia di Sant’Antonio abate: non di rado in miniature del XIII e XIV sec. il santo viene raffigurato in abiti celesti o blu.
Oltre ad attività di carattere religioso, la Confraternita di Sant’Antonio abate intraprende anche altre iniziative di carattere sociale, caritatevole e di servizio del territorio e sotto la direzione del Confrate Superiore e del Consiglio di Amministrazione, la Confraternita organizza i festeggiamenti in onore di Sant’Antonio abate.

Localizzazione e recapiti:
Confraternita Sant’Antonio Abate, Piazza Sant’Antonio, Cerami (En)
Email: santantoniocerami@gmail.com
Pagina Facebook: Sant’Antonio-Cerami link: https://www.facebook.com/santantoniocerami

Bibliografia di riferimento: Testo a cura del dott. Giacomo Michele Fascetto

Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto


STATUA LIGNEA POLICROMA nell’altare dedicato al Santo

La statua di Sant’Antonio abate è una scultura lignea realizzata tra il 1946 e il 1947 e firmata al basamento da Giuseppe Stuflesser, scultore di Ortisei (Val Gardenia). L’opera giunse a Cerami il 23 settembre del 1947 come donazione postbellica da parte della famiglia Intili L. Surgenti, così come si legge nel basamento.
Autore: Giuseppe Stuflesser
Descrizione dell’opera: Il Santo è rappresentato con severo aspetto ieratico e indossa degli abiti che ricordano molto le vesti francescane: di color marrone sono infatti sia la tunica che il mantello, terminante sul retro con cappuccio, mentre per calzari vi sono dei semplici sandali ed anche il cingolo ai fianchi riporta i tre nodi francescani. Sulla parte interna del gomito, dietro al Vangelo aperto tenuto con la mano sinistra, si erge un argenteo bastone-pastorale a croce patriarcale (a doppia asta – doppio patibolum) su cui si aggancia una campanella, anch’essa in argento.
Particolare è la movenza della mano destra che non riporta il classico gesto benedicente, ma col palmo totalmente aperto e rivolto verso il fedele, parrebbe indicare un gesto di paterno ammonimento, ma interpretabile anche come un gesto atto a placare, verosimilmente il fuoco, inteso nella duplice forma: incendio e fuoco di Sant’Antonio (herpes zoster).
Nella parte bassa della statua, ai lati del santo e posti sul basamento, vi sono riprodotti in miniatura un bue e un cavallo, probabilmente delle aggiunte per rinforzare l’idea della speciale protezione del santo verso gli armenti.
Descrizione della statua a cura del Dott. Giacomo Michele Fascetto.
Siti internet di riferimento: Storytelling arrivo della statua a Cerami in occasione del 75° anniversario: https://www.facebook.com/santantoniocerami/photos/a.292285491239181/1423597014774684/

Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto


STATUA IN TELA-COLLA, sostituita dalla statua ligne di Stuflesser.

La statua di Sant’Antonio abate è una scultura polimaterica in tela-colla realizzata da autore ignoto agli inizi del XVII secolo. Rimaneggiata più volte nell’arco dei secoli, venne definitivamente soppressa al culto nel 1947 a causa del suo cattivo stato di conservazione e sostituita da una nuova statua lignea opera di Giuseppe Stuflesser.
Bibliografia di riferimento: Descrizione della statua a cura del Dott. Giacomo Michele Fascetto.
Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto

AFFRESCO RAFFIGURANTE SANT’ANTONIO ABATE CHE INTERCEDE CONTRO IL MALE
Notizie sull’opera: L’affresco è collocato sulla parete destra del presbiterio
Autore: Ignoto – Datazione: Prima metà del XVIII Sec.
L’affresco mostra al centro la figura di Sant’Antonio abate rappresentato in atteggiamento di silenziosa preghiera: con gli occhi rivolti al cielo da cui spiove la Luce, ossia Cristo (Gv 8,12), indica con la mano destra la città sullo sfondo, mostrandola di fatti al Signore e chiedendo per sua intercessione un gesto di paterna clemenza.
Il Santo è tipicamente abbigliato e accompagnato dai suoi tradizionali attributi iconografici: il bastone con la campanella, il maiale, il fuoco e il tau. Proprio quest’ultimo, in virtù di una sua singolarità merita una trattazione particolareggiata: posto sulla spalla sinistra, si discosta dalla forma tradizionale per sviluppare ad ogni estremità tre punte che ricordano delle fiammelle, confermate anche dalla colorazione rossa del tau.
Bibliografia di riferimento: Testo e ricerche a cura del dott. Giacomo Michele Fascetto
Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto

AFFRESCO RAFFIGURANTE LA VISITA DI SANT’ANTONIO ABATE A SAN PAOLO DI TEBE EREMITA
Notizie sull’opera: L’affresco è collocato sulla parete sinistra del presbiterio
Autore: Ignoto – Datazione: Prima metà del XVIII Sec.
L’affresco vede protagonisti due dei primi anacoreti del deserto: Sant’Antonio abate e San Paolo di Tebe eremita, secondo uno schema iconografico molto diffuso e che trae origini dall’episodio narrato da Jacopo da Varazze (1230-1298) nella Legenda Aurea.
Si legge infatti che Antonio, invitato da un angelo, si mise alla ricerca di Paolo, un eremita più anziano di lui che da quarant’anni viveva in solitudine nutrito da un corvo che ogni giorno gli portava il pane.
Nell’affresco la scena è ambientata in un anfratto roccioso e i due santi sono intenti a condividere il pane portato dal corvo che sorvola ancora su di essi. Sant’Antonio è tipicamente abbigliato e regge nella mano destra il bastone, uno dei suoi tradizionali attribuiti, San Paolo invece indossa un ampio mantello rosso sul tipico abito di foglie di palma intrecciate. È probabile che l’autore dell’affresco abbia voluto inserire il mantello rosso in riferimento al mantello di Atanasio di cui parla San Girolamo nella “Vita Sancti Pauli primi eremitae”. San Girolamo riferisce infatti che San Paolo, all’avvicinarsi della sua morte, ricevette la visita di Sant’Antonio abate, a cui espresse il desiderio di ricevere il mantello che egli aveva avuto in dono dal vescovo Atanasio, per esservi sepolto.
Bibliografia di riferimento: Testo e ricerche a cura del dott. Giacomo Michele Fascetto
Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto

SPAGNA – MADRID. Museo del Prado, tavola con sant’Antonio abate, 1450-60

Tempera su tavola di 91 x 64 cm, raffigurante “Sant’Antonio abate”, datato al 1450-60.
Opera di Joan Reixach (1431 circa – 1482). Il pittore fu una figura chiave della pittura hispano-fiamminga valenciana nei decenni centrali del XV secolo e gestiva un grande laboratorio.

Inventario numero 2849   Esposto nella sala 052A
Lascito al Museo della Famiglia Várez Fisa, 2013

Doveva trattarsi del pannello centrale di una pala d’altare dedicata a sant’Antonio abate.
Il Santo, raffigurato con barba e capelli grigi, indossa la tunica bianca, lo scapolare azzurrognolo e il mantello con cappuccio brunastro degli Antoniani sulla cui spalla è ricamato il tau azzurro. Tiene con la mano destra un grande libro con la copertina verde e la campanella; la sinistra impugna un lungo e molto elaborato bastone. Un maiale nero è dietro di lui a sinistra; sul pavimento piastrellato, a destra, vi è il fuoco, altro suo attributo iconografico.

 

Link:
https://www.museodelprado.es/en/the-collection/art-work/saint-anthony-abbot/5d65ff77-87b4-44fa-8da0-dad1415763c1

ALBAREDO D’ADIGE (VR). Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, dipinto con s. Antonio abate di G.B. Caliari, 1847

Olio su tela di 258 x 145 cm, del 1847, raffigurante “Madonna col Bambino con sant’Antonio abate e san Giovanni Battista
Opera del pittore veronese Giovanni Battista Caliari (1802 – 1850).

Sant’Antonio abate, a sinistra, ha la mano destra aperta e con la sinistra tiene il bastone a tau. Dietro di lui spunta un maiale.

 

La chiesa risale al 1191 e da un documento del 1347 si sa che era un’importante pieve. La chiesa fue ristrutturata nel Quattrocento per volere dell’arciprete commendatario don Bartolomeo Cartolari e, nel 1560, furono edificate le navate laterali.
L’attuale parrocchiale, ad un’unica navata, venne costruita tra il 1734 ed il 1737 e consacrata nell’autunno del 1749 dal vescovo di Verona Giovanni Bragadin. La chiesa fu poi allungata nel 1927 e, infine, restaurata sul finire del Novecento.

 

Link:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0500043649

https://chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/stampaapprofondimento.jsp?guest=true&sercd=17193

VICENZA. Ex ospedale e chiese di Sant’Antonio abate

L’ospedale era una fondazione privata, sorta nei pressi del Duomo e istituita il 17 gennaio 1350, dopo la pandemia del 1348, per iniziativa di Alberto de Belanth / de Billant cavaliere tedesco e conestabile degli Scaligeri a Vicenza, cioè comandante delle milizie mercenarie e ufficiale militare. La fondazione, però, fu riconosciuta dal papa solo nel 1436.
Successivamente il fondatore coinvolse nell’amministrazione anche una fraglia di battuti, che si definiva come «fratalia batutorum hospitalis Sanctorum Anthonii, Ieorgii et Gotardi». Le prime notizie a riguardo risalgono al 1373 ed è possibile che questa confraternita provenisse da una scissione del sodalizio di San Marcello, già a capo di un ospedale, presso cui i membri della neonata confraternita di Sant’Antonio abate potevano aver maturato una buona esperienza circa la gestione di attività assistenziali.
Dopo il 1374 non si trovano più notizie sul conto di Alberto de Belanth. Dopo la morte del fondatore, i battuti esercitarono lo ius patronatus sull’ente, che divenne presto uno fra i principali ospedali di Vicenza, grazie al patrimonio di cui lo aveva dotato il fondatore e a numerosi altri lasciti testamentari.
Nel 1471 sindaci e gastaldi della confraternita furono autorizzati a predisporre un locale riscaldato nell’ex reparto femminile, per evitare che durante l’inverno i degenti morissero di freddo. Nel 1490 furono avviati lavori di rifacimento del dormitorio maschile, spostato a un piano superiore. Nel 1498 si decise un ulteriore ampliamento degli spazi riservati al ricovero dei poveri, altra categoria di persone assistita, oltre ai malati, adibendo nuovi dormitori nei piani superiori, ma anche un allargamento della cantina per il deposito del vino. Se la capienza degli ambienti ospedalieri non subì ulteriori variazioni, è probabile che il numero di persone ricoverate dopo l’ultimo ampliamento fosse destinato a non discostarsi troppo da quel tetto massimo di 56, tra degenti e servitori, indicato dall’amministrazione ospedaliera nel 1560, seppure ammettendo una certa flessibilità, che allude a una capienza massima superiore, confermata da altre notizie.
Già durante il Quattrocento l’organo di gestione dell’ospedale – detto la “banca” come nelle altre fraglie – divenne sempre più consapevole delle esigenze di cura dei malati, e nominò un medico, un cerusico e uno speziale stipendiati; nel Cinquecento, quello di sant’Antonio era ormai il primo e il più importante tra gli ospedali di Vicenza. Alla fine del secolo, però, sia la chiesa che l’ospedale avevano bisogno di notevoli riparazioni e gli interventi tampone non erano più sufficienti; i letti e gli arredi erano ridotti in uno stato tale da non poter quasi più essere adoperati. Durante il XVII secolo questa situazione peggiorò ancora, aggravata ulteriormente dagli eventi che colpirono città e contado, come le carestie e la peste del 1630. Nello stesso tempo le richieste aumentavano e dai 30-40 poveri si arrivò ad accoglierne fino a 100; la mortalità era altissima e non c’era neppure più spazio per le tumulazioni, che fino a quell’epoca avvenivano sotto al portico. Seguirono anni difficili e furono a più riprese effettuati nuovi interventi, ma sempre insufficienti. Le continue richieste di finanziamento da parte dei responsabili dell’ospedale crearono tensioni e conflitti con l’amministrazione comunale, provocando continui ricorsi davanti al senato veneziano; di conseguenza, dal 1738 l’ospedale perse la propria autonomia e, come tutti gli altri Luoghi Pii, fu assoggettato al controllo dei revisori comunali. La situazione economica però era così dissestata che cominciò a farsi strada il progetto della fusione e della concentrazione di tutti gli ospedali della città in un Ospedale Grande degli Infermi e dei Poveri, com’era avvenuto in quegli anni a Milano; nel novembre del 1772 il senato veneziano approvò tale fusione e gli ospedali – oltre a quello di Sant’Antonio anche quelli di San Lazzaro, dei santi Pietro e Paolo, dei santi Ambrogio e Bellino, di San Bovo e quelli della Pia Opera di Carità – furono trasferiti negli edifici dell’ex monastero di San Bartolomeo dove l’anno prima era stata soppressa la Congregazione dei Canonici Lateranensi.

Svuotato l’Ospedale di Sant’Antonio, il complesso degli edifici – comprese le due chiese – nel 1805 fu acquistato dalla Società del Casino Nuovo per i soci dell’alta borghesia; nel 1808 fu demolito e, al loro posto, fu costruito l’edificio in stile neoclassico ancora esistente, che inseguito fu acquisito dalla diocesi di Vicenza e al quale è stato dato il nome di “Palazzo delle Opere Sociali cattoliche”; sede di uffici diocesani e di associazioni cattoliche, viene utilizzato per mostre, conferenze, convegni e attività culturali.

I due oratori/chiese.
Alberto de Belanth volle creare, dopo l’ospedale, anche un oratorio, inaugurato il 17 gennaio 1361 − festa di sant’Antonio abate − con una messa solenne e consacrato dal vescovo Giovanni Sordi il 30 giugno 1364. Il luogo di culto affiancava la domus hospitalis e ne condivideva le dedicazioni alla Vergine, a sant’Antonio abate. a san Giorgio e a san Gottardo. Le facciate dell’ospedale e della sua chiesa si affacciavano verso la piazza del vescovado: l’oratorio confinava da un lato con l’ospedale, sul lato opposto costeggiava la via comune che separava il complesso ospedaliero dalla cattedrale, mentre sul retro era chiuso del campanile del duomo.

Da un lato dell’ospedale si trovava l’oratorio fondato da Alberto de Belanth, da quello opposto sorgeva il più modesto Oratorio di San Gottardo – in seguito detto di “Sant’Antonio Nuovo” per distinguerlo dalla chiesa più grande; probabilmente voluto dal de Belanth per una particolare devozione a questo Santo popolare nei paesi di lingua tedesca, ma sulle cui origini mancano informazioni certe: il primo documento che ne attesta l’esistenza risale al 1373. Di sicuro fu inglobato nel complesso di Sant’Antonio abate e qui l’amministrazione dell’ospedale commissionò alcune decorazioni sacre nel 1439-1441.

 

Statua di sant’Antonio proveniente dall’antica chiesa dell’ospedale di Sant’Antonio abate, oggi conservata all’interno dell’ospedale San Bortolo, Viale Ferdinando Rodolfi, 37 Vicenza.

 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Ospedale_di_Sant%27Antonio_abate_%28Vicenza%29 1/3

Estratto_da_Bianchi_Ospedali.pdf