Il complesso fu demolito completamente nel 1810.
Sorgeva nel Sestiere Castello/Castelo, all’estremità est della città, dove oggi ci sono i Giardini della Biennale.


In azzurro il rio terà, in rosso la chiesa e il monastero negli odierni giardini pubblici; in giallo la riva nel 1500
La leggenda vuole che il campo su cui fu costruita la chiesa di Sant’Antonio de Castelo, fosse in origine una valle da pesca detta “plombiola” che venne colmata nel 938. In seguito la nobile famiglia Pisani nel 983 decise di edificarvi una chiesetta in legno dedicata a Sant’Antonio abate. Il 29 agosto 1334 il Mazor Consejo concesse a Marco Catapan e Cristoforo Istrigo un lotto di terreno vacuo posto nell’estrema punta orientale della città, di fronte all’isoletta di Santa Lena, affinché “l’avessero a imbonire” entro lo spazio di tre anni, per renderlo edificabile. Nel 1336 il lavoro era completato. Nel 1343 il Catapan, con uno scambio di proprietà ampliò il terreno e l’Istrigo vi fece erigere una chiesetta in legno e l’offrì al canonico Giotto degli Abati, fiorentino, affinché vi fondasse una chiesa e un monastero sotto il titolo di Sant’Antonio abate. A sostegno dell’impresa il Procurator de San Marco Nicolò Lion e le famiglie Pisani e Grimani, misero a disposizione un cospicuo aiuto finanziario. L’architetto G. Lanfrani fu incaricato di predisporre il progetto di costruzione del complesso.
Nel 1346 il vescovo di Castello, Nicolò Contarini, confermò il suo benestare e il giorno di Ognissanti il vescovo di Tiro benedì la posa della prima pietra. Alla cerimonia era presente anche Aimone de Montigny, Maestro Generale dell’Ordine dei Canonici Regolari di Sant’Antonio di Vienne e dopo pochi mesi, l’Abate di Ranverso , imponendo un tributo annuo di 20 fiorini, nominò primo Priore del convento lo stesso Giotto degli Abati; quindi il Priorato di Sant’Antonio di Castello, dipendeva dall’Abbazia di Sant’Antonio di Ranverso.
Conservato all’Archivio di Stato, in un ampio disegno della seconda metà del secolo XV, richiesto a suo tempo per risolvere alcune dispute di confine sorte fra il convento di San Domengo de Castelo e alcuni privati, è dettagliatamente riprodotta anche la chiesa gotica di Sant’Antonio de Castelo, di cui si scorge la planimetria impostata su tre navate, di cui la centrale più elevata rispetto alle laterali. Oltre agli elementi architettonici della facciata, lungo la navata laterale sinistra si notano due grandi finestre ogivali e sotto la linea di falda la struttura si corona di piccoli archi ciechi, gli stessi che si ripetono sotto la falda della navata centrale, dove cinque finestrelle davano luce dall’alto. Sulla sinistra si scorge l’abside, semicircolare, che fuoriesce dalla massa della fabbrica e ha il suo tetto, a semicupola, più basso di quello della chiesa. Dal fianco destro dell’abside si eleva il campanile.
Nel citato disegno del XIV secolo, è dettagliatamente riprodotta anche la facciata della chiesa costruita nel 1346: affiancato da due finestre trilobate, al centro si vede il portale d’ingresso archiacuto, sovrastato da un rosone collocato nel frontone triangolare. Due finestre ogivali nel medesimo stile si aprivano lungo la navata laterale sinistra, mentre cinque più piccole, poste sulla navata centrale, davano luce dall’alto.
Nel citato disegno del XIV secolo, è riprodotto anche il monastero, addossato al lato destro della chiesa. Il lato a ovest (opposto alla chiesa) e quello a nord (che parte dalla zona absidale) sono ambedue a due piani: quello superiore, in muratura con finestre, poggia su quello inferiore che si apre invece in un colonnato architravato, le cui basi sono unite da un basso muretto. Gli edifici che compongono il monastero fanno da corona all’unico chiostro con al centro del cortile una vera da pozzo.
A quasi completamento, la veduta del de’ Barbari realizzata nel 1500 offre il dettaglio del lato ovest (addossato alla navata destra della chiesa), che confermando la tipologia costruttiva degli altri due lati, suggerisce la possibilità che il colonnato ruotasse tutto attorno al chiostro.
Fra il 1357 e il 1358 il priore Giotto allargò ulteriormente la proprietà del monastero, acquistando un lotto di terreno da Marco Moro, mentre nel 1360 Cristoforo Istrigo donò ai canonici il terreno dove era stata edificata la chiesa. L’Abate di Ranverso lo stesso anno inviò quattro religiosi al servizio del monastero di Sant’Antonio, concedendo a Giotto di dar loro l’abito canonicale.
Nel 1362 papa Urbano V accordò l’indulgenza a coloro che, visitando la chiesa, avessero elargito un’offerta; a quel tempo Giotto aveva già impiegato nella fabbrica della chiesa la ragguardevole somma di 300.000 fiorini.
Nel 1364 il Senato veneziano concesse ai canonici un ulteriore appezzamento di terreno adiacente al complesso conventuale.
Nel 1366, momento di massimo splendore per il convento, Giotto fu nominato dal patriarca di Aquileia suo cappellano e famigliare; nel 1368 anche il vescovo di Albano lo elesse alla medesima carica.
Dell’epoca, si è conservata (ora al Museo del Seminario di Venezia) una lastra marmorea a bassorilievo raffigurante s. Antonio e discepoli.
L’11 aprile 1381 Giotto morì e il successore designato, il canonico Ogerio Calusio, prima si scontrò con Girardo Bolliaccio, eletto dall’antipapa Clemente VII (di Avignone). Cacciato l’usurpatore nel 1384, Calusio divenne l’unico e legittimo successore di Giotto. Nel 1408 subentrò a Calusio il canonico Bartolomeo Canali, il quale tentò, con nessun successo ed anzi dovendo alla fine pagare una multa di 4.000 fiorini, di sottrarre questa comunità alla tutela dell’Abbazia di Ranverso.
Nel 1449, morto il Canali, papa Nicolò V nomina Priore Michele Ursino. Nel 1457 il convento, che godeva di buona salute finanziaria, acquistò una casa nelle vicinanze, probabilmente nella zona di Riello dove già vi erano alcuni fabbricati di proprietà dei canonici.
Per i bisogni della Crociata, nel 1463, papa Pio II obbligò tutte le congregazioni a versare la metà delle loro rendite; per motivi non ancora chiariti o forse dipendenti dall’inizio della decadenza dell’Ordine, i Canonici regolari di Vienne abbandonarono per sempre la chiesa e il monastero.
Il doge Nicolò Tron, venuto a conoscenza della ristrettezza di spazio che opprimeva la numerosa comunità dei Canonici Regolari del SS. Salvatore di San Salvador (Sestiere di San Marco, Contrada San Salvador) nel gennaio del 1471 scrisse a papa Sisto IV una lettera ducale in cui chiedeva che chiesa e convento di S. Antonio fossero loro concessi. Nel novembre dello stesso anno il papa acconsentì e, da parte loro, i canonici del SS. Salvatore accettarono tutti i doveri dei predecessori, compreso il pagamento all’Abbazia di Ranverso di un tributo annuo di 5 fiorini.
Nel 1475 il priore di San Salvador prese ufficialmente possesso del monastero e nel 1476 papa Sisto IV conferma il canonico Gerolamo quale Prior. Dopo tanto abbandono, gli edifici erano bisognosi di restauri e nel 1480 fu dato incarico a Pietro Lombardo di ricostruire il refettorio. Benvoluti dalla popolazione, nel 1486 i canonici ereditarono, da un certo Tedesco, tre case presso la chiesa di San Pietro de Castelo e nel 1491 acquistarono un ulteriore appezzamento di terreno vacuo nelle vicinanze.
Proseguivano intanto gli interventi di restauro della chiesa e a partire dal 1503 si iniziò a inserire nell’originaria struttura gotica dell’edificio nuovi elementi di gusto rinascimentale. In quell’anno fu demolito il vecchio coro in legno soprelevato che, seguendo uno schema inusitato, a metà dell’edificio e per tutta la larghezza delle tre navate, era posto come una specie di ballatoio e decorato con eleganti parapetti intarsiati ed esili colonnine e divideva la chiesa in due parti. Al di sotto di questa struttura trovano posto alcuni altari, disposti tra loro alternati, in modo da permettere ai fedeli l’accesso al presbiterio.
Furono affidati a Sebastiano Mariani i lavori per sostituirlo con un banco marmoreo con parapetti ed arcate di entrambi i fronti decorati con marmi policromi ed intarsiati, sullo stile del Lombardo. Il Mariani morì nel 1518 e nel 1519 la vedova si impegnò a portare a termine i lavori, incaricando Guglielmo dei Grigi.
Nel 1512 il Capitolo dei frati concesse a Ettore Ottobon di erigere un altare in chiesa, confermandone in seguito alla sua famiglia il privilegio. Esso fu dedicato ai “Diecimila martiri crocifissi del monte Ararat” la cui festa era il 22 giugno, con grande partecipazione di popolo. Nel 1511, imperversava la peste e il priore Francescantonio Ottobon sognò i Martiri e gli parve sentire una voce uscire dall’immagine di sant’Antonio, il quale lo rassicurò che il monastero si trovava ora al sicuro dall’epidemia per intercessione di quei Santi. L’episodio fu raffigurato in un dipinto del 1515 di Vittore Carpaccio che era nella chiesa, ora nelle Gallerie dell’Accademia.
Nel 1513 il Capitolo dei frati diede licenza alla nobile famiglia Lando di poter realizzare in chiesa la propria cappella.
L’edificio della chiesa però aveva necessità di grandi e costosi restauri. Per sollecitare un aiuto in denaro, i canonici indirizzarono al Senato una supplica, ma già nel 1514 dalla Santa Sede fu concesso un prestito di 1.000 fiorini per poter iniziare i lavori.
Tutto il XVI secolo fu un periodo di costruzioni e di restauri per la chiesa e il monastero: nel 1534 si portò a compimento il nuovo coro; nel 1540 si terminò il restauro del dormitorio; nel 1541 si conclusero i lavori per la foresteria e i magazzeni che si affacciavano sulla laguna.
Nel 1548 il nobile Piero Grimani, figlio del doge Antonio, si impegnò a realizzare la nuova facciata della chiesa, quale monumento funebre in memoria del padre. L’incarico venne affidato a Francesco Quattrin. A lavori conclusi, la facciata risultava suddivisa in due ordini, nella parte inferiore quattro gruppi di colonne doppie a tutto tondo e in forte rilievo, sostengono la parte superiore costituita da un timpano triangolare sul quale si apre il grande rosone. Fra le due finestre laterali stava il grande portale d’ingresso, concluso da una lunetta a tutto sesto dove viene collocato il gruppo scultoreo che rappresentava Piero Grimani inginocchiato davanti alla Vergine col Bambino e la scritta: “PETRUS GRIMANI ANTONII PRINCIPIS F. PRIOR HUNGARIE”. Secondo il progetto iniziale sopra la porta si sarebbe dovuta collocare un’arca simbolica, sovrastata dalla statua e dallo stemma di Antonio Grimano, che però, forse per mancanza di denaro, non furono mai realizzati.
Intanto continuava la bonifica dei terreni in proprietà del monastero finché, nel 1581, i canonici decisero di realizzare davanti alla chiesa e al monastero una fondamenta e successivamente di consolidare la propaggine chiamata motta o punta de Sant’Antonio.
Nel 1636 un disastroso incendio, causato forse da manovre militari in corso nelle vicinanze, bruciò gran parte della biblioteca e con essa molti degli 8.000 volumi, tra i quali manoscritti ebraici, greci, caldei, latini e italiani, che il cardinale Domenico Grimani aveva donato al monastero nel 1523; collezione che era stata aumentata dal nipote Marino; la biblioteca era stata lodata anche da Erasmo da Rotterdam, in una lettera del 1531. Nello stesso anno i canonici inviarono una supplica al doge per poter prendere a prestito 600 ducati per restaurare l’ala del monastero distrutta.
Nel 1714 la guarnigione veneziana a Corfù respinse eroicamente l’assedio dei Turchi. I soldati e i marinai feriti che furono rimpatriati a Venezia, erano così numerosi che i frati di San Giovanni di Dio (detti Fatebenefratelli) che amministrano il vicino Ospeal de Messer Gesù Cristo chiesero che anche il convento di Sant’Antonio de Castelo accogliesse una parte dei numerosi feriti. La pace di Passarowitz, firmata nel 1718, segnò però la fine delle ostilità con i Turchi e con ciò anche la richiesta fu accantonata.
Nel 1768, assieme ad altri monasteri in città, anche questo fu dichiarato soppresso; la chiesa affidata a un cappellano mentre i canonici fecero ritorno a San Salvador dove il prior continuerà, inutilmente, a fregiarsi anche del titolo di “Prior di Sant’Antonio de Castelo”. Acquisito dal demanio e rimasto vuoto, il convento fu in seguito adibito agli usi più disparati finché nel 1787, la nobildonna Luigia Pyker Farsetti vi raccolse settanta povere fanciulle che furono avviate all’arte di filare e tessere.
Caduta la Repubblica di Venezia nel 1797, con la prima occupazione francese e poi durante la prima occupazione austriaca, il convento rimase abbandonato; durante la seconda occupazione francese nel 1806 fu trasformato in ospedale e caserma della Marina Militare francese.
Nel 1808 venne accolto il progetto elaborato da G.B. Selva per dotare Venezia di giardini pubblici. Nel 1810, assieme ad altri numerosi ed importanti edifici della Contrada, tutto il complesso di monastero e chiesa fu completamente demolito. Fu risparmiato solo l’imponente arco d’ingresso della Cappella Lando, attribuito al Sanmicheli, che si può oggi vedere nei giardini pubblici di Castello, dove venne ricostruito nel 1822.nella parte opposta di dove si trovava la chiesa.
Il campanile. Sul lato sinistro, quasi all’altezza dell’abside semicircolare della chiesa costruita nel 1346, era incorporato nel perimetro del convento il campanile che, nel 1442, durante un furioso temporale, colpito da un fulmine, subì danni gravissimi.
Nella veduta realizzata del de’ Barbari del 1500, inglobato tra il chiostro e la chiesa, all’altezza della parte absidale, si nota il campanile con canna quadrata in mattoni a ordini sovrapposti, ogni lato decorato da tre lesene. La cella campanaria si apriva su ogni lato con una trifora ed era sormontata da una balaustra marmorea e si concludeva con un tiburio ottagonale con basso tetto a falde. Nel 1532 il campanile si trovava in precarie condizioni statiche e dovette perciò essere nuovamente restaurato. Fu demolito nel 1810 assieme alla chiesa e al convento.
L’interno della chiesa
Da documenti e dalle relazioni delle visite episcopali del XVIII secolo, si conoscono la struttura della chiesa e le opere d’arte che vi erano conservate.
Quattro ricchi altari stavano lungo la navata laterale destra, quella confinante con il convento, e quattro sontuose cappelle di altrettante famiglie patrizie lungo la navata sinistra.
Sopra la porta d’ingresso: lapide posta nel 1346 a ricordo della posa della prima pietra.
In senso antiorario, sul lato destro, il primo altare apparteneva alla nobile famiglia Cappello con la pala: Vergine e Gesù e i Santi Nicolò, Vincenzo e Domenico di Bonifacio de’ Pitati, commissionata da Nicolò Capello, Capitan General da Mar alla fine del XV secolo.
Il secondo altare apparteneva alla nobile famiglia Pasqualigo, eretto in memoria di Piero († 1515), uomo politico e ambasciatore alla corte di Francia. Agli inizi del ‘700 lo scrittore Vincenzo Pasqualigo lo abbellì e lo rinnovò. Sull’altare un Crocifisso marmoreo.
Il terzo altare, decorato con molti marmi, con dorature e colonne, fu eretto da Ettore Ottobon, nipote del Priore, nel 1517. L’anno seguente l’altare fu consacrato da Antonio Contarini, prima canonico regolare di San Salvador e poi Patriarca di Venezia, che nella mensa ripose una scheggia della Santissima Croce e alcune reliquie dei Santi martiri crocifissi. Sopra la mensa il dipinto raffigurante Crocifissione e apoteosi dei diecimila Martiri sul monte Ararat che era stato commissionato nel 1515 a Vittore Carpaccio. Il dipinto si trova oggi alle Gallerie dell’Accademia.
Il quarto altare, apparteneva alla nobile famiglia Querini, con la tavola dello Sposalizio di Maria Vergine di Jacopo Palma il Giovane del 1611, oggi nella Chiesa di Santo Spirito. Sostituì la tavola di Jacopo Palma il Vecchio del 1520-21 con lo stesso soggetto, fortemente degradata ma ancora definita meravigliosa dai contemporanei.
Nell’abside, su una parete, era conservato il monumento e sarcofago con le spoglie di Vittor Pisani († 1380), “Capitano General da Mar”. La sua statua, che lo raffigura in piedi con in mano il vessillo di San Marco, sotto un baldacchino gotico, è conservata oggi in San Zanipolo.
Sull’altar maggiore era posto il grande polittico Padre Eterno, Annunciazione e Santi (1357) detto anche “Lion” (dalla famiglia del donatore) opera di L. Veneziano, fu sostituito da pala di G. Angeli; oggi alle Gallerie dell’Accademia.
Alla parete vi era monumento al Doge Antonio Grimani qui sepolto assieme al figlio Domenico e al nipote Marino, entrambi cardinali. Li ricordava una lapide posta sotto al monumento.
Sul lato sinistro della navata, alla parete, dietro una grata, vi era il gruppo scultoreo in terracotta Deposizione di Guido Mazzoni del 1489, era considerata dai contemporanei l’opera forse la più preziosa della chiesa. Dopo la soppressione napoleonica fu distrutta durante la spoliazione perché considerata di nessun valore! I pochi frammenti superstiti sono esposti al Museo Civico di Padova.
Nella navata sinistra, la quarta cappella, di proprietà della nobile famiglia Pisani, conservava il dipinto San Michele Arcangelo di P. Mera detto il Fiammingo.
La terza cappella era dedicato al Santissimo Sacramento con la tavola Santa Caterina e Santa Agnese con un Santo vescovo di Pietro Malombra (XVI -XVII secolo).
La seconda cappella era era dedicato alla Vergine Maria, probabilmente di proprietà della nobile famiglia Grimani, con il dipinto Padreterno con cherubini della bottega dei Santacroce.
La prima cappella, di proprietà della nobile famiglia Lando, era realizzata tutto in pietra d’Istria. Al centro vi si trovava la statua a grandezza naturale del Doge Pietro Lando († 1545) di P. da Salò e l’elaborato sigillo sepolcrale; ai lati i busti dei suoi fratelli Giovanni e Vitale, senatori. Sopra l’altare vi era la tavola Spirito Santo che discende sul capo della Vergine e degli Apostoli di Marco Vecellio, nipote di Tiziano.
Nella sacrestia, al centro vi era la pietra tombale, finemente scolpita a rilievo, di Giotto degli Abati, fondatore e cuore del monastero, morto l’11 aprile 1381. Era ritratto a figura intera, con nella mano sinistra un modello di chiesa e nell’altra un libro chiuso. Tutto attorno sulla cornice stava incisa un’iscrizione : “MCCCLXXXI ADI 11 DE AVRIL / QUI E SEPELI FRA ZOTO DE LI ABATI DI FLORENCIA EL QVAL FO / FUNDADOR PRIMO ET GOVERNADOR DE QUESTO MONASTRIER DEL ORDENE DE SANCTO ANTONIO DE VIENA / CUIUS ANIMA REQUISCAT IN PAXE PREGA PER EUM AMEN”
Testo e immagini tratte da:
http://www.veneziamuseo.it/terra/castello/piero/piero_cie_antonio.htm
Rilevatore: AC