BOSCO CHIESANUOVA (VR), frazione Valdiporro. Chiesa parrocchiale e cappella di Sant’Antonio abate

 

Chiesa Parrocchiale: Piazza 13 Comuni, 35
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Gli abitanti di Valdiporro, per le funzioni religiose, dovettero far riferimento alla parrocchiale di Roverè fino al 1375, e successivamente, fino alla metà del XVI sec., a quella di Bosco Chiesanuova, quando venne edificata la prima chiesa di Valdiporro, dedicata a S. Antonio abate.
I lavori iniziati nel 1549, ebbero compimento nel 1576 e fu eretta in Parrocchia l’anno successivo (1577) su decreto del vescovo di Verona Agostino Valier.

La facciata a capanna presenta quattro paraste con capitelli corinzi. Sopra il portale, in una nicchia, una statua di s. Antonio abate.

Di particolare interesse le volte del presbiterio e dell’abside sono decorate con un ciclo di affreschi realizzato nel 1898 dal pittore Rocco Pittaco (1822-1898).

 

Link:
https://www.visitverona.it/it/luoghi/chiesa-di-sant-antonio-abate-a-valdiporro

 

 

 

 

 

 



BOSCO CHIESANUOVA (VR), frazione Valdiporro. Cappella di Sant’Antonio abate

A circa 3,4 km a ovest della parrocchiale, Via Sant’Antonio, 38
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La cappella dedicata a S. Antonio abate venne eretta nel 1705 da Antonio Caneva, figlio del nobile Giovanni Battista, che nel 1684 aveva fatto costruire a sue spese in contrada Brolla un’altra cappella dedicata a S. Giovanni, nella quale si era poi fatto seppellire.
Sulla chiave di volta dell’ingresso è collocata un’epigrafe che ricorda l’evento; il testo recita: “D.O.M. ANT.CANEVA HA ADEMPITO L’INTENTION DELO GIO BATTA SUO PADRE ANNO 1705”.
L’ingresso si apre al centro della facciata, direttamente prospiciente la strada comunale, da cui è accessibile discendendo due gradini esterni. La chiesetta risulta addossata sul lato meridionale ad un fabbricato residenziale di altra proprietà.
I paramenti esterni sono privi di intonacatura. La facciata è interamente edificata in blocchetti irregolare di pietra calcarea locale incorniciati lateralmente da blocchi squadrati di grandi dimensioni, anch’essi di pietra calcarea.

L’interno è un unico ambiente di modeste dimensioni a pianta rettangolare, con altarino addossato alla parete di fondo. Lo spazio interno è coperto da una semplice volta a crociera intonacata e tinteggiata verso l’intradosso.
Pavimentazione in quadrotte di marmo rosso Verona e nembro rosato. Un lacerto di affresco con la raffigurazione della Vergine è conservato nella parete di fondo; anche le lunette del registro superiore presentano decorazioni ad affresco. Copertura a due falde con manto in lastroni di pietra della Lessinia.
La cappella di S. Antonio abate è priva di campanile.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/17234/Bosco+Chiesanuova+%28VR%29+%7C+Cappella+di+Sant%27Antonio+Abate

VERONA, frazione Chievo. Chiesa di Sant’Antonio abate, con varie immagini del Santo

Piazza Chievo, 24
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L’originaria cappella di Chievo, dedicata alla Beata Vergine Maria, risultava già esistente nel 1443; essa era filiale della chiesa di San Procolo che a sua volta dipendeva dall’abbazia di San Zeno.
Nel 1518 la cappella di S. Maria, allora situata in prossimità della cinta muraria, fu demolita perché la Repubblica di Venezia, al fine di adeguare alla guerra d’artiglieria le difese di Verona, ordinò l’abbattimento di qualsiasi fabbricato, civile e religioso, nel raggio di un miglio dalle mura cittadine.
L’ edificio fu ricostruito nel luogo attuale, in riva all’Adige, su un clivus o rilievo, da cui deriva il toponimo Chievo. In seguito, alla dedicazione originaria cominciò ad essere affiancata quella a S. Antonio abate.
La chiesetta, eretta a parrocchiale nel 1595, fu rimaneggiata e ampliata nel Settecento secondo il gusto neoclassico del periodo; nel 1770, anno di soppressione dell’abbazia di S. Zeno Maggiore, divenne di proprietà diocesana e nel 1778 fu consacrata e solennemente dedicata a S. Antonio abate. L’evento è ricordato da un’iscrizione incisa sull’architrave del portale d’ingresso, il cui testo recita: “D.O.M. DIVOQUE ANTONIO ABATI DICATUM MDCCLXXVIII”.
Fu poi riconsacrata il 30 settembre 1900 da monsignor Bartolomeo Bacilieri.
Nel 1937 la chiesa di S. Antonio abate fu ampliata in lunghezza con la costruzione di due campate e il conseguente rifacimento della facciata (che venne riedificata praticamente identica a quella demolita). Nello stesso anno venne anche posata la pavimentazione delle navatelle laterali in seminato veneziano. Tra il 1937 ed il 1946 l’interno fu decorato dagli artisti Agostino Pegrassi e Adolfo Mattielli.
Nel 1954 si provvide a costruire il nuovo campanile e il vecchio fu demolito nel 1956.
e nel 1980 la chiesa venne adeguata alle norme postconciliari.
Nel 2006 vi fu l’intervento di restauro delle facciate e delle statue acroteriali; nel 2008 la manutenzione straordinaria della copertura della chiesa.

Esternamente l’edificio si presenta con facciata a salienti. Al centro del corpo centrale, inquadrato da due coppie di paraste con capitelli corinzi, si apre il portale d’ingresso di forma rettangolare sormontato da un timpano. Più in alto una finestra di gusto barocco illumina la navata centrale. Nelle ali laterali, raccordate al corpo centrale tramite due volute, sono aperte due finestre di forma rettangolare, anch’esse di gusto barocco. Conclude verticalmente il prospetto il timpano semicircolare. Coronano il prospetto quattro statue acroteriali in tufo, recentemente restaurate, raffiguranti S. Carlo Borromeo, S. Giuseppe e Gesù Bambino, S. Pietro Martire e S. Antonio abate.

Una statua di S. Antonio opera di Romeo Cristani (1855 -1920), è collocata entro una nicchia in cemento (immagine a sinistra); originariamente essa si trovava all’interno della chiesa, dove ora c’è il dipinto del Pegrassi raffigurante Sant’Antonio abate  visita san Paolo... , vedi infra.

Distante alcuni metri dalla parrocchiale, sul lato sud, è il campanile a base quadrata, la cui cella presenta su ogni lato una bifora ed è coronata dalla guglia piramidale.

All’interno, la chiesa presenta un impianto planimetrico di tipo basilicale a tre navate separate da archeggiature a tutto sesto sostenute da tozzi pilastri impostati su un alto basamento; la navata maggiore si prolunga con il vano a pianta quadrangolare del presbiterio, rialzato di due gradini e concluso con il coro a sviluppo semicircolare; il presbiterio si apre su entrambi i lati verso due cappelline con altare, rialzate di due gradini e protette da balaustrata, collocate a chiusura della navate minori: la cappella di S. Giuseppe sul lato meridionale, la cappella della Madonna del Rosario sul lato opposto; da quest’ultima avviene l’accesso alla cappella feriale ed alla sacrestia.
L’ingresso principale della chiesa si apre al centro della parete di facciata; è presente un’entrata laterale sul fianco meridionale dell’aula (navata destra), su di esso un’altra statua di s. Antonio in vesti vescovili, di 100 x 45 cm, risalente al XVIII secolo, immagine a destra.

Gli immobili che completano il complesso parrocchiale (casa canonica e centro parrocchiale) insistono in corrispondenza dei lati orientale e settentrionale della chiesa.

L’ambiente interno della chiesa si caratterizza per l’intenso e sovrabbondante apparato decorativo che adorna le pareti con rivestimenti in marmi policromi e con il ciclo pittorico della “Via Crucis”, opera dei pittori Agostino Pegrassi e Adolfo Mattielli (XX secolo); l’invaso della navata centrale è coronato da una trabeazione sostenuta da lesene ioniche; nella parete absidale un’edicola in marmi policromi inquadra un affresco del XVI secolo raffigurante la “Pietà con S. Pietro martire e S. Antonio abate”, proveniente dalla primitiva chiesa parrocchiale.
Di Agostino Pegrassi (1900 -1957) anche alcuni affreschi con Storie di sant’Antonio abate (1937) tra cui Sant’Antonio abate visita San Paolo Eremita nel deserto e Tentazioni di sant’Antonio abate.

La navata maggiore e le navate laterali sono coperte da una teoria di volte a crociera in muratura, separate da costolonature lisce trasversali, intonacate e tinteggiate, decorate con cornici policrome a motivi floreali opera del pittore Pietro Negrini (XX secolo); dello stesso autore è la decorazioni della volta a botte unghiata che sovrasta il presbiterio; il catino absidale è ornato con un dipinto raffigurante “S. Cecilia tra angeli musicanti“.

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/17748/Chiesa+di+Sant%27Antonio+Abate</>

https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0500328393

https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0500328392

https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0500328421

https://www.beweb.chiesacattolica.it/benistorici/bene/5080458/Pegrassi+A.+%281937%29%2C+Tentazioni+di+Sant%27Antonio+abate

VENEZIA. Distrutti convento e chiesa di Sant’Antonio abate de Castelo

Il complesso fu demolito completamente nel 1810.
Sorgeva nel Sestiere Castello/Castelo, all’estremità est della città, dove oggi ci sono i Giardini della Biennale.

In azzurro il rio terà, in rosso la chiesa e il  monastero negli odierni giardini pubblici; in giallo la riva nel 1500

 

La leggenda vuole che il campo su cui fu costruita la chiesa di Sant’Antonio de Castelo, fosse in origine una valle da pesca detta “plombiola” che venne colmata nel 938. In seguito la nobile famiglia Pisani nel 983 decise di edificarvi una chiesetta in legno dedicata a Sant’Antonio abate. Il 29 agosto 1334 il Mazor Consejo concesse a Marco Catapan e Cristoforo Istrigo un lotto di terreno vacuo posto nell’estrema punta orientale della città, di fronte all’isoletta di Santa Lena, affinché “l’avessero a imbonire” entro lo spazio di tre anni, per renderlo edificabile. Nel 1336 il lavoro era completato. Nel 1343 il Catapan, con uno scambio di proprietà ampliò il terreno e l’Istrigo vi fece erigere una chiesetta in legno e l’offrì al canonico Giotto degli Abati, fiorentino, affinché vi fondasse una chiesa e un monastero sotto il titolo di Sant’Antonio abate. A sostegno dell’impresa il Procurator de San Marco Nicolò Lion e le famiglie Pisani e Grimani, misero a disposizione un cospicuo aiuto finanziario. L’architetto G. Lanfrani fu incaricato di predisporre il progetto di costruzione del complesso.
Nel 1346 il vescovo di Castello, Nicolò Contarini, confermò il suo benestare e il giorno di Ognissanti il vescovo di Tiro benedì la posa della prima pietra. Alla cerimonia era presente anche Aimone de Montigny, Maestro Generale dell’Ordine dei Canonici Regolari di Sant’Antonio di Vienne e dopo pochi mesi, l’Abate di Ranverso , imponendo un tributo annuo di 20 fiorini, nominò primo Priore del convento lo stesso Giotto degli Abati; quindi il Priorato di Sant’Antonio di Castello, dipendeva dall’Abbazia di Sant’Antonio di Ranverso.
Conservato all’Archivio di Stato, in un ampio disegno della seconda metà del secolo XV, richiesto a suo tempo per risolvere alcune dispute di confine sorte fra il convento di San Domengo de Castelo e alcuni privati, è dettagliatamente riprodotta anche la chiesa gotica di Sant’Antonio de Castelo, di cui si scorge la planimetria impostata su tre navate, di cui la centrale più elevata rispetto alle laterali. Oltre agli elementi architettonici della facciata, lungo la navata laterale sinistra si notano due grandi finestre ogivali e sotto la linea di falda la struttura si corona di piccoli archi ciechi, gli stessi che si ripetono sotto la falda della navata centrale, dove cinque finestrelle davano luce dall’alto. Sulla sinistra si scorge l’abside, semicircolare, che fuoriesce dalla massa della fabbrica e ha il suo tetto, a semicupola, più basso di quello della chiesa. Dal fianco destro dell’abside si eleva il campanile.
Nel citato disegno del XIV secolo, è dettagliatamente riprodotta anche la facciata della chiesa costruita nel 1346: affiancato da due finestre trilobate, al centro si vede il portale d’ingresso archiacuto, sovrastato da un rosone collocato nel frontone triangolare. Due finestre ogivali nel medesimo stile si aprivano lungo la navata laterale sinistra, mentre cinque più piccole, poste sulla navata centrale, davano luce dall’alto.
Nel citato disegno del XIV secolo, è riprodotto anche il monastero, addossato al lato destro della chiesa. Il lato a ovest (opposto alla chiesa) e quello a nord (che parte dalla zona absidale) sono ambedue a due piani: quello superiore, in muratura con finestre, poggia su quello inferiore che si apre invece in un colonnato architravato, le cui basi sono unite da un basso muretto. Gli edifici che compongono il monastero fanno da corona all’unico chiostro con al centro del cortile una vera da pozzo.
A quasi completamento, la veduta del de’ Barbari realizzata nel 1500 offre il dettaglio del lato ovest (addossato alla navata destra della chiesa), che confermando la tipologia costruttiva degli altri due lati, suggerisce la possibilità che il colonnato ruotasse tutto attorno al chiostro.

Fra il 1357 e il 1358 il priore Giotto allargò ulteriormente la proprietà del monastero, acquistando un lotto di terreno da Marco Moro, mentre nel 1360 Cristoforo Istrigo donò ai canonici il terreno dove era stata edificata la chiesa. L’Abate di Ranverso lo stesso anno inviò quattro religiosi al servizio del monastero di Sant’Antonio, concedendo a Giotto di dar loro l’abito canonicale.
Nel 1362 papa Urbano V accordò l’indulgenza a coloro che, visitando la chiesa, avessero elargito un’offerta; a quel tempo Giotto aveva già impiegato nella fabbrica della chiesa la ragguardevole somma di 300.000 fiorini.
Nel 1364 il Senato veneziano concesse ai canonici un ulteriore appezzamento di terreno adiacente al complesso conventuale.
Nel 1366, momento di massimo splendore per il convento, Giotto fu nominato dal patriarca di Aquileia suo cappellano e famigliare; nel 1368 anche il vescovo di Albano lo elesse alla medesima carica.
Dell’epoca, si è conservata (ora al Museo del Seminario di Venezia) una lastra marmorea a bassorilievo raffigurante s. Antonio e discepoli.

L’11 aprile 1381 Giotto morì e il successore designato, il canonico Ogerio Calusio, prima si scontrò con Girardo Bolliaccio, eletto dall’antipapa Clemente VII (di Avignone). Cacciato l’usurpatore nel 1384, Calusio divenne l’unico e legittimo successore di Giotto. Nel 1408 subentrò a Calusio il canonico Bartolomeo Canali, il quale tentò, con nessun successo ed anzi dovendo alla fine pagare una multa di 4.000 fiorini, di sottrarre questa comunità alla tutela dell’Abbazia di Ranverso.
Nel 1449, morto il Canali, papa Nicolò V nomina Priore Michele Ursino. Nel 1457 il convento, che godeva di buona salute finanziaria, acquistò una casa nelle vicinanze, probabilmente nella zona di Riello dove già vi erano alcuni fabbricati di proprietà dei canonici.
Per i bisogni della Crociata, nel 1463,  papa Pio II obbligò tutte le congregazioni a versare la metà delle loro rendite; per motivi non ancora chiariti o forse dipendenti dall’inizio della decadenza dell’Ordine, i Canonici regolari di Vienne abbandonarono per sempre la chiesa e il monastero.
Il doge Nicolò Tron, venuto a conoscenza della ristrettezza di spazio che opprimeva la numerosa comunità dei Canonici Regolari del SS. Salvatore di San Salvador (Sestiere di San Marco, Contrada San Salvador) nel gennaio del 1471 scrisse a papa Sisto IV una lettera ducale in cui chiedeva che chiesa e convento di S. Antonio fossero loro concessi. Nel novembre dello stesso anno il papa acconsentì e, da parte loro, i canonici del SS. Salvatore accettarono tutti i doveri dei predecessori, compreso il pagamento all’Abbazia di Ranverso di un tributo annuo di 5 fiorini.
Nel 1475 il priore di San Salvador prese ufficialmente possesso del monastero e nel 1476 papa Sisto IV conferma il canonico Gerolamo quale Prior. Dopo tanto abbandono, gli edifici erano bisognosi di restauri e nel 1480 fu dato incarico a Pietro Lombardo di ricostruire il refettorio. Benvoluti dalla popolazione, nel 1486 i canonici ereditarono, da un certo Tedesco, tre case presso la chiesa di San Pietro de Castelo e nel 1491 acquistarono un ulteriore appezzamento di terreno vacuo nelle vicinanze.
Proseguivano intanto gli interventi di restauro della chiesa e a partire dal 1503 si iniziò a inserire nell’originaria struttura gotica dell’edificio nuovi elementi di gusto rinascimentale. In quell’anno fu demolito il vecchio coro in legno soprelevato che, seguendo uno schema inusitato, a metà dell’edificio e per tutta la larghezza delle tre navate, era posto come una specie di ballatoio e decorato con eleganti parapetti intarsiati ed esili colonnine e divideva la chiesa in due parti. Al di sotto di questa struttura trovano posto alcuni altari, disposti tra loro alternati, in modo da permettere ai fedeli l’accesso al presbiterio.
Furono affidati a Sebastiano Mariani i lavori per sostituirlo con un banco marmoreo con parapetti ed arcate di entrambi i fronti decorati con marmi policromi ed intarsiati, sullo stile del Lombardo. Il Mariani morì nel 1518 e nel 1519 la vedova si impegnò a portare a termine i lavori, incaricando Guglielmo dei Grigi.
Nel 1512 il Capitolo dei frati concesse a Ettore Ottobon di erigere un altare in chiesa, confermandone in seguito alla sua famiglia il privilegio. Esso fu dedicato ai “Diecimila martiri crocifissi del monte Ararat” la cui festa era il 22 giugno, con grande partecipazione di popolo. Nel 1511, imperversava la peste e il  priore Francescantonio Ottobon sognò i Martiri e gli parve sentire una voce uscire dall’immagine di sant’Antonio, il quale lo rassicurò che il monastero si trovava ora al sicuro dall’epidemia per intercessione di quei Santi. L’episodio fu raffigurato in un dipinto del 1515 di Vittore Carpaccio che era nella chiesa, ora nelle Gallerie dell’Accademia.
Nel 1513 il Capitolo dei frati diede licenza alla nobile famiglia Lando di poter realizzare in chiesa la propria cappella.
L’edificio della chiesa però aveva necessità di grandi e costosi restauri. Per sollecitare un aiuto in denaro, i canonici indirizzarono al Senato una supplica, ma già nel 1514 dalla Santa Sede fu concesso un prestito di 1.000 fiorini per poter iniziare i lavori.
Tutto il XVI secolo fu un periodo di costruzioni e di restauri per la chiesa e il monastero: nel 1534 si portò a compimento il nuovo coro; nel 1540 si terminò il restauro del dormitorio; nel 1541 si conclusero i lavori per la foresteria e i magazzeni che si affacciavano sulla laguna.
Nel 1548 il nobile Piero Grimani, figlio del doge Antonio, si impegnò a realizzare la nuova facciata della chiesa, quale monumento funebre in memoria del padre. L’incarico venne affidato a Francesco Quattrin. A lavori conclusi, la facciata risultava suddivisa in due ordini, nella parte inferiore quattro gruppi di colonne doppie a tutto tondo e in forte rilievo, sostengono la parte superiore costituita da un timpano triangolare sul quale si apre il grande rosone. Fra le due finestre laterali stava il grande portale d’ingresso, concluso da una lunetta a tutto sesto dove viene collocato il gruppo scultoreo che rappresentava Piero Grimani inginocchiato davanti alla Vergine col Bambino e la scritta: “PETRUS GRIMANI ANTONII PRINCIPIS F. PRIOR HUNGARIE”. Secondo il progetto iniziale sopra la porta si sarebbe dovuta collocare un’arca simbolica, sovrastata dalla statua e dallo stemma di Antonio Grimano, che però, forse per mancanza di denaro, non furono mai realizzati.
Intanto continuava la bonifica dei terreni in proprietà del monastero finché, nel 1581, i canonici decisero di realizzare davanti alla chiesa e al monastero una fondamenta e successivamente di consolidare la propaggine chiamata motta o punta de Sant’Antonio.

Nel 1636 un disastroso incendio, causato forse da manovre militari in corso nelle vicinanze, bruciò gran parte della biblioteca e con essa molti degli 8.000 volumi, tra i quali manoscritti ebraici, greci, caldei, latini e italiani, che il cardinale Domenico Grimani aveva donato al monastero nel 1523; collezione che era stata aumentata dal nipote Marino; la biblioteca era stata lodata anche da Erasmo da Rotterdam, in una lettera del 1531. Nello stesso anno i canonici inviarono una supplica al doge per poter prendere a prestito 600 ducati per restaurare l’ala del monastero distrutta.
Nel 1714 la guarnigione veneziana a Corfù respinse eroicamente l’assedio dei Turchi. I soldati e i marinai feriti che furono rimpatriati a Venezia, erano così numerosi che i frati di San Giovanni di Dio (detti Fatebenefratelli) che amministrano il vicino Ospeal de Messer Gesù Cristo chiesero che anche il convento di Sant’Antonio de Castelo  accogliesse una parte dei numerosi feriti. La pace di Passarowitz, firmata nel 1718, segnò però la fine delle ostilità con i Turchi e con ciò anche la richiesta fu accantonata.
Nel 1768, assieme ad altri monasteri in città, anche questo fu dichiarato soppresso; la chiesa affidata a un cappellano mentre i canonici fecero ritorno a San Salvador dove il prior continuerà, inutilmente, a fregiarsi anche del titolo di “Prior di Sant’Antonio de Castelo”. Acquisito dal demanio e rimasto vuoto, il convento fu in seguito adibito agli usi più disparati finché nel 1787, la nobildonna Luigia Pyker Farsetti vi raccolse settanta povere fanciulle che furono avviate all’arte di filare e tessere.
Caduta la Repubblica di Venezia nel 1797, con la prima occupazione francese e poi durante la prima occupazione austriaca, il convento rimase abbandonato; durante la seconda occupazione francese nel 1806 fu trasformato in ospedale e caserma della Marina Militare francese.

Nel 1808 venne accolto il progetto elaborato da G.B. Selva per dotare Venezia di giardini pubblici. Nel 1810, assieme ad altri numerosi ed importanti edifici della Contrada, tutto il complesso di monastero e chiesa fu completamente demolito. Fu risparmiato solo l’imponente arco d’ingresso della Cappella Lando, attribuito al Sanmicheli, che si può oggi vedere nei giardini pubblici di Castello, dove venne ricostruito nel 1822.nella parte opposta di dove si trovava la chiesa.

Il campanile. Sul lato sinistro, quasi all’altezza dell’abside semicircolare della chiesa costruita nel 1346, era incorporato nel perimetro del convento il campanile che, nel 1442, durante un furioso temporale, colpito da un fulmine, subì danni gravissimi.
Nella veduta realizzata del de’ Barbari del 1500, inglobato tra il chiostro e la chiesa, all’altezza della parte absidale, si nota il campanile con canna quadrata in mattoni a ordini sovrapposti, ogni lato decorato da tre lesene. La cella campanaria si apriva su ogni lato con una trifora ed era sormontata da una balaustra marmorea e si concludeva con un tiburio ottagonale con basso tetto a falde. Nel 1532 il campanile si trovava in precarie condizioni statiche e dovette perciò essere nuovamente restaurato. Fu demolito nel 1810 assieme alla chiesa e al convento.

L’interno della chiesa
Da documenti e dalle relazioni delle visite episcopali del XVIII secolo, si conoscono la struttura della chiesa e le opere d’arte che vi erano conservate.
Quattro ricchi altari stavano lungo la navata laterale destra, quella confinante con il convento, e quattro sontuose cappelle di altrettante famiglie patrizie lungo la navata sinistra.
Sopra la porta d’ingresso: lapide posta nel 1346 a ricordo della posa della prima pietra.
In senso antiorario, sul lato destro, il primo altare apparteneva alla nobile famiglia Cappello con la pala: Vergine e Gesù e i Santi Nicolò, Vincenzo e Domenico di Bonifacio de’ Pitati, commissionata da Nicolò Capello, Capitan General da Mar alla fine del XV secolo.
Il secondo altare apparteneva alla nobile famiglia Pasqualigo, eretto in memoria di Piero († 1515), uomo politico e ambasciatore alla corte di Francia. Agli inizi del ‘700 lo scrittore Vincenzo Pasqualigo lo abbellì e lo rinnovò. Sull’altare un Crocifisso marmoreo.
Il terzo altare, decorato con molti marmi, con dorature e colonne, fu eretto da Ettore Ottobon, nipote del Priore, nel 1517. L’anno seguente l’altare fu consacrato da Antonio Contarini, prima canonico regolare di San Salvador e poi Patriarca di Venezia, che nella mensa ripose una scheggia della Santissima Croce e alcune reliquie dei Santi martiri crocifissi. Sopra la mensa il dipinto raffigurante Crocifissione e apoteosi dei diecimila Martiri  sul monte Ararat che era stato commissionato nel 1515 a Vittore Carpaccio. Il dipinto si trova oggi alle Gallerie dell’Accademia.
Il quarto altare, apparteneva alla nobile famiglia Querini, con la tavola dello Sposalizio di Maria Vergine di Jacopo Palma il Giovane del 1611, oggi nella Chiesa di Santo Spirito. Sostituì la tavola di Jacopo Palma il Vecchio del 1520-21 con lo stesso soggetto, fortemente degradata ma ancora definita meravigliosa dai contemporanei.

Nell’abside, su una parete, era conservato il monumento e sarcofago con le spoglie di Vittor Pisani († 1380), “Capitano General da Mar”. La sua statua, che lo raffigura in piedi con in mano il vessillo di San Marco, sotto un baldacchino gotico, è conservata oggi in San Zanipolo.
Sull’altar maggiore era posto il grande polittico Padre Eterno, Annunciazione e Santi (1357) detto anche “Lion” (dalla famiglia del donatore) opera di L. Veneziano, fu sostituito da pala di G. Angeli; oggi alle Gallerie dell’Accademia.
Alla parete vi era monumento al Doge Antonio Grimani qui sepolto assieme al figlio Domenico e al nipote Marino, entrambi cardinali. Li ricordava una lapide posta sotto al monumento.
Sul lato sinistro della navata, alla parete, dietro una grata, vi era il gruppo scultoreo in terracotta Deposizione di Guido Mazzoni del 1489, era considerata dai contemporanei l’opera forse la più preziosa della chiesa. Dopo la soppressione napoleonica fu distrutta durante la spoliazione perché considerata di nessun valore! I pochi frammenti superstiti sono esposti al Museo Civico di Padova.
Nella navata sinistra, la quarta cappella, di proprietà della nobile famiglia Pisani, conservava il dipinto San Michele Arcangelo di P. Mera detto il Fiammingo.
La terza cappella era dedicato al Santissimo Sacramento con la tavola Santa Caterina e Santa Agnese con un Santo vescovo di Pietro Malombra (XVI -XVII secolo).
La seconda cappella era era dedicato alla Vergine Maria, probabilmente di proprietà della nobile famiglia Grimani, con il dipinto Padreterno con cherubini della bottega dei Santacroce.
La prima cappella, di proprietà della nobile famiglia Lando, era realizzata tutto in pietra d’Istria. Al centro vi si trovava la statua a grandezza naturale del Doge Pietro Lando († 1545) di P. da Salò e l’elaborato sigillo sepolcrale; ai lati i busti dei suoi fratelli Giovanni e Vitale, senatori. Sopra l’altare vi era la tavola Spirito Santo che discende sul capo della Vergine e degli Apostoli di Marco Vecellio, nipote di Tiziano.

Nella sacrestia, al centro vi era la pietra tombale, finemente scolpita a rilievo, di Giotto degli Abati, fondatore e cuore del monastero, morto l’11 aprile 1381. Era ritratto a figura intera, con nella mano sinistra un modello di chiesa e nell’altra un libro chiuso. Tutto attorno sulla cornice stava incisa un’iscrizione : “MCCCLXXXI ADI 11 DE AVRIL / QUI E SEPELI FRA ZOTO DE LI ABATI DI FLORENCIA EL QVAL FO / FUNDADOR PRIMO ET GOVERNADOR DE QUESTO MONASTRIER DEL ORDENE DE SANCTO ANTONIO DE VIENA / CUIUS ANIMA REQUISCAT IN PAXE PREGA PER EUM AMEN”

 

Testo e immagini tratte da:
http://www.veneziamuseo.it/terra/castello/piero/piero_cie_antonio.htm

Rilevatore: AC

STRA (VE), frazione Paluello. Chiesa di Sant’Antonio abate

Via Papa Giovanni XXIII, 7
https://goo.gl/maps/NPY9VuEAxKtQP9F16

La prima citazione di una chiesa di  “S. Antonii de Vienna de Paludello” si trova nella decima papale del 1297: questa chiesa dipendeva dalla pieve di Sambruson e forse esisteva anche un piccolo ospedale.
Nel 1489, quando il Vescovo Pietro Barozzi la visitò, trovò molto elegante il suo tetto appena ricostruito. Nel 1572 Nicolò Ormaneto vi trovò tre altari, il campanile, il cimitero e un’umile canonica. La chiesa fu ricostruita nel 1579 e consacrata nel 1742.
Nel 1813 fu collocato l’altare maggiore, ornato con statue di Sant’Antonio abate e Sant’Antonio di Padova.
Nel 1845 (come riporta la targa visibile all’esterno) furono rifatti la facciata (con statue della Vergine e di due Santi, opera della bottega del Morlaiter), e i finestroni. Successivi restauri, compiuti nel 1907 e 1939, portarono al prolungamento della navata e alla costruzione del presbiterio, del coro e della parte superiore del campanile. Alla fine degli anni 1990 il campanile e la facciata della chiesa furono oggetto di nuovi restauri.

L’Acquasantiera lombardesca (primo ‘500) proviene da una demolita chiesa dei camaldolesi. Fra gli altari laterali spicca, prima a sinistra, la pala di San Gorgonio, di bottega veneta del ‘600, che presenta il santo a cui è dedicata (la cui presunta reliquia del teschio si conserva nella sagrestia) accanto a San Luigi Gonzaga, San Giuseppe, San Rocco e Sant’Antonio di Padova.
Gli altri altari laterali presentano, a sinistra una pala raffigurante Sant’Igino papa (eseguita nel 1946 su commissione dell’allora parroco Don Igino Bizzotto) e statue della Madonna del Rosario e del Sacro Cuore di Gesù, a destra il Battistero con una pala del 2001 raffigurante il Battesimo di Gesù e statue di Sant’Antonio di Padova e San Giuseppe.
Il grande Ovale dell’Assunta sul soffitto è di Jacopo Guarana (un’iscrizione in basso reca il nome del committente, il veneto Bernardo Scotti e la data di esecuzione: 1722).
Nel catino absidale si può vedere una tela col Cristo Risorto dell’Ottocento e il recente affresco La Madonna appare ai pastorelli di Fatima.

Link:
https://www.outdooractive.com/it/poi/venezia/chiesa-di-sant-antonio-abate/54756278/

https://parrocchiapaluello.altervista.org/index.php/it/chi-siamo

ISCHIA (NA). Chiesa parrocchiale e cappella di Sant’Antonio abate / Sant’Antuono

Chiesa: Località Sant’Antuono, Via Acquedotto 63,
https://goo.gl/maps/MzLKDKevtfsfDqvW7

La fondazione del primo nucleo va collocata nella seconda metà del XVI secolo, come riporta Giovan Giuseppe Cervera, nel testo “Questa è Ischia”, in cui fa riferimento alla data del 1569 per la costruzione, come eremo delle famiglie Gorrica, Amalfitano e Di Manso, di una cappella intitolata a Sant’Antuono in quella che sarebbe stata poi denominata appunto località Sant’Antuono. Un altro documento però indica la Chiesa tra i benefici di patronato della famiglia Ingarrica già nel 1486.
Dalla lettura degli atti relativi alla visita pastorale del 1886 rileviamo che essa è definita praticamente cadente e che a quella data i lavori di restauro sono ritenuti improrogabili.
Negli anni trenta del ‘900 si effettuarono lavori alla veste decorativa interna e alla copertura del lato destro della chiesa. Nel dicembre del 1951 fu rifatto il pavimento.
La configurazione attuale della chiesa, almeno per quanto riguarda l’impianto plano-volumetrico, è quello risalente ai lavori degli anni 1960/61.
Nel 2013-14 si realizzò il risanamento delle coperture, degli intonaci e un’adeguata tinteggiatura e riassetto dell’area presbiterale.

La chiesa presenta linee semplici, privo di decorazioni artistiche sia all’interno che all’esterno. Le strutture portanti verticali sono in pietra di tufo locale intonacato, mentre le strutture di orizzontamento, solaio di copertura delle navate e delle absidi, sono in latero cemento.
La facciata principale di deciso gusto eclettico risente di un forte rimaneggiamento attuato negli anni sessanta del ‘900, quando venne svestita dell’apparato decorativo realizzato negli anni trenta e arricchita di decorazioni neoclassiche con l’aggiunta di un pronao.

L’impianto interno della chiesa si sviluppa a tre navate, terminanti con absidi semicircolari, al centro dei quali sono ricavate delle nicchie che ospitano statue di Santi. Nella parte retrostante l’abside destra è presente la sacrestia.
Sant’Antonio abate è raffigurato, con ai piedi un maiale, in una statua in legno policromo risalente al XVIII secolo, posta sull’altare all’interno della Chiesa.

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/70985/Parrocchia+di+Sant%27Antonio+Abate

 

 

 

 

 


Cappella di Sant’Antoni abate a Forio, loc. Piellero

Frazione Fiorio, Via Piellero
https://goo.gl/maps/413Y6GCchVRdEQMBA

A Forio, all’inizio del sentiero che porta al villaggio contadino di Santa Maria al Monte, i ciucciai eressero, nel 1905, una cappella votiva dedicata al santo. Nei pressi della cappella, la sorgente di Piellero (dal nome della località) che questi lavoratori utilizzavano come abbeveratoio per gli asini.

 

Salendo una piccola gradinata si accede alla cappellina, al cui interno vi è un pannello ceramico con la figura di s. Antonio con il maiale, il fuoco, il bastone a tau col campanello, fatto eseguire nel 1905. 

 

Ancora oggi è nei pressi della cappella che viene appiccato il tradizionale “fucarazzo di Sant’Antuono“. A celebrare il rito della benedizione del fuoco e degli animali portati in processione, il parroco di San Michele Arcangelo, la parrocchia del popoloso quartiere di Monterone nella cui “giurisdizione” rientra la zona di Piellero.

 

 

Il culto di Sant’Antonio è molto sentito sull’isola dove vi sono pannelli devozionali dedicati al Santo.