FANO (Pu). Chiesa di Sant’Antonio abate

Posta come fondale ad un “trebbio” (trivio), dove convergono sulla piazza Costanzi le vie Bovio e Cavour.
https://maps.app.goo.gl/7NrzPVPJGqdPzax49
 

Eretta nel 1400 vi fu sepolto l’architetto Matteo Nuti; crollata, venne interamente ricostruita nel 1749 su disegno dell’architetto Gianfrancesco Buonamici.
Al suo interno, sugli altari laterali, sono conservate le pregevoli tele di Sebastiano Ceccarini (la Sacra Famiglia e Vergine con i santi Liberata, Gaetano da Tiene e Antonio di Padova).

 

Sull’altare maggiore un olio su tela di 360 x 226 cm, realizzata dal pittore fanese Carlo Magini (1720-1806) nel 1750 che raffigura Sant’Antonio abate orante. Il vecchio eremita è inginocchiato davanti a delle rocce su cui poggiano una croce, un libro aperto e un teschio; alle sue spalle due putti alati (mutuati dal Sant’Andrea Corsini di Guido Reni) sorreggono le insegne abbaziali (mitra e pastorale); sullo sfondo si staglia una veduta collinare con una città fortificata

Gli ovali con le immagini dei Santi che ornano le paraste sono opera del pittore veneto Francesco Pittoni.

La facciata venne completamente rinnovata nel 1922, come testimonia una targa lapidea.

All’esterno è  visibile una formella in terra cotta che riporta l’intitolazione.

 

 

 

Note:
Attualmente di culto ortodosso
: il vescovo della Diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli e Pergola Armando Trasarti ha concesso nel 2011 ai cristiani ortodossi l’uso della chiesa che si è costituita in parrocchia intitolata ai SS. Antonio, Teodoro e Tatiana.

 

Link:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1100245562

Fruibilità:
Normalmente non visitabile.

Rilevatore: Valter Bonello

Data ultima verifica sul campo: 15/09/2008

FANO (Pu). Cattedrale, Cappella Nolfi, affresco di Sant’Antonio abate

 

Immagine di Sant’Antonio abate all’interno della cappella Nolfi, la terza entrando nella Cattedrale, sulla destra.
L’immagine si trova alla sinistra della pala dell’altare.


La cappella
è ricca di dipinti e affreschi, ed è decorata e rivestita di preziosi marmi.
Nell’ottobre 1604, accogliendo la loro richiesta, la cosiddetta “Cappella grande” venne concessa in patronato a Guido e Cesare Nolfi, patrizi fanesi, che si impegnarono a trasformarla.
Con l’obbligo d’erigere l’altare entro il 1606, essi la commissionarono a Matteo Castelli che vi pose in alto le statue della Fede e della Speranza, la tela “il Paradiso e l’Assunta” che fu dipinta dall’anconetano Andrea Lilli.
Morto nel 1612 Cesare (che era un ecclesiastico), fu Guido a portare a termine i lavori della cappella, che però, non vide mai, perché non si mosse da Roma dove, insigne giurista, rivestì incarichi nella curia capitolina, servendo sette pontefici.

Fase cronologica:

– 1604 inizio della costruzione della cappella
– 1606 viene terminato l’altare
– 1612 Cesare Nolfi fa scolpire da Francesco Caporale i busti del fratello
– 1614 viene realizzata la decorazione dall’architetto Girolamo Rainaldi
– 1617 /1618 inizia e termina la realizzazione degli affreschi realizzati da Domenico Zampieri
– 1627 muore Guido Nolfi
– nel corso degli anni la cappella subì molteplici restauri per i danni fatti dall’umidità
– 1641 crollo della volta a causa delle vibrazioni date dal terremoto
– 1672 un altro terremoto fece crollare la torre campanaria che si coricò su gran parte della chiesa danneggiandola in modo gravissimo.

 

Fruibilità:
La Chiesa è normalmente aperta.

Rilevatore: Valter Bonello

Data ultima verifica sul campo: 15/09/2008

SANZENO (Tn), fraz. Banco. Chiesa di Sant’Antonio abate

Banco si trova a poca distanza da Sanzeno, lungo la strada che porta al lago di Santa Giustina.
La Chiesa è in Via Sant’Antonio abate. https://goo.gl/maps/UHALvx3Dk5fd9crf8

Nel cuore del piccolo borgo rurale, si trova la parrocchiale di S. Antonio abate, in stile gotico e con un portale di gusto rinascimentale.
All’interno due belle cariatidi, con resti di affreschi del secolo XV.
Altri affreschi, più recenti, sono del 1938, ad opera di Carlo Bonacina, compreso una raffigurazione di sant’Antonio abate nella parte destra dell’abside (vedi fig. 1 in basso).

La costruzione dell’edificio originario si realizzò probabilmente nel XIV secolo e il ciclo di affreschi che conserva all’interno risale a quel periodo. La chiesa venne citata per la prima volta nel 1376.  All’inizio del XVIII secolo la struttura fu resa più solida con l’aggiunta di nuove pareti a barbacane. Un importante lavoro di restauro venne poi realizzato nel 1895 per ovviare alle infiltrazioni di umidità.
Nel 1922 fu realizzato un intervento fortemente criticato perché, con l’ampliamento della sala e l’allungamento della navata, la facciata originale venne demolita e con essa andarono perduti le parti affrescate che l’adornavano.

 

 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 05/08/2008 – aggiornam.  15 dicembre 2021

BORGO SAN DALMAZZO (Cn). Abbazia di San Dalmazzo di Pedona, altare già di Sant’Antonio abate.

Abbazia-Parrocchiale di Borgo San Dalmazzo, nei pressi di Cuneo.

 

Le testimonianze più antiche di insediamento nell’area di Borgo San Dalmazzo, interessata in età romana da una necropoli, sono costituite dalle strutture murarie in parte messe in luce dallo scavo archeologico eseguito negli anni Cinquanta del secolo scorso.
Il corpo di fabbrica in questione, rinvenuto sotto la sacrestia settecentesca e sotto quella attuale e nel portico adiacente, ha fondazioni profonde a seguire il ripido pendio, che venne terrazzato con filari di grandi ciottoli, ed altre strutture collegate ad una stratificazione in situ che autorizzano l’identificazione dei resti di un edificio residenziale di epoca tardoromana, che venne solo parzialmente demolito al momento dell’edificazione di una prima chiesa, della quale si è individuata l’abside di sei metri di diametro, che sfruttò come muro di catena dell’arco trionfale un tratto delle strutture tardoromane, con un intervento attribuibile al tardo VI secolo.
Esse vennero riutilizzate anche in altri punti del terrazzamento, come attesta una grande tomba a cassa in lastre di bardiglio di Valdieri, inserita in un angolo dell’antico edificio: si tratta di una sepoltura privilegiata anche se non la più importante del sito per la sua posizione. A questa è forse accostabile anche un frammento di lastra decorata con croce gemmata e lettere apocalittiche, rinvenuta negli anno Ottanta del secolo scorso nel sagrato.
Una seconda ampia abside, evidenziata durante i lavori per la creazione di un’intercapedine di risanamento all’esterno della cripta, pare disporsi sul prolungamento di un breve tratto di muro orientato est-ovest, addossato e forse sovrapposto alla chiesa più antica.
A questo nuovo edificio di culto potrebbe riferirsi l’importante arredo architettonico altomedievale in pietra databile all’VIII secolo ed attribuito all’attività di una bottega di artigiani operanti sui due versanti delle Alpi Marittime.
La chiesa romanica nelle linee generali è quella ancor oggi esistente, riplasmata all’interno in forme decorative barocche, ma conservata nella pianta e nell’elevato.
All’XI-XII secolo sono pure riconducibili alcuni resti pittorici e frammenti di stucchi rintracciati su queste parti ora restaurate.
La costruzione della cappella gotica destinata alle reliquie di San Dalmazzo venne attribuita in un’attestazione degli anziani di Borgo del 1594 alla regina Giovanna d’Angiò.
Dopo la riduzione della chiesa ad ospedale militare ed ad altre vicende locali, si pose mano ai primi restauri della chiesa nel 1835, con riparazione di tetti e strutture e con interventi decorativi e pittorici. Dalla fine Ottocento, periodo in cui terminarono gli interventi di recupero, la chiesa ha mantenuto fino ad oggi la sua fisionomia.

Nel presbiterio si trovano gli elementi su cui gravitano i segni centrali della celebrazione eucaristica.
Sulle pareti laterali dello stesso campeggiano due tele secentesche raffiguranti l’Adorazione dei pastori e l’Ultima Cena, attribuite al pittore cuneese Lelio Scassa (XVII sec.).

 

Note storiche:
Con il riordino generale effettuato nel 1703, gli altari secondari, sorti nel tempo in maniera disordinata all’interno della chiesa, presero posto nelle cappelle ricavate in ogni campata esterna, sei per lato, concesse a famiglie o a sodalizi religiosi, e chiuse con cancelli metallici.
L’altare dedicato a Sant’Antonio abate pare uno dei più antichi come titolo, con legati di messe risalenti al 1546, spettante già ai Luperia, nel 1583 risulta agli Arlotto e poi ai Canubi, che vi istituirono una cappellania nel 1674.
Nel 1805 i conti Canubi accettarono la proposta di cambio di sede con la Compagnia del Suffragio e trasferirono il titolo di Sant’Antonio al terzo altare meridionale.
Il patronato si perse a fine Ottocento e l‘altare nel 1935 circa venne dedicato a santa Teresina del Bambin Gesù, come risulta dal cartiglio con scritta dedicatoria a questa santa.
Nella nicchia si trova ora la statua di san Dalmazzo evangelizzatore.
La vetrata del 1960 raffigura Santa Teresina con Gesù e il santissimo Sacramento.

 

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 27/07/2008

 

VETRALLA (Vt). La Parrocchiale dei Ss. Filippo e Giacomo, già di S. Antonio abate – scheda 1 (affreschi absidali).

La Chiesa che si trova nell’alberata Piazza G. Marconi, 291.  https://maps.app.goo.gl/rxMSrZ8uqudE6wiU

All’interno, a due navate, vi sono opere provenienti dalla vicina chiesa del Carmine che venne demolita nel 1909 e dalla chiesa Santi Filippo e Giacomo che fu colpita durante il bombardamento del 1944. E’ possibile, pertanto, trovare in questa chiesetta gli arredi ed alcune opere provenienti da altri edifici.

La struttura fu realizzata in epoche diverse a partire dalla prima metà del Settecento a cui è ascrivibile la parte che reca una decorazione più scura nei pressi della zona presbiterale.
Nel 1715, infatti, come riferisce una visita pastorale, i possidenti di bestiame di Vetralla decisero, per un voto a S. Antonio, di ingrandire la Cappella dedicata al santo. La chiesa fu quindi allungata ed il soffitto in quell’occasione venne interamente dipinto.
Successivamente, nel 1909 venne inserita la cappella dedicata alla Madonna del Carmelo dopo che la vicina chiesa dei Carmelitani dovette essere demolita. Anche in questa occasione la chiesa subì un ampliamento: venne prolungata la navata con conseguente allungamento del soffitto.
Questa nuova parte, più chiara rispetto alla precedente, venne dipinta dal pittore Giulio De Simoni nel 1925-27 il quale realizzò anche l’attuale decorazione della Cappella dedicata alla Madonna del Carmelo.
Il pavimento è realizzato con lastre di pregevoli marmi di prima scelta e varie pezzature accuratamente allettate con malta fine di calce e pozzolana e giunti connessi con malte cementizie bianche o colorate.
Si evidenzia la particolare cura adottata nel taglio dei conci, negli incastri in corrispondenza delle antiche mura e nella arrotatura e levigatura finale dell’insieme.
L’intero pavimento è composto da due guide di cui, una più grande, in corrispondenza della navata principale e l’altra, più piccola, nella Cappella della Madonna del Carmelo e da un decoro di carattere modulare.
Il disegno è composto da una serie di riquadri in pregevoli lastre di marmo Verde Guatemala, incorniciate da conci in marmo Bianco di Carrara e Bardiglio Imperiale.
Sottili ricorsi in marmo Rosso di Verona, tra loro ortogonali e intersecantisi nei centri dei riquadri principali, conferiscono all’intera pavimentazione una visione d’insieme gradevolmente policroma e coesiva e perfettamente armonizzata con il sovrastante cassettonato ligneo.


Il ciclo di affreschi
Dal punto di vista pittorico la chiesa attuale presenta una decorazione limitata. La parte inferiore dell’abside è stata realizzata nel 1563 da un non meglio identificato Maestro Claudio Pittore, mentre il catino absidale risale al secolo successivo. Sono invece scomparsi gli affreschi della navata, scalpellati e distrutti nel 1715 per far posto agli attuali medaglioni dipinti. Completano l’arredo artistico della chiesa alcune tele ed un affresco staccato.

La nostra analisi iconografica sarà dedicata esclusivamente alle raffigurazioni di S. Antonio abate. La devozione a questo santo iniziò quando l’originaria chiesetta di Santa Maria del Popolo fu affidata alla Compagnia di S. Antonio per l’Arte del Bestiame.

Scheda 1   –  AFFRESCHI ABSIDALI 

Nell’abside viene rappresentato sul trono S. Antonio abate con l’abito monacale ed i canonici attributi del pastorale e della campanella, infilata nella mano benedicente e simbolo delle tentazioni cacciate. Il volto benevolo è quello di un vecchio, la tradizione narra infatti che morì ultracentenario. ( immagini in basso).
Il personaggio è raffigurato assiso su di un trono ai cui lati sono stati rappresentate delle sfingi alate. Nell’antico Egitto erano simbolo di vigilanza ed erano rappresentate con un corpo di leone e con la testa umana. Successivamente, nell’arte greca, le vennero attribuite ali, mammelle e testa femminile. In questa forma appaiono nell’arte rinascimentale e nell’epoca successiva come simbolo di sapienza. E’ possibile, dunque, ascrivere le caratteristiche di vigilanza e sapienza alla figura di S. Antonio: sapienza per lo studio che fece delle Sacre Scritture e vigilanza sul Maligno.
Dietro di lui s’intravede il muso di un animale simile ad un maiale, tradizionale attributo del Santo, che, ad una più attenta analisi, risulta essere quello di un cinghiale. Quest’ultimo è stato il primo animale che venne accostato in Francia  alla figura di Antonio, diventato poi maiale per estirpare il ricordo dell’antica cultura celtica.
L’Abate è affiancato da due figure di Santi: si tratta di San Lorenzo e S. Alberto degli Abati.
Il primo è raffigurato con il libro dei Salmi e la graticola, strumento con cui gli fu imposto il martirio. Indossa la dalmatica, tradizionale veste liturgica dei diaconi. La presenza di questa figura accanto a S. Antonio potrebbe essere dovuta ad una associazione di attributi in quanto, anche se in maniera molto diversa, il fuoco caratterizza i due personaggi. Ma S. Lorenzo è anche il santo dedicatario della cattedrale di Viterbo, si è voluto così sottolineare il legame di Vetralla con la sua Diocesi.
L’altro personaggio è S. Alberto degli Abati, vissuto nel XIII secolo, raffigurato con l’abito dei monaci carmelitani. Regge in mano un libro e il giglio, simbolo di purezza e della vittoria riportata nella lotta sui sensi. Ai suoi piedi si trova un demone, simbolo del male sconfitto. Ma cosa ha indotto la committenza a far raffigurare Alberto degli Abati accanto a S. Antonio? Questi fu tra i primi santi carmelitani venerati nell’ordine del quale più tardi fu considerato il patrono. S. Alberto fu raffigurato probabilmente un ventennio prima della realizzazione della chiesa della Madonna del Carmine, con annesso il convento dei carmelitani, a testimonianza del fatto che già esisteva una particolare devozione per la Madonna del Carmelo.
Tutti i personaggi si trovano collocati su di un paesaggio raffigurato approssimativamente, tuttavia vengono contestualizzati nell’ambiente in cui si trova la chiesa: cioè il paesaggio ha l’intento di raffigurare realmente la campagna circostante l’edificio, che quando fu eretto si trovava fuori dalle mura cittadine.

Catino absidale.
Gli affreschi realizzati nel catino absidale sono più tardi rispetto a quelli sottostanti e realizzati su di una seconda struttura più bassa rispetto a quella originaria. E’ possibile datarli intorno alla metà del Seicento, data la differenza stilistica con quelli sottostanti sicuramente più pregiati.
Nel catino viene raffigurata la Madonna del Popolo nell’atto di proteggere i fedeli cingendoli con il manto. Il personaggio con la veste verde ed il mantello marrone guarda verso lo spettatore: potrebbe trattarsi di qualche notabile del paese che finanziò parte della spesa di questo affresco.
La raffigurazione di questo gruppo di figure è dovuta alla presenza dell’originaria cappelletta preesistente alla chiesa e dedicata proprio alla Madonna del Popolo.
Anche questo affresco è collocato su di uno sfondo naturalistico: in lontananza si intravedono la chiesa S. Antonio Abate e la chiesa del Carmine.


Scheda 2  Gli ovali settecenteschi, per approfondimenti e immagini vedi: https://www.santantonioabate.afom.it/vetralla-vt-la-parrocchiale-dei-ss-filippo-e-giacomo-gia-di-s-antonio-abate-scheda-2/

La chiesa S. Antonio abate subì vari ampliamenti dopo i rifacimenti settecenteschi. Il primo avvenne nel 1909 quando fu allungata la navata centrale con relativo prolungamento del soffitto a cassettoni. Qui ancora oggi è possibile notare la differenza tra le decorazioni pittoriche originarie e quelle realizzate in epoca recente.
Sempre in questa data fu realizzata una cappella laterale dedicata alla Madonna del Carmine, dove fu collocata un’immagine proveniente dalla chiesa delle Murelle già demolita.
Nel 1925 vennero iniziati i lavori per la costruzione dell’attuale cappella della Madonna del Carmelo. Quest’ultimo ampliamento causò la distruzione di tre medaglioni realizzati durante il Settecento che rappresentavano il “Ciclo delle storie di S. Antonio”, che attualmente ci appare dunque incompleto.
E’ possibile ipotizzare che l’inizio delle raffigurazioni sacre avesse inizio proprio dalle porzioni di parete demolite, analogamente a quanto avviene nella disposizione in sequenza delle Viae Crucis. Analizzando la tradizionale iconografia del santo è fondato supporre che i tre affreschi scomparsi rappresentassero:
1 – S. Antonio vende i propri beni terreni per condurre vita ascetica. 2 – Le tentazioni di S. Antonio. 3 – S. Antonio si reca ad Alessandria per sostenere i cristiani perseguitati da Massimino Daia.
Nei cinque ovali superstiti la storia del Santo continua con:
4 – S. Antonio consegna la regola monastica ai suoi primi monaci. 5 – S. Antonio, vicino alla sorgente dove aveva preso dimora, accoglie due monaci che volevano vivere come lui.  6 – S. Antonio combatte l’eresia di Ario istruendo e confortando i cristiani d’Alessandria. 7 – S. Antonio fa visita a S. Paolo Eremita.  8 – S. Antonio sconfigge il drago simbolo del demonio. Quest’ultimo ovale rappresenta l’epilogo del “Ciclo delle storie di S. Antonio”.
I medaglioni sono tutti inquadrati da motivi ornamentali in stucco dorato opera di Giovan Francesco Giliotti abitante in Vetralla che,
Confronto iconografico tra due epoche
A conclusione di questo capitolo dedicato a S. Antonio è opportuno fare un confronto tra la rappresentazione tardo-rinascimentale, così come appare nell’abside, e le raffigurazioni settecentesche degli ovali, che mostrano un’iconografia che continua ad essere usata ancora oggi.
Nell’epoca più antica veniva dato risalto al ruolo di teologo, asceta e difensore della fede: il santo viene ieraticamente rappresentato in cattedra con l’attributo delle sfingi, simbolo di sapienza, e con un ricco pastorale da Abate.
Negli ovali settecenteschi il personaggio, pur mantenendo ancora il suo ruolo di difensore della fede, non è più proposto nella veste del dotto abate, viene invece messo in risalto il ruolo di frate taumaturgo, tendenza che si è poi accentuata nell’iconografia ottocentesca. Il teologo, cui sempre si era votato il popolo delle campagne, diventa così il povero frate che oggi conosciamo.



Link:
http://www.sfeg.it/index.htm

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 02/08/2008