MELE (Ge). Oratorio di Sant’Antonio Abate – Scheda 1

 L’Oratorio è sito in Via del Piano, 93    https://goo.gl/maps/9GxfcA2XLR8qz4qLA

L’Oratorio settecentesco è composto da un insieme di edifici aggregatisi nel corso del tempo: la chiesa con la sacrestia (vedi qui di seguito, scheda 1), le case dell’Oratorio, il sacello dove è custodita la Cassa di Sant’Antonio (vedi https://www.santantonioabate.afom.it/mele-ge-loratorio-di-santantonio-abate-scheda-2/).
L’ingresso della chiesa è sul lato lungo della costruzione e dà accesso diretto alla navata unica che la compone.

L’interno rispecchia il tipico arredo di oratori dello stesso periodo: l’aula decorata sui due lati lunghi rinvia ai due estremi dove trovano posto il coro per i confratelli con la cantoria e l’organo e dall’altro capo l’altare dietro il quale vi è l’ingresso alla sacrestia.
La decorazione interna è espressione del gusto della fine del ‘700, ampie superfici ricoperte di stucchi che inquadrano dipinti, che formano la struttura di sostegno della cantoria e dell’organo, che fanno da fondale prospettico all’altare. L’esecuzione di quest’opera  fu affidata a  Rocco Cantone.

Il ciclo pittorico di Carlo Giuseppe Ratti con storie della vita di Sant’Antonio Abate (1777-1782) è formato da 12 tele dipinte ad olio inserite nelle cornici mistilinee a stucco realizzate per loro. Non molti anni fa furono ritrovati nell’Oratorio i bozzetti preparatori.
Sul lato destro della navata verso il coro si apre una nicchia dove attualmente è alloggiata una cassa processionale chiamata dai vecchi melesi “Sant’Antonio il Vecchio”, vedi scheda 2 . In effetti dal recente restauro si potuto stabilire che è una delle più antiche della Liguria databile all’ultimo decennio del XVI secolo: già nel 1639 risultano diversi pagamenti per “aggiustature” corrispondenti all’attuale strato pittorico.

Il coro in legno sembra databile alla fine del  XVII – inizi del XVIII secolo. La soprastante cantoria fu realizzata sempre da Rocco Cantone nel 1775 per l’organo Roccatagliata, secondo il Pareto, proveniente dalla chiesa parrocchiale per la quale fu acquistato nel 1729, e sostituito con l’attuale poderoso organo Locatelli Giacomo di Bergamo nel 1893. Al centro del soffitto verso l’altare vi è un affresco rappresentante l’Ascensione, eseguito da Gerolamo Costa nel 1809.
Le croci processionali, che nella pia devozione confraternale vengono chiamati “Cristi”, attualmente custodite nell’Oratorio sono tre.
Nel 1787 sono documentati i seguenti pagamenti:  “….spese fatte dal Signor Giacomo Giusti…detti tre canti (d’argento).. Una croce nuova a legno Sebastiano…per rinfrescare il crocifisso…per accomodatura della croce vecchia..”; sembrerebbe perciò che la croce con i tipici ramaggi argentati su tutta la superficie sia la più antica (prima metà del XVIII secolo) e rimessa a nuovo  mentre la più piccola fu  corredata dai “canti” d’argento.

Infine la terza, la più grande, è stata realizzata dalla ditta Moroder di Ortisei nel 1980.  Fanno da corredo ai “Cristi” quattro lanterne astili dette “fanali” e sembrerebbe, dai documenti d’archivio, che fossero già realizzate al 28 maggio 1783, quando si cita “L.16 : valuta de stucci per li fanali”.
Ulteriori testimonianze d’arte sono: “i tabarrini per le cappe di testa e per i priori”, le mazze pastorali con Sant’Antonio Abate in argento datate 1823, il piccolo altare in cartapesta per il Santissimo.

 

L’autore della pala dell’altare ha finalmente una sua identità: è stata attribuita alla tarda maturità di Andrea Ansaldo (1584-1638) che la eseguì dopo il 1625 in quanto in questa data San Bernardo di Chiaravalle venne proclamato Protettore di Genova e furono prodotti molti dipinti con l’episodio della “lactatio Bernardi”. Nel 1637, però, il dipinto subì una modifica ad opera di Orazio De Ferrari (1606-1657) al fine di aggiornarlo iconograficamente a seguito della proclamazione della Vergine a Regina di Genova e la sua mano è riconoscibile nel Bambino e nella testa di Sant’Antonio Abate.
Risale alla seconda metà del XVIII secolo l’ingrandimento del dipinto in alto con l’aggiunta della SS. Trinità e in basso di una veduta degli edifici da carta de “La Scaglia” che andava a completare così la veduta di Mele già esistente.
E’ interessante ricordare come il dipinto sia emblematico degli interventi effettuati sia in ambito architettonico che di manufatti artistici nel 1634-39 e nel 1757.
In alto il Padre Eterno e lo Spirito Santo e al centro della composizione la Madonna Regina con il Bambino Gesù: in primo piano a sinistra vi è San Bernardo e continuando sono raffigurati San Nicola o Niccolò, Sant’Ambrogio e Sant’Erasmo, a destra in adorazione di Gesù, Sant’Antonio abate e San Michele Arcangelo; in basso si riconosce il profilo di Mele e della “Scaggia” con gli opifici della carta che farebbero supporre come committente dell’ultimo “aggiustamento” un personaggio eminente nell’economia e società melese del tempo (un “paperaio”?).

A lato dell’ingresso della chiesa si vede una porta sormontata da un’architrave tonda in marmo  con la seguente scritta: “HIC DIVI ANTONI SCULPTA REFULGET ICON. 1875″ ossia “Qui è l’immagine scolpita del Divino Antonio. 1875”.
In questa frase vi è tutto l’orgoglio dei Melesi per essere riusciti ad acquisire uno dei massimi esempi delle macchine processionali e della scultura genovese del XVIII secolo.
La vicenda dell’acquisto (1874) della “cascia” di Anton Maria Maragliano, databile al 1703, dalla Confraternita di Sant’Antonio abate e San Paolo Eremita, detta “de’ Birri in strada Giulia”, di Genova è nota; quello non conosciuto è l’affetto dei melesi per il loro “Togno”.
Ai bambini viene illustrata la scena con dovizia di particolari: i leoni, il porcellino, il fuoco, gli animali del basamento, San Paolo e gli angeli in modo che durante la processione del 15 agosto siano chiare le parole del Cantico dei pellegrini.
E l’impegno degli adulti nella stessa occasione, sia dai “camalli d’a cascia e portoei de Cristi” che ai semplici partecipanti, è grande perchè…. Sant’Antonio te ne darà merito.

Per la piccola CASSA di SANT’ANTONIO il VECCHIO vedi scheda 2.

 

Link: http://www.comune.mele.ge.it

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 23/08/2010

MELE (Ge). L’Oratorio di Sant’Antonio Abate – Scheda 2 – Cassa processionale

L’Oratorio settecentesco è composto da un insieme di edifici aggregatisi nel corso del tempo: la chiesa con la sacrestia (vedi https://www.santantonioabate.afom.it/mele-ge-oratorio-di-santantonio-abate-scheda-1/ ), le case dell’Oratorio, il sacello dove è custodita la Cassa di Sant’Antonio (scheda 2, vedi qui di seguito).
L’ingresso della chiesa è sul lato lungo della costruzione e dà accesso diretto alla navata unica che la compone.

La piccola CASSA processionale di SANT’ANTONIO IL VECCHIO
La piccola Cassa processionale è citata in un libro di conti della Confraternita per le aggiustature a cui viene sottoposta nel 1639.
Ciò ha portato la probabile datazione all’ultimo scorcio del XVI secolo.
Datazione confermata dal restauro che ha evidenziato, pur nella semplicità della rappresentazione, l’epoca e l’alta qualità del manufatto. Mentre la struttura fasciata di noce d’india è del 1718 come risulta dall’atto notarile di fabbricazione.
È stato rinvenuto, sotto lo strato delle ridipinture e degli stucchi, parti della doratura originale a racemi di Sant’Antonio e la particolare realizzazione della veste di S. Paolo fatta con canne palustri intrecciate proprio secondo la tradizione iconografica del Santo Anacoreta.
E proprio iconograficamente si rileva l’appartenenza dell’opera al secolo del Concilio di Trento: il Santo, pur nella gloria dell’immagine (particolare la coloritura degli incarnati, le dorature), è ponte e mediatore con la Grazia Divina. A tal proposito si confronti la grande cassa processionale del Maragliano con lo stesso soggetto che manifesta una corporeità da parata tipicamente barocca.
La disposizione delle statue non è l’originale in quanto ha subito molte modifiche nel corso dei secoli ma ne rispecchia molto l’ideale rappresentativo Controriformista.
Infine i due leoni (da notare le code in ferro battuto) in postura quasi araldica danno a tutta l’opera una forte caratterizzazione simbolica.

Note storiche:
Il SANT’ANTONIO ABATE del MARAGLIANO
La grande scultura in legno, realizzata secondo le più recenti indicazioni tra il 1703 e il 1710 e acquistata nel 1874 dalla Confraternita locale, rappresenta Sant’Antonio Abate contemplante il corpo di San Paolo Eremita con due leoni che scavano una fossa mentre l’anima sorretta da angeli s’invola al cielo.
Un piccolo angelo sorregge la mitra e il pastorale, vicino ci sono sia il maialino che il fuoco ardente simboli iconografici del Santo.
E’ una delle poche opere processionali del Maragliano dove l’evento è racchiuso in se stesso e non aperto in forma di rappresentazione devozionale.
Colpisce sia la grande base scolpita a rocce e decorata da verzure e piccoli animali che la rarefatta pacatezza dell’ambientazione e delle poche figure.
La prima, forse, unica libertà dell’esecutore; la seconda, forse, precisamente indicata dai committenti dell’opera: i confratelli dell’Oratorio (oggi distrutto) sotto il titolo del Santo in Strada Giulia, ora Via XX Settembre, detto “dei Birri” ossia la polizia dell’epoca.
Le figure dei santi sono grandi al vero. Sant’Antonio ha l’abito proprio del suo ordine monastico con il simbolo della Tau sulla spalla destra, San Paolo è vestito con una tunica di stuoia intrecciata tipica degli anacoreti (eremiti) della chiesa orientale dei primi secoli.
Solo gli angeli e il manto dell’anima hanno decori tipici delle stoffe genovesi del tempo.
Molto bella è la base rocciosa a cui si appoggia San Paolo e da cui si imposta il vorticoso girare di nuvole e angeli sorreggenti la figura, più piccola del vero, dell’anima in estasi.
E’ un grande esempio del Maragliano che unisce genialità artistica e maestria nel trattamento del legno, un capolavoro del barocco genovese.
L’opera è tuttora portata processionalmente, una volta l’anno il 15 agosto, da squadre di 16 uomini e il suo peso si stima in oltre 10 quintali.
Per tutti a Mele è “uno di famiglia” perché il Sant’Antonio Abate esprime l’identità collettiva e le tradizioni più amate e sentite dei melesi.

 

Questo tesoro dell’arte, tra il settembre 2009 e il maggio 2010, è stato sottoposto a complessi e delicati restauri realizzati nel laboratorio di Antonio Silvestri a Santa Maria in via Lata, che occupa gli stessi spazi dove aveva sede l’antica Confraternita genovese che per prima commissionò l’opera al Maragliano.
Prima degli interventi l’opera è stata sottoposta a una batteria diagnostica completa, a partire dagli esami radiografici per valutarne anche la staticità e verificarne l’anima metallica che aveva subito manomissioni, probabilmente in buona fede, che però ne hanno irrigidito la struttura e provocato fessurazioni.
Sono state verificate anche la qualità, l’essenza e la datazione del legno e con stratigrafie e prelievi colorimetrici l’originalità della struttura pittorica, di pregio assoluto ed ora riportata in luce.
E’ stato inoltre eliminato l’ingombrante bordo del basamento ligneo aggiunto successivamente perché, oltre ad appesantire l’estetica dell’opera ne aveva alterato il ritmo con l’asportazione delle decorazioni a ramarri, foglioline e fiori che sono state ricollocate nella posizione originale.
Il 5 giugno 2010 la maestosa cassa processionale lignea è stata montata in piazza a Mele e riconsegnata alla Confraternita tra grandi festeggiamenti.
“L’amore che circonda quest’opera d’arte – ha detto Giorgio Devoto – arricchisce la cassa processionale di Sant’Antonio Abate, un capolavoro assoluto, di un surplus di preziosità fatto degli sguardi, dell’affetto, delle ideali carezze di tutti i melesi. Sono felice e orgoglioso di poter partecipare con la Provincia a questa festa che raccoglie e celebra tutta la memoria del territorio.”
“Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno sostenuto, promosso e reso possibili i restauri – ha detto Benedetta Clio Ferrando – e la Confraternita per aver saputo conservare nei secoli questo gioiello per i melesi e il territorio. Ora contiamo i giorni che ci separano dal ritorno del Santo che arriverà a Mele il 4 giugno 2010, preceduto il 3 da un importante convegno di studi e al programma dei festeggiamenti partecipano anche i Comuni vicini, molte associazioni, e in modo collettivo e in ogni forma possibile tutti i nostri concittadini in ogni forma possibile.”

Tra l’originalità piena di luce del Theatrum Sacrum in piazza e magiche coreografie di Kyra con il fuoco, simbolo di ascesi e purificazione la sera del 4 giugno e con feste, danze, cori, esposizioni, visite guidate al Sant’Antonio fino al 13, il vero clou degli eventi è perciò “proprio il calore della comunità melese che festeggia l’emblema della sua storia e della sua devozione” chiosa l’assessore Ignazio Galella.
Il restauro della cassa processionale (con Sant’Antonio che assiste al trapasso di San Paolo Eremita, mentre la sua anima nelle sembianze di un giovane viene trasportata in cielo da tre angeli e due leoni scavano la tomba per le spoglie del pio Eremita) “è stata una sfida complessa ed eccezionale – ha detto Alessandra Cabella – come questa scultura realizzata in modo stupendo e raffinatissimo dal Maragliano”.

 

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Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 23/08/2010

CASNATE con BERNATE (Co). Parrocchiale dei Ss. Ambrogio e Antonio abate

La parrocchiale è sita in Piazza Don Angelo Monti, 1.
https://goo.gl/maps/gjtEKiW9Q21kdz5x9

 

Già esistente nel 1297, subì un lento e rovinoso degrado. Nel Cinquecento risulta infatti molto malridotta e sullo scorcio del Seicento la situazione era di poco migliorata.
A partire dagli inizi del secolo XVII, inoltre, la Parrocchiale di Casnate divenne la chiesa principale anche per gli abitanti di Bernate, che fino ad allora avevano dovuto ricorrere a Fino per le cure liturgiche.

Di fronte alla necessità di operare un risanamento e un ampliamento della Parrocchiale, questa venne profondamente ritoccata assumendo forme barocche.
Ma nel 1837, durante il rifacimento del pavimento, volendo acquistare spazio si decise di smussare e diminuire le dimensioni dei quattro piloni barocchi: questo provocò il crollo rovinoso di tutta la volta della Parrocchiale proprio al termine di una funzione religiosa; fortunatamente, tutti rimasero illesi.
Ci vollero ben dieci anni perché si cominciasse la costruzione dell’attuale Parrocchiale dei SS. Ambrogio e Antonio Abate, terminata nel 1850 da Carlo e Calisto Ferrano, subentrati nei lavori all’ingegner Luigi Pellegrini, e consacrata in questo stesso anno.
Nel 1933, infine, vennero effettuati radicali restauri alla facciata e al campanile, sotto la direzione dell’ingegnere Giulio Valli.
Nel 1859 vennero affrescati nella cupola centrale il Padre Eterno, opera del pittore Antonio Rinaldi da Tremona, e nel sottarco di accesso alla zona absidale la Vergine Assunta, opera di Giulio Reina di Como: il resto degli ornati ad affresco della chiesa è opera del pittore Vincenzo De Bernardi, che li portò a termine nel 1869.
Ai fianchi dell’altare della Madonna del Rosario, sul lato destro della chiesa, sono collocate due tele di epoca diversa, un S. Francesco di Sales, settecentesca, e i SS. Proto e Giacinto, cinquecentesca: quest’ultima, di grosse dimensioni e di notevole livello qualitativo, è giunta alla Parrocchiale di Casnate probabilmente dalla Cattedrale di Como, insieme alla tela che occupa la posizione simmetrica nella chiesa, con le SS. Faustina e Liberata, del medesimo autore, molto vicino ad Alvise De Donati.

 

Note storiche:
Ai lati dell’altar maggiore vi sono due affreschi recenti, del 1941, opera di C. Morgari: Apparizione di un angelo a s. Antonio nel deserto (vedi fig.) e La predica di S. Ambrogio contro gli ariani.

La visione di Sant’Antonio abate nel deserto, del pittore torinese Carlo Morgari (1941): si narra che mentre pregava nel deserto ebbe la visione di un altro eremita, che intrecciava una corda, a significare che alla vita contemplativa avrebbe dovuto associare anche qualcosa di concreto.
In questo affresco viene proposto, al posto di un altro eremita, un angelo che intreccia una stuoia.

 

Infine, sul lato sinistro della chiesa, sopra l’altare di S. Antonio è stata collocata nel 1873 la statua del Santo (vedi fig.), opera dello scultore comasco Giuseppe Bayer, affiancata da un lato dalla predetta tela con le SS. Faustina e Liberata, dall’altro da una tela settecentesca raffigurante la Madonna col Bambino e Santi.

 

 

Bibliografia:
Mario MASCETTI, Casnate con Bernate, due paesi una comunità.  Comune di Casnate con Bernate, 2009.

 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 11-06-2010

ATTIMIS (Ud), fraz. Forame. Chiesa di Sant’Antonio abate

La chiesa è situata  a Forame che è una frazione di Attimis; a poca distanza dal capoluogo, lungo la valle del torrente Malina, verso la sorgente, ai piedi del monte Norez.
https://goo.gl/maps/ExGm4HL3K8gCe9mB6

In friulano, Forame, si dice “Foran”. E’ una località ricordata e riportata in diversi documenti: nell’anno 1296 “in villa de Foramine” (A. di Prampero, Glossario, 60); poi nel 1318 “de Forano“; e ancora nell’anno 1327 “in villa di Foramine“.
Il nome del paese deriverebbe da “foramen” che significa apertura di una grotta e quindi grotta interna, in rari casi “varco o sella” (G. Frau, Saggi di una illustrazione generale della Toponomastica del Friuli, Tesi di laurea, Università di Padova, Facoltà di lettere e filosofia, anno acc. 1964<65, B.C.U., ms. 3992).
Si ha pure notizia di un certo Pertoldo di Forame, che aveva in fudo il castello di Forame con tutte le sue pertinenze nel 1300 (Thesaurus Eccles. Aquil.), ma non si tratta di questo Forame ma di un omonimo situato nella Giapidia.
Nel secolo XVI, Forame era ancora sotto la signoria degli Attimis, come del resto era da sempre.

Si ricorda un atto redatto in un prato chiamato “Prat della Zoster“, l’11 novembre 1428, in cui il nobile ser Filippo q.nob. Nicolò di Pecol si obbligava, a nome del pievano pre Nicolò de Tortis, di intervenire alle vicinie della villa “de Foran“, nelle questioni riguardanti le ricostruzioni delle chiese di S. Antonio “de Foran” e di S. Nicolò “de Castro Antiquo” (V. Joppi, Not. VIII, c. 54).

 

Descrizione:
In un documento, recante la data 1602, figura la descrizione della chiesa.
La chiesa è circondata dal cimitero che ha bisogno di restauro in alcune parti onde evitare l’ingresso agli animali. A destra dell’ingresso c’è il vaso dell’acquasanta eseguito in modo rude. La chiesa è sufficientemente lunga e abbastanza larga ed è ben tenuta. Le pareti sono coperte di pitture. V’è l’altare ampio e comodo, ben ornato, atto alla celebrazione della messa secondo le costituzioni del Rev.mo Patriarca. L’icona è decente con la statua scolpita della B. Vergine e dei santi Antonio e Biagio. Il titolare della chiesa è S. Antonio abate. Il basamento dell’altare è male costruito; non c’è confessionale. Anime 74“.

I resti attuali dell’abside datano senz’altro della prima metà del Quattrocento.
Un bellissimo arco di pietre a tutto sesto, costruito seriormente, immette nel coro. Il soffitto era formato da quattro vele, divise da costoloni poggianti su peducci di pietra ed intersecantisi in una chiave centrale.
Lacerti di affreschi, risalenti al secolo XV, affiorano dalle pareti: si tratta di alcune formelle dell’intradosso del primo arco trionfale ogivale e di resti della galleria degli Apostoli.
Un affresco postumo, raffigurante l’Epifania, richiama lo stile di G. Paulo Thanner e la parete del coro della parrocchiale di Reana del Rojale, rappresentante la manifestazione epifanica.
Da altre notizie datate 16-5-1720, riguardanti la visita pastorale, si viene a sapere che la chiesa era consacrata e la dedicazione fissata alla 3.a domenica di luglio.

L’altare era dedicato a S. Antonio ed aveva il portatile (A.C.A.U., Visite Pastorali, vol. 40, p. 292). Anche negli anni seguenti la chiesa risultava dotata di un altare solo.
Poi, nell’anno 1840, vi appaiono due altari, quello di S. Antonio abate e quello di S. Giorgio e dei santi Giacomo e Filippo; la chiesa è detta dei Ss. Antonio abate e Giorgio; a quel tempo Forame contava circa 286 anime.
Anche nel 1889 vi figuravano due altari: “il maggiore dedicato a S. Antonio, con statua di cattivo lavoro in nicchia ma bellissime colonnette di marmo che sostengono l’architrave. Quello laterale a destra di legno dorato con diverse statue di lavoro antico assai pregiato già al posto del maggiore, detto altare della B. Vergine. Mons. Berengo lo sospende finché la pietra non sia messa più avanti. Non c’è battistero” (A.C.A.U., Visite Pastorali, vol. 27, p. 286).
Nel 1907 i fedeli di Forame iniziano la nuova chiesa a croce latina, conservando il vecchio coro e incorporandolo nella nuova costruzione.
Nella Visita Pastorale del 1912 vi appaiono due altari laterali: quello della B. Vergine del Carmine e quello di S. Luigi Gonzaga. V’è menzione della Confraternita del Carmelo, eretta con decreto 13-3-1833 e delle Figlie di Maria, decreto 19-1-1904.

L’altar maggiore è un’opera della scuola d’intaglio slovena, conosciuto come “slati oltar“, cioè d’oro. Questa forma d’intaglio ebbe pieno sviluppo nella seconda metà del Seicento e molte chiese friulane si dotarono di questi altari doviziosi e di vasto repertorio, ricchi di motivi ornamentali; alle volte erano anche di forme semplici. La maggior parte di questi altari si trova in alcune chiesette della Slavia friulana ed anche nelle chiese di Grions del Torre e di Forame.
L’altare di Forame mostra la seguente scritta: “Adì 30 junius – 1701 – P. di Caporetto – Procuradore di M. Tomaso Turcut“. L’autore è certamente l’intagliatore Bartolomeo Ortari di Caporetto; il m.o Tommaso Turcut di Forame, il camerario; e P. di Caporeto, Michele Peteani, il parroco di Caporetto dal 1697 al 1739, che ha patrocinato l’opera. Questo altare è formato di tre scomparti.
In quello inferiore, nella nicchia centrale, la statua di S. Antonio abate; nelle laterali, a destra S. Rocco e S. Sebastiano, a sinistra S. Antonio da Padova e S. Valentino. Nello scomparto di mezzo: al centro la Vergine incoronata dalla SS.ma Trinità; nelle nicchie laterali S. Nicolò e S. Apollonia. Sul colmo, al centro, la Giustizia con ai lati due angeli.

 

Note storiche:
Nella visita pastorale del 27 agosto 1692, la chiesa di S. Antoni di Foran aveva solo un altare sotto il medesimo titolo. Il visitatore ordina “che sia nettata la Palla” (A.C.A.U., Visite Pastorali, vol. 40, p. 292).
Dai documenti delle Visite Pastorali (A.C.A.U.), specie in quello datato 1889, si apprende che la chiesa di S. Antonio abate è stata eretta circa l’anno 1200, ed è stata consacrata, ma non si sa quando e da chi. Comunque la sua dedicazione è stata fissata per la III domenica di luglio.

 

Bibliografia:
La scheda è stata rilevata interamente dalla pubblicazione di Tarcisio Venuti, Chiesette Votive da Tarcento a Cividale; Ed. La Nuova Base, Udine 1977.

Rilevatore: Feliciano Della Mora

PALAZZOLO DELLO STELLA (UD), fr. Piancada. Chiesa di Sant’Antonio abate

In Comune di Palazzolo, nel bosco Turgnano, nel territorio della Frazione di Piancada, si trova una chiesetta dedicata a Sant’Antonio abate, che era circondata dal bosco Turgnano.  https://goo.gl/maps/SfHCX9eTn22FBeuz7
La chiesetta votiva risale al XV secolo e fu eretta, probabilmente, dall’omonima confraternita di Muzzana.
Nel sedime sottostante e nel periodo patriarcale vi operava un doppio molino a sei ruote, metà del quale era bene feudale dei conti di Gorizia e gestito dalla comunità di Marano.

E’ un edificio abbandonato, sconsacrato, malridotto. Eppure, visto da fuori, è ancora affascinante per quella sua facciata, un po’ singolare, che appare perfino imponente e per la sua storia antica, che parte dal Cinquecento.
Ma bisogna arrivare al 1856, per togliere la chiesa da un oblio durato secoli. In quell’anno, il nuovo proprietario del fondo boschivo di Sant’Antonio abate, conte Ferdinando di Colloredo, decide infatti di ripristinare l’edificio sacro ormai cadente. La ricostruzione è attestata da una lapide, recentemente asportata (auspicabilmente per metterla al sicuro): “SACELLUM DIRUTUM / D. ANTONIO AB. DICATUM / FERDINANDUS COLORETUS / RESTITUIT A.D. MDCCCLVI”.
Da qui, nacque la nuova storia della Chiesa di Marianis, che passa per la ristrutturazione del 1925 ed una serie di tentativi del Comune di Palazzolo dello Stella per recuperare la struttura fatiscente, dal 1980 fino al 1996, quando l’intervento pubblico poté solo permettersi il rifacimento del tetto crollato.
Nel 1993 la storia della chiesetta ha un soprassalto, attraverso la scoperta su una parete di una scritta a matita. E’ datata 1916 ed è sopravvissuta nell’abbandono dell’edificio. In quell’anno di guerra, era accampata nella zona Volpares Marianis, la Brigata Bari della Terza Armata. Il testo è una preghiera: “Pregate tutti il buon e antico Santo acciò finisca questo macello per il bene di noi tutti e delle nostre famiglie. Firmato: soldati Frizzole Edoardo e Porzionato Carlo (7 gennaio 1916), soldati Ghintini Luigi e Baldrini Luigi (18 marzo 1916). Giuliano Bini, nel suo libro “Palazzolo nella Grande Guerra”, così commentò: “E’ il più vero e il più prezioso monumento sulla guerra esistente a Palazzolo, un monumento dai più sconosciuto (…) abbandonato, negletto, esposto al degrado del tempo, dell’ambiente e del vandalismo. E’ un monumento nel monumento”.
E infatti, oggi, l’iscrizione, nella parete umida e scrostata della chiesa, non si vede più, quasi dissolta. Rimangono visibili il nome Edoardo e l’anno 1916, quasi per esaltarne il rimpianto.

L’attuale costruzione, in stile neogotico, presenta un’aula rettangolare con soffitto carenato ed un’abside nella quale è collocato l’altare che conserva una statua lignea cinquecentesca raffigurante Sant’Antonio abate.

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 17/07/2009 – 19/01/2025