LUCCA. Chiesa di San Pietro Somaldi con immagine di s. Antonio abate di M. Membrini, 1497

Nel primo altare della navata sinistra, vi è una tavola di 180 x 165 cm raffigurante “Santi Antonio abate (al centro), Bartolomeo e Francesco d’Assisi (a sinistra); Domenico (o Vincenzo Ferrer) e Andrea (a destra)”, realizzata nel 1497.
Opera di Michelangelo di Pietro Membrini o Michelangelo da Lucca o Maestro del Tondo Lathrop (? –  1525, notizie dal 1484) pittore attivo nella Repubblica di Lucca tra il 1484 e il 1525.

Sant’Antonio abate ha la folta barba biforcata; saio chiaro e mantello scuro; tiene un libro con la mano destra e con al sinistra un bastone con una terminazione inconsueta.

 

Fondata dal longobaldo Samuald o Summal (da cui il nome) e donata dal re Astolfo al pittore Auriperto, conscrata nel 763, fu ricostruita alla fine del XII secolo. L’abside in laterizio è del XIV secolo.


Link:

http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/entry/work/16824/Membrini%20Michelangelo%20di%20Pietro%2C%20Sant%27Antonio%20Abate%20tra%20san%20Bartolomeo%2C%20san%20Francesco%20d%27Assisi%2C%20san%20Vincenzo%20Ferrer%20e%20sant%27Andrea

https://www.luccatranoi.it/chiese.php?id=5

https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/82848/Chiesa+di+San+Pietro+Somaldi

https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Pietro_Somaldi

VERZUOLO (CN). Antica parrocchiale dei Santi Filippo e Giacomo con varie immagini di s. Antonio abate, XV secolo

La chiesa ha avuto una storia complessa. Dalla metà del secolo XI fino alla costituzione della diocesi di Saluzzo nel 1511 fu dipendenza dell’abbazia benedettina di San Benigno di Fruttuaria sotto la giurisdizione del vescovo di Torino.
Nel corso del Quattrocento la chiesa venne ampliata e notevolmente rimaneggiata. Alla fine del XVIII sec., per richiesta di alcune famiglie trasferitesi vicino alla settecentesca chiesa dei Cappuccini, essendosi l’abitato allargato verso la pianura, fu necessario che quest’ultima divenisse parrocchia traslando così la titolazione della chiesa.
Si è conservato il campanile del secolo XI-XII con preziosi affreschi romanici ed affreschi quattrocenteschi di più mani sulla facciata e all’interno, che originariamente forse era tutto affrescato con l’intervento di vari pittori, tra i quali esponenti della famiglia Pocapaglia. Oggetto di varie campagne di restauri dal 1975 al 2008.

Una figura di sant’Antonio si trova in controfacciata, nel registro superiore, mutilato dall’inserimento della tribuna dell’organo nel 1712, l’affresco rappresenta la “Madonna con Bambino e i santi Antonio abate, Sebastiano, Rocco, Cristoforo”, attribuito al “primo Maestro di Madonna dei Boschi” nell’ultimo quarto del Quattrocento. Fotografia in alto.
Sant’Antonio abate è raffigurato con la barba bianca, saio marrone, mantello scuro con la Tau, tiene con la mano sinistra un libro e con la destra il bastone a tau. Un piccolo maiale scuro è ai suoi piedi.

 

La prima cappella a sinistra è intitolata ai Santi Carlo e Tommaso; l’altare fu eretto alla fine del XVII secolo su committenza del capitano Boarelli, alla cui famiglia restò il patronato.
Sopra l’altare è l’affresco, sovrapposto al ciclo quattrocentesco, raffigurante “Madonna con Bambino tra due angeli musicanti e i santi Antonio abate e Bartolomeo”, datato 1510, è attribuita al venaschese Bartolomeo De Banis.
Sant’Antonio è a sinistra, con barba scura, saio rosso e mantello nero; tiene un libro con la mano destra e il bastone a tau con la sinistra.

La cappella fu affrescata da Pietro Pocapaglia o Pietro da Saluzzo (in passato detto “Maestro del Villar”, attivo dal 1438 al 1480) ed eseguite intorno alla metà del Quattrocento.
Sulla lunetta è raffigurato Cristo in mandorla tra gli Apostoli.

Le Storie di sant’Antonio abate sono dipinte sulle pareti interne ed esterne e nel sottarco della cappella.
Sull’estradosso, in basso a sinistra i ss. Pietro e Paolo, mentre a destra la figura del Santo eremita, con il bastone nella mano sinistra, è purtroppo lacunosa.

Nell’arcone a sinistra in basso, il primo episodio, che si rifà alla “Vita Antonii” scritta dal suo discepolo Atanasio nel IV secolo e alla “Legenda aurea” di Jacopo da Varagine del XIII secolo, raffigura il Santo che ascoltando la messa, decide di dare i suoi averi ai poveri e farsi eremita. Sopra l’altare è raffigurato il “Cristo in pietà”.
I due successivi riquadri raccontano tre episodi: l’incontro con san Paolo eremita e il corvo che porta loro il pane. Segue la morte di san Paolo eremita: il corpo, con la veste di foglie di palma, è retto da Antonio benedicente mentre due angeli portano in cielo la sua anima. Il successivo episodio mostra il seppellimento di san Paolo con i due leoni che scavano la fossa.
Il quinto episodio è dipinto sull’estradosso sinistro della cappella e racconta la costruzione del convento (nel Medioevo sant’Antonio era considerato, erroneamente, l’iniziatore del monachesimo orientale). Il dipinto fu tagliato dalla costruzione del soppalco della tribuna, a sinistra rimangono gli operai al lavoro, alcuni su un ponteggio, a sinistra la figura del Santo; sullo sfondo ci sono edifici e castelli.
Il sesto episodio, sull’estradosso destro, è tratto dalla “Leggenda di Patras”, una storia agiografica medievale che racconta, tra l’altro che il re di Palestina invia una carovana di cammelli per sfamare i monaci. Per approfondire vedi: https://www.santantonioabate.afom.it/la-leggenda-di-patras-su-s-antonio-abate/.
Il settimo episodio, nell’arcone a destra raffigura le tentazioni che subì il Santo.
Nell’episodio ottavo, poco leggibile, è dipinta la morte di sant’Antonio. Nella stanza col pavimento a rombi bianchi e neri, vi è il letto su cui riposa il corpo; attorno vi sono i discepoli e confratelli del Santo.
Nel nono episodio, sulla parete di fondo a sinistra, è raffigurata una nave che simboleggia il viaggio delle spoglie di s. Antonio dall’Egitto a Costantinopoli.
Il decimo episodio, nel sottarco in basso a destra, raffigura il vescovo Teofilo che recita l’officio funebre, presumibilmente a Costantinopoli per la presenza di un edificio con bifore e coronato da merlature. Per approfondire le leggende della traslazione vedi: https://www.santantonioabate.afom.it/leggende-del-trasferimento-delle-spoglie-di-s-antonio-abate-dallegitto-a-costantinopoli-e-poi-nel-delfinato/.
Nell’undicesimo episodio è raffigurata l’ostensione delle spoglie del Santo e vi sono malati appoggiati a stampelle che implorano la guarigione. In primo piano un lupo che secondo la leggenda della traslazione aveva accompagnato le reliquie. L’ordine Antoniano, sorto nei pressi di Vienne in Delfinato curava il “fuoco di sant’Antonio”, che anticamente era principalmente l’ergotismo o intossicazione da segale cornuta (così detta per la presenza del fungo tossico Claviceps purpurea). Attualmente con il termine “fuoco di Sant’Antonio” ci si riferisce solamente alla malattia detta herpes zoster.


A Verzuolo vi era anche una cappella (Sacellum) intitolata ai Santi Sebastiano e Antonio abate che sorgeva all’incrocio tra via del Castello e la Platea Nova, come indicata (n° 5) nella Carta del Theatrum Sabaudie di G. Boetto del 1666.

 

 

 

 

Immagini in parte per cortesia dell’Associazione per la tutela del patrimonio Culturale Verzuolese ODV, che ringraziamo.


Link:

http://www.verzuoloacv.it/

http://archeocarta.org/verzuolo-cn-antica-parrocchiale-dei-santi-filippo-e-giacomo/

https://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-da-saluzzo_%28Dizionario-Biografico%29/

Bibliografia:
ANTONIOLETTI L.C., L’antica parrocchiale dei Santi Filippo e Giacomo di Verzuolo: guida alla visita, Fusta edit. e Associazione per la Tutela del patrimonio culturale verzuolese ODV, Saluzzo 2022
PICCAT M., Il ciclo di affreschi romanici di Verzuolo: tracce di una tradizione agiografica, Centro Studi Piemontesi, Torino, 1992
BOERO G., L’antica chiesa parrocchiale dei Santi Filippo e Giacomo in Verzuolo, s.n. Verzuolo, 1975, a p. 130 scrive che Pietro Pocapaglia lavorò nella cappella tra il 1453 e il 1459

Rilevatore: Angela Crosta

MORSASCO (AL). Chiesa di San Vito, affresco con s. Antonio abate, 1480 circa

L’antica Pieve conserva all’interno del catino absidale l’AFFRESCO della Crocifissione: alla sinistra del Cristo sono la Vergine Maria e un santo laico a cavallo, tradizionalmente riconosciuto come San Vito, titolare della chiesetta; alla destra, uno degli apostoli, fino ad ora individuato come San Giovanni (ha il volto e parte della figura rovinati al punto da non consentirne una certa attribuzione). Accanto a questi, infine, è Sant’Antonio abate con il bastone, purtroppo la figura è molto rovinata.
La scena è riquadrata da una doppia cornice ocra e rossa, che probabilmente risolveva le linee principali dell’architettura absidale (tracce d’intonaco colorato permangono negli sguanci a doppia strombatura delle finestre e nella nicchia degli arredi sacri).
Le caratteristiche stilistiche e dell’abbigliamento dei personaggi consentono di datare l’affresco con buona approssimazione attorno al 1480.

 

La Pieve necessita di urgenti restauri:
https://www.restauroeconservazione.info/sos-san-vito/

 

Per notizie sulla Pieve:
http://archeocarta.org/morsasco-al-chiesa-di-san-vito/

Immagini da:
https://www.kimia.it/it/referenze/consolidamento-chiesa-san-vito-morsasco

REGGELLO (FI). Abbazia di Vallombrosa, Museo d’Arte Sacra, pala con s. Antonio abate del Ghirlandaio, 1485 circa

L’antica Abbazia conserva un dipinto trasportato su supporto ligneo; 160 x 251 cm, raffigurante:
Madonna col Bambino e i Santi Biagio e Giovanni Gualberto (a sinistra); Benedetto e Antonio abate (a destra)”.
Opera di Domenico Ghirlandaio (1448 – 1494) e bottega, del 1485 circa.

Sant’Antonio e dipinto a destra, con saio e mantello scuri, tiene con la mano sinistra un libro rosso e con la destra un bastone a stampella cui è appesa una campanella.

“Lunga e travagliata la vicenda legata a questa splendida pala d’altare, commissionata dai monaci di Vallombrosa a Domenico Ghirlandaio intorno al 1480. A lungo erroneamente attribuita al giovane Sebastiano Mainardi, fu riconosciuta come opera del Ghirlandaio solo sul finire del XIX secolo e quindi trasferita a Firenze per essere sottoposta a restauro. Gli interventi operati da Guglielmo Botti, tra i più noti restauratori dell’epoca, nonché la lunga permanenza in ambiente non idoneo, finirono tuttavia con l’aggravare ulteriormente il suo stato di conservazione. E’ solo in tempi recentissimi che la pala viene recuperata dai depositi e sottoposta a nuovo, attento restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure. Dal 2006 è rientrata stabilmente nel museo di Arte Sacra dell’Abbazia di Vallombrosa.
L’opera fu eseguita quasi certamente poco dopo il 1485 e destinata a un altare dedicato a San Giovanni Gualberto, fondatore dell’ordine vallombrosano. La critica più recente ne attribuisce parte agli aiuti della bottega del Ghirlandaio. Ben visibili, ai lati della Vergine (da sinistra), i Santi Biagio, col pettine da cardatore strumento del suo martirio e Giovanni Gualberto, con il Crocifisso e il bastone con l’impugnatura a tau e protomi leonine. Seguono san Benedetto, con un fascio di verghe simbolo delle norme raccolte nella sua Regola adottata anche dai Vallombrosani e sant’Antonio abate. Nel complesso si tratta di una composizione essenziale, totalmente spogliata di quelle allusioni mondane e terrene che siamo soliti riconoscere nelle opere fiorentine di Domenico Ghirlandaio. Un’opera colma di emozione, seppure ispirata ai valori semplici della meditazione e della spiritualità, richiamo evidente alla regola su cui l’Ordine vallombrosano basò tutto il suo cammino spirituale.”
Testo da:
https://www.piccoligrandimusei.it/rinascimentovaldarno/ita/opere/opere/opere/madonnag.html

 

Link:
https://monaci.org/#

https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Vallombrosa

https://www.facebook.com/ars.europa/photos/a.756344731144864/1611829765596352/?type=3

CAMPI BISENZIO (FI). Museo di Arte Sacra di San Donnino, quattro dipinti con s. Antonio abate XIV-XV secolo

Il Museo di Arte Sacra di San Donnino fu aperto nel 2000 in ambienti adiacenti la chiesa di Sant’Andrea di Brozzi che ne costituisce, dal punto di vista della visita, il naturale completamento.

Bibliografia:
Simari M.M., Il Museo di Arte Sacra di San Donnino. Guida alla visita del museo e alla scoperta del territorio, Edizioni Polistampa, 2010

Link:
https://www.piccoligrandimusei.it/blog/portfolio_page/museo-darte-sacra-di-san-donnino/

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Andrea_(San_Donnino)

 


Annunciazione fra i santi Eustachio e Antonio abate

(Fotografia in alto) Pittura su tavola, trasportato su nuovo supporto ligneo.
Opera di Giovanni dal Ponte (1385 – 1437/38)(Maestro dell’Annunciazione di Brozzi )
Datazione: primi decenni del XV sec.

Sant’Antonio abate, a destra, con saio marrone e mantello nero, tiene con la mano sinistra un libro rosso e con al destra un lungo bastone a tau. Un piccolo maiale scuro è ai suoi piedi a destra.

Immagine da Wikimedia

 


Trittico di San Donnino


Dipinto su tavola
Opera del “Maestro di Barberino” (attivo nella seconda metà del sec. XIV) per lo scomparto centrale; Giovanni del Biondo (Firenze, documentato dal 1356 ad 1398) per i Santi e la predella. Datato alla seconda metà del XIV secolo.
Raffigura: “Madonna in trono col Bambino con i santi Caterina, Antonio abate (a sinistra), Margherita d’Ungheria e Giuliano (a destra); San Donnino (pannello sinistro); San Giovanni Battista (pannello destro); Storie di San Donnino (predella)”.

Di sant’Antonio abate è rimasta solo la parte superiore, con saio e mantello, un libro rosso nella mano destra e presumibilmente il bastone nella sinistra.

Immagine da Wikimedia

 


Madonna in trono con Bambino fra i santi Antonio abate, Andrea (a sinistra), Pietro e Martino Vescovo (a destra)”.


Dipinto su tavola
Bottega di Domenico Ghirlandaio, forse Davide Ghirlandaio (1452 – 1525).
Datato alla fine del XV secolo.

Sant’Antonio all’estrema sinistra, con barba bianca biforcata e saio scuro, tiene con al mano sinistra un libro rosso e con la destra il bastone a tau. Il muso di un maiale spunta da dietro la sua figura, a destra.

Immagine dal sito del Museo.


“Madonna col Bambino e i santi Sebastiano, Simone Zelota (a sinistra); Giuda Taddeo e Antonio abate (a destra).

Dipinto su tavola trasportato su supporto listellare, cm 145 × 215. Inventario GR 5377
Opera di Francesco Botticini (Firenze 1446 – 1498). Datato al 1480.
Sant’Antonio, all’estrema destra, in saio scuro, tiene il bastone con la mano destra.

Durante l’alluvione del 1966, “nella chiesa di Sant’Andrea l’acqua raggiunse il livello di quattro metri e vi ristagnò per una settimana, i danni furono tali che la chiesa non poté essere riaperta sino alla fine di marzo del 1968. I ritiri per restauro delle opere d’arte iniziarono nella primavera del 1967, ma gli interventi e le riconsegne si diluirono poi nel corso dei decenni successivi, cosicché gli ultimi rientri di opere alluvionate e restaurate risalgono al 1999. …
La pala d’altare assegnata sin dai primi del Novecento al pittore fiorentino Francesco Botticini è una delle pitture della chiesa rimaste segnate dalle acque: la vasta lacuna lasciata a neutro che si sfrangia verso l’alto in ondulazioni grafiche dà con immediatezza la percezione della violenza subìta dal dipinto su tavola. Non si tratta per altro soltanto dei danni dovuti all’inondazione del 1966, sulla pittura del Botticini si sono infatti stratificate come su un antico palinsesto le pesanti tracce delle alluvioni precedenti anche di secoli, dei danni da umidità succedutisi e sempre riparati con rinnovati restauri. Già nel 1894 l’ispettore delle Gallerie Guido Carocci segnalava che la tavola del Botticini era stata “danneggiatissima nella parte inferiore per causa dell’inondazione” e che il restauratore Parrini aveva provveduto a consolidarla e a coprire le parti dove il colore era caduto. Sembra difficile che ci si riferisca all’alluvione del 1844, annoverata tra le catastrofiche ma all’epoca già lontana, bensì ad una successiva probabilmente degli anni Ottanta dell’Ottocento (Simari 2006a, pp. 103 e 227).
È possibile che una vecchia foto Alinari (n. 20324) fissi l’immagine del dipinto con l’integrazione della zona lacunosa inferiore del dipinto ricostruita alla fine dell’Ottocento con una certa perizia, ma in modo arbitrario e ora inaccettabile, completando buona parte delle figure dei Santi e del trono della Madonna. Precedenti documenti attestano per altro ripetuti episodi di inondazioni nella chiesa di Sant’Andrea a partire dal XVI secolo e fino al 1934 (Simari 2006b, p. 38 e pp. 54-56). Sembra perciò davvero straordinaria la tecnica degli artisti rinascimentali – Ghirlandaio, Giovanni di Francesco e il nostro Botticini – che ha consentito alle loro opere di superare una tale catena di eventi. Per sanare i dannicausati dai ripetuti assorbimenti di umidità alcuni dei dipinti su tavola della chiesa (tra cui quello in esame) furono sottoposti nella prima metà degli anni Trenta del Novecento al pioneristico intervento di trasporto del colore su nuovo supporto da Augusto Vermehren e collaboratori. …
La tavola fu danneggiata, come altre opere, dalle conseguenze dello scoppio di un incendio nel campanile della chiesa. L’ultimo intervento sulla tavola del Botticini è dunque quello del 1987-1988, eseguito da Alfio del Serra, che provvide ad eliminare le pesanti tracce di nerofumo dalla superficie del dipinto rispettando la scelta, già precedentemente attuata, di lasciare una cromia modulata sul neutro nella vasta lacuna della zona inferiore dilavata dalle inondazioni di secoli. ”
Testo da:
https://mostre.sba.unifi.it/bellezza-salvata/it/55/dipinti

Esposto nella mostra i “Firenze 1966 – 2016. La bellezza salvata”, a Palazzo Medici-Ricciardi, Firenze nel 2016.

Immagini da Wikimedia