BRONDELLO (CN). Chiesa di Santa Maria Assunta, con affresco di Sant’Antonio abate.

Il paese, che conserva tracce di possibili insediamenti romani, sorge sulla riva sinistra del torrente Bronda. Citato in documenti del 1138 e del 1219, fu sottoposto fino all’anno 1000 al monastero di Pagno che dominava tutta la valle Bronda.

La chiesa parrocchiale di Maria Vergine Assunta, che si trova oltre il ponte romanico, risale al XV secolo, ma più volte fu rimaneggiata in periodi successivi. Conserva sulla facciata affreschi tardo-quattrocenteschi che raffigurano sant’Antonio abate e san Cristoforo.

 

Info:
Comune tel. 0175 76125 – http://www.comune.brondello.cn.it/

VAL DELLA TORRE (To), fraz. Brione. Chiesa di Santa Maria della Spina, con statua di sant’Antonio abate

Le prime notizie della presenza umana sul territorio comunale risalgono all’epoca romana, come testimonia una lapide funeraria risalente all’Impero Romano, rinvenuta nella Frazione Brione e conservata presso la Chiesa Parrocchiale di Brione (Santa Maria della Spina) sino alla fine del XIX secolo.
La costruzione della chiesa è ascrivibile agli inizi del XII secolo, citata per la prima volta in un documento datato 1118, nell’elenco dei beni posseduti dall’Abbazia di San Solutore di Torino.
In un documento datato 26 novembre 1200 si legge che Remota è la “priorissa ecclesiae Sancte Marie de Briono”. Le monache cistercensi precedentemente occupavano, come si evince da un documento datato 30 giugno 1197, il monastero di San Martiniano. Consacrata il 30 dicembre 1283 dal Vescovo di Torino Goffredo di Montanaro, è da ascrivere allo stile romanico-lombardo e realizzata a cavallo del 1200. Nel secolo XIII il Priorato femminile Cistercense di Brione era l’ente più forte che comandava in Val della Torre, estendeva la sua influenza anche fuori della valle e persino in Torino.
Verso il Trecento comincia la decadenza del monastero, che si accentua nel secolo seguente. Nella relazione della visita pastorale di Mons. Peruzzi del 1584, si legge che la chiesa è “ampia ma fieramente desolata e con parecchi altari indecentissimi”. In seguito alla visita pastorale viene aggiunta la specifica “della Spina”. Quando il Concilio di Trento vietò ai monasteri femminili di stare fuori dell’abitato, il monastero di Santa Maria, in cui era già sostituita la regola di Santa Chiara a quella Cistercense, passò a Moncalieri.
La Chiesa, in stile romanico-lombardo nel suo più completo sviluppo, è sita lungo la strada provinciale che collega Alpignano a Givoletto, in corrispondenza della frazione di Brione.
All’interno, nella seconda campata della navata di sinistra è collocata una statua del Sacro Cuore di Gesù, mentre nella terza campata è collocata una tela raffigurante la Crocefissione. Nella seconda campata della navata destra si trova l’altare in marmo dedicato alla Madonna della Spina, mentre nella quarta campata si trova una nicchia con la statua di San Giuseppe.

Nel transetto sul lato sinistro si trovano due teche contenenti le statue di San Rocco e Sant’Antonio Abate, oltre ad una tela raffigurante la Madonna, Sant’Antonio da Padova e Santa Chiara.
Nell’abside della navata destra è collocata una mensa lignea e la statua della Madonna.

 

Info:
Piazza Santa Maria della Spina. Telefono: 011 968 8225
https://goo.gl/maps/RsZeSpv7yccZGrtg7


Bibliografia:
– Olivero E., L’antica parrocchia di Brione (Val della Torre), in ID., Architettura religiosa preromanica e romanica nell’archidiocesi di Torino, Torino 1941, pp. 326-336
Cartario del Monastero di S. Maria di Brione fino all’anno 1300, a cura di G. SELLA, Pinerolo 1913 (Biblioteca della Società storica subalpina)
– Prato Pietro, Alcune notizie storiche riguardanti Val della Torre raccolte e ordinate dal Teologo Cav. P. Prato, Prevosto di S. Donato, Tipografia e Legatoria Conte, Savigliano (CN) 1913
– Ferrua Luciana, Il Monastero Femminile di S. Maria di Brione, Comune di Val della Torre. Fusta Editore, Saluzzo (CN) 2010
– Chiarle Giancarlo, Fondazioni monastiche e organizzazione del territorio. Il caso di Brione. Parte prima: (secoli X-XIII), in: Bollettino storico-bibliografico subalpino 108 (2), 2010, pp. 325-416

Per notizie più approfondite, vai a:
http://archeocarta.org/val-della-torre-brione-to-chiesa-di-santa-maria-della-spina/

Data compilazione scheda: 16 maggio 2020

REVELLO (Cn). Collegiata, Polittico di Sant’Antonio abate e santa Maddalena.

Autore ignoto – Polittico di sant’Antonio abate e santa Maddalena – veduta d’insieme

Autore ignoto – Polittico di sant’Antonio abate e santa Maddalena, dettaglio di sant’Antonio abate, a sinistra in basso

 

 

Autore ignoto – Polittico di sant’Antonio abate e santa Maddalena – dettaglio della Madonna detta delle ciliegie Autore ignoto - Polittico di sant'Antonio abate e santa Maddalena - dettaglio della Madonna detta delle ciliegie

 

Autore ignoto - Polittico di sant'Antonio abate e santa Maddalena - dettaglio della predella lato sx

 

Autore ignoto – Polittico di sant’Antonio abate e santa Maddalena – dettaglio della predella lato sx

 

 

Info sulla Collegiata:
https://archeocarta.org/revello-cn-collegiata-di-santa-maria-assunta/

REVELLO (Cn). Collegiata, Polittico della Ss. Trinità, di Pascale Oddone, con Sant’Antonio abate.

Secondo altare a sinistra entrando in chiesa: Altare della SS. Trinità
Possiede una stipe eseguita circa il 1900 in marmi bianchi su cui poggia uno scenografico polittico dipinto da Oddone Pascale, in ‘pendant’ all’altro della cappella di S. Croce.
La macchina d’altare di questo polittico si è conservata molto bene nel corso dei secoli e consente di valutare l’evoluzione del gusto che si verificò in queste terre nel breve arco di pochi decenni: alle gracili cornici gotiche dei polittici dipinti da Hans Clemer a cavallo degli anni di fine quattrocento inizio cinquecento, Oddone Pascale oppone agli inizi del quarto decennio del ‘500 le fastose pilastrature scanalate e le balaustrate a doppio rigonfiamento sovraccariche di orpelli e di dorature.
revello-collegiataIl polittico della SS.Trinità è datato 1541. Nella predella di base l’artista ha inteso rappresentare il Purgatorio e la liberazione delle anime da parte degli angeli, soggetto assai inusuale in territorio saluzzese.
Oddone Pascale l’ha immaginato come un luogo arido in cui le anime si purificano stando immerse in lingue di fuoco e che, a pena scontata, sono condotte da angeli psicopompi in un terreno più fresco, ed in ambiente luminoso, al quale si giunge attraverso una scala ed una porta aperta.
Su un disegno netto ed accurato, l’artista saviglianese ha steso pennellature sicure di colori tersi il cui tono risalta sulle masse più scure, evidenziando in tal modo il contrasto tra l’arida fosca della mole del monte, la sensazione di arsura data dal fuoco in cui sono immersi i purganti, e la luminosità, la verde freschezza della Gerusalemme celeste.
Nella parte destra del quadro stanno, assistite da un angelo con pastorale e turbolo, le nude anime espianti: i loro volti ed i loro atteggiamenti manifestano non tanto sofferenza e tormento per la pena, quanto piuttosto continua supplica di perdono e consapevolezza della futura eterna salvezza. Sullo sfondo, due angeli, percorrendo un’esile passerella, accompagnano, l’uno al luogo d’espiazione, l’altro all’uscita dal Purgatorio, le anime loro affidate. A sinistra, un altro messaggero celeste, con l’abito rosso dell’amore divino che salva (gli altri indossano vesti grigie in segno di penitente umiltà), conduce le anime ormai purificate verso il luminoso e verdeggiante Paradiso, dove si giunge salendo una scale ed oltrepassando una porta.
Il polittico (nove tavole diverse per forma e grandezza) rispecchia nella fastosa struttura, in legno finemente intagliato e con ricche dorature, il modello classico dell’arco di trionfo.
Ai fianchi della predella, sui plinti che reggono le colonne, sono dipinti i ritratti di santa Apollonia, a destra, e di santa Caterina, in corsetto cremisino e manto verde la prima; in corsetto violaceo e maniche oltremarino con manto rosso la seconda.
Nel ritrarre queste due giovani donne, abbigliate secondo l’alta moda del Rinascimento, Oddone Pascale riesce armoniosamente a fondere la semplicità apparente dell’impostazione, con la fluidità dei pochi colori di base, con il risalto dei volti e delle altre parti scoperte sulle tinte corpose dei panneggiamenti, offrendoci una visione gradevole di aristocratica bellezza. L’oro dei fili sottili, che ornano le stoffe, e della maglia, che dal collo di Caterina scende ramificata al corpetto, dona, colpito dalla luce radente, sommessi sfavillii.
La grande ancona centinata è dedicata alla visione descritta in Apocalisse, impresa ardua quant’altre mai per un pittore, perché si tratta di tradurre in immagini la descrizione giovannea dell’Empireo. Oddone ha ridotto questa in scala umana, comprensibile, livellata: i ventiquattro vegliardi biancovestiti, in ginocchio sulle nubi del Paradiso mentre alzano le loro coppe nell’adorazione, tolte di capo le corone che cingevano le bianche tempie e messe a lato le arpe della lode perenne; i “quattro esseri viventi” (aquila, vitello, angelo, leone) anch’essi in adorazione delle Persone della SS. Trinità che formano un unico blocco avvolto dalla luce dell’Empireo.

Meno impegnative sono senza dubbio le composizioni del fastigio ove più libero e fresco scorre il pennello, dimostrando padronanza espressiva e delicatezza cromatica, e si rinnova la fresca ‘verve’ dei ritratti sugli zoccoli della predella. Il riquadro di sinistra è dedicato a S. Luigi IX re di Francia, bell’uomo in ricche vesti rinascimentali, con gli attributi del potere e della devozione nelle mani. Il riquadro di destra raffigura S. Antonio abate, canuto vegliardo questuante, venerato come protettore degli armenti e come taumaturgo degli appestati. Viene rappresentato come un anziano monaco con lunga e folta barba e capelli bianchi; la mancina regge sottobraccio il libro della sapienza, mentre l’altra mano stringe il lungo bastone con manico a “tau”, a cui sono legate le campanelle del questuante.


La tavola di centro è riservata all’Ascensione, soggetto già affrontato dall’artista e realizzato in modo simile sull’interno di un’anta della “macchina d’altare” nella chiesa abbaziale di Staffarda, e nell’ancona della Madonna del Rosario in san Giovanni a Saluzzo, ed è questa una delle prime realizzazioni in pittura di cavalletto che si conosca per mano di pittori locali d’epoca rinascimentale.

 

Fonte:
Opuscolo La Collegiata di Revello, Associazione A.S.A.R.
AA.VV., La Collegiata di Revello, Cuneo, Aga il Portichetto, 1988.

Vedi presentazione di Marco Invrea: Presentazione Revello Altare della Trinità-copia pdf

MONSELICE (Pd). Quadreria del Duomo Nuovo di Monselice (San Giuseppe Operaio), con “Sant’Antonio abate”.

La chiesa è stata inaugurata l’8 settembre 1957 ed è diventata il nuovo duomo di Monselice.
Al suo interno sono custodite le opere d’arte delle chiese di Monselice chiuse o soppresse. Un vero “tesoro” che meriterebbe di essere restaurato ed esposto al pubblico.

Domenico Campagnola (1500 – 1564): quadro raffigurante Sant’Antonio abate.
Il “fuoco di Sant’Antonio”: Tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono posti sotto la protezione di sant’Antonio, in onore del racconto che vedeva il santo addirittura recarsi all’inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori. Per questo, tra i molti malati che accorrevano per chiedere grazie e salute, molti erano afflitti dal male degli ardenti, conosciuto anche come fuoco di Sant’Antonio, o herpes zoster, Si manifesta sotto forma di eritemi e vescicole con un decorso di poche settimane.
Gli animali domestici: Sant’Antonio tuttavia è considerato anche il protettore degli animali domestici, tanto da essere solitamente raffigurato con accanto un maiale che reca al collo una campanella.
Il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la protezione del santo. La tradizione deriva dal fatto che l’ordine degli Antoniani aveva ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, poiché il grasso di questi animali veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant’Antonio. I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nel paese con al collo una campanella. Secondo una leggenda del Veneto (chiamato San Bovo o San Bò, la notte del 17 gennaio gli animali acquisiscono la facoltà di parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio.

 

Fonte: http://www.ossicella.it/monselice/quadreria-del-duomo-nuovo-di-monselice-san-giuseppe-operaio/