MISTERBIANCO (CT). Festa di sant’Antonio abate

Sant’Antonio abate, patrono di Misterbianco, è festeggiato con due eventi: la festa liturgica, ogni anno il 17 gennaio, con la benedizione del pane e degli animali, e la grande festa solenne celebrata con cadenza triennale la prima domenica di agosto. Gli ultimi festeggiamenti si sono svolti il 7-8-2022.

 

A Misterbianco, si ha testimonianza di una prima chiesa a lui dedicata in contrada “Sant’Antonio Raitu” (che significa “eremita”), in campagna.
Il culto si trasferisce in città nel XVII secolo, quando nella chiesa madre intitolata alla Madonna delle Grazie, fu dedicato un altare a Sant’Antonio abate (immagine a destra).
La piccola chiesa  campestre, scampata all’eruzione dell’Etna del 1669, divenne invece luogo di eremitaggio per laici, monaci e sacerdoti, ma oggi non esiste più.

 

Si ha notizia della festa locale fin dal 1695, invece, è nel 1750 che il santo è eletto patrono di Misterbianco ed è autorizzata la grande feste solenne. La tradizione dei grandi ceri votivi trasportati su “varette” processionali riccamente decorate, candelore, ha, anch’essa, origini antiche. Su un inventario del 1790 si trovano elencate otto “varette” così individuate: quella del clero e del magistrato, degli ortolani, dei maestri manganelloti, dei cordonari, due dei massari e due dei vigneri. Oggi vi sono solo quattro candelore, appartenenti alle corporazioni oggi identificate come: carrettieri e camionisti, vigneri, pastori e maestri.
Nell’anno in cui cade la grande feste di agosto, il relativo annuncio ufficiale viene dato dal parroco il occasione della festa liturgica del 17 gennaio, quindi iniziano i lunghi preparativi di cui si occupa un’apposita Commissione Centrale insieme ad altre otto commissioni di cui quattro fanno riferimento ai “partiti”(Sant’Orsola, San Nicolò, Madre Chiesa detta anche “dei mastri”, Sant’Angela Merici) cioè i quartieri in cui è suddivisa la città; le altre quattro si riferiscono ai cosiddetti Cerei, i raggruppamenti che rappresentano delle categorie di lavoratori che hanno il compito di preparare i grandi ceri votivi che accompagnano la processione. Questi alte strutture dai decori barocchi che rappresentano dei grandi ceri offerti al Santo; con il tempo, si è diffuso l’uso di grandi e alte strutture adatte a trascinare gli enormi ceri: dei veri e propri fercoli processionali noti come “varette”.
I festeggiamenti, che culminano la prima domenica di agosto, sono scanditi, in realtà, nelle cinque giornate precedenti con una serie di appuntamenti che hanno sia caratteri religiosi che folcloristici. A partire dalla mattina del venerdì precedente, i grandi ceri, sulle “varette”, fanno il giro della città. Il sabato, nella chiesa di San Nicolò, la reliquia viene esposta alla venerazione dei fedeli. Poi, la sera ha inizio la processione con il reliquiario; partecipano al solenne corteo le autorità civili e militari, le confraternite locali e i “partiti” con i rispettivi gonfaloni. L’itinerario della processione, per tradizione, si svolge lungo le vie San Giuseppe, Garibaldi, Matteotti e via Giordano Bruno, per concludersi, sul sagrato della Chiesa Madre, con la benedizione. Sulla via Matteotti, si dispongono le quattro grandi candelore che accompagnano da lì in poi la processione. Ai Quattro Canti, prima, del rientro in chiesa, si assiste alla caratteristica e tanta attesa “festa del fuoco”: un lungo spettacolo di fuochi d’artificio che tiene tutti con il naso in su per circa quattro ore.
La domenica la città si veglia già alle 7 del mattino con i colpi di cannone e il suono festoso delle campane. Quindi, hanno luogo due processioni con il simulacro del Santo, una la mattina, l’altra durante la sera. La statua è preceduta dai ceri; in alcuni punti, durante il percorso processionale, si assiste alla tradizionali cantate che i “partiti” dedicano al santo, mentre all’arrivo della processione ai Quattro Canti, si assiste ancora una volta allo spettacolo pirotecnico.

 

Link:
https://www.youtube.com/watch?v=XSoFIrslmdc

https://www.theworldofsicily.com/eventi-in-sicilia/festa-di-san-antonio-abate-misterbianco/

ARDAULI (OR). Chiesa di Sant’Antonio abate

Dal centro di Ardauli prendere via Fra Tommaso verso nord e, da dove parte a destra la via San Damiano, la strada esce dall’abitato come SP30. Da qui percorrere 1,8 km e, arrivati a una curva a gomito in discesa verso destra, subito dopo la curva, alla sinistra della strada, c’è il cancello per accedere alla Chiesa campestre.
https://goo.gl/maps/YBoMgGJKkCq1asqU7

 

Secondo il Liber chronicus redato dal canonico don Francesco Antonio Tatti nel 1947, la chiesa sarebbe stata ricostruita tra il finire del Cinquecento ed i primi del Seicento dai padri Cappuccini che vi costituirono un eremo e costellarono il territorio di piccole comunità, come quella non distante che ha dato il nome ad una zona, nota come Sos Eremos. Intorno alla chiesa, inoltre sono ancora visibili le tracce di antiche presenze abitative e sepolcrali.

Ardauli – chiesa di s. Antonio abate prima della ricostruzione

La chiesa rimase in abbandono per diversi secoli, tanto che l’arcivescovo Saliano, che la visita nel 1788, la definì indecente e la interdisse al culto, facendo prelevare il quadro che si trovava all’interno e decidendo che la festa dovesse essere celebrata in paese nella chiesa del Carmine. Il suo successore, monsignor Sisternes, la sconsacrò nel 1807, ordinando di prelevarne le tegole ed altro materiale che poteva essere utile alla parrocchia.

Solo recentemente è stata ripristinata grazie ad un intervento che ha preso forma sul finire del secolo scorso e completato nel 2003, dopo un primo tentativo ad opera di un privato, che si era ripromesso di restaurarla, subito dopo la seconda guerra mondiale.
È stata ricostruita nel rispetto dell’assetto originario ed è composta in blocchi faccia a vista, con prospetto a capanna, portale arcuato e campaniletto a vela, che si erge sul primo contrafforte della fiancata sinistra. L’unica aula, è scandita da due arcate a sesto acuto ed al suo fianco, si trovano alcuni ambienti di servizio.

 

Presso questa chiesa campestre ogni anno il 17 gennaio si celebra la Festa di Sant’Antonio abate, detto “Sant’Antoni de su fogu” (Sant’Antonio del fuoco). Il giorno prima della festa, nel pomeriggio, i bambini escono con dei sacchetti e bussando alle porte delle abitazioni di parenti e compaesani chiedono Su panizzeddu, un dolce tipico della tradizione gastronomica a base di mandorle e sapa, ossia mosto cotto, che viene preparato in altri paesi anche per la festività del 2 novembre. La sera della vigilia, dopo la benedizione da parte del parroco dei tronchi che sono stati raccolti i giorni precedenti, si procede all’accensione di un grande falò, al quale segue l’offerta ai partecipanti da parte degli organizzatori di dolci tipici e di vino.

 

Link:
http://www.lamiasardegna.it/ardauli.htm
https://www.youtube.com/watch?v=MS10Nes6-qQ

CAMPIGLIA MARITTIMA (LI). Chiesa di Sant’Antonio abate

Via Sant’Antonio, 4/1.   I pedoni possono accedere anche con una scalinata da Viale Mussio.
https://goo.gl/maps/rmg2A554dGBFDp2k7

 

L’edificio risulta documentato fin dal secolo XVI. La chiesa dedicata a Sant’Antonio abate fu eretta in un’area, esterna al perimetro delle mura cittadine, posta a nord rispetto al nucleo abitato di Campiglia, in corrispondenza della Porta di Sotto.
L’analisi dei paramenti murari rivela che l’edificio ha subito un processo di crescita diacronica su preesistenze edilizie medioevali. Il fianco posto ad ovest ingloba i resti di una struttura edilizia che aveva uno sviluppo planimetrico quadrangolare. La tipologia delle monofore presenti sui fianchi dell’edificio, caratterizzate da un profilo a sesto acuto, con ampie strombature, suggeriscono di ascrivere l’edificazione della chiesa ai secoli XIV-XV.
Una targa marmorea, ornata da eleganti girali fitomorfi, posta all’interno ricorda il contratto notarile, rogato dal fiorentino ser Giovanni di Giuseppe de Querci da Cutigliano il 25 Agosto 1705 per prete Lorenzo Donati che si impegnò a mantenerla, come aveva concordato il 25 marzo 1697 con il canonico Giovanni Ricci durante la visita pastorale.
Tra il ‘700 e l’800 la chiesa fu meta delle processioni del Venerdì Santo e centro degli annuali festeggiamenti dedicati a Sant’Antonio abate, le cui spese erano sostenute dalla famiglia Del Mancino, che aveva il patronato della chiesa.

La data presente sull’architrave del portale di ingresso (1732) permette di ascrivere al secolo XVIII, l’ultimo importante intervento di trasformazione edilizia della chiesa che determinò il rifacimento della facciata mediante crescita in altezza per sopraelevazione.

Attorno alla seconda metà del Novecento (dal 1970) la chiesa fu oggetto di un radicale intervento di rinnovamento. L’intervento determinò la sostituzione dell’altare originario con una mensa in travertino di gusto neo-medievale. Furono rifatti gli intonaci interni e le pavimentazioni con sestino di cotto montato a spina di pesce. Le capriate lignee furono scatolate entro camice di legno. In facciata fu realizzata la lunetta con ghiera in laterizio e fu rimaneggiata la finestra circolare mediante il rifacimento della ghiera. Inoltre lo spazio del coro attestato in corrispondenza della parete di controfacciata fu rimodulato nella forma di disimpegno collegato all’aula centrale da tre porte in legno con specchiature. Questo spazio fu inoltre internamente foderato da lastre di legno stratificato.

CAMPIGLIA M.ma -Chiesa S. Antonio ab., ante 2014

L’intervento di restauro eseguito nel 2012-14 ha comportato il risanamento completo esterno della chiesa, mediante asportazione delle essenze arboree radicate sulle murature, il consolidamento del paramento murario e la protezione dello stesso mediante realizzazione di intonaco a base di calce colorata e decapata ad ossido. L’intervento ha comportato il rifacimento completo della struttura di copertura mediante l’inserimento di cinque nuove capriate lignee e il ripristino dell’ordito originario a terzere. Il consolidamento del campanile a vela, l’inserimento di lattonerie in rame a protezione dei timpani presenti e il restauro della campana hanno completato il tutto.

 

Chiesa ad aula unica rettangolare, dalla forma planimetrica caratterizzata da numerosi flessi, segno di un processo di crescita edilizia per addizione cellulare. Presenza di un vano di disimpegno comunicante con l’aula centrale mediante tre porte in legno della seconda metà del secolo XX.
Manto di copertura in coppi ed embrici non originari. Infissi della seconda metà del Novecento.

Facciata con coronamento cuspidato a due spioventi del secolo XVIII, leggermente asimmetrica, ornata da lesene angolari e elementi di trabeazione. Portale di accesso principale in pietra arenaria calcarea recante la data 1732, sormontato da lunetta con ghiera di laterizio, entrambe della seconda metà del secolo XX. Finestra circolare posta in asse con il portale di ingresso con ghiera in mattoni della seconda metà del Novecento di colore rosato. Evidenti tracce murali di un intervento di accrescimento in altezza per sopraelevazione del fronte ascrivibile al secolo XVIII. Fianchi scanditi da otto monofore, sei delle quali del secolo XIV, di forma rettangolare oblunga coronate da arco a sesto acuto, con ampie strombature.
Paramenti murari esterni in muratura mista (pietra e mattoni) lasciati a faccia a vista. Presenza sul fianco ovest di lacerti dell’originario intonaco e tracce edilizie medioevali, forse appartenenti ad una struttura difensiva a torre.
Piccolo campanile a vela sulla sinistra della navata.
All’interno, pareti intonacate, coloritura superficiale a calce bianca.
Nella chiesa sono presenti una acquasantiera in pietra calcarea senza incisione del XVI secolo e un’altra acquasantiera in pietra calcarea con incisione dei secoli XIV – XV.
All’interno, sulle pareti laterali, la presenza all’interno di numerose lapidi marmoree (secoli XVI-XIX) dimostra la l’importanza devozionale avuta dalla chiesa nei secoli. Questa vitalità è testimoniata parimenti dalle numerose visite pastorali nei secoli XVI-XVIII. Molte lapidi riportano iscrizioni che ricordano i membri della famiglia Del Mancino, sepolti nella chiesa.

 

Sulla destra della Chiesa sorge un tabernacolo con l’immagine di sant’Antonio abate nell’iconografia tradizionale.

 

 

 

BENEDIZIONE ANIMALI
La chiesa è da sempre frequentata in occasione degli annuali festeggiamenti dedicati a Sant’Antonio abate il 17 gennaio: sul piccolo sagrato prima della Messa si svolge il tradizionale rito della benedizione del pane e degli animali domestici.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/44939/Campiglia+Marittima+%28LI%29+%7C+Chiesa+di+Sant%27Antonio

COLLELLONGO (AQ). I festeggiamenti per sant’Antonio abate

La Festa di Sant’Antonio abate è una complessa manifestazione rituale che coinvolge l’intera comunità di Cellelongo nella preparazione delle cuttore, termine con cui si indicano sia le grosse pentole di rame dove si mette a cuocere il granturco che, dopo sei-sette ore di bollitura diventa  i “ciceròcche” (il nome deriva dal latino cicer crocus, cece rosso), sia le case in cui sono allestiti all’interno di un grande camino decorato con l’immagine del Santo. Allestite da famiglie, associazioni, gruppi di amici, le cuttore (tradizionalmente in numero di nove) vengono accese con legna di ginepro al rintocco delle campane dei vespri del giorno 16 gennaio, dopo la recita di una classica orazione di carattere apotropaico volta ad ingraziarsi la benevolenza del Santo.
Nel locale della cuttura si svolge la festa per l’intera notte, si ospitano i pellegrini e le bande di suonatori che girano tutta la notte intonando i versi di una tipica canzone.
La sera la comunità si raduna nella piazza centrale del paese, da dove prende il via un folto corteo processionale – introdotto dai bambini con le torcette accese e dalla banda di fisarmoniche e percussioni, che esegue per tutta la durata del corteo un unico brano devozionale –, che visiterà una dopo l’altra le cuttore; dopo la benedizione del parroco, il vino, le panette (pane impastato con uova), i dolci sono distribuiti ai visitatori, che, oltre a gustarli, aiutano mescolando i cicerocche sul fuoco, in segno di devozione e di buon augurio alla casa.
I cicerocche la mattina seguente venivano poi offerti fuori la chiesa come cibo sacrale per gli animali.

Per tradizione all’alba del 17 gennaio dalle cuttore uscivano fanciulle vestite con gli abiti tradizionali di Collelongo, portando sulla testa la concarescagnata” ovvero addobbata e si dirigevano verso la chiesa madre dove sfilavano per decretare la conca meglio realizzata ed il vestito più bello. Non è molto chiara la nascita di questa tradizione; fra le ipotesi vi è quella che fosse un’occasione per far conoscere le ragazze in età da marito; il fatto che indossassero il vestito delle grandi occasioni e portassero sul capo una conca ricolma di confetti e dolciumi in qualche modo rimanda ai riti nuziali.

Nel giorno della sua festa liturgica, il 17 gennaio, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici.
La statua di s. Antonio, conservata nella chiesa parrocchiale, vedi scheda, viene ornata con arance.
Le prime attestazioni storiche relative al culto di Sant’Antonio abate a Collelongo risalgono allo scorcio del 1600,periodo in cui verosimilmente fu eretto l’Altare dedicato al Santo nella chiesa parrocchiale.

Da secoli e ancora oggi, si usa accendere il 17 gennaio i “falò di S. Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. Il “torcione”, caratteristica unica di Collelongo, un tempo era ricavato da un unico esemplare di quercia che abili maestri d’ascia provvedevano a lavorare fino a fargli assumere la caratteristica forma.
Questo successivamente veniva “inzeppato” con “stangoni” ed altra legna, infine issato nelle piazze principali del paese e poi acceso. In paese si realizzano due torcioni: uno in Piazza Ara dei Santi, davanti alla Chiesa dei Caduti, e l’altro in piazza Libertà, nei pressi della Chiesa parrocchiale di Santa Maria Nuova.

 

Un terzo torcione, più piccolo, viene allestito fuori dal paese, accanto alla
CAPPELLA VOTIVA DEDICATA A SANT’ANTONIO ABATE
https://maps.app.goo.gl/sLDvxgTyyjvs1HDo8
Situata nei pressi della collina di Sant’Antonio, fra Collelongo e la Valle di Amplero, ad alcuni chilometri di distanza in direzione Est rispetto all’abitato di Collelongo.

 

Immagini e info da:
https://www.italybyevents.com/eventi/abruzzo/festa-santantonio-abate-collelongo/

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/comunita-patrimoniali-ai-tempi-del-covid-la-rete-per-la-salvaguardia-delle-feste-di-santantonio-abate/

https://www.ilcapoluogo.it/2020/01/16/santantonio-accende-collelongo-la-forza-di-una-devozione-antica/

https://catalogo.beniculturali.it/detail/DemoEthnoAnthropologicalHeritage/1300302267-3

IGLESIAS (CI). Chiesa di Sant’Antonio abate

L’edificio sorge oltre l’antica cinta fortificata della città. Via Sant’Antonio, 38
https://goo.gl/maps/pB8zH4ZyL8X1pLzK6

 

L’edificazione potrebbe risalire al X-XI secolo; è fra gli edifici di culto precedenti l’erezione della città stessa e quindi a un periodo antecedente al 1258. Sorta sull’altura, in prossimità della valle del Cixerri, doveva costituire il fulcro di un piccolo villaggio.
Nel corso del XVI e poi del XVIII secolo l’edificio sarebbe stato sottoposto a restauri o rifacimenti.
Restaurata negli anni 1923-29.
Nel 1996 l’edificio è stato sottoposto ad un intervento di ripristino strutturale. Nel medesimo frangente è stato condotto uno scavo nell’area della navata che ha consentito il rinvenimento di sepolture (riconducibili ai secoli XVIII e XIX) e reperti ceramici di vario genere nonché di monete.

La facciata a capanna, altrettanto semplice, è contraddistinta dalla presenza di un’apertura semicircolare al di sopra del portone d’ingresso e, sul lato destro, una antica finestra con cornice di mattoni, oggi tamponata.

L’originario assetto dell’edificio, realizzato con forme artistiche e religiose bizantine, prevedeva tre navate suddivise tra loro da arcate e ciascuna dotata di abside semicircolare. Per motivi non noti, nel corso del tempo esso ha subito numerose modifiche, consistenti principalmente nella scomparsa totale della sua porzione sinistra (di cui tuttavia sono leggibili evidenti tracce) e parziale di quella destra, della quale rimane solo la parte terminale.
L’aula centrale quadrangolare è oggi suddivisa in quattro campate da archi trasversali a tutto sesto e realizzati in mattoni. Il soffitto originario, voltato a botte, è stato sostituito da una copertura di travi lignee.
La navata è conclusa da un’abside di dimensioni contenute. Si rileva la presenza di due pilastri per lato i quali, addossati alle pareti perimetrali e sormontati da archi a tutto sesto disposti trasversalmente rispetto all’asse longitudinale della pianta, ne scandiscono lo spazio. A destra della zona presbiteriale è collocato l’ingresso alla sacrestia, un piccolo vano absidato che è quel che sopravvive dell’antica navata destra della chiesa.
La copertura è a due falde, con struttura interna costituita da travicelli in legno poggianti sugli archi e sovrastante tavolato. Il manto esterno di copertura è costituito da tegole coppi allettate con malta.

 

Anche a Iglesias veniva celebrata la festa di sant’Antonio il 16 e 17 gennaio, con l’accensione del falò alla sera. Il 17: celebrazioni liturgiche, benedizione degli animali, offerta del pane benedetto e processione.


Link:

https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/90921/Iglesias+%28CA%29+%7C+Chiesa+di+Sant%27Antonio+Abate