BUDRIO (BO). Pinacoteca Civica “D. Inzaghi”, dipinto di s. Antonio abate di A. Tiarini, 1611

Olio su tela di 191 x 79 cm, raffigurante: “Sant’Antonio abate” opera del pittore bolognese Alessandro Tiarini (1577 – 1668).

Sant’Antonio è rappresentato secondo l’iconografia tradizionale, come un vecchio monaco barbuto, vestito di un saio grigio brunastro mentre si appoggia ad un bastone.

La tela fu commissionata al Tiarini dalla confraternita del SS. Rosario, che amministrò la chiesa di San Domenico dal 1605 al 1615: all’incirca lo stesso periodo in cui il pittore bolognese rientrò nella sua città (1605-1613). Gli storici non hanno mai disgiunto, dal punto di vista cronologico e stilistico, la raffigurazione dei due santi dalla grande pala di “Santa Maria Assunta“, firmata e datata al 1611. Le fonti a cominciare dallo Zanotti fino al Giordani, menzionano, inediti, due pendant della pala d’altare riproducenti “un San Nicola e un Santo francescano“. Quest’ultimo, ora correttamente identificato come Sant’Antonio abate, presenta un’estrema povertà di materia pittorica, forse dovuta all’intervento di aiuti.
Il dipinto, rimosso dalla chiesa nella seconda metà dell’Ottocento, come documenta una nota della “Felsina pittrice”, è stato rinvenuto in una sala dell’Istituto San Domenico; solo dal 1988 è conservato nella Pinacoteca di Budrio.

 

Link:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0800056922

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BUDRIO (BO). Pinacoteca Civica “ D. Inzaghi”, dipinto con s. Antonio abate di L. Carracci

Olio su tela di 89 x 116 cm. Raffigura Santi Antonio abate, Giovanni Evangelista, Andrea, Benedetto e Luigi in adorazione della Madonna con Bambino in gloria”.
Attribuito a Ludovico Carracci (1555 – 1619).
Inventario n C 216

Sant’Antonio, barba bianca e saio scuro, appoggiato al bastone, si trova alla sinistra.
Destinata forse a un piccolo oratorio, la piccola pala presenta caratteri desunti dalla tarda produzione di Ludovico Carracci e può dunque ricondursi alla sua numerosa cerchia, anche se la convenzionalità dei ricalchi attuati nei confronti delle opere del maestro (come già notava C. Bernardini, il Sant’Antonio abate dipende dalla “Predica” ora nella Pinacoteca di Brera a Milano) impedisce al momento di pervenire a un’attribuzione più circostanziata.

 

Link:
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CESENA (FC). Pinacoteca Comunale, dipinto con s. Antonio abate di A. Aleotti, 1510

Tempera su tavola di 208 x 170 cm, opera del 1510 di Antonio Aleotti (Argenta, doc. dal 1494 – Cesena, 1527) – raffigurante: “Madonna in trono col Bambino, Sant’Antonio abate e l’Arcangelo Michele”.

Fu voluta dai priori dell’ospedale di Sant’Antonio a Cesena, i quali incaricarono l’Aleotti dell’esecuzione fin dal 19 novembre 1506 chiedendogli di terminarla nello spazio di quattro mesi come risulta da documenti pubblicati da Grigioni (1911). Il dipinto fu invece consegnato alcuni anni dopo ed una quietanza porta la data del 16 aprile 1511.
L’iscrizione sul dipinto porta la data del 1510 : “ANTONIVS ARGENTINVS M.C.X.”
Dopo la chiusura della Chiesa dell’Ospedale fu abbandonata in un magazzino e utilizzata come copertura di una fossa da grano.
Nel XIX secolo il dipinto fu restaurato ed entrò a far parte della Pinacoteca, dove ora è collocato. La Vergine col Bambino è rappresentata al centro di un porticato dai forti connotati prospettici con volte e pilastri finemente decorati. Sul basamento del trono un’altra iscrizione riferita alla Madonna: REGINA CELI REVERENTER ADORA QVIS QS HANC SPECTAS.
In primo piano si trovano l’Arcangelo Michele nell’atto di trafiggere con la lancia il demonio.

Sulla destra, sant’Antonio inginocchiato tiene in mano un libro, mentre un demone lo afferra alle spalle. Accanto vi è un maialino, di cui si vede soltanto la testa.

 

“L’opera è stata approfonditamente analizzata dalla Roio (1987) che ha sottolineato l’insolita decorazione dei pilastri, con grottesche colorate su fondo dorato, e della base del trono, ove sono accomunate figure bizzarre. Nell’impiego di una simile architettura, riccamente ornata, vi nota l’influenza del pittore forlivese Marco Palmezzano, mentre le vesti metalliche e rigide dei Santi Michele e Antonio richiamano la cultura artistica ferrarese. Straordinaria la vivacità espressiva del diavoletto che infastidisce Sant’Antonio, il quale al posto della consueta foglia di fico presenta una maschera. Ciò potrebbe far pensare ad una meditazione sulle opere degli Zaganelli, ma anche dell’Aspertini e del Mazzolino. Pertanto la tavola dimostra un adeguamento dell’Aleotti alle formule del primo Cinquecento provenienti da vari ambienti culturali vicini (romagnoli, bolognesi, ferraresi).
La scelta compositiva di ambientare la scena in un porticato risulta felice perché l’azzurro terso del cielo, che s’intravede nella parte superiore della tavola, rende più sereno l’ambiente in cui si svolgono scontri tra le forze del bene e del male. Infatti in primo piano San Michele da una parte, Sant’Antonio dall’altra non adorano la Vergine come ci si aspetterebbe, ma sono alle prese con i demoni. La Madonna, in trono con il Bambino in braccio seduta su di un trono, è leggermente arretrata rispetto a queste figure, ma le domina perché posta su di un alto piedistallo da cui sembra vegliare la singolare tenzone. Domina il dipinto una gamma di colori freddi, pur spiccando il rosso della tunica della Vergine e del suo schienale, nonché il libro ed alcune parti dell’abito di Sant’Antonio. Il Viroli (1995) ritiene che in questo caso l’Aleotti emuli, un po’ stentatamente, il Palmezzano come indicherebbero lo schema compositivo nel rapporto tra figure, paesaggio e architetture, e l’ornato a grottesche. Testo tratto da:  https://bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/pater/loadcard.do?id_card=58913

Link:
http://servizi.comune.cesena.fc.it/pinacoteca/opere/madonna_antonio_arc.htm

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A Cesena esistevano vari ospedali, tra essi quello intitolato a Sant’Antonio abate in funzione sin dal 1312.

Nel 1795 venne avviato il processo di unione tra gli ospedali di S. Antonio, S. Tobia e del SS. Crocifisso e quest’ultimo avrebbe assunto nel panorama cittadino la figura di ente ospedaliero principale.
Nel 1797 gli ammalati vennero trasferiti nell’ex convento di San Rocco, per poi essere accolti definitivamente nel 1811 nel ristrutturato ex convento di San Domenico, adibito a ospedale civile e militare.
Un nuovo ospedale fu iniziato nel 1908 e terminato nel 1911

 

Rilevatore: AC

FORLIMPOPOLI (FC). Chiesa di Sant’Antonio abate o “Dei Servi”

Via Cesare Battisti
https://goo.gl/maps/pcozNE1sa8th4hYW9

 

Il culto di Sant’Antonio abate è attestato a Forlimpopoli fin dal XV secolo per la presenza di un ‘ospedale’ situato nel Borgo Maestro (odierna via A. Saffi nei pressi dell’attuale chiesa del Carmine). L’Oratorio di Sant’Antonio abate venne eretto nel 1300 dalla Confraternita dei Battuti Neri, chiamata in seguito “Confraternita della Morte”, ed aveva annesso un ospizio/ospedale per i pellegrini. Non si conoscono con esattezza le date relative alla costruzione di questo edificio; il Vecchiazzani dice che fu cominciata nel 1379 e sembra che sia stata portata a termine solo nel 1461; esiste un documento riguardante il riconoscimento ufficiale dell’Oratorio da parte del Vescovo di Bertinoro dell’anno 1427. Prima di questa data, però, è presumibile che fosse già usato per funzioni religiose.

La Confraternita, dopo la peste del 1457, offrì ospitalità ai religiosi dell’Ordine dei Servi di Maria, giunti a Forlimpopoli su invito del predicatore Bonaventura Tornielli del convento dei Servi di Forlì e assegnò a loro l’oratorio di Sant’Antonio e l’ospizio.
Nel 1486 i beni dell’Ospedale di Sant’Antonio furono uniti a quelli dell’Ospedale di Santa Maria retto dai Battuti Neri. In seguito a questa unione, la Chiesa assunse il nuovo titolo che ha mantenuto fino ai giorni nostri.
Nella seconda metà del XV secolo, i Padri diedero avvio ai lavori di costruzione di un nuovo edificio chiesastico e dell’annesso convento nel luogo ove sorgevano l’Ospedale e l’oratorio della Confraternita dei Battuti Neri. L’area su cui sorgeva l’Oratorio corrisponde alla parte più occidentale della Chiesa dei Servi. Dell’importante intervento ricostruttivo, avvenuto tra il 1489 e il 1525 circa, che ha interessato anche la costruzione del convento, si sono perse quasi completamente le tracce, per via del totale rinnovamento della chiesa effettuato nel XVIII secolo. L’edificio, a pianta quadrangolare, aveva una superficie uguale all’attuale ma di esso si hanno scarse notizie.
Successivamente, nel 1707, i religiosi decisero di ammodernare la chiesa impostando sulla muratura esistente otto possenti pilastri che hanno la funzione strutturale di sostenere l’imponente copertura ellittica.
In seguito alle soppressioni napoleoniche, nel 1797, i Padri dell’Ordine dei Servi abbandonano definitivamente chiesa e convento. La chiesa passò al Comune che la mantiene ancora adibita al servizio religioso. L’edificio fu restaurato nel 1985.

All’esterno, pur nell’estrema semplicità e sobrietà della muratura in laterizio, sono ancora visibili le tracce delle trasformazioni occorse nei secoli (lungo Via Sendi è rimasto il bel portale a ogiva con motivi ornamentali in cotto afferente all’oratorio quattrocentesco).
La pianta è di forma ottagonale, ma è stato mantenuto l’involucro esterno, rettangolare, dei muri cinquecenteschi. L’esterno è caratterizzato da una alto torrione ellittico che si sviluppa su un sottostante corpo ottagonale che supera in altezza il campanile.

All’interno lo spazio si articola in una serie di aree distinte ma concatenate che si sviluppano attorno ad un corpo centrale ellittico, coperto da una cupola sostenuta da otto pilastri posti in corrispondenza del perimetro ottagonale della chiesa. La cupola è impostata su un tamburo su cui si aprono le finestre che danno luce all’interno che sorprende il visitatore per la ricchezza degli apparati decorativi.
Lungo le pareti si aprono sei altari ornati di stucchi e opere d’arte di pregio: la pala dell’Annunciazione (1533) di Marco Palmezzano; opere di Livio Modigliani (le quattro portelle dell’organo, firmate dall’artista e datate 1576), il ciclo pittorico dedicato ai Misteri del Rosario del forlivese Antonio Fanzaresi (1735) e affreschi di Paolo Bacchetti (decorazioni della Cappella del Cuore Immacolato, 1870 circa).

 

Link:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0800305549

http://www.comune.forlimpopoli.fc.it/servizi/Menu/dinamica.aspx?idSezione=616&idArea=17175&idCat=19029&ID=17843&TipoElemento=categoria

https://www.geometriefluide.com/it/complesso-santamariaservi-forlimpopoli-tur/#cookie_ok

LUGO (RA). Oratorio di Sant’Onofrio, dipinto e statua di sant’Antonio abate provenienti dall’antica chiesa di S. Antonio

L’Oratorio di S. Onofrio è l’unica testimonianza che rimane dell’area denominata S. Antonio e che comprendeva l‘Ospedale e la Chiesa intitolata al Santo abate, demoliti nel 1913.
A causa della perdita dell’archivio durante gli scontri con i faentini, non si conosce la data precisa della fondazione di ospedale e chiesa di Sant’Antonio abate che si collocavano nell’attuale via Manfredi.
La Confraternita di Sant’Antonio abate fu fondata nel 1300 da Ugolino Fantinelli, Guidone Ricci e altri devoti lughesi che ne furono anche i primi amministratori. Era composta da trentadue confratelli che, ogni tre anni, eleggevano due ufficiali amministratori e aveva finalità di assistenza ai poveri, ai pellegrini, agli infermi e agli esposti.
Il primo ospedale con annesso oratorio si data al 1300 circa, ma la chiesa fu portata a completamento solo nel 1485. Dal 1860 la sua amministrazione passò alla Congregazione di Carità di Lugo.
L’Ospedale di Sant’Antonio abate fu soppresso nel 1873, quando gli ospedali “minori” di Lugo (oltre a questo quelli di San Rocco e Sant’Onofrio) confluirono nel più grande Ospedale Maggiore o del Limite.
La chiesa di Sant’Antonio Abate, annessa alla fabbrica dell’ospedale, era la più ampia e spaziosa nella Lugo del 1485, caratterizzata dalla immagine del santo nel soffitto, opera di Benedetto Marini, vedi infra. La festa del Santo Patrono era festeggiata il 17 gennaio anche con con la benedizione degli animali.

 

L’Ospitale e l’Oratorio di Sant’Onofrio sorsero per volere del facoltoso commerciante Clemente Galanotti con atto testamentario del 19 giugno 1674. Nel 1679 fu terminata la Chiesa. La facciata dell’Oratorio fu rifinita nel 1716 e rifatta nel 1745, perché minacciava rovina, non era a pietre a vista come la vediamo oggi; le fonti d’archivio parlano di una facciata solo dipinta e arricchita dalle immagini di S. Onofrio e S. Francesco di Paola. L’occupazione francese avvenuta nel territorio lughese dal 1796 al 1799 vide l’Oratorio adibito a fienile e magazzino perle truppe.
Con decreto vescovile del 5 ottobre 1900, la chiesa di Sant’Onofrio fu dichiarata succursale della Collegiata, in sostituzione della chiesa di Sant’Antonio abate che il Comune di Lugo aveva destinato alla demolizione. Con Delibera del Consiglio Comunale del 10 maggio 1912, il Comune si impegnò ad acquistare dalla Congregazione la chiesa di Sant’Onofrio con l’intenzione di destinare anch’essa alla demolizione, fortunatamente mai eseguita. Nel 1913, quindi, gli scaldatoi Galanotti, ormai trasformati in botteghe, le stanze del cappellano e del fattore, con i relativi proservizi, furono demoliti insieme all’ospitale di Sant’Antonio abate, portando all’allargamento di piazza Padella e all’isolamento dell’Oratorio, unico edificio rimasto come testimonianza dell’area.
Dopo i notevoli danni subiti dall’Oratorio, durante il secondo conflitto mondiale, i lavori di ripristino iniziarono nel 1961 e terminarono nel 1968 apportando un notevole cambiamento alle sembianze dell’Oratorio.
L’interno è formato da tre cappelle e un altare centrale, costruito in occasione del restauro degli anni ’60.

Attualmente l’oratorio di S. Onofrio è chiuso al culto religioso, conserva varie opere d’arte e ospita mostre e rassegne d’arte.


Bibliografia:

Muzzarelli S., Gli Spedali e le Confraternite nel Territorio Lughese, Centro Stampa dell’Azienda USL della Romagna, Ravenna, 2014

Link:
https://www.smbr.it/ospitale-e-confraternita-di-s-antonio-abate-lugo/
https://www.smbr.it/lugo-oratorio-di-s-onofrio_1_storia/

 


DIPINTO DI S: ANTONIO ABATE
Olio su tela di 130 x 154 cm, realizzato nel 1623 da Benedetto Marini detto l’Urbinate (1590 ca. – 1629 ca.)

Inventario n. LU113 (inv. AUSL)
Sant’Antonio abate, benedicente, è seduto su un trono a esedra al centro della tela a ottagono allungato e occupa quasi interamente lo spazio. Ai suoi piedi è raffigurato il maialino; si notano inoltre un angelo (a destra) e gli stemmi Zannoni e Rondoni (ai lati del Santo).

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STATUA DI S. ANTONIO ABATE
terracotta di 49 x 80 cm, realizzata nel 1450 circa
Inventario n. LU118 (inv. AUSL)

La scultura, mutila del bordo inferiore e di entrambe le mani, si lega alle vicende di uno dei più antichi ricoveri ospedalieri di Lugo, quello dedicato a Sant’Antonio abate. Anche se non vi sono documenti certi a sostenere la provenienza di questa scultura dalla chiesa dell’ospedale, il soggetto lascia spazio a pochi dubbi, tanto più che buona parte del patrimonio ospedaliero lughese proviene dalle antiche e soppresse Confraternite di Carità.
La statua è stata pubblicata per la prima volta da Jadranka Bentini nel 1980, in occasione della mostra sul patrimonio regionale degli Istituti di Carità. All’epoca la studiosa aveva proposto l’attribuzione dell’opera a uno scultore fiorentino di ambito ghibertiano attivo in Emilia-Romagna tra il 1430 e il 1440, forse Nicolò di Pietro Lamberti per il possibile accostamento fra il busto del Sant’Antonio e le statue del coronamento della tomba di Alessandro V in San Francesco a Bologna. Successivamente Massimo Ferretti ha avanzato una diversa lettura dell’opera come permeata di cultura ferrarese più che toscana, più consona a un periodo in cui parte della Romagna era sotto il controllo estense. In particolare lo studioso ha attribuito il busto allo stesso Maestro della Madonna del Bargello, conservata in Palazzo Davanzati ma proveniente da San Giovanni a Ferrara, con cui condivide “le lingue fiammeggianti della barba, del tutto simili ai capelli della Madonna e così necessariamente destinate al completamento pittorico”. Inoltre, “l’ampia sigla della veste ripiegata riflette l’analogo motivo del San Prosdocimo padovano di Donatello, parimenti ripreso nel San Maurelio in bronzo del Duomo di Ferrara”, parlando a favore di una conoscenza diretta e di una forte influenza su quest’artista del Donatello padovano, prima che questa cultura venisse consolidata a Ferrara dalle realizzazioni di Nicolò Baroncelli nella cattedrale cittadina. La lettura di Massimo Ferretti è condivisa da Carmen Lorenzetti, che accetta la datazione dell’opera al 1450 ca., ponendo l’attenzione soprattutto sull'”incisività delle linee, che a differenza delle scavate ombre nelle pieghe degli artisti fiorentini […] hanno appunto da essere “mossi” da una pittura che riesca a dare un “naturale” effetto drammatico. (da Marcella Culatti in Le Arti della Salute 2005, III. 4 pp. 298-299).


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Rilevatore: AC