PRAVISDOMINI (PN). Chiesa di Sant’Antonio abate

Via Panigai, 2
https://goo.gl/maps/4FQStNYWbLeimSUN9

La primitiva chiesa di Pravisdomini era dedicata forse ai santi Filippo, Giacomo e Antonio e risaliva all’XI secolo; essa divenne parrocchiale entro il 1434, affrancandosi dalla pieve di San Pietro Apostolo di Azzano Decimo. A partire dal 1489 l’unico titolare è S. Antonio abate.
Qualche anno fa è stato sostituito il pavimento della chiesa parrocchiale e sono venute alla luce le fondamenta della antica pieve, orientata come l’attuale, ma più piccola e dotata di portico.
Nel 1477 sin pensa che i Turchi, durante le loro razzie, abbiano distrutto o bruciato la chiesa. Le parole di un’iscrizione incise nei mattoni d’angolo destro, in gran parte ancora leggibili, tramandano: “P. (re) Jacobus de Ursara. 1477. Li Turchi corsero in Friuli al dì I de Novembrio et a dì 6, p…tornarono indietro…“.
La chiesa fu ricostruita e consacrata il 1° maggio 1488 dal vescovo ausiliare di Concordia Antonio III Feletto.
Il sacro edificio aveva visto alterate le strutture originarie nel suo interno dai notevoli rimaneggiamenti del 1866, tanto da creare un contrasto con l’architettura esterna. Angelo Pasquini di Pravisdomini negli anni 1884-85 contribuì notevolmente al “restauro” della chiesa e i lavori riguardarono la costruzione di un controsoffitto con volta a crociera, realizzato con arelle intonacate, appese alle capriate, e privo di valore artistico. L’interno fu deturpato da gusti innovatori, adattandolo al gotico e l’apertura delle finestre sul lato nord è considerato una ferita alla fiancata. Per fortuna, tra il 1988 e il 1990 la chiesa e il campanile furono riportati alle linee originali. Un un ulteriore restauro fu condotto nel 2013.

La chiesa attuale in cotto, una delle più belle dei dintorni, con l’interno ad unica navata, presenta elementi decorativi romanici e gotici e risale al XV secolo.
Sul lato destro del portale a sesto acuto si eleva il campanile ben armonizzato con la costruzione.
La facciata a capanna della chiesa, rivolta a sudovest e rivestita da mattoni a faccia vista, è scandita da quattro lesene raccordate da archetti (bifore cieche) e presenta al centro il portale d’ingresso a sesto acuto e il rosone; questi due elementi sono collocati all’interno di una trifora cieca. Sotto gli spioventi corrono archetti pensili; lo stesso motivo viene ripreso anche per aula e abside. Le falde della facciata sono sormontate da pinnacoli.
All’esterno della chiesa, sul lato della strada, rimangono soltanto alcune tracce del gigantesco affresco con san Cristoforo, rovinato dalle intemperie e soprattutto dagli scarichi degli automezzi della vicinissima arteria provinciale. E’ stato attribuito a Pomponio Amalteo.
Annesso alla parrocchiale è il campanile a base quadrata, la cui cella presenta una bifora per lato ed è coronata dalla guglia a pianta circolare.

L’attuale chiesa si presenta ad aula rettangolare, a unica navata, su sedime leggermente rialzato rispetto a livello di campagna. All’interno, l’aula è illuminata da quattro finestre ad arco contrapposte; il soffitto è caratterizzato da travi lignee e tavelle in cotto a vista; la pavimentazione è in marmo policromo. La zona absidale, sopraelevata rispetto all’aula, presenta un soffitto a volta.

La pala dell’altare maggiore è un olio su tela di 200 x 100 cm, opera del 1571 di Pomponio Amalteo (Motta di Livenza, 1505 – San Vito al Tagliamento, 1588), raffigura Cristo Risorto tra due Santi che sono stati identificati con s. Antonio abate e s. Giovanni Battista.
Nel 1579 sorsero delle divergenze tra il pittore e i rappresentanti della comunità sull’entità del compenso per le pitture da lui eseguite nel coro della chiesa: per l’esecuzione di una ancona (tela con relativa cornice intagliata, sicuramente la pala dell’altare), di un gonfalone e di altre opere non specificate, molto probabilmente le decorazioni delle travature, per un ammontare di 360 ducati di cui 50 erano rimasti da saldare. Costoro presero l’impegno di saldare all’Amalteo, presente all’incontro e consenziente, ancora 50 ducati in aggiunta ai 310 già corrisposti, di cui 30 come acconto immediato e 20 a saldo del debito entro un mese.
L’altare di S. Antonio era stato realizzato nel 1542 dal pittore, intagliatore e decoratore Piero di Mure di Sesto, detto Piero da San Vido per la somma “di 25 ducati a L.(ire) 6 e S. (soldi) 4 per ducato”. Il contratto venne redatto a Portogruaro “nella abitazione del nobile Signor Francesco de la Frattina” ed è firmato da Bortolo Viani fu Giovanni, quale podestà della Villa di Pravisdomini e Camerario della chiesa di S. Antonio abate di Pravisdomini…”. Piero da S. Vido potrebbe essere anche l’autore di qualcuno degli affreschi sulla parte superiore dell’arco trionfale.
La tela fu rimossa nel 1734 dall’antico altare maggiore ligneo per essere collocata nel settecentesco altare attuale, voluto da Leone Mocenigo, nobile veneziano con una bella villa a Pravisdomini; un’iscrizione sul timpano dell’altare indica che l’opera è stata eseguita da Giovanni e Alò (Eligio) di Pietro figli di Leonardo. L’altar maggiore fu sistemato in data 1° settembre 1734 e dalla rimozione del precedente si trovò la memoria della consacrazione della chiesa intitolata a “S. Antonio abbate” avvenuta nel 1488.

Gli altari laterali barocchi, dedicati a S. Antonio abate e alla Madonna del Rosario, non sono di particolare pregio. Sarebbero stati acquistati a Venezia, dopo la soppressione napoleonica di ben 200 chiese avvenuta nella città lagunare. Come in diversi altri casi i camerari (amministratori parrocchiali, poco dopo sostituiti, con meno poteri, dai fabbricieri) si recarono a contrattare la cessione di opere custodite all’interno delle chiese sconsacrate, per abbellire le chiese e in certi casi riarreddarle dopo gli spogli avvenuti a opera dei soldati di Napoleone nel 1797.
Pregevole il coro, considerato un piccolo capolavoro e il tronetto una vera e propria opera d’arte.
Il Crocifisso, una scultura lignea del Cinquecento, restaurato nel 1991, è un’opera di 133 x 136 cm, mentre la Croce misura 157 x 346 cm. La scultura è stata ricavata da più pezzi di legno di tiglio.

Dalla relazione sull’ultimo restauro: “Sulla porta superiore dell’arco santo si erano ancora conservati i vecchi intonaci con gli affreschi (distrutti totalmente invece in basso sino all’altezza del soffitto). Essi risultavano in parte ricoperti da scialbo, ma poteva bel leggersi un’ampia composizione col “Padre Eterno e Angeli musicanti”, parte di una “Annunciazione”. La zona absidale risultava completamente rinnovata nel paramento murario: anche dietro gli stalli del coro non sussisteva più traccia della originaria decorazione. Solo alle spalle della pala dell’altar maggiore si conserva un frammento – indubbiamente amalteiano – raffigurante il “Noli me tangere”. Solo le vele della volta rivelano la presenza di affreschi sotto calce”.
Dall’analisi degli affreschi è emerso come i lacerti rimasti siano antecedenti ai documentati interventi dell’Amalteo e che l’autore di quello del “Eterno Padre” possa essere identificato con Antonio da Firenze, mentre il fondale di quelli dell’Angelo e dell’Annunciazione apparterebbero a una mano diversa.

Link:
http://chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/stampaapprofondimento.jsp?guest=true&sercd=65697

https://www.beweb.chiesacattolica.it/benistorici/bene/1209429/

REGGIO CALABRIA. Chiesa di Sant’Antonio abate di Archi

Situata nei pressi del torrente Scaccioti, sulla collina di Gullina, nel quartiere di Archi.
https://goo.gl/maps/Csu8bWskfTkamHfi6

 

La sua costruzione risale intorno al secolo XI e la più antica attestazione dell’esistenza della chiesa è del 1363, da atti relativi alla contesa fra la città di Reggio Calabria e il conte San Severino. Il luogo ove sorge l’edificio religioso, in collina e ricco di acque, fu scelto dai monaci bizantini basiliani per costruire, anche con funzione di sentinella dello Stretto, il monastero di Sant’Antonio abate che poi divenne la Cappella Reale di Ruggero D’Altavilla (1031 circa – 1101).
Costruita in cotto rosso, con infiltrazioni di ciottoli e abbondante malta, fu riconsacrata da Ruggero d’Altavilla insieme al monastero edificato sul precedente insediamento bizantino, di cui rimangono oggi solo i muri perimetrali.
Negli ultimi venti anni, a causa del crollo delle coperture murarie della chiesa nuova, sono stati riscoperti la pianta originaria e i resti romanici del chiostro posto accanto al tempio.
In origine il monastero era costituito da una serie di strutture e fabbricati in muratura: la chiesa principale; la torre (rafforzando la funzione militare difensiva e di avvistamento, rete ottica adeguata ai centri fortificati); la biblioteca (la sua presenza fa pensare che esistesse anche una schola scriptoria) e lo skevophylakion (luogo dove venivano conservati gli oggetti sacri delle cerimonie religiose nei templi bizantini). La prima fase costruttiva della chiesa era caratterizzata da un impianto a 3 navate a cui si accedeva a traverso due varchi, con un unico altare ed un fonte battesimale adiacente l’ingresso centrale. Dai documenti finora rinvenuti non si hanno indicazioni circa i valori volumetrici della chiesa.
In questa fase più antica la chiesa è collocata nel quadro più generale dell’architettura di tradizione basiliano-normanna; infatti dal punto di vista architettonico, sono fusi motivi orientali (mancanza del transetto, soluzione terminale triabsidata) con motivi occidentali (sviluppo longitudinale a tre navate; in quello successivo fu ricostruito il campanile).
Il periodo di maggior attività di chiesa e monastero fu tra XIII e XIV secolo.
Posta sotto la giurisdizione di Santa Maria di Terreti prima, della chiesa metropolitana Santa Maria Cattolica dei Greci dopo e infine sotto San Nicola dei Bianchi, San Giovanni Battista e Santa Maria del Carmelo, la chiesa fu danneggiata da numerosi terremoti, dal pascià Mustafà nel 1558 e fu incendiata dal pirata turco Mamud che nel 1594 saccheggiò i territori a settentrione di Reggio. Da lì in poi, la navata di sinistra cadde, lasciandola a cielo aperto. La devozione popolare permise, con la raccolta delle elemosine, di ripararne i danni e di risistemarne il tetto, già prima della fine del XVI secolo. All’inizio del XVII secolo fu rifatto il muro settentrionale, tra il 1628 ed il 1671 fu realizzata la chiusura degli archi della navata centrale e la navata settentrionale fu utilizzata come sacrestia. Nel Seicento la chiesa era a pianta quadrata, lunga 40 e larga 44 palmi, a tre navate, con un solo altare e due porte di ingresso.
Dopo l’incendio del 1594, la chiesa non ebbe più un cappellano stabile; di tanto in tanto si celebravano le funzioni soltanto per la grande devozione dei cittadini. Pertanto monsignor D’Afflitto, nel 1600, invitò il cardinale Colonna, a dotare la chiesa, entro sei mesi, di nuove suppellettili e di ripristinare le mura. Utilizzando anche le elemosine raccolte durante la festività di Sant’Antonio furono acquistate le necessarie suppellettili che il 19 gennaio 1600, furono consegnate ad Agostino Plutino che fu nominato maestro e procuratore della stessa chiesa.
Nel XVIII secolo fu sollevato il piano di calpestio della chiesa e furono costruite le due cripte coperte con volte a botte e dotate di nicchie sulle pareti per le deposizioni funebri.
I muri della facciata e il tetto furono ricostruiti nell’Ottocento; nel secolo successivo furono eseguiti altri lavori e fu innalzato il campanile.
Nell’ultimo intervento di restauro conservativo ed adeguamento strutturale, avvenuto dal novembre 1999 all’agosto 2000, con l’inaugurazione della chiesa il 15 dicembre 2001, sono stati realizzati: coperture della navata settentrionale e della navata meridionale; interventi di ripristino degli intonaci esterni ed interni; pavimentazione in cotto rustico delle tre navate e pose in opera di soglie e davanzali in pietra,  portoni, finestre e porte interne in legno di castagno; pulizia e restauro delle cripte e revisione dell’impianto elettrico.

 

I prospetti sono di architettura semplice; quello principale visibile in tre parti è caratterizzato a sinistra dalla torre campanaria realizzata interamente con mattoni pieni e traforata con quattro archi a sesto acuto; al centro è il portale con cornice e portone in legno, sormontato dal timpano che presenta al centro collocata una croce in ferro; a destra è la sacrestia con porta d’ingresso in legno; quelli laterali si presentano intonacati, in particolare quello destro presenta due aperture e quello posteriore con le tre absidi è privo di aperture.
Nella parte sinistra della chiesa, verso Sud, sono visibili ruderi in cotto che individuano l’area del chiostro a pianta quadrata.

Delle originarie tre navate, l’aula oggi ha solo quella centrale e quella di sinistra. L’edificio misura 6,22 m di larghezza per 13,10 m di lunghezza e si compone di quattro corpi di fabbrica: una navata a pianta quasi rettangolare, una laterale sinistra ed una laterale destra dalla quale è stata ricavata la sacrestia e il campanile. Gran parte della superficie delle pareti interne sono in pietrame e mattoni a vista, l’illuminazione dell’aula avviene attraverso un’apertura lungo la parete destra. Nella parte sottostante vi sono due cripte che erano utilizzate per deposizioni funebri e alle quali si accede per mezzo di scale. L’aula, che si apre su uno slargo che funge da sagrato (i lavori di completamento sono stati conclusi nel dicembre 2004 con finanziamento dell’amministrazione comunale attraverso la realizzazione di pavimentazione in porfido, recinzione in legno ed elementi di arredo urbano in ghisa), è separata sul lato sinistro dalla zona dove sono collocate le cripte da tre pilastri con archi a sesto acuto in pietrame e mattoni .
Nella zona del presbiterio, sopraelevato rispetto all’aula, sul lato destro si apre una porta che conduce alla sacrestia che è illuminata da un’apertura sulla parete destra; la copertura è a capanna con struttura portante in legno, capriate a vista e manto di tegole coppi.

Tra i beni mobili storico artistici presenti vi sono, all’ingresso sul lato destro, la vasca di un’acquasantiera del XVII secolo in marmo scolpito e, nella navata centrale, la statua di Sant’Antonio abate in legno scolpito e dipinto nel XX secolo.

 

 

Link:
https://www.ascenzairiggiu.com/chiese-reggine-santantonio-abate-di-archi/

https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/1800157640

Rilevatore: AC

SOAVE (VR), frazione Costeggiola. Chiesa di Sant’Antonio abate

Via Pigna, 10
https://goo.gl/maps/dheoVZmQzmPWrPMU6

 

La chiesa di Costeggiola, originariamente cappella soggetta alla chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena in Castelcerino, fu edificata nel corso del XV secolo.
La chiesa fu riedificata nel 1707.
Il 25 giugno del 1929 la chiesa di S. Antonio abate in Costeggiola fu smembrata dalla parrocchiale di S. Maria Maddalena ed eretta in Parrocchia autonoma. Decreto a firma del vescovo di Verona Girolamo Cardinale.
Nel 1927-36 l’edificio fu modificato e ampliato con la costruzione di due navatelle laterali e l’allungamento della navata di una campata (da 4 a 5). Conseguentemente la facciata, che prima dell’intervento era a capanna, venne spostata in avanti e riedificata come è oggi, a salienti e rivolta a occidente.

La torre campanaria è addossata al fianco settentrionale del presbiterio e parzialmente inglobata in esso; della struttura emerge solo parte del fusto tozzo e massiccio. Nei lati nord e ovest sono collocati due orologi. Cella campanaria ad edicola di gusto rinascimentale, caratterizzata da un’apertura a bifora per ciascun lato; copertura a pigna in laterizio.
La copertura della chiesa è a due falde, e ad unico spiovente in corrispondenza delle navate minori, con travature lignee portanti e manto in coppi di laterizio.
Sul lato settentrionale del presbiterio si collocano, oltre alla torre campanaria, l’ambiente della vecchia sagrestia; sul lato opposto la nuova sacrestia. Lungo il fianco meridionale della chiesa insiste l’edificio della casa canonica.

L’ingresso principale, con bussola lignea interna, si apre al centro della parete di facciata, verso il modesto sagrato antistante, preceduta da una breve scalinata esterna; è presente un’entrata laterale lungo il fianco settentrionale dell’aula (navata sinistra).
Un rosone e due oculi chiusi da croci in muratura illuminano la navata, mentre due monofore a tutto sesto aperte nelle ali laterali illuminano le navate minori. Sul vertice sommitale, infisso in un supporto litico, campeggia una croce in ferro, mentre sui vertici laterali dei quattro spioventi sono collocati altrettanti pinnacoli.

L’impianto planimetrico è a tre navate separate da due file di arcate a tutto sesto su pilastri; il presbiterio quadrangolare è rialzato di due gradini e concluso con il coro a fondale piatto. Lo spazio interno è coperto da controsoffittature piane con decorazione a finto cassettonato in corrispondenza della navata centrale e del presbiterio. La pavimentazione della navata è realizzata in piastrelle di marmi policromi; il piano del presbiterio è pavimentato in scaglie di marmo grigio.
Lungo le pareti d’ambito delle navate minori sono disposti gli altari laterali ed il fonte battesimale.
Le pareti interne sono intonacate e tinteggiate; i prospetti del presbiterio sono arricchiti con decorazioni pittoriche. Risale ai primi anni del XXI secolo la decorazione delle pareti laterali delle navate con il ciclo pittorico comprendente le Storie di Sant’Antonio abate, la Crocifissione, la Resurrezione e la discesa dello Spirito Santo.
Sulla parete di fondo dell’abside, l’affresco di Sant’Antonio abate è di autore ignoto.
La decorazione del soffitto con finti cassettoni a vista ha sostituito intorno alla metà del XX secolo i precedenti affreschi raffiguranti i quattro Evangelisti.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/17692/Chiesa+di+Sant%27Antonio+Abate+%3CCosteggiola%2C+Soave%3E

https://www.soaveturismo.it/costeggiola

 

ACQUAPENDENTE (VT). Chiesa di Sant’Antonio e Santa Caterina, statua lignea di s. Antonio abate, XV secolo

Via Roma, 53, vicino alla Chiesa di Sant’Agostino.
https://goo.gl/maps/cXArA9pw4vje1bBn7

 

Il 17 gennaio 1875, il crollo del campanile della chiesa di Sant’Agostino devastò anche la sottostante antica chiesetta di Sant’Antonio abate che comprendeva l’oratorio di S. Caterina.
Nel luglio 1875 Guglielmo Meluzzi disegnò il nuovo prospetto della chiesa dedicata ai Santi Antonio abate e Caterina riprendendo i motivi plastici del piano terra del vicino campanile di S. Agostino.
Nel 1890-93, lungo il lato destro della navata, si costruì una cappella dedicata a S. Rocco. La commessa fu voluta da mons. Angelo Gessi.
Nel 1964-65, lo scultore Mario Vinci (1934 – 2018) decorò con graffiti l’altare maggiore; Ennio Luzzi (1922 – 1999) affrescò le volte della chiesa; entrambi i pittori erano nativi di Acquapendente.

La facciata si presenta austera e connotata da una formulazione a capanna valorizzata dal trattamento a bugnato della superficie. Una finestra termale domina il centro del prospetto e sotto, in asse, trovano posto un portale con timpano triangolare e la scritta dedicatoria della chiesa: “DOMINI HONOREM SS. ANTONII ABAT CATHARINAE V. M. AEDES DICATA”. Sopra, conclude in alzato l’affaccio un frontone triangolare liscio.
La struttura è in blocchi di tufo sommariamente squadrati e assemblati con giunti di malta.
All’esterno, la chiesa è coperta da un tetto a doppia falda spiovente con il manto in coppi.
Nel piccolo campanile della chiesa si trovano due campane, la più grande è stata fusa da Sebastiano di Acquapendente nel 1621.

Orientata secondo l’asse che da nord-est a sud-ovest, la pianta della chiesa si presenta impostata su uno schema a unica navata arricchito lungo l’asse trasversale dalla presenza sulla destra (nord-ovest) di una cappella con altare a muro dedicata a San Rocco (1890) e coperta da volta a botte; mentre, sul lato opposto (sud-est), si colloca una nicchia contenente una statua della Madonna protetta da una schermatura in vetro.
Un gradino e un arco trionfale semplificato segnalano l’inizio dell’area presbiteriale. In particolare, lungo l’arco, la scritta “FONS ACQUAE SALIENTIS IN VITAM AETERNAM” sottolinea il cambio di registro, ribadito poi più oltre da una maggiore opulenza decorativa. Infatti, se nella navata la copertura a volta a botte è nobilitata dalla presenza di affreschi simbolici posti a mimare inserti di stucco, nel coro la pittura occupa tutto lo spazio dell’abside secondo una raffigurazione metaforica della salvezza divina concessa per mezzo del battesimo.
A sinistra dell’altare maggiore c’è l’immagine di Santa Caterina con la ruota simbolo del suo martirio, e a destra la figura di Sant’Antonio abate. Lo stendardo della confraternita di San Rocco e un Crocifisso ligneo sono collocati nella zona antistante l’altare maggiore.
Nella parte bassa dell’abside vi sono le sedute del coro ligneo e l’ingresso alla sagrestia: una stanza rettangolare coperta con un soffitto piano con travi di legno a vista che, dotata di finestra sulla sinistra (sud-est), comunica frontalmente con un magazzino (sud-ovest) e sulla destra (nord-ovest) con la vicina “casa del pellegrino” (un’abitazione attualmente utilizzata come foresteria).
Una cantoria lignea con bussola si trova in controfacciata. L’illuminazione appare alquanto limitata poiché, oltre alla foratura della facciata, si registra la presenza di un’altra sola finestra in corrispondenza della parete sinistra (sud-est) dell’abside.

Sul lato destro della navata vi è la statua lignea di s. Antonio, del XV secolo, che viene portata in processione durante i grandiosi festeggiamenti fatti dagli aquesiani in onore del Santo ogni anno il 17 gennaio. Il “Signore della Festa”, per tradizione porta davanti alla statua tre mazzi di ceri devozionali e, precedentemente, sul sagrato della Chiesa stessa, ne distribuisce un mazzo al Signore dell’anno precedente ed uno a quello dell’anno successivo. La donazione rappresenta il persistere di una tradizione antica per cui, ad ogni festa, il popolo aquesiano faceva offerta di cera.

Il Santo viene raffigurato seduto su una semplice trono rivestito di stoffa rossa, con una lunga barba bianca e con un saio marrone con rifiniture dorate. La mano destra è nell’atto della benedizione, mentre la mano sinistra reca il bastone a forma di croce con il campanello. Appoggiato tra il ginocchio e mano sinistri, dipinto di rosso, è un libro. Ai suoi piedi è stato aggiunto in seguito un dipinto che raffigura la fiamma.
La restauratrice Roberta Sugaroni, che ha provveduto al ripristino della statua nel 2019, spiega: “La scultura è collocabile nell’area geografica che abbraccia il territorio tosco-umbro-laziale e databile entro l’ultimo quarto del secolo XV. Si tratta di una statua lignea policroma raffigurante s. Antonio abate benedicente. Di impianto piuttosto arcaico ma di interessante fattura, riporta i tratti tipici del santo pur non presentandone tutti gli attributi iconografici. … L’antica fattura, testimoniata già dalla posa, si ispira alla tradizione senese del XV secolo, traducendo in una semplificata realizzazione di ambito locale i rimandi stilistici. Di questa statua (che era in una delle nicchie dell’abside della vecchia chiesa) si parla al foglio 145 delle visite pastorali di mons. P. Mignucci, in data 2 settembre 1652, come riportato da da Don Antonio Agostini nel suo libro Le Chiese di Acquapendente.
Il restauro ha riportato alla luce le cromie originali degli incarnati, sia sul volto che sulle mani, quelle dei capelli e della lunga barba, ritrovate sotto 4 strati di ridipinture successive. Lo stato di conservazione di queste ultime, ad eccezione della mano sinistra dove sono presenti interventi ricostruttivi non del tutto adeguati, può dirsi senz’altro buono. Il manto e le vesti nascondono le cromie originali sotto uno strato preparatorio successivo. L’esiguità delle tracce originali riscontrate, e il degrado del supporto, rendono improponibile l’ipotesi di una rimozione completa.”
Altre antiche notizie riguardanti la statua possono essere rilevate dai registri dell’archivio della Curia Vescovile e sono pertinenti alla visita pastorale del Vescovo Leti nel 1657. Nei registri della Confraternita, l’unica notizia riguardante la stessa risale al 1882 documentata da una spesa di Lire 4,50 per la verniciatura e per la messa in opera di un architrave nella nicchia in cui essa era posta. Infatti dietro l’altare maggiore, nell’abside, vi è la nicchia che ospitava la statua lignea di sant’Antonio abate. La nicchia centinata, è arricchita da una decorazione lignea. Al di sotto, troviamo un’iscrizione dipinta che attesta la data del restauro realizzato da Gioacchino Rotili nel 1896. AERE JOACHIM ROTILI ET CONFR. REST. ANNO MDCCCXCVI.

 

Info sulla chiesa:
https://acquapendente.artecitta.it/chiesa-dei-santi-antonio-e-caterina/#descrizione

https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/22380/Chiesa+di+Sant%27Antonio+Abate+e+di+Santa+Caterina

Info sul restauro della statua:
https://www.newtuscia.it/2019/01/16/presentato-progetto-restauro-della-statua-s-antonio-abate-ad-acquapendente/

https://www.newtuscia.it/2019/01/11/acquapendente-restauro-della-statua-santantonio-martedi-15-gennaio-presentazione-presso-la-biblioteca-comunale/

VESTENANOVA (VR), frazione Vestenavecchia. Chiesa di Sant’Antonio abate

Vestenanova sorge sul lato orientale del torrente Alpone, in contrapposizione a Vestenavecchia, che sorge su quello occidentale. La chiesetta di S. Antonio abate sorge a 510 mslm su uno sperone di basalto chiamato “la Frata”, situato tra i due centri abitati.
Strada provinciale 36, 66
https://goo.gl/maps/BhVr575garaNhjDPA

Le origini della chiesa di S. Antonio abate sono da datare al XII secolo. Essa rappresenta l’edificio di culto più antico dell’alta Val d’Alpone. L’edificio originario non era molto diverso nelle forme da quello attuale, con pianta ad aula unica, abside semicircolare, copertura a capriate e pareti finemente decorate con Santi. Tale edificio cominciò a perdere di importanza nel XV secolo, allorché ai piedi del monte venne edificata una nuova chiesa, dedicata ai SS. Zenone e Urbano, che ben presto divenne chiesa parrocchiale di Vestenavecchia.
Al periodo compreso tra la fine del XV secolo e i primi anni del XVI appartiene il bel ciclo pittorico situato tra l’arco trionfale ed il catino absidale. Si tratta di affreschi attribuiti al pittore veronese Francesco Morone (1471-1529), raffiguranti i Profeti (arco) e Dio Padre con i quattro Evangelisti (catino). Dello stesso periodo, ma di mano diversa, è l‘Ecce Homo dipinto sopra l’arco trionfale e la Trinità a lato dello stesso.
Al XIV secolo è attribuito l’affresco raffigurante sant’Antonio visibile sulla parete di fondo dell’abside.
Il 25 giugno 1530 giunse in visita a Vestenavecchia il vescovo di Verona Giberti (1524-1543). Egli soggiornò nella nuova chiesa parrocchiale dei SS. Zenone e Urbano ed inviò il suo Vicario a ispezionare la chiesa di S. Antonio abate. Il Vicario, al ritorno, riferì che la chiesa era in condizioni di conservazioni accettabili, sprovvista di rendite e che le elemosine erano in mano di alcune persone del luogo con grande svantaggio per la chiesa. Il vescovo si impegnò a risolvere la questione.

Tra il 1630 ed il 1631 il nord Italia fu scosso da una violenta epidemia di peste che colpì anche Vestena, dimezzandone la popolazione. Per tentare di ridurre il contagio furono ricoperte con calce le pareti interne della chiesa. Ne è testimonianza il dipinto dell’altare di S. Rocco conservato nella chiesa parrocchiale di Vestenanova, dove viene rappresentata una realistica processione verso la chiesa, con trasporto dei corpi degli appestati.
Gli abitanti di Vestena scampati al contagio, come adempimento di un voto fatto dalla comunità, nel 1634 ottennero dal vescovo il permesso di erigere nella chiesa di Sant’Antonio un nuovo altare intitolato a san Rocco, patrono degli appestati.
Tra il 1943 ed il 1945, la chiesa fu utilizzata come rifugio dai partigiani. Da allora, fino agli anni ottanta del XX secolo. rimase in condizioni di abbandono e degrado.
Tra il 1980 ed il 1987 l’edificio beneficiò di un necessario intervento di restauro globale. In questa occasione tornarono alla luce le decorazioni ad affresco obliterate e rese illeggibili dal seicentesco strato di calce.

 

La chiesa presenta una semplice facciata a capanna dai caratteri tipici dell’architettura romanica campestre. Orientamento a nord-est. Al centro si apre il portale arcuato con contorni in pietra calcarea locale e capitelli a semplice modanatura, sormontato da un piccolo oculo circolare. Una cornice in aggetto conclude il prospetto segnando la linea delle falde del tetto.

Impianto planimetrico a unica aula rettangolare a marcato sviluppo longitudinale con orientamento da nord-ovest a sud-est; presbiterio a pianta rettangolare con asse leggermente inclinato, di larghezza ridotta rispetto l’aula e articolato su tre livelli, con parete absidale a fondale piatto. La pavimentazione è realizzata in lastre rettangolari di nembro rosato locale.
Copertura a due falde con travature e capriate lignee a vista in corrispondenza dell’aula. Il presbiterio è coperto da una volta a botte in muratura sulla quale si estende senza soluzione di continuità il pregevole ciclo di affreschi che interessa le pareti d’ambito.
Il piccolo vano della sacrestia è coperto da una volta a crociera in muratura su peducci pensili in pietra.
Le pareti interne dell’aula, un tempo anch’esse affrescate, conservano limitati frammenti di affresco unicamente nella parete di controfacciata.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/17771/Chiesa_di_Sant’Antonio_Abate_Vestenavecchia,_Vestenanova