TORRITA DI SIENA (Si). Chiesa delle Ss. Flora e Lucilla; polittico “Adorazione dei pastori, con sant’Antonio abate”

 

La Chiesa di Santa Flora e Lucilla, insieme al Palazzo Comunale, costituiscono il lato più antico della Piazza entro le mura del Castello di Torrita.

 

Polittico attribuito a Bartolo di Fredi (Siena 1330 ca. – San Gimignano ? 1410), XIV sec., Adorazione dei pastori, Tavola cm. 187 x 183.
Il polittico, costituito in origine da più scomparti, come dimostrano anche le tracce dei cavicchi visibili sui bordi esterni delle tavole laterali, si compone oggi di solo tre sezioni: nella scena centrale campeggia una capanna, aperta sui quattro lati, dove è situato il Gesù Bambino, che suggerisce una certa rigidità imposta anche dalle fasce che lo avvolgono. Disposto in una spoglia mangiatoia, con alle spalle il bue e l’asino, è attorniato da vari personaggi in adorazione.
La Madonna, ritratta con le mani incrociate sul petto è affiancata da san Giuseppe genuflesso in preghiera che indossa un abito rosso rivestito internamente di giallo.
Altri due soggetti sulla destra assistono in adorazione il Bambino; si tratta di una pastore in compagnia di un cane con lo sguardo rivolto in alto verso la cometa, situata sulla tettoia della capanna, ed un’altra figura maschile genuflessa sulla destra della capanna che ricorderebbe un frate francescano.
Bartolo riesce a creare un ambiente sereno con i volti dei soggetti che esprimono un senso di devozione e stupore non senza qualche accenno di pietismo.
E’ evidente la sproporzione che c’è tra la Vergine e gli altri soggetti della scena. Sul registro superiore emergono dalle nuvole otto angioletti che si stagliano sul fondo dorato.
Sullo scomparto destro è visibile la figura di Sant’Antonio Abate, riconoscibile per gli immancabili attributi del bastone a forma di tau e soprattutto del maiale, considerato un animale sacro perché allevato dall’ordine religioso degli Ospedalieri Antoniani al fine di curare la malattia cutanea dell’herpes zooster meglio conosciuta come fuoco di Sant’Antonio o male degli ardenti. …
Particolare interessante del polittico è costituito dalla coppia di maiali ai piedi di Sant’Antonio, rappresentati con la cintura bianca, caratteristica tipica della Cinta Senese, razza suina autoctona oggi a rischio estinzione.
Nel pannello di sinistra è rappresentato Sant’Agostino con indosso i solenni paramenti vescovili nell’atto di benedire, mentre con la mano sinistra stringe il pastorale.
Entrambi i Santi si stagliano su un fondo oro decorato a punzone.
E’ un’opera molto discussa dalla critica, la cui attribuzione è contesa tra due artisti affini come Bartolo Di Fredi e Taddeo Di Bartolo, ritenuti erroneamente legati da un rapporto di parentela (padre-figlio) dal Vasari.
La paternità di Bartolo Di Fredi sembrerebbe esasere confortata e sostenuta da gran parte degli studiosi.
Fu uno dei pittori toscani più operosi, attivi nella seconda metà del sec. XIV. Le numerose opere svelano tuttavia l’intrinseca debolezza del suo linguaggio artistico, ridotto a una sigla eclettica, derivante da Simone Martini, dai fratelli Lorenzetti e da Niccolò Tegliacci, di cui forse fu scolaro. Il primo documento che lo ricorda è del 1353, associato con Andrea Vanni; la sua opera più celebre, il ciclo di affreschi dell’Antico Testamento nella collegiata di San Gimignano, è del 1367.
Produsse un gran numero di pale d’altare ed affreschi. Collaborò con altri artisti in cicli affrescati, dipinti su tavola e sculture policrome. Molte delle sue più importanti opere furono eseguite insieme al figlio, Andrea di Bartolo.
Partendo dai resoconti più antichi, l’opera, dopo un accenno dell’erudito De Angelis (1821), viene inventariata dal Brogi (1897) come dipinto alla “Maniera di Taddeo di Bartolo”. Si passa quindi ad analisi più puntuali dal punto di vista scientifico a partire dal Perkins fino a Berenson (1932). Quest’ultimo, nei suoi “Indici”, ad vocem Torrita, parlando del dipinto lo attribuisce a “Bartolo Maestro Fredi”.
L’erudito locale G.M. Gasparri, su una copia del testo Notizie istorico critiche di Fra Giacomo da Torrita del De Angelis, scrive a mano un’annotazione, mutuata dal critico Cesare Brandi, in cui si legge che l’opera “è della scuola di Taddeo di Bartolo anzi, dice lo studioso senese, proprio di Taddeo”. Il Brandi la mette in relazione temporale con l’Adorazione dei Pastori conservata al Museo di Beziers in Francia; quella francese è difatti ritenuta una replica del polittico torritese. Gli studi più recenti tendono invece a rimarcare l’attribuzione a Bartolo di Fredi.
Le figure sono rese con scarsa dovizia di particolari. Bartolo le semplifica conferendo più importanza al dato volumetrico. Tale aspetto si riscontra agevolmente nei panneggi diventati più pesanti con i corpi dei protagonisti ancora più tangibili.
La Madonna si discosta dalle altre versioni giovanili. Il mantello si chiude cadente e pesante sulle spalle, i gomiti contribuiscono ad alzarlo agevolando l’osservazione del volto. La veste si caratterizza quasi come un guscio chiuso.
I santi degli scomparti laterali sono evidentemente improntati sul dato plastico come del resto i soggetti dello scomparto centrale. Bartolo li raffigura in piedi sul basamento e li colloca entro uno spazio chiuso quasi si trattasse di statue definite in una nicchia.
La critica è a tutt’oggi divisa sulla questione della datazione della tavola, mentre sembra trovare un parere unanime l’assegnazione a Bartolo di Fredi.
Stando a quanto rilevato dal Freuler (1994) la cronologia dell’opera di Santa Flora oscillerebbe in un lasso temporale che va dal 1366 al 1388, coincidente con il momento di passaggio dalla produzione giovanile alla prima maturità. Secondo lo stesso autore, l’opera sarebbe stata trasferita a Torrita fra il 1695 ed il 1699 dall’altare della Cappella del Parto presso la Chiesa di Sant’Agostino di Montalcino, fatta costruire dalla nobildonna Petra Cacciati e dove l’opera era collocata originariamente. A supporto di tale tesi, in un testamento del 1463, la nobildonna torritese, Andreoccia di Bandino, indicò il convento degli agostiniani di Siena come erede universale dei suoi beni. Nelle clausole dell’atto notarile la stessa dichiarò di voler essere seppellita in Santa Flora assieme ai familiari, oltre alla volontà di fare erigere una cappella o in Sant’Agostino a Siena o nella stessa chiesa paesana…

Descrizione tratta da Niccolò Malacarne, in La Chiesa delle Ss. Flora e Lucilla tra Storia ed Arte, Associazione Culturale Villa Classiva, Torrita di Siena, 2010, pp. 95.

 

Note storiche:
Chiesa romanica ad una sola navata, Santa Flora e Lucilla è l’edificio di maggiore pregio architettonico. Eretta nel XIII secolo, è caratterizzata da una facciata a mattoni, ricca di decorazioni in laterizio e da un portale leggermente strombato. Oltre ad alcuni frammenti di affreschi affiorati durante gli ultimi restauri, la chiesa conserva veri gioielli di arte pittorica della Scuola Fiorentina del 400, di Benvenuto di Giovanni, di Taddeo di Bartolo e di Bartolo di Fredi.
Anticamente questa chiesa era in gran parte affrescata e tracce sono visibili sopra il coro, dove sono state riportate in superficie un’Assunta ed un’Immacolata attribuite alla scuola del Sodoma.
Il tempio conserva la lunetta marmorea a bassorilievo “Il sangue del Redentore” attribuita a Donatello (1430). Non si conosce la collocazione originale dell’opera che nel XIX secolo venne spostata dall’esterno della Chiesa della Madonna delle Nevi al vestibolo dell’Ospedale di Maestri. Si ipotizza che il bassorilievo fosse in origine parte di un tabernacolo composito.
Nell’opera “La Pittura Senese nel Rinascimento, 1420 – 1500”, raccolta edita dal Monte dei Paschi di Siena nel 1989, si trova una critica di Keith Christiansen che riporta:  “… L’ipotesi più probabile è che il Donatello avesse creato un rilievo precisamente di questo tipo durante la sua permanenza a Siena. L’opera viene datata attorno agli anni trenta del Quattrocento, ed è stata associata al tabernacolo di Donatello per San Pietro a Roma…”

 

Bibliografia:
Niccolò Malacarne, in La Chiesa delle Ss. Flora e Lucilla tra Storia ed Arte, Associazione Culturale Villa Classiva, Torrita di Siena, 2010, pp. 95.

Email: http://www.comune.torrtita.siena.it

Note:
La scheda si è potuta presentare grazie alla collaborazione del signor Paolo Pesenti di Torrita di Siena.

Rilevatore: Feliciano Della Mora

Data ultima verifica sul campo: 30-05-2012

GAMBASCA (Cn), loc. Furnas. pilone con affresco raffigurante sant’Antonio abate

PILONE VOTIVO – Lungo Via Comba Nari – Località Furnas

Struttura in pietra, con tetto in lose, affrescata sia internamente che esternamente.
Sulle pareti esterne sono visibili dipinti raffiguranti san Chiaffredo e sant’Antonio Abate ad opera di un pittore al momento non identificato.
Sulla facciata è visibile un motivo decorativo floreale che contorna la nicchia, anch’essa riccamente affrescata.

 

Rilevatore: Ersilio Teifreto

Data ultima verifica sul campo: 01/05/2012

 

GENOLA (Cn). Loc. San Ciriaco. Cascina Damiano, affresco raffigurante la Madonna con il Bambino e sant’Antonio abate

Loc. San Ciriaco, cascina Damiano.

Affresco murale cinquecentesco che si trova sulla facciata della cascina denominata Damiano, ubicata in località San Ciriaco.
Ritrae la Madonna con il Bambino e Sant’Antonio abate.

 

Rilevatore: Ersilio Teifreto

Data ultima verifica sul campo: 30/04/2012

 

SALUZZO (Cn). Museo Civico Casa Cavassa, pilone votivo, affresco con sant’Antonio abate

Via S. Giovanni, 5 – 12037 Saluzzo. Tel. e Fax 0175/41455

 Casa Cavassa è sede del Museo Civico della città di Saluzzo. Anticamente fu la dimora dei marchesi di Saluzzo ed in seguito della famiglia Cavassa, originaria di Carmagnola i cui membri furono Vicari Generali del Marchese di Saluzzo.
Il motto della famiglia Cavassa, riscontrabile in numerosi affreschi all’interno della casa-museo, era: “DROIT QUOY (talvolta corretto in QUOI) QUIL SOIT” (traducibile in Giustizia in qualunque modo).
È uno degli edifici più significativi del Rinascimento saluzzese e ospita arredi in stile (mobili in parte rinascimentali, in parte ottocenteschi) appartenuti a Silvio Pellico.
Fu donata dal Marchese Ludovico II a Galeazzo Cavassa, invitato a trasferirsi nel Marchesato da Carmagnola. La rapida ascesa sociale alla corte dei Marchesi di Saluzzo nel secolo XV vedrà nominare nel 1464 Galeazzo Cavassa Vicario Generale del Marchese, carica che passerà a suo figlio Francesco, il quale porterà la residenza al suo massimo splendore.
Acquistata nel 1883 da Emanuele Tapparelli D’Azeglio, diplomatico, filantropo, cultore e collezionista d’arte, Casa Cavassa venne restaurata secondo i princìpi ottocenteschi del “completamento in stile”, eliminando tutto ciò che non risaliva al periodo rinascimentale ed inserendo oggetti ed opere d’antiquariato realizzate tra il XV e il XVI secolo.
Nel 1888, per lascito testamentario, l’edificio venne donato da Tapparelli al Comune di Saluzzo perché diventi un museo e nel 1890 Casa Cavassa aprì le proprie porte al pubblico.
A testimoniare il fasto dell’edificio all’inizio del sec. XVI, ancora oggi si ammirano il portale marmoreo ed portone ligneo scolpito, databili tra il 1518 e il 1528 ed attribuiti allo scultore lombardo Matteo Sanmicheli. Una delle pareti del loggiato interno, inoltre, è decorata con una fascia dipinta a fresco (sec. XVI), raffigurante i segni dello zodiaco, mentre al primo piano si conservano gli affreschi à grisaille, opera di Hans Clemer, pittore fiammingo attivo nel Marchesato dal 1496 al 1511. Si tratta di sette riquadri che raffigurano alcune imprese di Ercole, realizzati tra il 1506 ed il 1511.
L’arredamento, riconducibile alla collezione del marchese Tapparelli, evoca l’aspetto tipico della sala da pranzo di un palazzo rinascimentale. Si segnalano: una credenza con alzata (fine sec. XIX) con pannelli antichi (inizio sec. XVI); l’acquamanile, realizzato nell’Ottocento e costituito da un serbatoio a forma di castello merlato (sec. XIX) a cui si aggiungono un catino in rame battuto e sbalzato (sec. XV) e un supporto in ferro a tre piedi (sec. XIX); coppia di alari in ferro battuto, sormontati da scaldavivande (sec. XV); catena ad anelli tortili con gancio portapaioli, nel vano del catino; tavolo in noce con piano ottocentesco, appoggiato a tre supporti con colonnine tornite (sec. XVII).

Alle pareti sono esposti affreschi del sec. XV provenienti da chiese e piloni del territorio saluzzese, recuperati dal restauratore Giuseppe Steffanoni di Bergamo su commissione del marchese Tapparelli.
Al centro della sala è collocato il pilone votivo proveniente dalla Cappella Norina (Regione Paschere – Saluzzo) e risalente all’inizio del sec. XVI.
Il pilone venne acquisito dal Comune di Saluzzo nell’agosto 1910 e conservato presso il Museo.

Le immagini rappresentano un sant’Antonio Abate, un san Sebastiano ed altri due santi non identificati.

 

Bibliografia:
 –  Il Museo Civico di Casa Cavassa a Saluzzo. Guida alla visita. Storia e protagonisti, a cura di Giancarla Bertero – Giovanni Carità, 1996 Savigliano: € 12.50
Cent’anni di Casa Cavassa, a cura di A.M. Ruata Tetti, Torino 1985, Ed. Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte: € 5
Museo Civico Casa Cavassa a Saluzzo, a cura di Elena Pianea e Daniela Grande, 2000 Saluzzo: € 2.50
Tesori del Piemonte, a cura di Lea Carla Antonioletti Torino 1998: € 14.50.

Fruibilità:
https://comune.saluzzo.cn.it/monumento/casa-cavassa-10/

Rilevatore: Valter Bonello

Data ultima verifica sul campo: 29 aprile 2012

 

COAZZE (To), fraz. Forno, loc. Sellery. Pilone della Beata Vergine del Carmine con raffigurazione di sant’Antonio abate.

Pilone della Beata Vergine del Carmine – pista a traffico limitato del Sellery.
Dai laghi di Avigliana ci si dirige verso Giaveno, poi si seguono le indicazioni per Coazze; dopo circa quattro chilometri si imbocca a sinistra la strada in direzione Forno – Pian Neiretto, la si segue per circa 9 chilometri fino ad un tornante, da cui si stacca la pista agro-silvo-pastorale del Sellery (segnalata da una bacheca illustrativa dell’ambiente), dove si parcheggia, ad una quota di circa m 1150. Carte dell’Istituto Geografico Centrale n. 1 Torino Pinerolo e Bassa Val di Susa, e n. 17 Valli di Susa Chisone e Germanasca.
Il pilone si trova sul bordo della pista, ad una quota di m 1200, poco oltre le baite delle Prese Dragone, tutte diroccate tranne una, a circa un quarto d’ora di cammino dal parcheggio.

 

Il pilone, di dimensioni limitate, sui lati esterni e sul retro è decorato con una grande croce. Nel vano interno sono affrescati al centro la Beata Vergine del Carmine, sulla parete destra S. Giuseppe, e sulla parete sinistra S. Antonio Abate.
Il santo è raffigurato in atto benedicente, sulla soglia di una caverna ed in un paesaggio montano, ed è caratterizzato da due dei simboli che gli sono attribuiti, il bastone e la campanella. Diversamente dalle immagini tradizionali, non è accompagnato solamente dal maialino, ma anche da altri numerosi animali, a ben rappresentare il suo ruolo di loro protettore.
Raffigurazioni di questo tipo sono frequenti nei santini e nelle stampe risalenti in genere al secolo scorso o all’Ottocento, diffuse soprattutto nelle zone agricole e montane.

 

Note storiche:
Il pilone è in buone condizioni grazie a due restauri che si sono susseguiti a distanza di anni.
Il primo è datato al 1955 ed è ricordato da un’iscrizione posta sulla parete esterna (“Rinnovato 1955 Tuoi Fedeli”); il secondo, risalente al 2001, è segnalato da una targa ed è stato eseguito per volontà delle famiglie proprietarie delle prese Dragone, che hanno il patronato del pilone, ed a cura dell’Ecomuseo Regionale Alta Valsangone  e del comune di Coazze.

Non esistono indicazioni che permettano di risalire alla data di costruzione.

 

Bibliografia:
per uno studio sulla figura del santo si veda L. FENELLI, Dall’eremo alla stalla. Storia di Sant’Antonio Abate e del suo culto, Laterza Bari 2011;
per una immagine di Sant’Antonio risalente al XX secolo, analoga a quella del pilone, ibidem fig. 2.
Per informazioni sull’itinerario e notizie di carattere storico e ambientale: C. ROLANDO, Escursioni in Val Sangone. Sui sentieri partigiani alla scoperta di Verdelandia, Susalibri, Sant’Ambrogio di Torino 2007, pagg. 51-62.

Note:
Sulla pista del Sellery, a quota 1400, si entra nel parco regionale Orsiera Rocciavrè; poco dopo una deviazione conduce in breve alla ex palazzina di caccia Sertorio, teatro di scontri tra partigiani e nazi-fascisti nel 1944-45, ora sede di un rifugio escursionistico e di un osservatorio ambientale.
Proseguendo per la pista, si incontrano gli alpeggi Sellery a valle (m 1545) e Sellery a monte (m 1750), raggiungibile anche mediante sentieri segnalati, che permettono di abbreviare il tragitto.
Superato questo alpeggio, un sentiero conduce al colle della Roussa. Tra i due alpeggi, su di un rilievo, sono visibili i resti dei muri perimetrali del fortino San Maurizio, eretto per volontà di Carlo Emanuele I di Savoia e distrutto dai Francesi nel 1630.
Lungo il percorso sono collocati alcuni cartelli che illustrano le caratteristiche della fauna locale.

Fruibilità:
Il pilone è facilmente visibile per chi percorre l’itinerario del Sellery, che culmina con il colle la Roussa (m 2017), tra la val Sangone e la val Chisone.

Rilevatore: M. Gabriella Longhetti

Data ultima verifica sul campo: 25 marzo 2012