VALFORNACE (MC). Chiesa di Sant’Antonio abate a Castello di Fiordimonte, con immagini

Via Domenico Galassi, 2, frazione Valle e Castello
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Il nuovo comune marchigiano di Valfornace fu istituito il 1° gennaio 2017 con la fusione di Fiordimonte e Pievebovigliana. La chiesa si trova a Fiordimonte.

Prima del Quattrocento in riferimento al Castello si cita San Nicola di Corracuno. Matteo Mazzalupi sostiene che si tratti della stessa chiesa. L’attuale assetto della chiesa, infatti, risale alla fine del Trecento, inizio Quattrocento, quando il castello di Corracuno fu restaurato ed assunse il nome di Fiordimonte (tratti delle mura castellane sono ancora visibili). È probabile che anche la chiesa, inserita con la sua torre campanaria nelle nuove fortificazioni, abbia subito in questa fase delle trasformazioni, per essere poi intitolata a Sant’Antonio abate.

Il dipinto più antico del complesso religioso si trova all’interno del campanile. Si tratta di un affresco molto rovinato che raffigura sant’Antonio abate dalla lunga barba, l’abito da monaco, bastone e libro nelle mani. Opera di Cola di Pietro da Camerino, un mediocre artista che lavorò tra il 1383 e il 1404, e lasciò a Pontelatrave (1393) e Pieve Torina le sue opere di maggior respiro.

Di ben altra statura era il pittore convocato dai fiordimontesi e dal loro parroco nel 1456: Giovanni Angelo d’Antonio che viveva e lavorava a Camerino ma era nato a Bolognola, e proprio negli stessi anni di Fiordimonte dipinse la sua opera più bella e più famosa: la tavola con l’Annunciazione oggi esposta, con molte altre sue opere, al museo civico di Camerino. Sulla parete di fondo della chiesa di Sant’Antonio, il pittore dispose ai lati del Crocifisso, tra due colonne, sei santi, che le iscrizioni aiutano a riconoscere: a piè della croce “MARIA” e “IOHANNES”, e poi “ANSOVINUS”, vescovo e compatrono di Camerino, “ELENA” e “BARTHOLOMEUS” (il coltello è quello con cui fu scuoiato vivo); la scritta sotto il santo più a destra è caduta, ma gli abiti vescovili e le tre sfere d’oro rivelano san Nicola di Mira.

Nel 1582 il vescovo visitò la chiesa, sede di una Confraternita del Rosario già esistente nel 1540 e luogo di riunione degli uomini di Fiordimonte, che risultò essere in pessime condizioni.

 

Un modesto dipinto sulla parete sinistra, assai rovinato, del 1633, raffigura la Madonna col Bambino e i santi Lucia, Francesco, Carlo e Antonio abate;  opera di “Ioannes Antonius Peregrinus Mediolanensis” (così la firma), Giovanni Antonio da Milano, e rivela che, cinquant’anni dopo quello sfacelo, si era in qualche modo rimediato, almeno provvisoriamente. Sant’Antonio è raffigurato a destra, con barba bianca e bastone.

Il definitivo recupero della chiesa avvenne nel Settecento, quando furono ricostruisti i tre altari principali della chiesa, che oggi non ci sono più, ma sopravvivono i  quadri con cui furono ornati. Sull’altar maggiore si trovava, già nel 1715, la Nascita della Vergine Maria ora spostata sulla controfacciata. È copia – di ignoto – di una famosa Nascita di san Giovanni Battista del Baciccio, dipinta alla fine del ‘600 per Santa Maria in Campitelli a Roma. Per trasformarne il soggetto, al pittore bastarono pochi ritocchi.

Qualche anno più tardi furono completati i due altari minori, con due dipinti di un diverso artista di cui ancora non si conosce il nome. Sulla parete sinistra, dove era l’altare di San Gaetano, è rimasta la tela con l’Immacolata Concezione tra i santi Antonio abate e Antonio da Padova e, in basso, Francesco di Paola e Gaetano. Sant’Antonio abate, in alto a sinistra è raffigurato mentre legge un libro e tiene con il braccio destro un bastone.

 

Un’identica cornice nera è nel quadro di fronte, che corrispondeva all’altro altare (di San Mattia?). In alto vi compare la Trinità, al centro i santi Giovanni Battista e Giuseppe e, in basso, san Nicola inginocchiato ai piedi di san Tommaso. Il santo vescovo rassicura la gente di Fiordimonte con le parole scritte sul suo libro: “Pace a voi. Non temete: io sono Nicola, il vostro protettore” (“Pax vobis. Nolite timere: ego sum Nicolaus, protector vester”).

 

 

Oggi ai lati dell’altar maggiore due statue moderne, a sinistra sant’Antonio di Padova e a destra sant’Antonio abate  con libro, bastone a croce cui è appesa una campanella, fuoco ai suoi piedi.

 


Bibliografia:

Guida storico artistica del Comune di Valfornace, Il Formichiere, Foligno 2019.

Link:
http://www.luoghidelsilenzio.it/marche/06_chiese/03_macerata/pagina2/00177/index.htm

PERUGIA. Oratorio della Confraternita di Sant’Antonio abate

Corso Bersaglieri, 92
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La Confraternita di Sant’Antonio abate fu una delle prime istituite a Perugia,nel secolo XIII e fu fondata probabilmente da una compagnia di Disciplinati. Era detta dei «Civici» perché vi facevano parte soltanto i cittadini di Perugia; come le altre, ebbe una costituzione e regolamenti precisi riguardanti, fra l’altro, la partecipazione alle processioni, cui interveniva insieme a quelle di S. Benedetto e di SS. Simone e Fiorenzo.
Nel catasto del 1361 si trovano notizie dei terreni spettanti al suo ospedale, menzionato fin dal 1340 col nome di “hospitale disciplinatorum sancti Antonii”. Questo venne soppresso nel secolo XVII e la compagnia di donne collegata ad esso, detta delle «sorelle spedalieri», venne abolita nel 1697 su richiesta dei monaci Olivetani della chiesa di Sant’Antonio abate vedi scheda. Nel 1737 tutti i beni di questo ospedale furono donati all’Ospedale Maggiore di S. Maria Maggiore.

L’oratorio della Confraternita ha subito diverse modifiche nel corso dei secoli ma si presume che la struttura originaria risalga al periodo compreso tra il XIII e XIV secolo e assunse la forma attuale all’inizio del secolo XVI. Utilizzato sino al XX secolo, dopo aver subito il cambio di destinazione d’uso (adibito a deposito di legname) è stato chiuso al pubblico per più di trent’anni. Attualmente è di proprietà dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero che l’ha concesso in locazione all’Associazione di promozione Sociale Borgo Sant’Antonio Porta Pesa, costituita prevalentemente da residenti, che si è adoperata per il recupero dell’oratorio, riaperto al pubblico nel 2018.

L’interno è uno spazio a sala di forma rettangolare irregolare di circa 7 x 12 m, coperto da una volta a botte ribassata semiellittica con otto lunette e unghiature. L’imposta della volta è evidenziata da una cornice a rilievo che corre su tre lati mentre sulla parete di fondo è semplicemente dipinta. In questa stessa parete, inoltre, è visibile l’impronta lasciata dallo smontaggio del vecchio altare cinque-seicentesco che verso la fine del XVIII secolo venne spostato nella chiesa di sant’Antonio abate. Le due porte di legno dipinto poste in prossimità della parete di fondo sono settecentesche, quella sul lato lungo accede ad una piccola sacrestia attualmente non praticabile per un dissesto della volta di copertura; l’altra porta è murata. La pavimentazione, rialzata rispetto al piano stradale, è interamente costituita da pianelle in cotto, di forma rettangolare fatte a mano, posate su strato incoerente di terra e detriti e poste a spina di pesce in diagonale, per tutto lo spazio centrale, tranne due fasce laterali di circa 1 metro con pianelle disposte a correre lungo i lati lunghi.
L’ambiente è interamente decorato.  Sulla controfacciata è possibile ammirare un’interessante Crocefissione cinquecentesca, dipinta a fresco, della scuola del Perugino. Ai lati del Cristo in croce si distinguono i santi Bernardino da Siena e Girolamo.

L’oratorio subì un importante ristrutturazione nel 1735. Agli anni successivi risalgono tutte le altre decorazioni delle pareti e della volta. Sulla volta, le interessanti quadrature prospettiche, opera del perugino Pietro Carattoli (1703-1766), producono una mirabile illusione architettonica che sfonda le pareti della volta moltiplicando illusionisticamente lo spazio per dare massimo risalto all’ascesa in cielo di sant’Antonio abate in mezzo ad un tripudio colorato di angeli festanti. Alcuni angeli afferrano e trasportano i suoi simboli iconografici: il bastone, la campanella, il libro e il fuoco. Le pregevoli figure sono opera del pittore perugino di origini marchigiane Francesco Appiani (1704-1792).

 

Le 8 lunette della volta ornate da volute, ricci floreali e vegetali con frutta che, in modo alternato, decorano finti paramenti architettonici con scudi e vasi rocaille su pseudo basamenti con teste di angeli. Tali decorazioni, come le quadrature delle pareti laterali, i riquadri e le varie decorazioni d’arredo, sono opera del pittore perugino Nicola Giuli (1722-1780).
I 4 riquadri ovali, verso i lati più corti dell’oratorio, dipinti in chiaroscuro sono scene allegoriche che simboleggiano la Fortezza cristiana e la Religione (verso la controfacciata) la Penitenza e la Carità (parete di fondo). Le due scene, sempre in chiaroscuro, al centro delle pareti laterali, racchiuse tra ricche cornici ornamentali, rappresentano scene della vita di sant’Antonio abate e in particolare la “morte del Santo tra le braccia di due discepoli” a destra e il “miracolo della fonte d’acqua che compare dalle rocce del deserto”, tutte opere di Francesco Appiani

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Il ciclo pittorico settecenteso presente sui lati lunghi dell’oratorio e sulla parete di fondo, dipinto con tecnica a secco, tempera su intonaco, ha subito nel tempo danni di varia natura, meccanica, naturale e deperimento fisiologico dei materiali. Il dipinto cinquecentesco con tecnica a fresco sulla controfacciata, invece ha figure ancora ben distinte e visibili sotto la patina dell’ossidazione del tempo e della polvere, è però evidente un diffuso rigonfiamento dovuto al distacco dell’intonaco dalla parete. La volta è complessivamente in buono stato.

Un camino cinquecentesco in pietra serena scolpito con lo stemma della Confraternita si trova nel deposito della Galleria Nazionale dell’Umbria, dove è custodito anche lo stendardo della Confraternita dipinto su tela, datato e firmato da Sinibaldo Ibi nel 1512. Esso raffigura Sant’Antonio abate con due fedeli che indossano la cappa della confraternita, vedi scheda.

 

Link:
https://www.palazzospinelli.org/ita/channel-view.asp?id=news&idn=885

https://it.wikipedia.org/wiki/Oratorio_della_Confraternita_di_Sant%27Antonio_Abate

BERGAMO. Distrutto ospedale di Sant’Antonio abate “in Prato”

Il culto di s. Antonio abate si diffuse anche a Bergamo e in città furono fondati due hospitali intitolati al Santo: nel 1208 quello di Sant’Antonio “in foris”, appena fuori la porta di S. Antonio e all’imbocco di borgo Palazzo, vedi scheda e, verso la fine del XIV secolo in luogo dell’attuale Palazzo Frizzoni / Municipio, l’ospedale di Sant’Antonio “in Prato” (o “di Vienne”), entrambi con annessa chiesa.

La chiesa e l’annesso ospizio per malati e pellegrini si trovavano in Contrada di Prato, sulla strada che dal Prato di S. Alessandro portava alla chiesa di S. Leonardo. Ma esistendo già una chiesa con ospizio nel borgo di S. Antonio, si aggiunse la dicitura di Antonio “in Prato” per evitare che la dedicazione scelta potesse dare adito a confusione.

I frati Antoniani erano giunti a Bergamo verso la fine del Trecento e vi si erano insediati, ma è difficile oggi stabilire se essi siano stati gli effettivi promotori della sua edificazione; di certo l’ospedale fu fondato per iniziativa laica tra il 1380 e il 1382: la tradizione ne fa risalire la fondazione a Gerardo (morto tragicamente nel 1380) della nobile famiglia cittadina dei De la Sale, ma un documento conservato nel fondo pergamene dell’archivio della MIA (Misericordia Maggiore, sodalizio spirituale e caritativo sorto nel 1265) attesta la contemporanea presenza di un certo frate Francesco, “un armigero di ignota provenienza”, che nel 1382 è citato come edificatore della chiesa e dell’Ospedale di San Antonio in Prato; egli non era in “habito religioso”, ma “portabat pannos lungos et signum S. Antonii scilicet unum T super pectore”.(1)

Così come stava accadendo in altre città, anche a Bergamo verso la metà del Quattrocento si deliberò l’accorpamento di 11 ospedaletti sparsi tra il colle e il piano in un unico grande organismo – l’Ospedale Grande di S. Marco – al fine di ottimizzare i servizi e creare un’unica dirigenza, esercitando così un maggior controllo.
Il documento firmato nel 1458, delibera “che il nuovo ospedale dovrà essere costruito nel luogo dell’ospedale di S. Antonio o altrove, qualora lì non fosse possibile”, avviando un’annosa disputa che vede da una parte la resistenza degli Antoniani, decisi a difendere strenuamente privilegi e concessioni acquisiti nel tempo (nel 1453 i frati di Vienne avevano ottenuto da Papa Nicolò la chiesa e l’ospedale) e, dall’altra, la cittadinanza, che non solo li considera abusivi all’interno della struttura “sorta a vantaggio dei poveri e su iniziativa di una famiglia bergamasca”, ma li rimprovera anche di elemosinare per sostenere la loro comunità e la precettoria d’appartenenza (quella di Ranverso, presso Torino), trascurando del tutto l’ospedale e la chiesa.
La diatriba fu risolta alla fine del Cinquecento, quando il vescovo Barozzi decise di accorpare l’ospedaletto di S. Antonio in Prato all’Ospedale Grande di S. Marco (di cui divenne una dipendenza), permettendo ai frati di restare nella loro sede, dove continuarono a esercitare attività di accoglienza per malati e pellegrini e a celebrare nella loro chiesa, che con l’unione decretata nel 1457 era divenuta parte dell’Ospedale Maggiore.
Poiché la chiesa di S. Marco, costruita (1572) nel perimetro dell’Ospedale Grande era solo chiesa cimiteriale per i degenti del nosocomio ed aveva un battistero per gli esposti, per volontà degli amministratori dell’Ospedale Grande nella chiesa di S. Antonio di Vienne veniva celebrata ogni giorno una messa. I frati di S. Antonio di Vienne vi rimasero fino al 1586, anno in cui il complesso, che era adiacente al convento femminile di Sant’Agata, fu acquisito dalle monache domenicane provenienti dalla Valle di Santa Lucia Vecchia, che lo ridedicarono alle Sante Lucia e Agata.
Dopo l’ingresso (1586) delle domenicane di S. Lucia Vecchia nel convento di S. Antonio, la messa fu celebrata nella chiesa di S. Marco, che da allora comincerà ad esser nominata “chiesa di S. Antonio” nonostante la sua dedicazione a S. Marco, in omaggio alla Serenissima, e alla Vergine. Per approfondire vedi scheda: https://www.santantonioabate.afom.it/bergamo-chiesa-di-san-marco-anticamente-detta-di-santantonio-con-immagini-di-santantonio-abate/

 

Dopo le soppressioni napoleoniche attuate alla fine del 1798, tutto il complesso di chiesa e ospedale di Sant’Antonio abate in Prato fu acquistato nel primo Novecento dalla famiglia Frizzoni, e demolito per far posto alla loro residenza cittadina.
Palazzo Frizzoni, edificato tra il 1836 e il 1840 dall’architetto bresciano Rodolfo Vantini, è attualmente diventato sede del Municipio di Bergamo.

 

Nell’incisione in alto, del 1815, è raffigurata la chiesa di s. Antonio abate in prato.

NOTA:
(1) Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo, Bergamo 2003

Notizie, parte del testo e immagini tratte da:
https://www.bergamodascoprire.it/2019/01/10/la-vicenda-dello-scomparso-ospedaletto-di-santantonio-in-prato-dove-oggi-sorge-palazzo-frizzoni/

BERGAMO. Ex chiesa e ospedale di Sant’Antonio abate “in foris”

La chiesetta risale al 1208, sorta per desiderio del dominus Giovanni Gatussi di Parre, personaggio che aveva una certo appoggio politico cittadino. Era posta fuori dall’antica porta del borgo S. Antonio, nel suburbio di Mugazzone (termine che appare già nel 928, con il quale si indicava l’antico nome di Pignolo), quartiere al tempo poco abitato. Un documento del 1263, in cui lo statuto della città creava una nuova vicinia staccata da quella di Mugazone, intorno alla chiesa sorta da pochi decenni, denota quanto il borgo stesse crescendo e acquisendo una sua autonomia rispetto a quello di Pignolo. La zona oggi designata come “Pignolo bassa” assunse la nuova titolazione di “vicinia di S. Antonio”.
La chiesa era detta “in foris” (fuori delle mura) proprio per distinguerla dalla chiesa di Sant’Antonio abate (o di Vienne o dell’Ospedale), che sorgeva entro le mura, sul prato di Sant’Alessandro https://www.santantonioabate.afom.it/bergamo-chiesa-di-san-marco-anticamente-detta-di-santantonio-con-immagini-di-santantonio-abate/.

La chiesa “in foris” era affiancata da un piccolo ospedale, il cui giuspatronato rimase alla famiglia Gatussi di Parre fino al XV secolo e fino a quel momento il piccolo ospizio duecentesco rivestì una certa importanza, e cioè fino a quando, nel 1458, venne assorbito dal nuovo e centrale Ospedale Grande di S. Marco insieme ad altri dieci disseminati in varie località della città.
Secondo Luigi Angelini l’antico ospedale duecentesco, che fu demolito nel Settecento, doveva trovarsi negli edifici attuali che recingono il cortile interno. In quell’epoca fu distrutto anche il campanile della chiesa, per edificare i nuovi condomini intorno.

La chiesetta invece continuò a funzionare col nome di “S. Antonio abate in foris”, le cronache riferiscono che la chiesa non fosse molto curata e che venisse utilizzata solo per celebrare la messa quotidiana da parte dei Padri Zoccolanti del vicino convento delle Grazie. Con il tempo la chiesa finì con l’essere abbandonata. Officiata fino al 1806, poi, sconsacrata, diventò officina per un fabbro, magazzino, in seguito ufficio e negozio, subendo lavori di sistemazione interna che ne hanno in parte snaturato le forme suddividendola in due piani.
Nel 1937 la si voleva demolire per un totale rifacimento dello stabile; fortunatamente ciò non accadde per la scoperta, da parte di don Angelo Rota, degli affreschi che l’ornavano quasi interamente e al successivo intervento di Luigi Angelini (a quei tempi ispettore onorario della Soprintendenza ai monumenti) che riconobbe l’importanza della chiesetta, alla quale venne posto il vincolo.
In quella occasione, scrostando l’intonaco, in corrispondenza di una traccia di porta nell’antico ingresso laterale della chiesa, affiorò la lunetta affrescata che sovrasta l’architrave del portale romanico, portato alla luce ed ancor oggi visibile sulla via, dove vi sono ancora le tracce dell’affresco duecentesco, tra i più antichi del territorio, raffigurante Madonna in trono col Bambino affiancati da sant’Antonio abate (a sinistra) e un santo vescovo identificato in san Tommaso di Canterbury. L’affresco è posto sotto un arco in pietra intonacato che chiude la lunetta, affrescato con quindici tondi accostati l’uno accanto all’altro, racchiudenti teste di Santi di tono grigio roseo, in parte consunti e in parte mancanti.

Ciò che oggi resta del complesso è sito in via Borgo Palazzo, 4-4a, vedi foto in alto  https://maps.app.goo.gl/m7DJNBjsGki2SyCu5
Nonostante le modifiche subite, si conservano il tetto spiovente (un tempo a falde in vista), la facciata a capanna attigua al portale con stipiti in pietra che immette nella corte interna, l’oculo sovrastante la facciata e il piccolo portale romanico posto sul fianco, sovrastato dalla lunetta affrescata.
All’interno, la semplice aula unica della chiesa è ancor oggi scandita in tre campate da due arconi ogivali in pietra impostati su semipilastri.

 

I pregevoli affreschi che rivestivano quasi interamente le pareti interne della chiesa furono eseguiti tra il XIII e il XVI secolo e sono tra le testimonianze più antiche del territorio. Diciassette di queste opere sono state recuperate. Nove individuate come la Madonna del latte e santa, Sante, Santo diacono col libro, San Bartolomeo, due Sant’Antonio abate, Natività, Madonna col Bambino in trono con Santi e angeli, strappati e posti su tela con fondo rigido sono ospitati presso il Museo dell’Affresco, a Bergamo Alta in piazza Vecchia all’interno del Palazzo della Ragione, sulle pareti settentrionali della Sala delle Capriate, allestita a sede museale dagli anni Novanta del secolo scorso, cui è possibile accedere in occasione di mostre ed eventi, vedi fotografia sotto.

Altre opere: San Giovanni Battista, Testa di santo barbuto, Testa di santo, Fregio, Figura con manto panneggiato, Santo e fregio, sono ospitati nella pinacoteca dell’Accademia Carrara.

 

Notizie tratte dalla pagina cui si rimanda per approfondimenti:
https://www.bergamodascoprire.it/2023/04/25/lex-chiesa-di-s-antonio-in-foris-in-borgo-palazzo/

Info sul Museo dell’affresco:
https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_dell%27affresco#:~:text=Il%20Museo%20dell’affresco%20posizionato,di%20essere%20perduti%20per%20sempre.

https://primabergamo.it/viva-berghem/i-tesori-sconosciuti-del-palazzo-della-ragione-cento-affreschi-sotto-chiave-che-nessuno-conosce/

PERUGIA. Chiesa di Sant’Antonio abate

Corso Bersaglieri, 176
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La prima notizia della chiesa di Sant’Antonio abate si trova nel diploma di Federico I del 1163, quando venne nominata insieme alle altre chiese perugine come dipendente dalla cattedrale. Nei catasti del 1285 e del 1361 è nominata sia come parrocchia sia come priorato.
Nel secolo XV si stabilirono nella chiesa e nelle case annesse i religiosi canonici regolari dell’ordine di Sant’Antonio abate. La data di partenza di questi religiosi è sconosciuta, ma dal secolo XVI il priorato della chiesa fu di un sacerdote secolare.
Nel 1446 e nel 1454, il priore di Sant’Antonio abate avanzò una richiesta al magistrato della città per poter continuare la fabbrica e chiede una sovvenzione di denaro, dichiarando di spendere personalmente il doppio di quello che gli veniva dato. Nel 1454 la città gli accordò 50 fiorini a condizione che il priore ne investisse di sua mano 100.
Nel 1456 fu stabilito dal magistrato lo svolgimento della processione annuale in perpetuo, della festa di Sant’Antonio, il 17 gennaio. Questa manifestazione, probabilmente, decadde alla fine del secolo per celebrare la ricorrenza di San Sebastiano che si commemorava tre giorni dopo, il 20 gennaio. L’ultimo giorno di febbraio del 1487, il vicario generale dell’ordine di Sant’Antonio abate, Guglielmo De Bastonetis, chiese al comune un sussidio di 30 fiorini per poter rifare il pavimento, mettendo a disposizione una somma di 70 fiorini. La città concesse il denaro.
Nel 1624 il priorato venne ceduto dall’ultimo canonico, Timoteo Timotei, ai monaci olivetani del monastero di San Secondo dell’Isola Polvese. Il possesso della chiesa e del monastero venne accordato dal vicario generale del vescovo di Perugia De Torres, monsignor Giulio Cesare Borea. Accompagnati dalle confraternite di Sant’Antonio abate e di San Giovanni Battista, i monaci olivetani entrarono processionalmente nel borgo insieme all’abate di Monte Morcino, Marcantonio Baldeschi, la mattina del 17 settembre 1624. Non prima del 3 maggio del 1625 vennero ad abitarci i quattro monaci con l’abate don Vincenzio Pallini di Firenze.
Nel maggio del 1634, la città per poter adibire le terme di San Galgano ad uso di Bagni, dovette effettuare una permuta con gli Olivetani. Il comune ottenne il terreno dove scorreva l’acqua per le terme e i monaci ottennero l’orto annesso alla chiesa di Sant’Antonio le cui mura erano di proprietà del comune.
Don Francesco Tolomei, abate di Monte Morcino e soprintendente della chiesa di Sant’Antonio abate fino al 1652, lasciò scritto in un libro del ritrovamento della cosiddetta cripta. A seguito dei lavori del 1634, abbassando il pavimento della chiesa se ne trovò un’altra, sotterranea e profonda quanto l’altezza dei pilastri che si vedono fuori nella chiesa. L’abbassamento del pavimento fu di due piedi (61 cm circa). In questa occasione il luogo occupato dall’Oratorio di San Giovanni Battista, si trasformò in sagrestia.
L’altare che si trova sul lato destro della chiesa è dedicato a Santa Francesca romana e secondo il Siepi fu eretto nel 1643; sul pilastro destro dell’altare, in basso, si legge: “D. VICTORIUS. SCARLATTUS FECIT 1645”.
La mostra dell’organo, ornata con intagli lignei a festoni e fiorami, è opera del pisano Michele Buti del 1655. La decorazione era in giallo; mentre nel luglio del 1820 fu ridotta in bianco per dare la sembianza di un lavoro in stucco.
La cappella del fonte battesimale fu costruita dalle fondamenta nel 1759 grazie alle elemosine di una compagnia custodita dalla Vergine Maria.
In occasione della pestilenza del 1766, centinaia di cadaveri vennero sepolti nel campo a sinistra della Porta di Sant’Antonio. Pochi anni dopo, quelle ossa vennero trasferite sotto il presbiterio della chiesa.
Nel 1770 gli olivetani di Monte Morcino ottennero dal papa di poter unire per sei anni al loro monastero le rendite di Sant’Antonio abate per la costruzione della nuova chiesa e nel 1788 riuscirono ad avere la stabile unione fra le due sedi perugine. A seguito di questo riconoscimento, tutte le opere migliori e gli oggetti più preziosi di Sant’Antonio vennero trasportate a Monte Morcino. I monaci assegnarono uno stipendio a un cappellano facenti funzioni di parroco in Sant’Antonio.
Nel 1785 si aggiunse il lato del loggiato opposto all’ingresso della chiesa e si cambiò anche l’ingresso al cortile.
Nel 1814 furono demoliti due dei quattro altari di cui la chiesa era dotata. L’altare maggiore originale venne cambiato e ricostruito nel 1818.
Sulla parete destra dell’ingresso alla sagrestia si trova lo stemma di Federico Foschi, vescovo di Perugia dal 1880 al 1895.
Il monastero, dopo l’abbandono dei monaci, fu adibito ad abitazioni civili.
La chiesa è stata chiusa intorno al 1950 e solo negli anni 90 è stata affidata al maestro Eugenio Becchetti che ha curato il restauro dell’organo. I lavori di ristrutturazione restauro sono terminati nel 2021.

La chiesa viene aperta per le celebrazioni liturgiche ed ogni anno durante la Festa di S. Antonio il 17 gennaio, con la tradizionale benedizione degli animali. Viene aperta anche per altre ricorrenze come quella del 14 settembre, Ingresso dei bersaglieri dalla Porta Sant’Antonio, ed il 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, contemporaneamente all’apertura degli oratori del Borgo della Confraternita di Giovanni Battista, della Confraternita di Sant’Antonio abate. La chiesa inoltre è utilizzata per iniziative di carattere culturale e per concerti promossi dall’associazione di quartiere Rivivi il Borgo di Sant’Antonio abate.

Corso Bersaglieri, anticamente Borgo Sant’Antonio, è un asse medievale di chiara impostazione popolare sviluppatosi compatto verso la cima del colle, essendo delimitato da una parte dal profondo avvallamento del Bulagaio e, dall’altra, da una delle «vie regali» ad esso parallela, via del Fonte Nuovo, oggi via Enrico dal Pozzo. La chiesa di Sant’Antonio si trova all’estremo dell’asse che si congiunge poi all’Arco dei Tei, insito nel primo tracciato delle mura medievali, poi ampliate per includere il Borgo Sant’Antonio quando, alla fine del Trecento, l’Abate di Monmaggiore fece collegare con un corridoio la Cittadella di Porta Sole con il Cassero di Sant’Antonio di cui rimangono a pochi metri dalla chiesa i resti. La chiesa si trova disassata rispetto l’impostazione del tracciato, probabilmente sull’elemento orografico di maggiore spicco, impostazione che ne testimonia una preesistenza allo sviluppo urbano. Ha un chiostro che si affaccia su un lato verso il Corso, con il prospetto d’ingresso della chiesa ortogonale alle mura.

La chiesa ha forma rettangolare, con cinque campate simmetriche e bussola iniziale. La zona presbiteriale, dopo la terza campata, è rialzata di un gradino, in fondo l’altare addossato sul muro è poi anteceduto da un altro. Nel lato sinistro della prima campata si apre una cappella delimitata da una balaustra in ferro con una pala d’altare sul fondo, una nicchia a sinistra, un’apertura a destra con gradini che portano ad un corridoio che corre in parallelo alla navata raggiungendo la sagrestia alla quale si accede anche dalle quarta campata; sulla seconda campata due simmetriche macchine d’altare, sulla terza i confessionali, sulla quarta a sinistra l’ingresso della sagrestia e a destra una grata, dalla quale la famiglia nobiliare assisteva alla funzione liturgica. La chiesa è ortogonale alla strada, preceduta da un chiostro irregolare e da un esonartece di tre campate. È in pietra arenaria e calcare bianco a conci regolari, con un grande portale in legno, volte in mattoni e le pareti laterali del chiostro intonacate.

La chiesa è decorata dal pittore perugino Gerardo Dottori (1884 – 1977) che si è occupato in particolare dell’affresco della parete di fondo e della decorazione a cielo stellato delle volte a crociera ribassate. Il Crocifisso con raggiera dorata è stato riportato al centro dell’altare maggiore, come documentato fotograficamente all’epoca in cui il pittore realizzò la pittura murale coi due angeli che rendono omaggio al Redentore. I due sopraporta dorati laterali sono stati ricostruiti, secondi la configurazione originale.
Poi è stata spostata la tela raffigurante s. Antonio abate in trono, con mitria  e pastorale, del pittore perugino Paolo Gismondi (1612 – 1685) , riportata nell’altare di sinistra, sito originale.

Le pareti laterali sono bianche, con gli spigoli degli elementi strutturali evidenziati in grigio. La chiesa è caratterizzata da una trabeazione di ordine dorico semplice, nella prima campata ci sono due finestre, a sinistra è tamponata, di forma ovale con bordatura interna floreale, nella seconda e terza campata, fra l’arco d’imposta e la pala d’altare, si attestano grandi finestre ad arco ribassato, ornate da statue marmoree.
Nella controfacciata, sopra la bussola, si assesta una decorata cantorìa lignea bianca, e dietro un raffinato armadio in stile a contenere le canne d’organo.
Molte opere nei secoli sono state trafugate o requisite durante le spoliazioni napoleoniche, come la Natività di Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, oggi conservata al Louvre. Nel 2017 al suo posto è stata collocata una fotoriproduzione commissionata e autofinanziata da un gruppo di borgaroli.
Nell’altare destro è una tela di Benedetto Bandiera (XVII) interpretabile come Santa Francesca romana, o la Vergine bambina e S. Anna. Nella zona presbiterialesono quattro piccole tele con i Quattro Evangelisti (XVII secolo). Nella sacrestia era una lunetta di scuola peruginesca raffigurante L’Eterno benedicente, forse appartenuto alla tavola Madonna e Santi, dipinta per l’altare della chiesa di S. Secondo all’lsola Polvese, firmata da Sinibaldo Ibi (1524). La tavola fu inviata a Roma, insieme a molte altre opere, in occasione del loro trasferimento al Monastero di Santa Francesca Romana nel XVIII secolo. La lunetta è stata recentemente restaurata e ricollocata.

Statua lignea processionale di S. Antonio. All’ingresso della chiesa è la statua, trecentesca, recentemente restaurata a cura dell’Associazione Rivivi il borgo. Un tempo era posta nel loggiato esterno, rappresenta il Santo titolare barbuto con mantello nero e il bastone a tau.

Un’altra statua del Santo, moderna, è conservata nella chiesa.

 

Il Porcellino
All’esterno, nella piazzetta lungo il fianco sinistro della chiesa, su un rocchio di colonna antica, è posta la scultura in pietra di un porcellino (secolo XV), simbolo importante nell’iconografia tradizionale di S. Antonio. Il giorno della festa del Santo 17 gennaio, i borgaroli tramandano che una“sfregatina” alla pietra sia di buon auspicio per tutto l’anno.

Il 17 gennaio 2016 è stata posizionata sulla perete destra della piazzetta del “porcellino” una statua in pietra arenaria raffigurante Sant’Antonio  abate realizzata dal Maestro contemporaneo Daniele Mancini.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/32460/Perugia+%28PG%29+%7C+Chiesa+di+Sant%27Antonio+Abate

https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Antonio_Abate_%28Perugia%29

https://www.borgosantantonio.com/associazione-di-promozione-sociale-borgo-santantonio-porta-pesa/borgo-santantonio/