VARALLO (VC), fraz. Morondo. Chiesa parrocchiale di Sant’Antonio abate

La frazione Morondo (altitudine m 790) è situata a circa 6 km da Varallo e la si raggiunge seguendo la strada diretta alla frazione Camasco, che percorre la valletta del torrente Nono; il primo tratto è in comune con la strada che conduce al Sacro Monte di Varallo.
Dopo circa 5 km della strada per Camasco, una deviazione conduce a Morondo. La chiesa si trova su una piazza, al termine della Via Crucis che unisce il cimitero alla parrocchiale.
https://goo.gl/maps/GTev6EzBYFndGFWY7

 

 La chiesa ha tre navate ed un pronao, sorretto da due coppie di colonne, al di sopra del quale si apre una finestra, sormontata da un rosone.
In una nicchia  sopra il portale d’ingresso della chiesa è collocata una statua di S. Antonio abate (Fig.); il Santo, che è rappresentato frontalmente, nella mano sinistra tiene il fuoco, mentre ai suoi piedi si trova un maialino.
Una seconda statua di S. Antonio (Fig.), situata nella prima cappella della navata destra, presenta il medesimo schema iconografico della statua sul portale.
Sulla cupola del presbiterio è affrescata la Trinità con la Gloria di S. Antonio abate circondato da angeli e santi (Fig.), datata al 1780, opera del pittore valsesiano Antonio Orgiazzi il Vecchio (Varallo 1725-1790 circa).
Sulla parete di fondo dell’abside è collocata una tela di grandi dimensioni, che rappresenta la Madonna in trono con il Bambino e alcuni santi, fra cui in basso a sinistra si distingue S. Antonio abate (Fig.), eseguita dal pittore Tarquinio Grassi (Romagnano 1656- dopo il 1733), e risalente ai primi  decenni del ’700.

Note storiche:
La chiesa fu costruita grazie ai contributi degli artigiani emigrati da Morondo a Roma.
Nell’inventario del 1717 è citata sopra il portale “in pittura l’immagine di S. Antonio abate”. La statua è quindi posteriore a questo anno e potrebbe risalire al 1776, data presente sulla cornice al di sotto della statua.

La chiesa, che ne sostituì una più antica, venne iniziata probabilmente nel 1636, data che compare sul pronao, mentre l’anno della consacrazione è il 1779, come risulta dai verbali ed è testimoniato dalla data presente sulla facciata al di sopra del rosone.

 

Bibliografia:
 – L. Ravelli, Valsesia e Monte Rosa, Guida alpinistica – artistica – storica, Forni, Bologna 1980 (ristampa anastatica dell’edizione del 1924), pag. I^ 267.
– E. Manni, I campanili della Valsesia. Note di storia locale. Fascicolo II. Dieci parrocchie del contorno di Varallo, Varallo 1974, pag. 189, pagg. 196-197.
– AA.VV., Conoscere la Valsesia e la Valsessera, istituto geografico De Agostini, Novara 1990, pag. 60.
Per T. Grassi e A. Orgiazzi  si veda: C. Debiaggi, Dizionario degli artisti valsesiani dal secolo XIV al XX, Società conservazione opere arte monumenti Valsesia, Varallo 1968, pagg. 87-89, 127-128.

Note:
Attualmente alla statua sul portale manca la mano sinistra, asportata recentemente da una pallonata, mentre da tempo la mano destra è priva del bastone.

Fruibilità:
La chiesa è aperta durante la celebrazione della messa.
Sulla parete esterna della chiesa, a destra del portale, è collocato un pannello che illustra la storia e le caratteristiche dell’edificio.

Rilevatore: Maria Gabriella Longhetti

Data ultima verifica sul campo: 09/08/2006

CASSINE (Al). Complesso Conventuale di San Francesco e Museo, affresco e statue lignee di s. Antonio abate

Il complesso francescano fu fatto edificare dai Francescani Minori Conventuali, giunti a Cassine intorno al 1232.
Ne è prova il testamento di Cesare Canefri, in cui alcuni suoi beni venivano lasciati per la costruzione della chiesa di San Francesco: “in laborerio eiusdem ecclesiae”. Essi si insediarono inizialmente “extra muros“, come ogni nuova comunità mendicante, presso l’ingresso settentrionale del paese nella chiesetta di San Secondo, successivamente si stabilirono nella sede del centro urbano appena costruita.
La data di edificazione è tuttora incerta, probabilmente l’inizio della costruzione è prossima al 1291 e l’ultimazione intorno al 1327, in relazione ad una bolla pontificia del Papa Giovanni XXII, in cui era concesso ai frati di trasferirsi entro il castrum.

Note storiche:
I verbali delle visite pastorali, a partire dal 1577, ci informano della presenza delle varie cappelle che i frati avevano concesso di edificare a famiglie e confraternite.
Nel 1623 si eseguirono lavori di rivestimento in muratura dei pilastri gotici e di tinteggiatura, per adeguarsi alle esigenze dei tempi; tali rivestimenti, nelle prime due campate a partire dal presbiterio, sono stati asportati durante i restauri operati nel 1925.
In occasione dell’arrivo nel 1713 delle reliquie di Sant’Urbano Martire, la chiesa ebbe un globale intervento di restauro e trasformazione, come evidenziano ancora numerose cappelle del lato meridionale.
Recentemente, attraverso sondaggi sui primi due pilastri rettangolari, risparmiati dall’intervento di restauro del 1925, è stato accertato l’inglobamento di ampie colonne non rimesse a vista in funzione delle attuali metodologie che mirano alla conservazione degli elementi successivi, altrettanto importanti degli originali.
In seguito alla soppressione napoleonica del convento, avvenuta per decreto nel 1802, i frati furono trasferiti nel convento di Moncalieri e tornarono nel 1830; nel decennio successivo furono sostituiti dai Padri Cappuccini.
Il convento fu definitivamente soppresso e incamerato nei beni dello Stato quando nel 1858 il Comune di Cassine lo acquistò adibendolo ad uso scolastico, funzione che sviluppa ancora ai nostri giorni, mentre la chiesa fu curata da alcune confraternite, svolgendo, come nei secoli passati, un ruolo unificante tra le varie parrocchie di Cassine.
La chiesa è uno dei pochi significativi esempi in Piemonte di architettura gotica lombarda, con derivazioni cistercensi.
L’edificio è orientato, con l’abside a levante e facciata a ponente, e ricalca lo schema costruttivo in uso alle costruzioni francescane trecentesche: pianta basilicale a tre navate, di cui la maggiore costruita da tre campate coperte da volte a crociera rialzata su archi ogivali, sorretta da costoloni caretani, compresa l’abside a pianta quadrate; le rimanenti due sono con volte a crociera nervata, su archi a tutto sesto.
Le prime due campate orientali della navata maggiore, sono a base rettangolare, affiancate da un numero doppio di campate minori a pianta quadrata; le due rimanenti campate centrali sono a base quadrata, affiancate ai lati da altrettante campate rettangolari.
I pilastri, alternati a colonne, sono a sezione rettangolare con semicolonne su tre lati, il quarto lato resta piatto, con in alto un capitello pensile, rivolto scambievolmente verso le navate minori; i capitelli pensili verso la navata maggiore sono posti ad un’altezza inferiore rispetto a tutti gli altri capitelli, sorreggendo semicolonne di ribattuta.
Altri capitelli pensili sono inseriti sulle pareti laterali: sistema per conferire maggior spazialità alle navate. I pilastri e le colonne sono caratterizzati cromaticamente da fasce alternate in cotto ed arenaria, così come negli archi ad ogiva e, dove questi sono ricoperti da intonaco, compare una decorazione a finti conci lapidei.
La facciata, in muratura a vista scandita da lesene che ripartiscono le navate, a modo di quinta architettonica, e un basamento in arenaria calcarea.
Il portale è ricoperto da un frontone triangolare a ghimberga in mattoni, sovrastato da un rosone in conci alternati di cotto ed arenaria.
Il fronte sovrasta le navate ed è coronato da archetti pensili, distesi su un fondo a fascia intonacata ad imitazione della pietra, reggenti un cornicione con fascia intonacata ad imitazione della pietra, reggenti un cornicione con fasce di mattoni e mattoncini disposti a losanga, mentre verso il lato meridionale, in coincidenza con le successive cappelle aggiunte e formanti una quarta navata, è la cappella di San Giovanni Battista del 1426, ornata con eguale fastigio sul fronte.
Nell’abside il prospetto, con paramento in mattoni, è racchiuso ai lati da pilastri incappucciati, il cornicione si articola con maggior evidenza in bicromia di archetti pensili in pietra e cotto, sotto e al centro, sono delineate due alte e strette monofore.
Completano le volumetrie esterne dell’edificio il campanile, con base cinquecentesca e cella campanaria in forme neogotiche, di epoca ottocentesca, posto sul lato meridionale dell’abside maggiore.
Sulla parete sud del coro si conserva un apparato liturgico, tipico delle costruzioni mendicanti, costituito da un arcosolio in cui sedevano i diaconi e da una bifora con lavello, per la cerimonia della purificazione. Caratteristica delle costruzioni degli Ordini mendicanti nel Trecento, ancora ben evidenziata in questo edificio, è, all’interno, la differente composizione ritmica dei pilastri e delle volte, in cui si distingue nettamente la zona più sacra, quella absidale assieme alle due campate più occidentali, riservata al culto e alla preghiera dei frati, dalla rimanente parte della chiesa, accessibile ai fedeli e coperta in origine con sole capriate lignee a vista, successivamente ricoperte con volte a crociera tra il XVI – XVII secolo.
In San Francesco di Cassine ci troviamo di fronte ad un edificio che è il risultato tra moduli costruttivi in linea con le regole codificate dall’ordine francescano, con elementi di derivazione cistercense come le absidi quadrate e i capitelli pensili e la tradizione locale di tipo lombardo.
Sul lato nord della chiesa si sviluppa il convento. Nel tempo venne a racchiudere due chiostri e spazi ad uso rurale quali cascinali, terreni coltivati a vigna, orti e giardino. Sono ancora attorno alla chiesa numerosi oratori, su terreni concessi dai frati a Confraternite, conferendo all’insieme una sorta di acropoli religiosa.
I restauri del 1925 hanno rimesso in luce l’architettura originaria trasformata in epoca barocca da rivestimenti e stucchi.
Attualmente è in atto il recupero architettonico di alcuni ambienti conventuali trecenteschi, appartenenti al primo chiostro, tra cui la Sala Capitolare con il suo ciclo di affreschi, la Sacristia ed un vano adiacente che costituiranno la sede del Museo degli Arredi della Chiesa di San Francesco.

Gli affreschi. Cicli di affreschi trecenteschi, databili attorno alla metà del secolo o poco prima, interessano sia la chiesa, sia la Sala Capitolare ove al centro è un’animata Crocifissione con ai lati figure di Santi scanditi da un fregio finto cosmatesco, presente in ogni differente partitura. Sulla parete settentrionale, in una narrazione continua, sono Storie dei Magi e l’Adorazione del Bambino in braccio alla Vergine, assisa in trono.
Sul lato opposto è ancora la Vergine col Bambino, assisa in trono e raffigurazioni di Santi, cari al culto francescano e a quello locale.
Lo stile si inquadra in un ambito di gotico internazionale nell’orbita del Maestro della tomba Fissiraga, operante tra Como e Varese. Stile penetrato in Lombardia nella prima metà del Trecento attraverso la cultura di Assisi, come indica l’arcaica iconografia dell’Adorazione dei Magi, in cui la Vergine col Bambino è assisa in trono, carattere che fa risaltare la nobiltà delle figure.
Non del tutto privo di altri elementi è invece la scena della Crocifissione “affollata”, affine ad un analogo esempio nella cappella del chiostro di Chiaravalle della Colomba, presso Piacenza, in cui una recente critica vede derivazioni giottesche, come denunciano anche le partiture chiuse da fregi cosmateschi.
Nella chiesa compare un ciclo collocato nella cappella presbiteriale di San Michele ancora stilisticamente collegato al Maestro della Sala Capitolare. Sulla parete meridionale sono due scene: l’Annunciazione e probabilmente un episodio della vita di San Giuliano, sul letto di morte dei genitori.
Gli stessi caratteri stilistici sono visibili nella Vergine Allattante sulla prima colonna destra ed in un San Francesco nel vano di controfacciata, per accedere alla cantoria.

Altro artista ha decorato il secondo pilastro destro, raffigurando Sant’Antonio Abate (vedi fig.) e la Vergine col Bambino.
L’anonimo frescante ha lasciato qui una delle sue figure più emblematiche che gli hanno valso il nome convenzionale di “Maestro di Sant’Antonio“, variamente operante in zona tra il III e IV decennio del 1400, come a Palazzo Zoppi di Cassine e sulle vele presbiteriali dell’Abbazia di Santa Giustina di Sezzadio. Stilisticamente queste pitture, dovute alla committenza della famiglia Zoppi attorno al 1426, sarebbero da accostare alle Storie della Passione in Santa Giustina di Sezzadio del 1422 circa.
Inoltre, probabilmente ancora dello stesso autore, sulla parete settentrionale, sopravvive un rovinato polittico affrescato, dedicato a San Martino: nel settore centrale è il Santo titolare sovrastato da una lunetta col Padre Eterno, sul lato sinistro San Francesco e Sant’Ambrogio, sul lato destro San Biagio e San Rocco.

Sul fianco del presbiterio si trovano alla sua destra la cappella di San Michele di cui si è già trattato, e alla sua sinistra due cappelle dedicate a Sant’Urbano martire ed a San Bernardo. Nella prima, decorata con pitture neogotiche del 1839, si venerano le spoglie di Sant’Urbano, compatrono del paese, conservate in un’urna di legno e cristallo contenente anche il vaso vitreo con il suo sangue, la spada e la palma del martirio.
Nell’attigua cappella di San Bernardo si erge un grandioso Crocifisso ligneo del XV secolo, collocatovi nel 1713 ed in origine posto sull’altare maggiore, dove nel 1857 fu sistemato un apparato ligneo con al centro un Crocifisso dell’intagliatore alessandrino Roncati. Sull’altare sarà ricollocata la tela della Vergine col Bambino ed altri Santi.
Discendendo la navata meridionale si incontrano la cappella dedicata al domenicano San Pietro Martire, quella di Sant’Antonio da Padova, quella di San Giuseppe da Copertino, quella dell’Immacolata Concezione, la cui statua lignea del XVIII secolo, attribuibile allo scultore Luigi Fasce, è conservata entro una nicchia dell’altare barocco in stucco policromo. Infine si incontra la cappella di San Giovanni Battista già descritta.

 

Il Museo di San Francesco “Paola Benzo Dapino”  è stato inaugurato nel 2011 ed espone una serie di arredi in un unico organismo costituito dagli elementi superstiti del convento e con la realizzazione di una nuova struttura avente funzione di ingresso. Il complesso, adiacente la chiesa, si compone di tre ambienti: Sala Capitolare, Sacrestia e Quadreria.
Il percorso museale comprende reliquiari lignei pervenuti nel 1713 con la donazione delle spoglie di Sant’Urbano Martire fatta dal vicario generale cardinale Gaspare di Carpegna; più precisamente: 12 busti di legno con ciascuno le ossa degli Apostoli: San Pietro, San Paolo, Sant’Andrea, San Giacomo Maggiore, San Tommaso, San Giacomo Minore, San Filippo, San Bartolomeo, San Matteo Evangelista, San Simone, San Taddeo, San Matteo; 11 statue lignee con reliquari di Santi fra i quali sono state restaurate quelle di Santa Caterina, San Giuseppe, San Pio Quinto; due braccia reliquario lignee con le reliquie di San Biagio e Sant’Alessandro; il reliquario della Colonna della Flagellazione con due angeli che sorreggono la colonna di Santa Prassede; altri reliquari di varie fogge, tra cui spicca quello del Triregno di San Pio V, completano il nucleo.
Sono esposti anche alcuni crocifissi lignei del XV e XVI secolo che presentano una foggia che legittima il confronto con altri presenti nell’alessandrino come a Ponzone e Quargnento e statue lignee raffiguranti Sant’Antonio Abate di fine ‘400 ed un Cristi Flagellato o Ecce Homo.

Tratto in parte da: Cassine: Terra di storia – Storia di Terra, a cura di S. Arditi e G. Corrado.

La chiesa è in Piazza Vittorio Veneto, 2   –  info: Comune tel. 0144 715151

 

Link:
http://www.comune.cassine.al.it – Complesso conventuale di San Francesco

https://www.comune.cassine.al.it/it-it/vivere-il-comune/cultura/museo-d-arte-sacra-di-san-francesco-paola-benzo-dapino

http://archeocarta.org/cassine-al-complesso-conventuale-di-san-francesco-e-museo-di-san-francesco-paola-benzo-dapino/

Rilevatore: Feliciano Della Mora, Angela Crosta

Data ultima verifica sul campo: 29/06/2012 – aggiornam. dicembre 2021

AZEGLIO (To). Santuario di Sant’Antonio abate di Monte Perosio

Situata sulla sponda del lago di Viverone e già sede di un hospitale per pellegrini.
Via Boscarina.  https://goo.gl/maps/DPDdYjG11GaKAhrg8

Già citata in documenti del 1231 questa chiesa, con un tempo l’annesso ospizio, è ritenuta dal Can. Vignono “la traccia sicura ed incontestabile” del passaggio della via Romea per questo luogo.
Il nome arriva dall’ordine degli Antoniani. L’ospitale di S. A. dipendeva giuridicamente da Alice (nel 1319 passò sotto Vercelli che gestiva anche Alice) ma sanitariamente dall’ospedale dei 21 di Ivrea.
Gli ospizi di questo tipo rimasero attivi per 500 anni, cioè fino all’anno della pace di Cateau-Cambrésis. In quell’anno fu demolito l’ospedale dei 21 di Ivrea.

Passò poi alla parrocchia di Azeglio diventando luogo di eremitaggio e nel 1679 sede della “Venerabile Compagnia di S. Antonio abate” composta da 100 confratelli.

Fu merito di don A. Nicolotti se nel 1953 si iniziò l’opera di restauro consentendo di conservare gli antichissimi affreschi della parete absidale e la bella facciata con portico sorretto da quattro colonne con portale ligneo (purtroppo asportato nel 1971) presumibilmente opera di tal frate Girolamo. In facciata, una nicchia  conserva una statua di sant’Antonio abate con bastone nella mano sinistra e libro nella destra.

L’attuale altare è recente (1956) come pure i due ampi locali annessi alla chiesa ora monumento nazionale.

 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 26/08/2011

VALVASONE ARZENE (Pn), fraz. Valvasone. Borgo Sant’Antonio

Era una borgata isolata posta fuori le mura di Valvasone, comune che si è fuso con Arzene nel 2015. Ancor oggi gli anziani di questo luogo, quando devono andare in municipio o in chiesa dicono: “Andiamo a Valvasone”.

Le abitazioni del borgo erano disposte attorno alla chiesetta dedicata a Sant’Antonio abate.
La chiesa, trasformata poi in abitazione privata, aveva sulla facciata un affresco raffigurante un San Cristoforo a grandezza naturale. Con i lavori di ristrutturazione se ne sono cancellate completamente le tracce.
Nella facciata dell’abitazione, resta soltanto una nicchia contenente tre vecchie statuine in legno di Sant’Antonio a ricordo dell’esistenza del luogo sacro.
Nel borgo vi è anche la casa natale del poeta e letterato Antonio De Marchi.

 

Bibliografia:
AA.VV., Il Sanvitese, percorsi artistici, storici, naturalistici, Consorzio fra le Pro Loco del Sanvitese, 2005

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 20/04/2011

 

MELE (Ge). Oratorio di Sant’Antonio Abate – Scheda 1

 L’Oratorio è sito in Via del Piano, 93    https://goo.gl/maps/9GxfcA2XLR8qz4qLA

L’Oratorio settecentesco è composto da un insieme di edifici aggregatisi nel corso del tempo: la chiesa con la sacrestia (vedi qui di seguito, scheda 1), le case dell’Oratorio, il sacello dove è custodita la Cassa di Sant’Antonio (vedi https://www.santantonioabate.afom.it/mele-ge-loratorio-di-santantonio-abate-scheda-2/).
L’ingresso della chiesa è sul lato lungo della costruzione e dà accesso diretto alla navata unica che la compone.

L’interno rispecchia il tipico arredo di oratori dello stesso periodo: l’aula decorata sui due lati lunghi rinvia ai due estremi dove trovano posto il coro per i confratelli con la cantoria e l’organo e dall’altro capo l’altare dietro il quale vi è l’ingresso alla sacrestia.
La decorazione interna è espressione del gusto della fine del ‘700, ampie superfici ricoperte di stucchi che inquadrano dipinti, che formano la struttura di sostegno della cantoria e dell’organo, che fanno da fondale prospettico all’altare. L’esecuzione di quest’opera  fu affidata a  Rocco Cantone.

Il ciclo pittorico di Carlo Giuseppe Ratti con storie della vita di Sant’Antonio Abate (1777-1782) è formato da 12 tele dipinte ad olio inserite nelle cornici mistilinee a stucco realizzate per loro. Non molti anni fa furono ritrovati nell’Oratorio i bozzetti preparatori.
Sul lato destro della navata verso il coro si apre una nicchia dove attualmente è alloggiata una cassa processionale chiamata dai vecchi melesi “Sant’Antonio il Vecchio”, vedi scheda 2 . In effetti dal recente restauro si potuto stabilire che è una delle più antiche della Liguria databile all’ultimo decennio del XVI secolo: già nel 1639 risultano diversi pagamenti per “aggiustature” corrispondenti all’attuale strato pittorico.

Il coro in legno sembra databile alla fine del  XVII – inizi del XVIII secolo. La soprastante cantoria fu realizzata sempre da Rocco Cantone nel 1775 per l’organo Roccatagliata, secondo il Pareto, proveniente dalla chiesa parrocchiale per la quale fu acquistato nel 1729, e sostituito con l’attuale poderoso organo Locatelli Giacomo di Bergamo nel 1893. Al centro del soffitto verso l’altare vi è un affresco rappresentante l’Ascensione, eseguito da Gerolamo Costa nel 1809.
Le croci processionali, che nella pia devozione confraternale vengono chiamati “Cristi”, attualmente custodite nell’Oratorio sono tre.
Nel 1787 sono documentati i seguenti pagamenti:  “….spese fatte dal Signor Giacomo Giusti…detti tre canti (d’argento).. Una croce nuova a legno Sebastiano…per rinfrescare il crocifisso…per accomodatura della croce vecchia..”; sembrerebbe perciò che la croce con i tipici ramaggi argentati su tutta la superficie sia la più antica (prima metà del XVIII secolo) e rimessa a nuovo  mentre la più piccola fu  corredata dai “canti” d’argento.

Infine la terza, la più grande, è stata realizzata dalla ditta Moroder di Ortisei nel 1980.  Fanno da corredo ai “Cristi” quattro lanterne astili dette “fanali” e sembrerebbe, dai documenti d’archivio, che fossero già realizzate al 28 maggio 1783, quando si cita “L.16 : valuta de stucci per li fanali”.
Ulteriori testimonianze d’arte sono: “i tabarrini per le cappe di testa e per i priori”, le mazze pastorali con Sant’Antonio Abate in argento datate 1823, il piccolo altare in cartapesta per il Santissimo.

 

L’autore della pala dell’altare ha finalmente una sua identità: è stata attribuita alla tarda maturità di Andrea Ansaldo (1584-1638) che la eseguì dopo il 1625 in quanto in questa data San Bernardo di Chiaravalle venne proclamato Protettore di Genova e furono prodotti molti dipinti con l’episodio della “lactatio Bernardi”. Nel 1637, però, il dipinto subì una modifica ad opera di Orazio De Ferrari (1606-1657) al fine di aggiornarlo iconograficamente a seguito della proclamazione della Vergine a Regina di Genova e la sua mano è riconoscibile nel Bambino e nella testa di Sant’Antonio Abate.
Risale alla seconda metà del XVIII secolo l’ingrandimento del dipinto in alto con l’aggiunta della SS. Trinità e in basso di una veduta degli edifici da carta de “La Scaglia” che andava a completare così la veduta di Mele già esistente.
E’ interessante ricordare come il dipinto sia emblematico degli interventi effettuati sia in ambito architettonico che di manufatti artistici nel 1634-39 e nel 1757.
In alto il Padre Eterno e lo Spirito Santo e al centro della composizione la Madonna Regina con il Bambino Gesù: in primo piano a sinistra vi è San Bernardo e continuando sono raffigurati San Nicola o Niccolò, Sant’Ambrogio e Sant’Erasmo, a destra in adorazione di Gesù, Sant’Antonio abate e San Michele Arcangelo; in basso si riconosce il profilo di Mele e della “Scaggia” con gli opifici della carta che farebbero supporre come committente dell’ultimo “aggiustamento” un personaggio eminente nell’economia e società melese del tempo (un “paperaio”?).

A lato dell’ingresso della chiesa si vede una porta sormontata da un’architrave tonda in marmo  con la seguente scritta: “HIC DIVI ANTONI SCULPTA REFULGET ICON. 1875″ ossia “Qui è l’immagine scolpita del Divino Antonio. 1875”.
In questa frase vi è tutto l’orgoglio dei Melesi per essere riusciti ad acquisire uno dei massimi esempi delle macchine processionali e della scultura genovese del XVIII secolo.
La vicenda dell’acquisto (1874) della “cascia” di Anton Maria Maragliano, databile al 1703, dalla Confraternita di Sant’Antonio abate e San Paolo Eremita, detta “de’ Birri in strada Giulia”, di Genova è nota; quello non conosciuto è l’affetto dei melesi per il loro “Togno”.
Ai bambini viene illustrata la scena con dovizia di particolari: i leoni, il porcellino, il fuoco, gli animali del basamento, San Paolo e gli angeli in modo che durante la processione del 15 agosto siano chiare le parole del Cantico dei pellegrini.
E l’impegno degli adulti nella stessa occasione, sia dai “camalli d’a cascia e portoei de Cristi” che ai semplici partecipanti, è grande perchè…. Sant’Antonio te ne darà merito.

Per la piccola CASSA di SANT’ANTONIO il VECCHIO vedi scheda 2.

 

Link: http://www.comune.mele.ge.it

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 23/08/2010