FIRENZE. “Cappella Castellani” nella chiesa di Santa Croce, con scene della vita di sant’Antonio abate di A. Gaddi, 1385

Tra le cappelle più grandi della basilica, presenta una doppia campata, completamente decorata da affreschi eseguiti nel 1385 per Michele di Vanni Castellani da Agnolo Gaddi e dagli artisti della sua bottega, tra i quali Gherardo Starnina.
Il ciclo pittorico della cappella illustra quattro Storie di santi: Giovanni evangelista, Antonio abate, Giovanni battista e Nicola di Bari. Sui pilastri, entro finte nicchie, sono affrescate figure di santi legati all’Ordine francescano e negli spicchi delle volte compaiono i quattro Evangelisti e quattro Dottori della Chiesa.

Nella seconda parte della parete sinistra e in metà di quella dietro l’altare, si trovano le Storie di sant’Antonio abate. Nella lunetta si vedono la Chiamata di sant’Antonio durante la messa (1).
Nel registro mediano Sant’Antonio percosso dai diavoli che distruggono il suo dormitorio e, a destra, l’Apparizione di Cristo che lo restaura.(2) (Fotografia in basso)
Nel registro inferiore: la Morte e il Seppellimento del Santo (3) , che rappresenta la conclusione del ciclo.
Nei riquadri a sinistra dell’altare proseguono le storie: Sant’Antonio incontra san Paolo eremita (4), Sant’Antonio incontra il centauro (5) e Abbraccio dei santi Antonio e Paolo davanti al romitorio di quest’ultimo (6).
Notevoli le somiglianze col ciclo fiorentino del Le Campora vedi scheda.

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Cappella_Castellani

https://www.santacroceopera.it/luoghi/basilica/cappella-castellani/
Rilevatore: AC

 

FIRENZE. Cappella di Sant’Antonio abate nell’ex chiesa di S. Maria al Sepolcro a Le Campora, con affreschi, 1368

La Cappella fa parte di un appartamento privato nel complesso di Villa Le Campora, via delle Campora. Non visitabile
https://www.google.it/maps/place/Villa+Le+Campora

 

Il monastero delle Campora, la cui chiesa era dedicata a Santa Maria del Santo Sepolcro, si trovava sulla parte più alta del poggio delle Campora (dal latino “i campi”). Chiamato nei documenti anche monastero di San Sepolcro a Colombaia, fu fondato nel 1334 quando l’anacoreta Bartolommeo Bononi da Pistoia ottenne da papa Giovanni XXII facoltà di fondare presso Firenze un convento di frati dell’Ordine agostiniano vestiti di bigio. Dopo tentativi andati male, nel 1355 i frati ottennero di poter riedificare il convento nel popolo di Sant’Ilario nella collina di Colombaia. Qualche anno, dopo, tramite l’operato del cardinale Pietro Corsini, il monastero divenne per decisione papale la casa madre dell’Ordine di San Gerolamo meglio noto come ordine dei Girolamini.
Nel 1434 il monastero fu soppresso da papa Eugenio IV, che lo affidò poi ai monaci benedettini (cassinesi) della Badia Fiorentina. Essi però, dopo i danni dell’assedio di Firenze (1529-1530), ne convertirono i locali per ridurlo a luogo di soggiorno estivo, mantenendo l’ufficiatura della chiesa che era sovvenzionata da varie famiglie magnatizie fiorentine.

 

Di tutti gli altari e le cappelle laterali oggi resta soltanto quella di Sant’Antonio abate, accanto alla cappella maggiore, verso la sagrestia, fondata nel 1368 da messer fra Bartolomeo di Bindo Benini, priore dell’ordine gerosolimitano. Le pareti sono decorate da un ciclo di affreschi sulla vita del Santo, attribuito a Pietro Nelli o al giovanissimo Agnolo Gaddi, dove comunque compaiono un paio, se non tre mani diverse. Forse potrebbe trattarsi del misterioso Giovanni Gaddi.
Le scene affrescate sono tratte dalla biografia composta dal vescovo di Alessandria, Atanasio, e dalla Vita di Paolo, di Girolamo: il ciclo, che si svolge sulle tre pareti della cappella e si organizza in due registri che si leggono da sinistra a destra, dall’alto al basso. Partendo dalla parete sinistra, nel registro superiore, due scene distinte separate da un ammasso di rocce, con Antonio che distribuisce i suoi beni a poveri e bisognosi e poi visita un anziano monaco che vive ai margini della città, prima di affrontare l’eremitaggio nel deserto. Sulla parete dell’altare, nel registro superiore, diviso in due parti dalla finestra, sono raffigurate: la tentazione dell’avarizia, con la comparsa nel deserto di un masso d’oro (che doveva essere di lamina metallica e il cui distacco ha causato un’ampia lacuna) e la distruzione del romitaggio da parte dei diavoli. I tormenti demoniaci proseguono nella parete destra, sempre nel registro superiore, con il Santo battuto dai demoni e poi molestato dal diavolo panzooico che gli appare sotto forma di animali selvaggi (si distinguono ancora undici animali disposti su due file tra cui un orso, un caprone, un leone, un cinghiale, un lupo, un toro e un leopardo). Mentre il registro superiore è dedicato alla tentazione, alla prova, alla solitudine del deserto, il registro inferiore ha come tema la nascita del cenobitismo nell’Egitto del IV secolo, con Antonio che istruisce i suoi discepoli all’interno di un edificio conventuale e poi parte alla ricerca di Paolo. Il viaggio di Antonio per incontrare Paolo è narrato nel registro inferiore della parete dell’altare: a sinistra della finestra, Antonio incontra il centauro (in alto) e il satiro (in basso) che lo guidano nel deserto; a destra della finestra l’asceta sta bussando con una pietra al romitaggio di Paolo, il cui volto si intravede tra le rocce. Il ciclo si conclude sulla parete destra con Antonio e Paolo (vestito con la tunica di palma intrecciata) nutriti da un corvo: la scena è ricca di invenzioni interessanti: l’albero che, con le foglie ricoperte di datteri rossi, ‘buca’ la roccia della grotta; il corvo che vola sospeso tra i due volti specularmente simili degli eremiti. Chiude il ciclo il seppellimento di Antonio da parte di due discepoli mentre in alto quattro angeli portano in cielo l’anima del Santo: notevole è l’attenzione al vero, con il corpo dell’anacoreta che grava sul telo su cui è trasportato e affatica le schiene dei due compagni chinati. Completano la decorazione i quattro Evangelisti, identificati dai loro simboli e dalle iscrizioni perfettamente leggibili.

L’abate Domenico Moreni, nel 1793, testimoniò come ancora la chiesa conservasse, al suo interno, stemmi, varie sepolture nella pavimentazione, pitture di Neri di Bicci, Paolo Uccello e Filippino Lippi (Apparizione della Vergine a san Bernardo, oggi alla Badia Fiorentina) e altri. L’altare maggiore, sovvenzionato dagli Albizzi, era decorato fra Tre e Quattrocento dal grandioso polittico di Rossello di Jacopo Franchi oggi alla Galleria dell’Accademia.
Il fabbricato della chiesa cadde in stato di semi-abbandono dopo le soppressioni, finché l’ex monastero fu, in parte, trasformato in villa ad opera dei Del Corona, che l’acquistarono nel 1815 dal patrimonio delle corporazioni religiose. Poi fino alla prima metà del Novecento, la proprietà passò ai Burn-Murdoch.
Attualmente il fabbricato, dopo imponenti lavori di ristrutturazione terminati nei primi anni ottanta del Novecento risulta diviso in circa nove appartamenti tutti privati, taluni tra i quali (non aperti al pubblico) includono tutt’oggi il capitolo, due lati porticati del chiostro quattrocentesco e la cappella di sant’Antonio.

 

Bibliografia:
Fenelli Laura, Il convento scomparso. Note per una ricostruzine del complesso fiorentinodi Santa Maria al Sepolcro (le Campora), in: “Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz”, Bd. 55 Nr. 2, 2013

Molte immagini sono reperibili nel sito:
https://www.bildindex.de/bilder/gallery/encoded/eJzjYBKS42IvyEzWTczJEWJPTswtyC9KlGJ29HNRYi7JydZiEErmEgDJg3FRfllmSmqRkLNbTn5Ral6VjoJ3aV5xSUZmcUl-UWZxckZqsYInUCCzpLREITNPAa7MN7FCNyAnMS85Wxcmj2wJAALnK3w*

 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Santa_Maria_del_Santo_Sepolcro

Rilevatore: AC

CONCA DELLA CAMPANIA (CE), frazione Cave. Chiesa di Sant’Antonio abate

La Chiesa si affaccia sulla piazza. Via San Bartolomeo, 4
https://goo.gl/maps/wscgGpza4HQbqXFx5

 

L’attestazione più antica della chiesa è una relazione nella raccolta Ad Sacra Limina del 1590. L’aspetto odierno è di gusto neoclassico, frutto di interventi di restauro della seconda metà del secolo XIX. Nel 1853, infatti, in occasione della visita del Vescovo di Teano, mons. Sterlini, ne venivano rilevate le precarie condizioni strutturali.

La facciata richiama un tempietto classico. Quattro paraste sono sormontate da capitelli pseudo-corinzi, sui quali poggia un frontone triangolare. Sul portale squadrato in tufo una lunetta contiene l’affresco con sant’Antonio abate, databile al XIX secolo.

La chiesa è ad aula unica in cui si è immessi da un piccolo vestibolo sormontato dalla cantoria. Le pareti sono decorate a stucco con motivi “a dentelli”.
Al centro del soffitto – pseudo cassettonato – vi è un affresco degli anni ’20 del secolo XX raffigurante la Madonna Assunta, i Santi protettori (a sinistra sant’Antonio abate) ed un coro di Angeli.
L’abside semicircolare è ornata da semicolonne con capitelli pseudo-corinzi, su cui poggiano costoni in muratura definenti la calotta. Le semicolonne, a loro volta, definiscono gli spazi entro cui si aprono due edicole in cui sono ospitate le statue di Sant’Antonio abate a sinistra, e Sant’Antonio di Padova a destra.

 

Link:
https://www.concadellacampania.info/monumenti-conca-della-campania/chiesa-sant-antonio-abate/

TEANO (CE). Chiesa di Sant’Antonio abate

Borgo Sant’Antonio abate
https://goo.gl/maps/zUATUoRy7Bgmq9ys6

 

Il piccolo edificio religioso, con monastero e ospedale, faceva parte di un complesso edificato nella seconda metà del XIV secolo per volontà della famiglia reale degli Angiò, nel punto in cui la via Francigena attraversava il territorio della città di Teano, e affidato all’Ordine Antoniano. Scomparsi tra XV e XVI secolo monastero e ospedale, resta la chiesa che presenta un’aula a navata unica di forma rettangolare e da un’abside semicircolare. Le finestre a sesto acuto ancora visibili sui lati lunghi dell’aula testimoniano con certezza l’appartenenza dell’edificio  alla fase tardo gotica dell’architettura religiosa. La facciata, invece, ha perso tali caratteristiche a seguito di un intervento di restauro probabilmente operato dalla famiglia dei Marzano nel XV secolo.

Nessuno degli affreschi che decoravano la navata rettangolare, si è conservato, invece rimangono ampie tracce della decorazione dell’abside affrescata da uno o più pittori di sicura ascendenza giottesca (forse la stessa che operò a Sant’Angelo di Alife, vedi scheda) con episodi della vita del Santo che si sviluppano secondo uno schema narrativo a riquadri che procede dall’alto verso il basso e da sinistra a destra, ed ogni riquadro è delimitato da un elegante decoro geometrico che richiama analoghi decori presenti in chiese umbre e toscane. Nella parte bassa di ogni riquadro è presente una scritta che descrive la scena.
Gli episodi sono tratti dalla Vita di Antonio di Atanasio e dalla Vita di Paolo di san Girolamo. Vi erano quattro registri; irrimediabilmente perduti sono i quattro riquadri che formavano il primo registro, il più alto, e che probabilmente raccontavano la giovinezza ed i primi anni di vita eremitica di Antonio.
Gli affreschi del secondo registro sono persi, ma le due scene all’estrema destra dovevano rappresentare una l’incontro tra Antonio e Paolo, definito dai pochi frammenti superstiti della didascalia “primo eremita”, e l’altra, per le sagome incise sull’intonaco, il corvo che porta il pane ai due Santi.
Nel terzo registro, il primo riquadro è molto rovinato e di difficile lettura, ma si intravedono le montagne e i contorni di qualche figura; qui doveva essere raffigurato il momento in cui Antonio, allontanatosi da Paolo e assorto in preghiera, fu avvisato da una visione della morte del compagno. La scena successiva ritrae il momento del seppellimento del corpo di Paolo, con due leoni intenti a scavare una fossa. Nel terzo riquadro vi è un episodio delle Tentazioni con Antonio insidiato da una donna-diavolo in uno scenario aspro e montuoso. Il riquadro seguente, frammentario, raffigura Antonio che viene percosso dai demoni.
Il quarto registro, il più basso, si apre con una scena di cui rimangono pochi frammenti: nella parte superiore una figura maschile, a malapena visibile, circondata da angeli; nella parte inferiore si distinguono i segni di un’aureola incisi nell’intonaco; probabilmente si riferiscono al testo di Atanasio che narra del momento in cui Antonio, dopo le percosse subite, invoca Gesù che gli appare circondato da serafini. Nel riquadro successivo il Santo è raffigurato in preghiera davanti all’ingresso di una chiesa, mentre un angelo sopraggiunge dall’alto con un cartiglio dalla iscrizione non più leggibile: quando un angelo gli comunica l’avvicinarsi della morte.
Segue un riquadro con una bella effige del Santo, forse di mano diversa dagli altri riquadri, raffigurato in piedi, indossa il mantello con cappuccio scuro, tiene il bastone nodoso a forma di tau nella mano destra, un libro in quella sinistra. Il ciclo termina con il riquadro della Morte di sant’Antonio, con le esequie conventuali del santo, disteso su di un letto circondato da cinque frati che lo piangono.

All’interno della chiesa si conserva una statua di sant’Antonio abate con i consueti attributi.

 

 

Parte delle notizie e delle immagini da:
Italia Caradonna, Immagini e testi da alcuni cicli da alcuni cicli ad affresco del primo Quattrocento nell’alto Casertano: il caso di Sant’Antonio Abate, da: “Polygraphia” 2020, n. 2, pp. 65-81

Link:

http://www.prolocoteanoeborghi.com/?page_id=175

https://agoradelsapere.wordpress.com/2019/01/17/il-complesso-monastico-di-s-antonio-abate-di-teano/

https://www.flickr.com/photos/mimmofeola/sets/72157656813527385/ (immagini)

PASTORANO (CE), frazione Pantuliano. Chiesa di San Giovanni Evangelista, cappella di Sant’Antonio abate con affreschi di scene della sua vita

Via Nenni, 57
https://goo.gl/maps/aryT8zs4BxagxrrH6

 

La chiesa di S. Giovanni in Pantuliano appare nell’elenco delle chiese dell’arcidiocesi di Capua nelle Rationes Decimarum del 1308-10). In effetti, la chiesa, per la struttura architettonica e volumetrica, sembra più antica del XIV secolo e conserva una navata unica, pressoché priva di aperture, conclusa dall’abside semicircolare.
Sulla sinistra, con ingresso diretto sull’antistante sagrato, è la cappella di S. Antonio con portale sovrastato da un archivolto gotico. La sua cornice interna è articolata in archetti pensili e racchiude pochi resti di una Madonna con Bambino ad affresco.
Il portale è sormontato da un’iscrizione in caratteri gotici che spiega che la cappella venne fondata per volontà di don Antonio Adecoci, arcipresbitero della chiesa di San Giovanni, dotata di un appezzamento di terra ampio più di dieci moggia in cambio di due messe settimanali per la sua anima e per quella dei propri defunti, e infine consacrata l’8 febbraio 1431. Il ciclo ad affresco doveva verosimilmente rendere omaggio al santo onomastico del fondatore e, al contempo, mettere in guardia i fedeli, che, solo seguendo l’esempio dell’eremita – rinunciando, cioè, ai beni materiali e purificandosi dai peccati commessi grazie alla confessione – potranno aspirare alla salvezza dell’anima per il tramite della preghiera.

Gli affreschi utilizzano per l’iconografia due fonti testuali diverse. Sulla parete dell’altare della cappella, la vita del Santo, narrata in quattro rovinatissime scene suddivise su due registri. In alto a destra, un giovane Antonio vestito con abiti borghesi intento a donare ai poveri i suoi beni. Questo episodio è ispirato da un altro testo agiografico, la Vita di sant’Antonio, opera di Atanasio.
In alto a sinistra, la Fuga dalla città di Patras, dove Antonio è raffigurato, insieme ad alcuni compagni, fuori le mura della città, pronto a recarsi nel deserto per intraprendere la vita eremitica. La fonte agiografica di riferimento è la Leggenda di Patras, che in netta contraddizione con il testo di Atanasio che presenta Antonio come un eremita solitario, lo descrive come l’anziano abate di un monastero che, stanco della vita monastica e desideroso di solitudine, decide perciò di fuggire nel deserto insieme ad alcuni compagni calandosi di notte dalle mura della città per mezzo di una cesta.

In basso a destra, la rovinatissima scena dell’Incontro con il centauro che, nel testo della Leggenda di Patras, è spiegato essere Agatone un anacoreta che aveva assunto tali sembianze assunte dopo aver ceduto alle tentazioni del demonio. Con una lettura delle immagini che procede da destra a sinistra, il ciclo si chiude con la Morte del santo – scena molto rovinata e di difficile lettura –, con Antonio disteso sul catafalco circondato dai confratelli piangenti.

 

 

Parte delle notizie e immagini da:
Italia Caradonna, Immagini e testi da alcuni cicli da alcuni cicli ad affresco del primo Quattrocento nell’alto Casertano: il caso di Sant’Antonio Abate, da: “Polygraphia” 2020, n. 2, pp. 65-81

Link:
http://www.vicusmedievalis.altervista.org/old/monumenti/pantuliano.htm