MELE (Ge). L’Oratorio di Sant’Antonio Abate – Scheda 2 – Cassa processionale

L’Oratorio settecentesco è composto da un insieme di edifici aggregatisi nel corso del tempo: la chiesa con la sacrestia (vedi https://www.santantonioabate.afom.it/mele-ge-oratorio-di-santantonio-abate-scheda-1/ ), le case dell’Oratorio, il sacello dove è custodita la Cassa di Sant’Antonio (scheda 2, vedi qui di seguito).
L’ingresso della chiesa è sul lato lungo della costruzione e dà accesso diretto alla navata unica che la compone.

La piccola CASSA processionale di SANT’ANTONIO IL VECCHIO
La piccola Cassa processionale è citata in un libro di conti della Confraternita per le aggiustature a cui viene sottoposta nel 1639.
Ciò ha portato la probabile datazione all’ultimo scorcio del XVI secolo.
Datazione confermata dal restauro che ha evidenziato, pur nella semplicità della rappresentazione, l’epoca e l’alta qualità del manufatto. Mentre la struttura fasciata di noce d’india è del 1718 come risulta dall’atto notarile di fabbricazione.
È stato rinvenuto, sotto lo strato delle ridipinture e degli stucchi, parti della doratura originale a racemi di Sant’Antonio e la particolare realizzazione della veste di S. Paolo fatta con canne palustri intrecciate proprio secondo la tradizione iconografica del Santo Anacoreta.
E proprio iconograficamente si rileva l’appartenenza dell’opera al secolo del Concilio di Trento: il Santo, pur nella gloria dell’immagine (particolare la coloritura degli incarnati, le dorature), è ponte e mediatore con la Grazia Divina. A tal proposito si confronti la grande cassa processionale del Maragliano con lo stesso soggetto che manifesta una corporeità da parata tipicamente barocca.
La disposizione delle statue non è l’originale in quanto ha subito molte modifiche nel corso dei secoli ma ne rispecchia molto l’ideale rappresentativo Controriformista.
Infine i due leoni (da notare le code in ferro battuto) in postura quasi araldica danno a tutta l’opera una forte caratterizzazione simbolica.

Note storiche:
Il SANT’ANTONIO ABATE del MARAGLIANO
La grande scultura in legno, realizzata secondo le più recenti indicazioni tra il 1703 e il 1710 e acquistata nel 1874 dalla Confraternita locale, rappresenta Sant’Antonio Abate contemplante il corpo di San Paolo Eremita con due leoni che scavano una fossa mentre l’anima sorretta da angeli s’invola al cielo.
Un piccolo angelo sorregge la mitra e il pastorale, vicino ci sono sia il maialino che il fuoco ardente simboli iconografici del Santo.
E’ una delle poche opere processionali del Maragliano dove l’evento è racchiuso in se stesso e non aperto in forma di rappresentazione devozionale.
Colpisce sia la grande base scolpita a rocce e decorata da verzure e piccoli animali che la rarefatta pacatezza dell’ambientazione e delle poche figure.
La prima, forse, unica libertà dell’esecutore; la seconda, forse, precisamente indicata dai committenti dell’opera: i confratelli dell’Oratorio (oggi distrutto) sotto il titolo del Santo in Strada Giulia, ora Via XX Settembre, detto “dei Birri” ossia la polizia dell’epoca.
Le figure dei santi sono grandi al vero. Sant’Antonio ha l’abito proprio del suo ordine monastico con il simbolo della Tau sulla spalla destra, San Paolo è vestito con una tunica di stuoia intrecciata tipica degli anacoreti (eremiti) della chiesa orientale dei primi secoli.
Solo gli angeli e il manto dell’anima hanno decori tipici delle stoffe genovesi del tempo.
Molto bella è la base rocciosa a cui si appoggia San Paolo e da cui si imposta il vorticoso girare di nuvole e angeli sorreggenti la figura, più piccola del vero, dell’anima in estasi.
E’ un grande esempio del Maragliano che unisce genialità artistica e maestria nel trattamento del legno, un capolavoro del barocco genovese.
L’opera è tuttora portata processionalmente, una volta l’anno il 15 agosto, da squadre di 16 uomini e il suo peso si stima in oltre 10 quintali.
Per tutti a Mele è “uno di famiglia” perché il Sant’Antonio Abate esprime l’identità collettiva e le tradizioni più amate e sentite dei melesi.

 

Questo tesoro dell’arte, tra il settembre 2009 e il maggio 2010, è stato sottoposto a complessi e delicati restauri realizzati nel laboratorio di Antonio Silvestri a Santa Maria in via Lata, che occupa gli stessi spazi dove aveva sede l’antica Confraternita genovese che per prima commissionò l’opera al Maragliano.
Prima degli interventi l’opera è stata sottoposta a una batteria diagnostica completa, a partire dagli esami radiografici per valutarne anche la staticità e verificarne l’anima metallica che aveva subito manomissioni, probabilmente in buona fede, che però ne hanno irrigidito la struttura e provocato fessurazioni.
Sono state verificate anche la qualità, l’essenza e la datazione del legno e con stratigrafie e prelievi colorimetrici l’originalità della struttura pittorica, di pregio assoluto ed ora riportata in luce.
E’ stato inoltre eliminato l’ingombrante bordo del basamento ligneo aggiunto successivamente perché, oltre ad appesantire l’estetica dell’opera ne aveva alterato il ritmo con l’asportazione delle decorazioni a ramarri, foglioline e fiori che sono state ricollocate nella posizione originale.
Il 5 giugno 2010 la maestosa cassa processionale lignea è stata montata in piazza a Mele e riconsegnata alla Confraternita tra grandi festeggiamenti.
“L’amore che circonda quest’opera d’arte – ha detto Giorgio Devoto – arricchisce la cassa processionale di Sant’Antonio Abate, un capolavoro assoluto, di un surplus di preziosità fatto degli sguardi, dell’affetto, delle ideali carezze di tutti i melesi. Sono felice e orgoglioso di poter partecipare con la Provincia a questa festa che raccoglie e celebra tutta la memoria del territorio.”
“Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno sostenuto, promosso e reso possibili i restauri – ha detto Benedetta Clio Ferrando – e la Confraternita per aver saputo conservare nei secoli questo gioiello per i melesi e il territorio. Ora contiamo i giorni che ci separano dal ritorno del Santo che arriverà a Mele il 4 giugno 2010, preceduto il 3 da un importante convegno di studi e al programma dei festeggiamenti partecipano anche i Comuni vicini, molte associazioni, e in modo collettivo e in ogni forma possibile tutti i nostri concittadini in ogni forma possibile.”

Tra l’originalità piena di luce del Theatrum Sacrum in piazza e magiche coreografie di Kyra con il fuoco, simbolo di ascesi e purificazione la sera del 4 giugno e con feste, danze, cori, esposizioni, visite guidate al Sant’Antonio fino al 13, il vero clou degli eventi è perciò “proprio il calore della comunità melese che festeggia l’emblema della sua storia e della sua devozione” chiosa l’assessore Ignazio Galella.
Il restauro della cassa processionale (con Sant’Antonio che assiste al trapasso di San Paolo Eremita, mentre la sua anima nelle sembianze di un giovane viene trasportata in cielo da tre angeli e due leoni scavano la tomba per le spoglie del pio Eremita) “è stata una sfida complessa ed eccezionale – ha detto Alessandra Cabella – come questa scultura realizzata in modo stupendo e raffinatissimo dal Maragliano”.

 

Link: http://www.comune.mele.ge.it/

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 23/08/2010

CASNATE con BERNATE (Co). Parrocchiale dei Ss. Ambrogio e Antonio abate

La parrocchiale è sita in Piazza Don Angelo Monti, 1.
https://goo.gl/maps/gjtEKiW9Q21kdz5x9

 

Già esistente nel 1297, subì un lento e rovinoso degrado. Nel Cinquecento risulta infatti molto malridotta e sullo scorcio del Seicento la situazione era di poco migliorata.
A partire dagli inizi del secolo XVII, inoltre, la Parrocchiale di Casnate divenne la chiesa principale anche per gli abitanti di Bernate, che fino ad allora avevano dovuto ricorrere a Fino per le cure liturgiche.

Di fronte alla necessità di operare un risanamento e un ampliamento della Parrocchiale, questa venne profondamente ritoccata assumendo forme barocche.
Ma nel 1837, durante il rifacimento del pavimento, volendo acquistare spazio si decise di smussare e diminuire le dimensioni dei quattro piloni barocchi: questo provocò il crollo rovinoso di tutta la volta della Parrocchiale proprio al termine di una funzione religiosa; fortunatamente, tutti rimasero illesi.
Ci vollero ben dieci anni perché si cominciasse la costruzione dell’attuale Parrocchiale dei SS. Ambrogio e Antonio Abate, terminata nel 1850 da Carlo e Calisto Ferrano, subentrati nei lavori all’ingegner Luigi Pellegrini, e consacrata in questo stesso anno.
Nel 1933, infine, vennero effettuati radicali restauri alla facciata e al campanile, sotto la direzione dell’ingegnere Giulio Valli.
Nel 1859 vennero affrescati nella cupola centrale il Padre Eterno, opera del pittore Antonio Rinaldi da Tremona, e nel sottarco di accesso alla zona absidale la Vergine Assunta, opera di Giulio Reina di Como: il resto degli ornati ad affresco della chiesa è opera del pittore Vincenzo De Bernardi, che li portò a termine nel 1869.
Ai fianchi dell’altare della Madonna del Rosario, sul lato destro della chiesa, sono collocate due tele di epoca diversa, un S. Francesco di Sales, settecentesca, e i SS. Proto e Giacinto, cinquecentesca: quest’ultima, di grosse dimensioni e di notevole livello qualitativo, è giunta alla Parrocchiale di Casnate probabilmente dalla Cattedrale di Como, insieme alla tela che occupa la posizione simmetrica nella chiesa, con le SS. Faustina e Liberata, del medesimo autore, molto vicino ad Alvise De Donati.

 

Note storiche:
Ai lati dell’altar maggiore vi sono due affreschi recenti, del 1941, opera di C. Morgari: Apparizione di un angelo a s. Antonio nel deserto (vedi fig.) e La predica di S. Ambrogio contro gli ariani.

La visione di Sant’Antonio abate nel deserto, del pittore torinese Carlo Morgari (1941): si narra che mentre pregava nel deserto ebbe la visione di un altro eremita, che intrecciava una corda, a significare che alla vita contemplativa avrebbe dovuto associare anche qualcosa di concreto.
In questo affresco viene proposto, al posto di un altro eremita, un angelo che intreccia una stuoia.

 

Infine, sul lato sinistro della chiesa, sopra l’altare di S. Antonio è stata collocata nel 1873 la statua del Santo (vedi fig.), opera dello scultore comasco Giuseppe Bayer, affiancata da un lato dalla predetta tela con le SS. Faustina e Liberata, dall’altro da una tela settecentesca raffigurante la Madonna col Bambino e Santi.

 

 

Bibliografia:
Mario MASCETTI, Casnate con Bernate, due paesi una comunità.  Comune di Casnate con Bernate, 2009.

 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 11-06-2010

ATTIMIS (Ud), fraz. Forame. Chiesa di Sant’Antonio abate

La chiesa è situata  a Forame che è una frazione di Attimis; a poca distanza dal capoluogo, lungo la valle del torrente Malina, verso la sorgente, ai piedi del monte Norez.
https://goo.gl/maps/ExGm4HL3K8gCe9mB6

In friulano, Forame, si dice “Foran”. E’ una località ricordata e riportata in diversi documenti: nell’anno 1296 “in villa de Foramine” (A. di Prampero, Glossario, 60); poi nel 1318 “de Forano“; e ancora nell’anno 1327 “in villa di Foramine“.
Il nome del paese deriverebbe da “foramen” che significa apertura di una grotta e quindi grotta interna, in rari casi “varco o sella” (G. Frau, Saggi di una illustrazione generale della Toponomastica del Friuli, Tesi di laurea, Università di Padova, Facoltà di lettere e filosofia, anno acc. 1964<65, B.C.U., ms. 3992).
Si ha pure notizia di un certo Pertoldo di Forame, che aveva in fudo il castello di Forame con tutte le sue pertinenze nel 1300 (Thesaurus Eccles. Aquil.), ma non si tratta di questo Forame ma di un omonimo situato nella Giapidia.
Nel secolo XVI, Forame era ancora sotto la signoria degli Attimis, come del resto era da sempre.

Si ricorda un atto redatto in un prato chiamato “Prat della Zoster“, l’11 novembre 1428, in cui il nobile ser Filippo q.nob. Nicolò di Pecol si obbligava, a nome del pievano pre Nicolò de Tortis, di intervenire alle vicinie della villa “de Foran“, nelle questioni riguardanti le ricostruzioni delle chiese di S. Antonio “de Foran” e di S. Nicolò “de Castro Antiquo” (V. Joppi, Not. VIII, c. 54).

 

Descrizione:
In un documento, recante la data 1602, figura la descrizione della chiesa.
La chiesa è circondata dal cimitero che ha bisogno di restauro in alcune parti onde evitare l’ingresso agli animali. A destra dell’ingresso c’è il vaso dell’acquasanta eseguito in modo rude. La chiesa è sufficientemente lunga e abbastanza larga ed è ben tenuta. Le pareti sono coperte di pitture. V’è l’altare ampio e comodo, ben ornato, atto alla celebrazione della messa secondo le costituzioni del Rev.mo Patriarca. L’icona è decente con la statua scolpita della B. Vergine e dei santi Antonio e Biagio. Il titolare della chiesa è S. Antonio abate. Il basamento dell’altare è male costruito; non c’è confessionale. Anime 74“.

I resti attuali dell’abside datano senz’altro della prima metà del Quattrocento.
Un bellissimo arco di pietre a tutto sesto, costruito seriormente, immette nel coro. Il soffitto era formato da quattro vele, divise da costoloni poggianti su peducci di pietra ed intersecantisi in una chiave centrale.
Lacerti di affreschi, risalenti al secolo XV, affiorano dalle pareti: si tratta di alcune formelle dell’intradosso del primo arco trionfale ogivale e di resti della galleria degli Apostoli.
Un affresco postumo, raffigurante l’Epifania, richiama lo stile di G. Paulo Thanner e la parete del coro della parrocchiale di Reana del Rojale, rappresentante la manifestazione epifanica.
Da altre notizie datate 16-5-1720, riguardanti la visita pastorale, si viene a sapere che la chiesa era consacrata e la dedicazione fissata alla 3.a domenica di luglio.

L’altare era dedicato a S. Antonio ed aveva il portatile (A.C.A.U., Visite Pastorali, vol. 40, p. 292). Anche negli anni seguenti la chiesa risultava dotata di un altare solo.
Poi, nell’anno 1840, vi appaiono due altari, quello di S. Antonio abate e quello di S. Giorgio e dei santi Giacomo e Filippo; la chiesa è detta dei Ss. Antonio abate e Giorgio; a quel tempo Forame contava circa 286 anime.
Anche nel 1889 vi figuravano due altari: “il maggiore dedicato a S. Antonio, con statua di cattivo lavoro in nicchia ma bellissime colonnette di marmo che sostengono l’architrave. Quello laterale a destra di legno dorato con diverse statue di lavoro antico assai pregiato già al posto del maggiore, detto altare della B. Vergine. Mons. Berengo lo sospende finché la pietra non sia messa più avanti. Non c’è battistero” (A.C.A.U., Visite Pastorali, vol. 27, p. 286).
Nel 1907 i fedeli di Forame iniziano la nuova chiesa a croce latina, conservando il vecchio coro e incorporandolo nella nuova costruzione.
Nella Visita Pastorale del 1912 vi appaiono due altari laterali: quello della B. Vergine del Carmine e quello di S. Luigi Gonzaga. V’è menzione della Confraternita del Carmelo, eretta con decreto 13-3-1833 e delle Figlie di Maria, decreto 19-1-1904.

L’altar maggiore è un’opera della scuola d’intaglio slovena, conosciuto come “slati oltar“, cioè d’oro. Questa forma d’intaglio ebbe pieno sviluppo nella seconda metà del Seicento e molte chiese friulane si dotarono di questi altari doviziosi e di vasto repertorio, ricchi di motivi ornamentali; alle volte erano anche di forme semplici. La maggior parte di questi altari si trova in alcune chiesette della Slavia friulana ed anche nelle chiese di Grions del Torre e di Forame.
L’altare di Forame mostra la seguente scritta: “Adì 30 junius – 1701 – P. di Caporetto – Procuradore di M. Tomaso Turcut“. L’autore è certamente l’intagliatore Bartolomeo Ortari di Caporetto; il m.o Tommaso Turcut di Forame, il camerario; e P. di Caporeto, Michele Peteani, il parroco di Caporetto dal 1697 al 1739, che ha patrocinato l’opera. Questo altare è formato di tre scomparti.
In quello inferiore, nella nicchia centrale, la statua di S. Antonio abate; nelle laterali, a destra S. Rocco e S. Sebastiano, a sinistra S. Antonio da Padova e S. Valentino. Nello scomparto di mezzo: al centro la Vergine incoronata dalla SS.ma Trinità; nelle nicchie laterali S. Nicolò e S. Apollonia. Sul colmo, al centro, la Giustizia con ai lati due angeli.

 

Note storiche:
Nella visita pastorale del 27 agosto 1692, la chiesa di S. Antoni di Foran aveva solo un altare sotto il medesimo titolo. Il visitatore ordina “che sia nettata la Palla” (A.C.A.U., Visite Pastorali, vol. 40, p. 292).
Dai documenti delle Visite Pastorali (A.C.A.U.), specie in quello datato 1889, si apprende che la chiesa di S. Antonio abate è stata eretta circa l’anno 1200, ed è stata consacrata, ma non si sa quando e da chi. Comunque la sua dedicazione è stata fissata per la III domenica di luglio.

 

Bibliografia:
La scheda è stata rilevata interamente dalla pubblicazione di Tarcisio Venuti, Chiesette Votive da Tarcento a Cividale; Ed. La Nuova Base, Udine 1977.

Rilevatore: Feliciano Della Mora

PALAZZOLO DELLO STELLA (UD), fr. Piancada. Chiesa di Sant’Antonio abate

In Comune di Palazzolo, nel bosco Turgnano, nel territorio della Frazione di Piancada, si trova una chiesetta dedicata a Sant’Antonio abate, che era circondata dal bosco Turgnano.  https://goo.gl/maps/SfHCX9eTn22FBeuz7
La chiesetta votiva risale al XV secolo e fu eretta, probabilmente, dall’omonima confraternita di Muzzana.
Nel sedime sottostante e nel periodo patriarcale vi operava un doppio molino a sei ruote, metà del quale era bene feudale dei conti di Gorizia e gestito dalla comunità di Marano.

E’ un edificio abbandonato, sconsacrato, malridotto. Eppure, visto da fuori, è ancora affascinante per quella sua facciata, un po’ singolare, che appare perfino imponente e per la sua storia antica, che parte dal Cinquecento.
Ma bisogna arrivare al 1856, per togliere la chiesa da un oblio durato secoli. In quell’anno, il nuovo proprietario del fondo boschivo di Sant’Antonio abate, conte Ferdinando di Colloredo, decide infatti di ripristinare l’edificio sacro ormai cadente. La ricostruzione è attestata da una lapide, recentemente asportata (auspicabilmente per metterla al sicuro): “SACELLUM DIRUTUM / D. ANTONIO AB. DICATUM / FERDINANDUS COLORETUS / RESTITUIT A.D. MDCCCLVI”.
Da qui, nacque la nuova storia della Chiesa di Marianis, che passa per la ristrutturazione del 1925 ed una serie di tentativi del Comune di Palazzolo dello Stella per recuperare la struttura fatiscente, dal 1980 fino al 1996, quando l’intervento pubblico poté solo permettersi il rifacimento del tetto crollato.
Nel 1993 la storia della chiesetta ha un soprassalto, attraverso la scoperta su una parete di una scritta a matita. E’ datata 1916 ed è sopravvissuta nell’abbandono dell’edificio. In quell’anno di guerra, era accampata nella zona Volpares Marianis, la Brigata Bari della Terza Armata. Il testo è una preghiera: “Pregate tutti il buon e antico Santo acciò finisca questo macello per il bene di noi tutti e delle nostre famiglie. Firmato: soldati Frizzole Edoardo e Porzionato Carlo (7 gennaio 1916), soldati Ghintini Luigi e Baldrini Luigi (18 marzo 1916). Giuliano Bini, nel suo libro “Palazzolo nella Grande Guerra”, così commentò: “E’ il più vero e il più prezioso monumento sulla guerra esistente a Palazzolo, un monumento dai più sconosciuto (…) abbandonato, negletto, esposto al degrado del tempo, dell’ambiente e del vandalismo. E’ un monumento nel monumento”.
E infatti, oggi, l’iscrizione, nella parete umida e scrostata della chiesa, non si vede più, quasi dissolta. Rimangono visibili il nome Edoardo e l’anno 1916, quasi per esaltarne il rimpianto.

L’attuale costruzione, in stile neogotico, presenta un’aula rettangolare con soffitto carenato ed un’abside nella quale è collocato l’altare che conserva una statua lignea cinquecentesca raffigurante Sant’Antonio abate.

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 17/07/2009 – 19/01/2025

FARA FILIORUM PETRI (Chieti). Chiesa di Sant’Antonio abate

 

la Chiesa è sita in Via Sant’Antonio.  https://goo.gl/maps/VFXkXbxzVevsYCuX6

La chiesa è esistente sin dal 1365. Ha una pianta a navata unica.
Nella metà del sec. XIX vi fu costruito in adiacenza il Camposanto comunale.

Da una scritta posta all’interno risulta che fu restaurata nel 1904.
Vi si conservano le statue di S. Antonio abate e di S. Agata V.M.
Un’immagine del Santo sull’altare maggiore (vedi foto in basso).

 

Link: http://www.prolocofara.it

Email: info@prolocofara.it

 

Note:
Le “farchie”
Il Sant’Antonio di gennaio viene festeggiato con le “farchie”.
E’ una festa dove sono evidenti i prodromi dei riti carnevaleschi mentre si lasciano quelli natalizi; il carattere di transizione è evidente nella mescolanza di usanze tardo natalizie, come quella inerenti i cibi (crespelle, cauciune, serpentone) mentre il brio e l’allegria di gruppo sembra preludere al Carnevale.
Il carattere calendariale della festa che coincide con il periodo invernale: il fuoco purificatore, allontanatore del male, prepara l’ascesa dell’astro solare necessaria per nuovi e abbondanti raccolti ( … )
Tra gli aspetti rituali più interessanti di questa festa si distinguono le tradizioni melodiche teatrali come i canti e le sacre rappresentazioni; queste ultime, che derivano probabilmente dalle commedie dei santi di origine spagnola del tardo Rinascimento, raccontano in forma melodrammatica le vicende di Sant’Antonio nel deserto”.
Le farchie sono dei fasci cilindrici di canne legati con rami di salice rosso aventi generalmente un diametro di cm 70-100 ed una lunghezza di mt. 7-9. Di solito sono preparate dalle contrade Colli, Madonna, Mandrone, Forma, Vicenne, Fara Centro, Crepacci, Campo Lungo, Colle Anzolino, Via S.Antonio o Colle San Donato, Sant’Eufemia, Giardino e Pagnotto, per essere portate processionalmente il pomeriggio dei giorno 16 gennaio dalle rispettive contrade sino al Largo antistante la chiesa di S. Antonio abate, per essere innalzate ed incendiate con una simpatica rappresentazione coreutica.

La leggenda
E’ tradizione che la festa delle farchie sia stata originata da un miracolo per intercessione di S. Antonio al tempo dell’invasione francese del 1799.
All’epoca Fara era protetta da un grande querceto che si estendeva fino a coprire interamente la contrada Colli.
Venendo da Bucchianico verso Guardiagrele i Francesi volevano occupare Fara ma l’apparizione di S. Antonio nelle vesti di un generale li fermò. Il santo intimò alle truppe di non oltrepassare la selva ed al loro diniego trasformò gli alberi in immense fiamme che scompigliarono i soldati.

Come si svolge la festa
Il giorno 16 gennaio dalle contrade partono trattori decorati con sopra le farchie. E norma che i cortei prima di iniziare il viaggio recitino le litanie lauretane.
Un suonatore di “trevucette” si mette a cavallo della farchia mentre un tamburino si mette a capo del corteo.
I contradaioli scaricano la farchia poggiandola sul suolo e quindi, al comando di un uomo chiamato “capofarchia” la innalzano in piedi.
Quando tutte le farchie sono alzate si dà inizio all’incendio.
Alcuni mortaretti incendiano la sommità come una grande torcia.
Esiste la competizione tra le contrade: vince chi, dopo aver dimostrato maestria e perfezione, incendia per ultimo la farchia.

Qual’è la farchia migliore
A detta dei partecipanti la perfezione tecnica della farchia viene alla luce solo dopo che è innalzata: la verticalità, il giusto allineamento dei nodi, la corretta sistemazione delle canne per evitare rigonfiamenti o torsioni, sono i requisiti principali di giusta maestria, messi in relazione con le dimensioni metriche.

Comitato organizzatore
La festa è organizzata da un comitato spontaneo che trova i principali sostenitori nelle contrade e che provvede alla questua necessaria per sostenere le spese dei fuochi d’artificio e la Banda musicale.
La preparazione delle farchie comunque, pur essendo prerogativa dei contradaioli, per consuetudine viene svolta di anno in anno presso le stesse famiglie.

I pani di S’Antonio
Si preparano il giorno 16 ed il 17 vengono benedetti davanti la chiesa di S. Antonio. Il comitato fa cuocere circa 400 o 500 “rosette” che poi distribuisce a tutte le famiglie del paese.
Si usa mangiare questo pane per devozione, ed una porzione la si fa mangiare agli animali domestici per preservarli dai malanni.

Il nome “farchia”
L’origine etimologica di “farchia” potrebbe essere ravvisata in “fòrchia” che tuttora nel dialetto di Palena (CH) significa caprile dal latino fùrcula da cui farchja in relazione alle canne intrecciate che delimitano il caprile nella stalla; oppure da “farchjié” canna palustre con cui si impagliavano le sedie o si bruciavano le setole del maiale.
In abruzzese comunque “farchie” indica anche una fiaccola di canne oppure legna intrecciata a mò di falò che si brucia la notte di natale o nella festa patronale. Di conseguenza la parola indica anche l’asta di legno che sostiene il falò bruciato davanti alle chiese la notte di Natale.

Vedi anche:  https://www.santantonioabate.afom.it/fara-filiorum-petri-ch-santantonio-abate-e-le-farchie/

 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 28/05/2009