BERGAMO. Distrutto ospedale di Sant’Antonio abate “in Prato”

Il culto di s. Antonio abate si diffuse anche a Bergamo e in città furono fondati due hospitali intitolati al Santo: nel 1208 quello di Sant’Antonio “in foris”, appena fuori la porta di S. Antonio e all’imbocco di borgo Palazzo, vedi scheda e, verso la fine del XIV secolo in luogo dell’attuale Palazzo Frizzoni / Municipio, l’ospedale di Sant’Antonio “in Prato” (o “di Vienne”), entrambi con annessa chiesa.

La chiesa e l’annesso ospizio per malati e pellegrini si trovavano in Contrada di Prato, sulla strada che dal Prato di S. Alessandro portava alla chiesa di S. Leonardo. Ma esistendo già una chiesa con ospizio nel borgo di S. Antonio, si aggiunse la dicitura di Antonio “in Prato” per evitare che la dedicazione scelta potesse dare adito a confusione.

I frati Antoniani erano giunti a Bergamo verso la fine del Trecento e vi si erano insediati, ma è difficile oggi stabilire se essi siano stati gli effettivi promotori della sua edificazione; di certo l’ospedale fu fondato per iniziativa laica tra il 1380 e il 1382: la tradizione ne fa risalire la fondazione a Gerardo (morto tragicamente nel 1380) della nobile famiglia cittadina dei De la Sale, ma un documento conservato nel fondo pergamene dell’archivio della MIA (Misericordia Maggiore, sodalizio spirituale e caritativo sorto nel 1265) attesta la contemporanea presenza di un certo frate Francesco, “un armigero di ignota provenienza”, che nel 1382 è citato come edificatore della chiesa e dell’Ospedale di San Antonio in Prato; egli non era in “habito religioso”, ma “portabat pannos lungos et signum S. Antonii scilicet unum T super pectore”.(1)

Così come stava accadendo in altre città, anche a Bergamo verso la metà del Quattrocento si deliberò l’accorpamento di 11 ospedaletti sparsi tra il colle e il piano in un unico grande organismo – l’Ospedale Grande di S. Marco – al fine di ottimizzare i servizi e creare un’unica dirigenza, esercitando così un maggior controllo.
Il documento firmato nel 1458, delibera “che il nuovo ospedale dovrà essere costruito nel luogo dell’ospedale di S. Antonio o altrove, qualora lì non fosse possibile”, avviando un’annosa disputa che vede da una parte la resistenza degli Antoniani, decisi a difendere strenuamente privilegi e concessioni acquisiti nel tempo (nel 1453 i frati di Vienne avevano ottenuto da Papa Nicolò la chiesa e l’ospedale) e, dall’altra, la cittadinanza, che non solo li considera abusivi all’interno della struttura “sorta a vantaggio dei poveri e su iniziativa di una famiglia bergamasca”, ma li rimprovera anche di elemosinare per sostenere la loro comunità e la precettoria d’appartenenza (quella di Ranverso, presso Torino), trascurando del tutto l’ospedale e la chiesa.
La diatriba fu risolta alla fine del Cinquecento, quando il vescovo Barozzi decise di accorpare l’ospedaletto di S. Antonio in Prato all’Ospedale Grande di S. Marco (di cui divenne una dipendenza), permettendo ai frati di restare nella loro sede, dove continuarono a esercitare attività di accoglienza per malati e pellegrini e a celebrare nella loro chiesa, che con l’unione decretata nel 1457 era divenuta parte dell’Ospedale Maggiore.
Poiché la chiesa di S. Marco, costruita (1572) nel perimetro dell’Ospedale Grande era solo chiesa cimiteriale per i degenti del nosocomio ed aveva un battistero per gli esposti, per volontà degli amministratori dell’Ospedale Grande nella chiesa di S. Antonio di Vienne veniva celebrata ogni giorno una messa. I frati di S. Antonio di Vienne vi rimasero fino al 1586, anno in cui il complesso, che era adiacente al convento femminile di Sant’Agata, fu acquisito dalle monache domenicane provenienti dalla Valle di Santa Lucia Vecchia, che lo ridedicarono alle Sante Lucia e Agata.
Dopo l’ingresso (1586) delle domenicane di S. Lucia Vecchia nel convento di S. Antonio, la messa fu celebrata nella chiesa di S. Marco, che da allora comincerà ad esser nominata “chiesa di S. Antonio” nonostante la sua dedicazione a S. Marco, in omaggio alla Serenissima, e alla Vergine. Per approfondire vedi scheda: https://www.santantonioabate.afom.it/bergamo-chiesa-di-san-marco-anticamente-detta-di-santantonio-con-immagini-di-santantonio-abate/

 

Dopo le soppressioni napoleoniche attuate alla fine del 1798, tutto il complesso di chiesa e ospedale di Sant’Antonio abate in Prato fu acquistato nel primo Novecento dalla famiglia Frizzoni, e demolito per far posto alla loro residenza cittadina.
Palazzo Frizzoni, edificato tra il 1836 e il 1840 dall’architetto bresciano Rodolfo Vantini, è attualmente diventato sede del Municipio di Bergamo.

 

Nell’incisione in alto, del 1815, è raffigurata la chiesa di s. Antonio abate in prato.

NOTA:
(1) Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo, Bergamo 2003

Notizie, parte del testo e immagini tratte da:
https://www.bergamodascoprire.it/2019/01/10/la-vicenda-dello-scomparso-ospedaletto-di-santantonio-in-prato-dove-oggi-sorge-palazzo-frizzoni/

BERGAMO. Ex chiesa e ospedale di Sant’Antonio abate “in foris”

La chiesetta risale al 1208, sorta per desiderio del dominus Giovanni Gatussi di Parre, personaggio che aveva una certo appoggio politico cittadino. Era posta fuori dall’antica porta del borgo S. Antonio, nel suburbio di Mugazzone (termine che appare già nel 928, con il quale si indicava l’antico nome di Pignolo), quartiere al tempo poco abitato. Un documento del 1263, in cui lo statuto della città creava una nuova vicinia staccata da quella di Mugazone, intorno alla chiesa sorta da pochi decenni, denota quanto il borgo stesse crescendo e acquisendo una sua autonomia rispetto a quello di Pignolo. La zona oggi designata come “Pignolo bassa” assunse la nuova titolazione di “vicinia di S. Antonio”.
La chiesa era detta “in foris” (fuori delle mura) proprio per distinguerla dalla chiesa di Sant’Antonio abate (o di Vienne o dell’Ospedale), che sorgeva entro le mura, sul prato di Sant’Alessandro https://www.santantonioabate.afom.it/bergamo-chiesa-di-san-marco-anticamente-detta-di-santantonio-con-immagini-di-santantonio-abate/.

La chiesa “in foris” era affiancata da un piccolo ospedale, il cui giuspatronato rimase alla famiglia Gatussi di Parre fino al XV secolo e fino a quel momento il piccolo ospizio duecentesco rivestì una certa importanza, e cioè fino a quando, nel 1458, venne assorbito dal nuovo e centrale Ospedale Grande di S. Marco insieme ad altri dieci disseminati in varie località della città.
Secondo Luigi Angelini l’antico ospedale duecentesco, che fu demolito nel Settecento, doveva trovarsi negli edifici attuali che recingono il cortile interno. In quell’epoca fu distrutto anche il campanile della chiesa, per edificare i nuovi condomini intorno.

La chiesetta invece continuò a funzionare col nome di “S. Antonio abate in foris”, le cronache riferiscono che la chiesa non fosse molto curata e che venisse utilizzata solo per celebrare la messa quotidiana da parte dei Padri Zoccolanti del vicino convento delle Grazie. Con il tempo la chiesa finì con l’essere abbandonata. Officiata fino al 1806, poi, sconsacrata, diventò officina per un fabbro, magazzino, in seguito ufficio e negozio, subendo lavori di sistemazione interna che ne hanno in parte snaturato le forme suddividendola in due piani.
Nel 1937 la si voleva demolire per un totale rifacimento dello stabile; fortunatamente ciò non accadde per la scoperta, da parte di don Angelo Rota, degli affreschi che l’ornavano quasi interamente e al successivo intervento di Luigi Angelini (a quei tempi ispettore onorario della Soprintendenza ai monumenti) che riconobbe l’importanza della chiesetta, alla quale venne posto il vincolo.
In quella occasione, scrostando l’intonaco, in corrispondenza di una traccia di porta nell’antico ingresso laterale della chiesa, affiorò la lunetta affrescata che sovrasta l’architrave del portale romanico, portato alla luce ed ancor oggi visibile sulla via, dove vi sono ancora le tracce dell’affresco duecentesco, tra i più antichi del territorio, raffigurante Madonna in trono col Bambino affiancati da sant’Antonio abate (a sinistra) e un santo vescovo identificato in san Tommaso di Canterbury. L’affresco è posto sotto un arco in pietra intonacato che chiude la lunetta, affrescato con quindici tondi accostati l’uno accanto all’altro, racchiudenti teste di Santi di tono grigio roseo, in parte consunti e in parte mancanti.

Ciò che oggi resta del complesso è sito in via Borgo Palazzo, 4-4a, vedi foto in alto  https://maps.app.goo.gl/m7DJNBjsGki2SyCu5
Nonostante le modifiche subite, si conservano il tetto spiovente (un tempo a falde in vista), la facciata a capanna attigua al portale con stipiti in pietra che immette nella corte interna, l’oculo sovrastante la facciata e il piccolo portale romanico posto sul fianco, sovrastato dalla lunetta affrescata.
All’interno, la semplice aula unica della chiesa è ancor oggi scandita in tre campate da due arconi ogivali in pietra impostati su semipilastri.

 

I pregevoli affreschi che rivestivano quasi interamente le pareti interne della chiesa furono eseguiti tra il XIII e il XVI secolo e sono tra le testimonianze più antiche del territorio. Diciassette di queste opere sono state recuperate. Nove individuate come la Madonna del latte e santa, Sante, Santo diacono col libro, San Bartolomeo, due Sant’Antonio abate, Natività, Madonna col Bambino in trono con Santi e angeli, strappati e posti su tela con fondo rigido sono ospitati presso il Museo dell’Affresco, a Bergamo Alta in piazza Vecchia all’interno del Palazzo della Ragione, sulle pareti settentrionali della Sala delle Capriate, allestita a sede museale dagli anni Novanta del secolo scorso, cui è possibile accedere in occasione di mostre ed eventi, vedi fotografia sotto.

Altre opere: San Giovanni Battista, Testa di santo barbuto, Testa di santo, Fregio, Figura con manto panneggiato, Santo e fregio, sono ospitati nella pinacoteca dell’Accademia Carrara.

 

Notizie tratte dalla pagina cui si rimanda per approfondimenti:
https://www.bergamodascoprire.it/2023/04/25/lex-chiesa-di-s-antonio-in-foris-in-borgo-palazzo/

Info sul Museo dell’affresco:
https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_dell%27affresco#:~:text=Il%20Museo%20dell’affresco%20posizionato,di%20essere%20perduti%20per%20sempre.

https://primabergamo.it/viva-berghem/i-tesori-sconosciuti-del-palazzo-della-ragione-cento-affreschi-sotto-chiave-che-nessuno-conosce/

PERUGIA. Chiesa di Sant’Antonio abate

Corso Bersaglieri, 176
https://maps.app.goo.gl/qF9TkDVnfdFucg138

La prima notizia della chiesa di Sant’Antonio abate si trova nel diploma di Federico I del 1163, quando venne nominata insieme alle altre chiese perugine come dipendente dalla cattedrale. Nei catasti del 1285 e del 1361 è nominata sia come parrocchia sia come priorato.
Nel secolo XV si stabilirono nella chiesa e nelle case annesse i religiosi canonici regolari dell’ordine di Sant’Antonio abate. La data di partenza di questi religiosi è sconosciuta, ma dal secolo XVI il priorato della chiesa fu di un sacerdote secolare.
Nel 1446 e nel 1454, il priore di Sant’Antonio abate avanzò una richiesta al magistrato della città per poter continuare la fabbrica e chiede una sovvenzione di denaro, dichiarando di spendere personalmente il doppio di quello che gli veniva dato. Nel 1454 la città gli accordò 50 fiorini a condizione che il priore ne investisse di sua mano 100.
Nel 1456 fu stabilito dal magistrato lo svolgimento della processione annuale in perpetuo, della festa di Sant’Antonio, il 17 gennaio. Questa manifestazione, probabilmente, decadde alla fine del secolo per celebrare la ricorrenza di San Sebastiano che si commemorava tre giorni dopo, il 20 gennaio. L’ultimo giorno di febbraio del 1487, il vicario generale dell’ordine di Sant’Antonio abate, Guglielmo De Bastonetis, chiese al comune un sussidio di 30 fiorini per poter rifare il pavimento, mettendo a disposizione una somma di 70 fiorini. La città concesse il denaro.
Nel 1624 il priorato venne ceduto dall’ultimo canonico, Timoteo Timotei, ai monaci olivetani del monastero di San Secondo dell’Isola Polvese. Il possesso della chiesa e del monastero venne accordato dal vicario generale del vescovo di Perugia De Torres, monsignor Giulio Cesare Borea. Accompagnati dalle confraternite di Sant’Antonio abate e di San Giovanni Battista, i monaci olivetani entrarono processionalmente nel borgo insieme all’abate di Monte Morcino, Marcantonio Baldeschi, la mattina del 17 settembre 1624. Non prima del 3 maggio del 1625 vennero ad abitarci i quattro monaci con l’abate don Vincenzio Pallini di Firenze.
Nel maggio del 1634, la città per poter adibire le terme di San Galgano ad uso di Bagni, dovette effettuare una permuta con gli Olivetani. Il comune ottenne il terreno dove scorreva l’acqua per le terme e i monaci ottennero l’orto annesso alla chiesa di Sant’Antonio le cui mura erano di proprietà del comune.
Don Francesco Tolomei, abate di Monte Morcino e soprintendente della chiesa di Sant’Antonio abate fino al 1652, lasciò scritto in un libro del ritrovamento della cosiddetta cripta. A seguito dei lavori del 1634, abbassando il pavimento della chiesa se ne trovò un’altra, sotterranea e profonda quanto l’altezza dei pilastri che si vedono fuori nella chiesa. L’abbassamento del pavimento fu di due piedi (61 cm circa). In questa occasione il luogo occupato dall’Oratorio di San Giovanni Battista, si trasformò in sagrestia.
L’altare che si trova sul lato destro della chiesa è dedicato a Santa Francesca romana e secondo il Siepi fu eretto nel 1643; sul pilastro destro dell’altare, in basso, si legge: “D. VICTORIUS. SCARLATTUS FECIT 1645”.
La mostra dell’organo, ornata con intagli lignei a festoni e fiorami, è opera del pisano Michele Buti del 1655. La decorazione era in giallo; mentre nel luglio del 1820 fu ridotta in bianco per dare la sembianza di un lavoro in stucco.
La cappella del fonte battesimale fu costruita dalle fondamenta nel 1759 grazie alle elemosine di una compagnia custodita dalla Vergine Maria.
In occasione della pestilenza del 1766, centinaia di cadaveri vennero sepolti nel campo a sinistra della Porta di Sant’Antonio. Pochi anni dopo, quelle ossa vennero trasferite sotto il presbiterio della chiesa.
Nel 1770 gli olivetani di Monte Morcino ottennero dal papa di poter unire per sei anni al loro monastero le rendite di Sant’Antonio abate per la costruzione della nuova chiesa e nel 1788 riuscirono ad avere la stabile unione fra le due sedi perugine. A seguito di questo riconoscimento, tutte le opere migliori e gli oggetti più preziosi di Sant’Antonio vennero trasportate a Monte Morcino. I monaci assegnarono uno stipendio a un cappellano facenti funzioni di parroco in Sant’Antonio.
Nel 1785 si aggiunse il lato del loggiato opposto all’ingresso della chiesa e si cambiò anche l’ingresso al cortile.
Nel 1814 furono demoliti due dei quattro altari di cui la chiesa era dotata. L’altare maggiore originale venne cambiato e ricostruito nel 1818.
Sulla parete destra dell’ingresso alla sagrestia si trova lo stemma di Federico Foschi, vescovo di Perugia dal 1880 al 1895.
Il monastero, dopo l’abbandono dei monaci, fu adibito ad abitazioni civili.
La chiesa è stata chiusa intorno al 1950 e solo negli anni 90 è stata affidata al maestro Eugenio Becchetti che ha curato il restauro dell’organo. I lavori di ristrutturazione restauro sono terminati nel 2021.

La chiesa viene aperta per le celebrazioni liturgiche ed ogni anno durante la Festa di S. Antonio il 17 gennaio, con la tradizionale benedizione degli animali. Viene aperta anche per altre ricorrenze come quella del 14 settembre, Ingresso dei bersaglieri dalla Porta Sant’Antonio, ed il 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, contemporaneamente all’apertura degli oratori del Borgo della Confraternita di Giovanni Battista, della Confraternita di Sant’Antonio abate. La chiesa inoltre è utilizzata per iniziative di carattere culturale e per concerti promossi dall’associazione di quartiere Rivivi il Borgo di Sant’Antonio abate.

Corso Bersaglieri, anticamente Borgo Sant’Antonio, è un asse medievale di chiara impostazione popolare sviluppatosi compatto verso la cima del colle, essendo delimitato da una parte dal profondo avvallamento del Bulagaio e, dall’altra, da una delle «vie regali» ad esso parallela, via del Fonte Nuovo, oggi via Enrico dal Pozzo. La chiesa di Sant’Antonio si trova all’estremo dell’asse che si congiunge poi all’Arco dei Tei, insito nel primo tracciato delle mura medievali, poi ampliate per includere il Borgo Sant’Antonio quando, alla fine del Trecento, l’Abate di Monmaggiore fece collegare con un corridoio la Cittadella di Porta Sole con il Cassero di Sant’Antonio di cui rimangono a pochi metri dalla chiesa i resti. La chiesa si trova disassata rispetto l’impostazione del tracciato, probabilmente sull’elemento orografico di maggiore spicco, impostazione che ne testimonia una preesistenza allo sviluppo urbano. Ha un chiostro che si affaccia su un lato verso il Corso, con il prospetto d’ingresso della chiesa ortogonale alle mura.

La chiesa ha forma rettangolare, con cinque campate simmetriche e bussola iniziale. La zona presbiteriale, dopo la terza campata, è rialzata di un gradino, in fondo l’altare addossato sul muro è poi anteceduto da un altro. Nel lato sinistro della prima campata si apre una cappella delimitata da una balaustra in ferro con una pala d’altare sul fondo, una nicchia a sinistra, un’apertura a destra con gradini che portano ad un corridoio che corre in parallelo alla navata raggiungendo la sagrestia alla quale si accede anche dalle quarta campata; sulla seconda campata due simmetriche macchine d’altare, sulla terza i confessionali, sulla quarta a sinistra l’ingresso della sagrestia e a destra una grata, dalla quale la famiglia nobiliare assisteva alla funzione liturgica. La chiesa è ortogonale alla strada, preceduta da un chiostro irregolare e da un esonartece di tre campate. È in pietra arenaria e calcare bianco a conci regolari, con un grande portale in legno, volte in mattoni e le pareti laterali del chiostro intonacate.

La chiesa è decorata dal pittore perugino Gerardo Dottori (1884 – 1977) che si è occupato in particolare dell’affresco della parete di fondo e della decorazione a cielo stellato delle volte a crociera ribassate. Il Crocifisso con raggiera dorata è stato riportato al centro dell’altare maggiore, come documentato fotograficamente all’epoca in cui il pittore realizzò la pittura murale coi due angeli che rendono omaggio al Redentore. I due sopraporta dorati laterali sono stati ricostruiti, secondi la configurazione originale.
Poi è stata spostata la tela raffigurante s. Antonio abate in trono, con mitria  e pastorale, del pittore perugino Paolo Gismondi (1612 – 1685) , riportata nell’altare di sinistra, sito originale.

Le pareti laterali sono bianche, con gli spigoli degli elementi strutturali evidenziati in grigio. La chiesa è caratterizzata da una trabeazione di ordine dorico semplice, nella prima campata ci sono due finestre, a sinistra è tamponata, di forma ovale con bordatura interna floreale, nella seconda e terza campata, fra l’arco d’imposta e la pala d’altare, si attestano grandi finestre ad arco ribassato, ornate da statue marmoree.
Nella controfacciata, sopra la bussola, si assesta una decorata cantorìa lignea bianca, e dietro un raffinato armadio in stile a contenere le canne d’organo.
Molte opere nei secoli sono state trafugate o requisite durante le spoliazioni napoleoniche, come la Natività di Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, oggi conservata al Louvre. Nel 2017 al suo posto è stata collocata una fotoriproduzione commissionata e autofinanziata da un gruppo di borgaroli.
Nell’altare destro è una tela di Benedetto Bandiera (XVII) interpretabile come Santa Francesca romana, o la Vergine bambina e S. Anna. Nella zona presbiterialesono quattro piccole tele con i Quattro Evangelisti (XVII secolo). Nella sacrestia era una lunetta di scuola peruginesca raffigurante L’Eterno benedicente, forse appartenuto alla tavola Madonna e Santi, dipinta per l’altare della chiesa di S. Secondo all’lsola Polvese, firmata da Sinibaldo Ibi (1524). La tavola fu inviata a Roma, insieme a molte altre opere, in occasione del loro trasferimento al Monastero di Santa Francesca Romana nel XVIII secolo. La lunetta è stata recentemente restaurata e ricollocata.

Statua lignea processionale di S. Antonio. All’ingresso della chiesa è la statua, trecentesca, recentemente restaurata a cura dell’Associazione Rivivi il borgo. Un tempo era posta nel loggiato esterno, rappresenta il Santo titolare barbuto con mantello nero e il bastone a tau.

Un’altra statua del Santo, moderna, è conservata nella chiesa.

 

Il Porcellino
All’esterno, nella piazzetta lungo il fianco sinistro della chiesa, su un rocchio di colonna antica, è posta la scultura in pietra di un porcellino (secolo XV), simbolo importante nell’iconografia tradizionale di S. Antonio. Il giorno della festa del Santo 17 gennaio, i borgaroli tramandano che una“sfregatina” alla pietra sia di buon auspicio per tutto l’anno.

Il 17 gennaio 2016 è stata posizionata sulla perete destra della piazzetta del “porcellino” una statua in pietra arenaria raffigurante Sant’Antonio  abate realizzata dal Maestro contemporaneo Daniele Mancini.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/32460/Perugia+%28PG%29+%7C+Chiesa+di+Sant%27Antonio+Abate

https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Antonio_Abate_%28Perugia%29

https://www.borgosantantonio.com/associazione-di-promozione-sociale-borgo-santantonio-porta-pesa/borgo-santantonio/

OCCIMIANO (AL). ex oratorio di Sant’Antonio abate

Via Roma, 31 (ex 27) non lontano dalla chiesa parrocchiale di S. Valerio
https://maps.app.goo.gl/mai6415s8gb4AGJT9

Dell’origine dell’edificio, esistente nel 1493, si hanno sufficienti indizi probanti, da un lato, nel frammento di fascia con mattoni a scaletta, conservatosi all’esterno del fianco meridionale, dall’altro, nel tracciato stesso dell’abside, poligonale, mantenuto si anche dopo l’evidente rimaneggiamento delle parti superiori dei muri. Al riguardo, manca qualsiasi riferimento specifico perfino nelle “Risposte ai quesiti di Monsignor Vescovo Francesco Icheri di Malabaila in occasione della Visita Pastorale di Occimiano” (Archivio Parrocchiale di Occimiano, mazzo “Atti visita Pastorale”), dove peraltro la chiesa è menzionata come antica nel novero di quante sottoposte alla giurisdizione della Parrocchia.
La chiesa era sede di una confraternita: «La chiesa di S. Antonio abate (confraternita), officiata dei monaci Antoniani» (Novarese C., Memorie storiche sul comune di Occimiano, fasc. I, Torino 1895. Ripubblicato da British Library, Historical Print Editions, 2011) e don Turiano (parroco di Occimiano all’inizio del XX secolo), in una memoria conservata in parrocchia, ricorda che la confraternita di S. Antonio o dei Disciplinanti venne fondata nel 1627.
A giudicare dalle caratteristiche formali di talune sue parti, tuttavia, l’edificio dovette subire nel 1650 una generale riplasmazione, come mostra soprattutto la configurazione della facciata, di lontana ascendenza manieristica.
Alcuni interventi decorativi (gli stucchi in due cappelle) risalgono probabilmente alla metà del Settecento.

La chiesa non è officiata dagli anni ‘50 del XX secolo, sconsacrata e adibita a magazzino, dopo essere stata brevemente fruita come luogo di riunione.

Sopra il portale vi era un dipinto murale raffigurante la Crocifissione [Grignolio I., Ancora a zonzo per il Monferrato, Casale M.to 1980, p. 76], di recente fattura ma oggi illeggibile.
Interno a navata unica a pianta rettangolare con 4 cappelle laterali e abside poligonale. Soffitto dipinto con motivi floreali, un calice con l’ostia, una tortora tra le nuvole, l’occhio di Dio (soggetti presenti anche nella navata sinistra della Parrocchiale sopra il fonte battesimale). Si conservano ancora la balaustra in mattoni, il coro con una serie di stalli posti a semicerchio (secolo XIX), la cantoria collocata in controfacciata, dipinta di colore azzurro, con motivi floreali, strumenti musicali e il rigo. L’organo, attribuito ai fratelli Giovanni Battista e Francesco Maria Concone (secolo XVIII), fu rimodernato nel 1897 da Paolo Mentasti [Occimiano 1997, p. 54; ICCD 0100137679].

 

Allegata scheda dei Beni Culturali con descrizione e fotografie d’epoca dell’interno. Si ignora la situazione attuale.
Occimiano_SAA_scheda BAA–ICCD14919767_0100015976.pdf

Bibliografia:
Occimiano, Un itinerario religioso attraverso Occimiano, a cura della classe III e IV della Scuola elementare di Occimiano (ins. F. Barbesino, L. Giorcelli, C. Garlandi), «Quaderni del Gruppo Archeologico Casalese “L. Canina”», n. 6, 1997, pp. 51-60.

Link:
Occimiano SAA scheda BAA–ICCD14919767_0100015976_

https://www.artestoria.net/book_0_1.php?loc=54

NORCIA (PG). Monastero benedettino di Sant’Antonio abate

Via delle Vergini, 13
https://maps.app.goo.gl/WepWS41v7S4F3ggA8

Il monastero risale al 1400, sicuro è il riconoscimento nel 1406 della comunità femminile Benedettina. L’edificio fu costruito a ridosso delle mura castellane, la sua struttura fu gravemente danneggiata dai terremoti del 1567 e del 1703. Nel 1808 la comunità assorbì quella di Santa Caterina ampliandosi e nel 1865, in seguito alle leggi sulla soppressione degli ordini religiosi, il monastero fu inglobato dal demanio; alle religiose, dedite all’insegnamento, fu concesso di restare con l’obbligo di adottare programmi della scuola statale. L’edificio fu riscattato dalle Benedettine nel 1889, nel 1930 fu aperta una scuola magistrale femminile e nel 1946 un collegio femminile. Nel 1970 fu ampliato il monastero con l’acquisizione dei ruderi dell’attiguo monastero di Santa Maria della Pace, un tempo appartenuto alle Clarisse. Di recente sono stati eseguiti ampi restauri e trasformazioni che lo hanno reso un ambiente moderno, confortevole e accogliente, ma a causa del sisma del 2016 non è ancora agibile e le suore vivono in un prefabbricato.

La chiesa adiacente al monastero risale al XVI secolo; la facciata è in stile romanico e all’interno sono presenti decorazioni barocche, di pregevole valore artistico sono e le pitture del XV secolo e la statua lignea di Sant’Antonio abate, posto in una nicchia a sinistra. Il Santo tiene con la mano sinistra un bastone, le destra nel gesto di benedizione.

Link:
https://www.monasterosantantonionorcia.it/casa-religiosa/il-monastero/

https://www.vaticanoweb.com/monasteri/umbria/monastero_di_santo_antonio_abate.asp