SOLIGNANO (PR). Oratorio di Sant’Antonio abate e di San Bartolomeo

Monte Oriano. Strada Vicinale di Monte San Antonio
https://maps.app.goo.gl/PYddz8P8t7kbLRMA9

 

L’Oratorio fu costruito proprio sulla cima del Monte S. Antonio ed è citato in documenti del XIII secolo.
Una targa posta sopra il portale: “ORATORIO DI M. S. ANTONIO XII SEC. RESTAURATO NEL 1610 – NEL 1972 A.G. RICOSTRUÌ”.

In origine l’edificio era in stile romanico. Attualmente si presenta come un fabbricato con aula rettangolare, in pietra, con tetto a capanna e manto di copertura in lastre.

Di proprietà privata.

 

Link:
https://scn.caiparma.it/schede/oratorio-di-s-antonio/

https://www.tourer.it/scheda?oratorio-di-san-antonio-abate-monte-oriano-solignano

OSTANA (CN), borgata Sant’Antonio. Cappella di S. Antonio abate

La strada della borgata che sale a monte passa sotto il porticato della cappella.
https://maps.app.goo.gl/UCckxjJWp2rYL9Td8

Non si conosce la data di fondazione della piccola cappella; citata nel “Libro delle Valbe” del 1789, custodito nell’Archivio Storico del Comune di Ostana, dal quale risulta che all’epoca misurava 16 tavole e 24 piedi e presentava una forma simile a quella attuale, seppur priva di portico.
La chiesa subì diverse e importanti modifiche nel corso della prima metà dell’Ottocento. Nel 1822 il campanile fu ricostruito utilizzando la tipologia “a vela” e, nello stesso anno, furono anche effettuati lavori di intonacatura all’interno della cappella. Nel 1830 fu realizzato il porticato esterno e fu rifatta anche la facciata. Negli anni seguenti fu sistemato il piazzale del porticato, costruito l’altare e dipinto l’interno della chiesa. Le eccezionali nevicate del 1972 causarono danni per i quali si rese necessaria la ricostruzione del tetto e del soffitto, rifatto a soletta invece che a volta.

Fino agli anni ’50 del Novecento era possibile ammirare sulla facciata sotto il portico tre affreschi, raffiguranti S. Chiaffredo a cavallo a destra, Sant’Antonio accompagnato da un altro santo in centro ed un quarto santo a sinistra, forse S. Claudio, S. Bernardo o S. Sebastiano.
I dipinti che attualmente campeggiano sulla facciata risalgono al 2000 e sono opera del pittore Aldo Tufo che, basandosi sui resoconti degli abitanti e sulle poche tracce superstiti, ha voluto ridar vita alla scena. Attualmente sono rappresentati S. Chiaffredo a destra, S. Antonio abate al centro e S. Claudio a sinistra.

 

Nella cappella si festeggiava in origine solo S. Antonio abate il 17 gennaio; successivamente si è iniziato a ricordare anche Sant’Antonio di Padova il 13 giugno, ma la festa di gennaio era quella più importante e più sentita. La sera precedente si preparava il falò a la Crouxetto, all’incrocio tra la Vio de Scoste e la vio che scendeva alla Villa, presso il pilone votivo a valle della frazione. Il giorno seguente, dopo la celebrazione religiosa – durante la quale si distribuiva il caritoun (pane benedetto) – si festeggiava con canti, balli, giochi e intrattenimenti.

 

Link:
https://provinciadicuneoinfoto.blogspot.com/2019/12/cappella-di-santantonio-ostana.html?m=1

https://libroaperto.comune.ostana.cn.it/museo-diffuso/sulle-tracce-di-cattolici-valdesi-ebrei-ed-eretici/cappelle-e-santuari/s-antonio

CERAMI (En). Chiesa Sant’Antonio abate, con immagini e statue del Santo.

Piazza Sant’Antonio
https://maps.app.goo.gl/4MvEEZXmy3jTX5Py8

L’edificazione della chiesa di Sant’Antonio abate è da ricondursi al 1623, come testimonia l’atto rogito del notaio Giuseppe Aiutamicristo conservato presso l’Archivio di Stato di Enna.
Tuttavia, in documenti seicenteschi custoditi presso l’Archivio Comunale di Cerami si fa menzione di una “chiesa vecchia di Sant’Antonio”. Tali documenti fanno riferimento alla chiesa di Sant’Antonio abate che iniziò ad essere edificata sotto il barone Vincenzo Gerolamo Rosso, barone che ereditò il feudo di Cerami nel 1516.
È da pensare che l’attuale chiesa sia stata edificata nello stesso luogo in cui sorgeva la chiesa preesistente ed i motivi che portarono ad una nuova edificazione sono da rintracciare nell’incremento del culto del santo Abate. Testimonianza di questa diffusione del culto è la fondazione nel 1600 della Confraternita di Sant’Antonio abate, che ancora oggi ha sede nella suddetta chiesa; è proprio grazie ai proventi ricavati dall’affitto dei terreni della Confraternita che fu possibile innalzare questo edificio di culto.
Da documenti presenti nell’archivio parrocchiale sappiamo che i lavori proseguirono nel corso del Seicento, ma si dovrà attendere il 1774 per indire il concorso per l’esecuzione degli stucchi decorativi; concorso che fu vinto da Giuseppe Sciacchitano da Capizzi.
Un ulteriore concorso fu indetto nel 1854 per la realizzazione di un nuovo campanile e ad aggiudicarsi i lavori nel 1855 fu mastro Ambrogio Castellana, la cui firma è ancora oggi leggibile in una delle balaustre che sormontano la torre campanaria.

L’esterno
Il prospetto centrale presenta una facciata a salienti, in stile tardo barocco, a cui si addossa la torre campanaria.
La facciata denuncia all’esterno la divisione interna della tre nevate dichiarandone anche l’altezza. I due lati spioventi della facciata sono privi di decorazioni e presentano una finestra rettangolare per lato così da illuminare la corrispettiva navata interna; due paraste culminanti in bugnato raccordano questi due lati con il portale centrale realizzato in pietra arenaria locale che si presenta invece riccamente decorato, racchiuso da lesene con motivi fitomorfi.
Il portale è inoltre fiancheggiato da quattro colonne binate, scanalate e poggianti su due basamenti su cui figurano decorazioni zoomorfe e su queste colonne si innestano dei capitelli corinzi che sorreggono un timpano ad ellisse spezzato. Un tempo sul timpano completavano l’apparato decorativo due angeli in pietra bianca posti specularmente, uno da molto tempo caduto, l’altro a seguito dei lavori di restauro condotti nel 2020 è stato rimosso ed è oggi custodito all’interno della chiesa. Al secondo ordine al centro del timpano è presente una finestra ad arco tutto sesto sormontata da un frontone triangolare decorato con una testa d’angelo a basso rilievo. Culmina l’intera partizione di facciata un fregio composto da metope floreali e triglifi e su di esso una cornice a gocciolatoio su cui si innesta il frontone.
A fiancheggiare la chiesa, la già menzionata torre campanaria che presenta una pianta quadrangolare e si eleva in altezza su tre ordini, ognuno con un cornicione di pietra attorno, posti su un basamento. Al centro del secondo ordine vi è una finestra ovale inscritta in un rettangolo e nell’ordine superiore un arco a tutto sesto su ogni lato, sfonda l’apparato architettonico per ospitare le campane presenti però solo su due lati. Culmina la torre campanaria una cuspide a cupola a sesto rialzato innestata su un tamburo ottagonale anche se originariamente e fino al 1940 a culminare la torre era una cuspide a campana rivestita da piastrelle smaltate policrome.

L’interno
La Chiesa presenta una pianta basilicale a tre navate separate da arcate a tutto sesto poggianti su tre colonne in pietra per lato ed un pilastro a delimitazione del transetto.
In corrispondenza della navata centrale ma ad un livello più rialzato sta il presbiterio absidato, che, come il resto della chiesa, ha subito numerosi rimaneggiamenti. Testimonianze fotografiche e resti lignei testimoniano la presenza dell’altare, del coro e dell’organo, purtroppo distrutti dall’incuria e conservati solamente in parte, come il frontale dell’organo che oggi funge da cornice ai due dipinti dell’Addolorata e di San Giovanni Evangelista facenti parte del trittico della Crocifissione realizzato da Cesare di Narda nel 2013. Il trittico si completa con il dipinto del Crocifisso posto all’interno della nicchia che sormonta il frontale dell’organo. Nelle pareti del suddetto presbiterio figurano due affreschi databili alla prima metà del XVIII raffiguranti a sinistra “La visita di Sant’Antonio abate a San Paolo di Tebe eremita” (vedi sotto) e a destra “Sant’Antonio abate intercede contro il male” (vedi sotto).
A seguito dei numerosi rimaneggiamenti l’apparato decorativo dell’intero edificio si presenta ben diverso dall’originale; alcune delle colonne sono state levigate nel coronamento e modifiche dal punto di vista cromatico hanno subito non solo le pareti ma anche gli stucchi sulla volta della navata centrale e delle arcate.
La navata sinistra termina con un altare absidato dedicato a Gesù Buon Pastore, la cui piccola statua in legno databile al XVIII sec., è collocata in una struttura lignea in stile neoclassico. A sormontare la struttura, vi è una decorazione in stucco raffigurante un pellicano, simbolo del sacrificio eucaristico e stessa analogia simbolica è da individuare nel piccolo affresco all’interno di una cornice in stucco raffigurante “Mosè e la manna dal cielo” sulla volta di questa campata.
La suddetta campata presenta inoltre una nicchia che custodisce la statua cinquecentesca di San Vito Martire.
La navata destra invece culmina con l’altare dedicato a Sant’Antonio abate, la cui statua lignea firmata da Giuseppe Stuflesser, giunse a Cerami il 23 settembre del 1947 come donazione postbellica da parte della famiglia Intili L. Surgenti, così come si legge nel basamento (vedi sotto).
Nelle pareti delle due navate sono collocate cinque tele raffiguranti a sinistra: L’Addolorata, il Riposo durante la Fuga in Egitto e l’Immacolata Concezione; a destra: la Crocifissione e il Noli me Tangere. Una tela raffigurante la Anime del Purgatorio completava il ciclo pittorico della parete destra ma purtroppo se ne perdono le tracce nei primi anni Venti del Novecento.
All’interno della chiesa vengono inoltre custoditi il fercolo processionale seicentesco realizzato da Andrea Li Volsi e Santo Giuliano e la sua copia realizzata nel 2004.

 

Bibliografia di riferimento:
– G.M. Fascetto, La chiesa di Sant’Antonio Abate, in “Cerami una gemma tra i monti”, guida storico-artistica, Euno Edizioni, Leonforte, maggio 2023, pp. 53-60.

Siti internet di riferimento:
Pagina Facebook: Sant’Antonio-Cerami link: https://www.facebook.com/santantoniocerami
Rete Italiana per la Salvaguardia e valorizzazione delle Feste di Sant’Antonio Abate link: https://reteitaliana.santantuono.it/festa-di-santantonio-abate-a-cerami/

Note varie: La Venerabile Compagnia Confraternita Sant’Antonio abate
A zelare il culto del santo anacoreta nella cittadina ceramese è la Confraternita Sant’Antonio abate; fondata nel 1600, la seconda Confraternita del paese per fondazione è oggi un’associazione di fedeli laici aperta a tutti, ma non sempre è stato così: fino all’inizio del secolo scorso, infatti, il numero dei soci era limitato a cento e all’ammissione venivano esclusi gli “uomini di bilancia”, gli uomini di vile condizione e le donne. Oggi come allora, ogni singolo membro entra all’interno della Confraternita a seguito di una votazione a scrutinio segreto da parte dei confrati riuniti in assemblea; al fine del mantenimento delle secolari tradizioni che vedono tramandare di padre in figlio l’affiliazione alla Confraternita viene omessa la votazione per l’ammissione dei figli e delle figlie dei confrati che decidono di entrare in Confraternita in un’età compresa tra i 18 e i 25 anni.
Il ramo maschile (confrati) e il ramo femminile (consorelle) partecipano attivamente, anche se in modo diverso, alla vita della Confraternita; solo il ramo maschile ad esempio, ha l’obbligo di partecipare a tutte le processioni del paese con l’abito tradizionale e per tale motivo ogni nuovo confrate, a differenza della consorella, dopo l’ammissione e dopo sei mesi di noviziato, sarà “professato”, ovvero presenterà al santo le proprie intenzioni e indosserà per la prima volta l’abito della Confraternita composto da: camice, visiera, cingolo e guanti di colore bianco e mantello di color celeste con fiori in tinta.
Il colore celeste dei mantelli dei confrati e delle insegne della Confraternita, che associato alla figura di Sant’Antonio abate può sembrare straniante, ha in realtà origine antichissime: furono i Canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne, ordine ospedaliero e monastico-militare nato in Francia nel X sec., ad associare questo colore al Santo. Fin dalle origini, sull’abito e sul mantello degli ospedalieri di Sant’Antonio campeggiava un Tau di colore azzurro e tale segno diventerà in seguito anche il simbolo dell’ordine e influenzerà cromaticamente perfino l’iconografia di Sant’Antonio abate: non di rado in miniature del XIII e XIV sec. il santo viene raffigurato in abiti celesti o blu.
Oltre ad attività di carattere religioso, la Confraternita di Sant’Antonio abate intraprende anche altre iniziative di carattere sociale, caritatevole e di servizio del territorio e sotto la direzione del Confrate Superiore e del Consiglio di Amministrazione, la Confraternita organizza i festeggiamenti in onore di Sant’Antonio abate.

Localizzazione e recapiti:
Confraternita Sant’Antonio Abate, Piazza Sant’Antonio, Cerami (En)
Email: santantoniocerami@gmail.com
Pagina Facebook: Sant’Antonio-Cerami link: https://www.facebook.com/santantoniocerami

Bibliografia di riferimento: Testo a cura del dott. Giacomo Michele Fascetto

Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto


STATUA LIGNEA POLICROMA nell’altare dedicato al Santo

La statua di Sant’Antonio abate è una scultura lignea realizzata tra il 1946 e il 1947 e firmata al basamento da Giuseppe Stuflesser, scultore di Ortisei (Val Gardenia). L’opera giunse a Cerami il 23 settembre del 1947 come donazione postbellica da parte della famiglia Intili L. Surgenti, così come si legge nel basamento.
Autore: Giuseppe Stuflesser
Descrizione dell’opera: Il Santo è rappresentato con severo aspetto ieratico e indossa degli abiti che ricordano molto le vesti francescane: di color marrone sono infatti sia la tunica che il mantello, terminante sul retro con cappuccio, mentre per calzari vi sono dei semplici sandali ed anche il cingolo ai fianchi riporta i tre nodi francescani. Sulla parte interna del gomito, dietro al Vangelo aperto tenuto con la mano sinistra, si erge un argenteo bastone-pastorale a croce patriarcale (a doppia asta – doppio patibolum) su cui si aggancia una campanella, anch’essa in argento.
Particolare è la movenza della mano destra che non riporta il classico gesto benedicente, ma col palmo totalmente aperto e rivolto verso il fedele, parrebbe indicare un gesto di paterno ammonimento, ma interpretabile anche come un gesto atto a placare, verosimilmente il fuoco, inteso nella duplice forma: incendio e fuoco di Sant’Antonio (herpes zoster).
Nella parte bassa della statua, ai lati del santo e posti sul basamento, vi sono riprodotti in miniatura un bue e un cavallo, probabilmente delle aggiunte per rinforzare l’idea della speciale protezione del santo verso gli armenti.
Descrizione della statua a cura del Dott. Giacomo Michele Fascetto.
Siti internet di riferimento: Storytelling arrivo della statua a Cerami in occasione del 75° anniversario: https://www.facebook.com/santantoniocerami/photos/a.292285491239181/1423597014774684/

Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto


STATUA IN TELA-COLLA, sostituita dalla statua ligne di Stuflesser.

La statua di Sant’Antonio abate è una scultura polimaterica in tela-colla realizzata da autore ignoto agli inizi del XVII secolo. Rimaneggiata più volte nell’arco dei secoli, venne definitivamente soppressa al culto nel 1947 a causa del suo cattivo stato di conservazione e sostituita da una nuova statua lignea opera di Giuseppe Stuflesser.
Bibliografia di riferimento: Descrizione della statua a cura del Dott. Giacomo Michele Fascetto.
Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto

AFFRESCO RAFFIGURANTE SANT’ANTONIO ABATE CHE INTERCEDE CONTRO IL MALE
Notizie sull’opera: L’affresco è collocato sulla parete destra del presbiterio
Autore: Ignoto – Datazione: Prima metà del XVIII Sec.
L’affresco mostra al centro la figura di Sant’Antonio abate rappresentato in atteggiamento di silenziosa preghiera: con gli occhi rivolti al cielo da cui spiove la Luce, ossia Cristo (Gv 8,12), indica con la mano destra la città sullo sfondo, mostrandola di fatti al Signore e chiedendo per sua intercessione un gesto di paterna clemenza.
Il Santo è tipicamente abbigliato e accompagnato dai suoi tradizionali attributi iconografici: il bastone con la campanella, il maiale, il fuoco e il tau. Proprio quest’ultimo, in virtù di una sua singolarità merita una trattazione particolareggiata: posto sulla spalla sinistra, si discosta dalla forma tradizionale per sviluppare ad ogni estremità tre punte che ricordano delle fiammelle, confermate anche dalla colorazione rossa del tau.
Bibliografia di riferimento: Testo e ricerche a cura del dott. Giacomo Michele Fascetto
Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto

AFFRESCO RAFFIGURANTE LA VISITA DI SANT’ANTONIO ABATE A SAN PAOLO DI TEBE EREMITA
Notizie sull’opera: L’affresco è collocato sulla parete sinistra del presbiterio
Autore: Ignoto – Datazione: Prima metà del XVIII Sec.
L’affresco vede protagonisti due dei primi anacoreti del deserto: Sant’Antonio abate e San Paolo di Tebe eremita, secondo uno schema iconografico molto diffuso e che trae origini dall’episodio narrato da Jacopo da Varazze (1230-1298) nella Legenda Aurea.
Si legge infatti che Antonio, invitato da un angelo, si mise alla ricerca di Paolo, un eremita più anziano di lui che da quarant’anni viveva in solitudine nutrito da un corvo che ogni giorno gli portava il pane.
Nell’affresco la scena è ambientata in un anfratto roccioso e i due santi sono intenti a condividere il pane portato dal corvo che sorvola ancora su di essi. Sant’Antonio è tipicamente abbigliato e regge nella mano destra il bastone, uno dei suoi tradizionali attribuiti, San Paolo invece indossa un ampio mantello rosso sul tipico abito di foglie di palma intrecciate. È probabile che l’autore dell’affresco abbia voluto inserire il mantello rosso in riferimento al mantello di Atanasio di cui parla San Girolamo nella “Vita Sancti Pauli primi eremitae”. San Girolamo riferisce infatti che San Paolo, all’avvicinarsi della sua morte, ricevette la visita di Sant’Antonio abate, a cui espresse il desiderio di ricevere il mantello che egli aveva avuto in dono dal vescovo Atanasio, per esservi sepolto.
Bibliografia di riferimento: Testo e ricerche a cura del dott. Giacomo Michele Fascetto
Nome rilevatore: Dott. Giacomo Michele Fascetto

VICENZA. Ex ospedale e chiese di Sant’Antonio abate

L’ospedale era una fondazione privata, sorta nei pressi del Duomo e istituita il 17 gennaio 1350, dopo la pandemia del 1348, per iniziativa di Alberto de Belanth / de Billant cavaliere tedesco e conestabile degli Scaligeri a Vicenza, cioè comandante delle milizie mercenarie e ufficiale militare. La fondazione, però, fu riconosciuta dal papa solo nel 1436.
Successivamente il fondatore coinvolse nell’amministrazione anche una fraglia di battuti, che si definiva come «fratalia batutorum hospitalis Sanctorum Anthonii, Ieorgii et Gotardi». Le prime notizie a riguardo risalgono al 1373 ed è possibile che questa confraternita provenisse da una scissione del sodalizio di San Marcello, già a capo di un ospedale, presso cui i membri della neonata confraternita di Sant’Antonio abate potevano aver maturato una buona esperienza circa la gestione di attività assistenziali.
Dopo il 1374 non si trovano più notizie sul conto di Alberto de Belanth. Dopo la morte del fondatore, i battuti esercitarono lo ius patronatus sull’ente, che divenne presto uno fra i principali ospedali di Vicenza, grazie al patrimonio di cui lo aveva dotato il fondatore e a numerosi altri lasciti testamentari.
Nel 1471 sindaci e gastaldi della confraternita furono autorizzati a predisporre un locale riscaldato nell’ex reparto femminile, per evitare che durante l’inverno i degenti morissero di freddo. Nel 1490 furono avviati lavori di rifacimento del dormitorio maschile, spostato a un piano superiore. Nel 1498 si decise un ulteriore ampliamento degli spazi riservati al ricovero dei poveri, altra categoria di persone assistita, oltre ai malati, adibendo nuovi dormitori nei piani superiori, ma anche un allargamento della cantina per il deposito del vino. Se la capienza degli ambienti ospedalieri non subì ulteriori variazioni, è probabile che il numero di persone ricoverate dopo l’ultimo ampliamento fosse destinato a non discostarsi troppo da quel tetto massimo di 56, tra degenti e servitori, indicato dall’amministrazione ospedaliera nel 1560, seppure ammettendo una certa flessibilità, che allude a una capienza massima superiore, confermata da altre notizie.
Già durante il Quattrocento l’organo di gestione dell’ospedale – detto la “banca” come nelle altre fraglie – divenne sempre più consapevole delle esigenze di cura dei malati, e nominò un medico, un cerusico e uno speziale stipendiati; nel Cinquecento, quello di sant’Antonio era ormai il primo e il più importante tra gli ospedali di Vicenza. Alla fine del secolo, però, sia la chiesa che l’ospedale avevano bisogno di notevoli riparazioni e gli interventi tampone non erano più sufficienti; i letti e gli arredi erano ridotti in uno stato tale da non poter quasi più essere adoperati. Durante il XVII secolo questa situazione peggiorò ancora, aggravata ulteriormente dagli eventi che colpirono città e contado, come le carestie e la peste del 1630. Nello stesso tempo le richieste aumentavano e dai 30-40 poveri si arrivò ad accoglierne fino a 100; la mortalità era altissima e non c’era neppure più spazio per le tumulazioni, che fino a quell’epoca avvenivano sotto al portico. Seguirono anni difficili e furono a più riprese effettuati nuovi interventi, ma sempre insufficienti. Le continue richieste di finanziamento da parte dei responsabili dell’ospedale crearono tensioni e conflitti con l’amministrazione comunale, provocando continui ricorsi davanti al senato veneziano; di conseguenza, dal 1738 l’ospedale perse la propria autonomia e, come tutti gli altri Luoghi Pii, fu assoggettato al controllo dei revisori comunali. La situazione economica però era così dissestata che cominciò a farsi strada il progetto della fusione e della concentrazione di tutti gli ospedali della città in un Ospedale Grande degli Infermi e dei Poveri, com’era avvenuto in quegli anni a Milano; nel novembre del 1772 il senato veneziano approvò tale fusione e gli ospedali – oltre a quello di Sant’Antonio anche quelli di San Lazzaro, dei santi Pietro e Paolo, dei santi Ambrogio e Bellino, di San Bovo e quelli della Pia Opera di Carità – furono trasferiti negli edifici dell’ex monastero di San Bartolomeo dove l’anno prima era stata soppressa la Congregazione dei Canonici Lateranensi.

Svuotato l’Ospedale di Sant’Antonio, il complesso degli edifici – comprese le due chiese – nel 1805 fu acquistato dalla Società del Casino Nuovo per i soci dell’alta borghesia; nel 1808 fu demolito e, al loro posto, fu costruito l’edificio in stile neoclassico ancora esistente, che inseguito fu acquisito dalla diocesi di Vicenza e al quale è stato dato il nome di “Palazzo delle Opere Sociali cattoliche”; sede di uffici diocesani e di associazioni cattoliche, viene utilizzato per mostre, conferenze, convegni e attività culturali.

I due oratori/chiese.
Alberto de Belanth volle creare, dopo l’ospedale, anche un oratorio, inaugurato il 17 gennaio 1361 − festa di sant’Antonio abate − con una messa solenne e consacrato dal vescovo Giovanni Sordi il 30 giugno 1364. Il luogo di culto affiancava la domus hospitalis e ne condivideva le dedicazioni alla Vergine, a sant’Antonio abate. a san Giorgio e a san Gottardo. Le facciate dell’ospedale e della sua chiesa si affacciavano verso la piazza del vescovado: l’oratorio confinava da un lato con l’ospedale, sul lato opposto costeggiava la via comune che separava il complesso ospedaliero dalla cattedrale, mentre sul retro era chiuso del campanile del duomo.

Da un lato dell’ospedale si trovava l’oratorio fondato da Alberto de Belanth, da quello opposto sorgeva il più modesto Oratorio di San Gottardo – in seguito detto di “Sant’Antonio Nuovo” per distinguerlo dalla chiesa più grande; probabilmente voluto dal de Belanth per una particolare devozione a questo Santo popolare nei paesi di lingua tedesca, ma sulle cui origini mancano informazioni certe: il primo documento che ne attesta l’esistenza risale al 1373. Di sicuro fu inglobato nel complesso di Sant’Antonio abate e qui l’amministrazione dell’ospedale commissionò alcune decorazioni sacre nel 1439-1441.

 

Statua di sant’Antonio proveniente dall’antica chiesa dell’ospedale di Sant’Antonio abate, oggi conservata all’interno dell’ospedale San Bortolo, Viale Ferdinando Rodolfi, 37 Vicenza.

 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Ospedale_di_Sant%27Antonio_abate_%28Vicenza%29 1/3

Estratto_da_Bianchi_Ospedali.pdf

SPILIMBERGO (Pn), fraz. Barbeano. Chiesa di Sant’Antonio abate.

La chiesa di Sant’Antonio Abate della frazione di Barbeano di Spilimbergo sorge a poca distanza dal torrente Cosa, Via Nazionale, 4  https://maps.app.goo.gl/FYx2S3VGsEbZUaTh7.
Risale con tutta probabilità alla prima metà del 1300 quando doveva trovarsi in aperta campagna. E’ un piccolo scrigno di opere d’arte in particolare il cinquecentesco portale opera di Carlo da Carona (attivo dal 1509 al 1545) ed un ampio ciclo affrescato da Gianfrancesco da Tolmezzo (attivo tra il 1481 e il 1510). L’attuale edificio venne costruito nel XIV secolo e consacrato il 15 luglio 1459.
A metà del 1900 venne privata del portico ed una parte della popolazione del paesino consigliò al parroco di demolire la chiesa, poiché non si riteneva di poter recuperare in alcun modo l’edificio ed il ciclo di affreschi fatiscenti. Il terremoto del 1976 aggravò la situazione ma un primo intervento fu promosso tra il 1979 e il 1983 mentre un complessivo restauro conservativo venne realizzato nel 2002 salvando così l’edificio.
La facciata è semplicissima con un portale fiancheggiato da due finestre rettangolari. Dall’architrave, sporgente dal filo della facciata, si alza un campaniletto a vela con piccolo occhio e monofora a tutto sesto. Un motivo decorativo ad archetti pensili incrociati corre sotto la gronda lungo tutto il perimetro. Sul lato destro si aprono due finestrelle a feritoia ed un portale in pietra decorato con fiori e angeli in rilievo. Sempre sul lato destro è addossato un piccolo ambiente adibito a sagrestia.
Realizzato nel 1512 il portale è attribuito per motivi stilistici a Carlo di Francesco da Carona (detto Carlo da Carona o Carlo da Udine) oggi ritenuto uno dei più interessanti lapicidi lombardi operanti in regione nel Cinquecento. Nacque verso il 1485 e si trasferì ancora giovane in Friuli, prima a San Daniele e poi a Udine. Attivo dal 1509 al 1545, ha lasciato diverse sculture che testimoniano la sua arte: fonti battesimali, portali, altari, statue e bassorilievi realizzati con un linguaggio originale, con forme robuste ed espressive, volti assorti e ieratici, ispirati alla severa spiritualità medievale e nordica.
Il portale, di semplice fattura, presenta motivi cari agli scultori lombardi (tulipani, baccelli, rose) e sull’architrave presenta l’iscrizione: “ANTONIO PATRI SIT SEPER LAETA CATERVA M.D.X.II.” Interessanti sono le sette figure in bassorilievo: quattro testine alate di putto sui due dadi alla base degli stipiti, il Padre eterno nella faccia interna dell’architrave, e due santi sui lati interni degli stipiti, a sinistra Santa Maria Maddalena con in mano il vaso con gli unguenti (per altri si tratta invece di San Giovanni) e a destra Sant’Antonio abate con in mano il pastorale, la campanella ed ai suoi piedi il maiale.
All’esterno, sul lato destro si trovano due affreschi molto deteriorati: una Madonna con bambino in trono e una figura di Sant’Antonio abate identificabile dalla lunga barba e dalla campanella.
L’interno è ad aula unica, separata dal coro dall’arco trionfale. L’abside presenta una volta a crociera con grossi costoloni che delimitano le quattro vele. Il coro è illuminato da una monofora a tutto sesto sulla destra. La copertura dell’aula è a capriate lignee a vista, la pavimentazione è costituita da mattonelle in cotto.
All’interno il coro è interamente affrescato da Gianfrancesco da Tolmezzo, conosciuto dai Signori di Spilimbergo fin dal 1481, allorché venne da essi investito di un piccolo feudo. Pur essendo attivo in zona dal 1482 non sembra abbia mai avuto commissioni di rilievo nella città di Spilimbergo.
Sulla datazione del ciclo di Barbeano vi è stata una lunga discussione. Oggi è accettato il fatto che furono eseguiti prima del 1489, data di un documento nel quale si cita il fatto che il pittore rinuncia ad un credito di 40 ducati che vantava per pitture eseguite nella chiesa campestre di Barbeano, a favore dei nobili di Spilimbergo, pagamento che sarà fatto solo nel 1491. Sembra che, come l’attribuzione del feudo anche il subentro dei Signori di Spilimbergo in un credito probabilmente pressoché inesigibile fosse espressione del loro favore verso il pittore. Tuttavia questo documento non è da tutti inteso allo stesso modo, tant’è che qualcuno ha pensato di retrodatare gli affreschi al 1481 quando cioè il pittore venne investito del feudo, il che renderebbe il ciclo di Barbeano la prima opera nota del pittore. Forse per le diverse idee sulla datazione del ciclo la valutazione sugli affreschi oscilla, a seconda degli autori, tra un’opera che “tradisce le smagliature e le incoerenze tipiche dell’esordiente” ed un’opera nella quale “il linguaggio del pittore appare pienamente formato, con le sue peculiari caratteristiche, fin dal suo primo apparire”.
Gianfrancesco è da molti considerato il vero iniziatore del Rinascimento friulano, almeno per quanto attiene la pittura, e il pittore cui si debbono i migliori cicli di affreschi quattrocenteschi esistenti in regione. Nacque a Socchieve, intorno al 1450 e si sa per certo che fu attivo tra il 1482, data della sua prima opera firmata, e il 1510. Nulla si conosce del suo periodo formativo, prima cioè dei trent’anni, anche se la sua formazione avvenne probabilmente, in terra veneta, dato che le sue opere sentono l’influsso dei più importanti pittori veneti coevi, così come risulta evidente che vennero influenzate anche dalle incisioni nordiche che giravano a Venezia nello stesso periodo. Alcune sue opere sono caratterizzate da uno stile grafico così accentuato da far dire ad alcuni studiosi che si tratta di “disegni colorati”, dove il colore assolve ad un’unica precisa funzione, ossia quella di riempire gli spazi tracciati dal segno di contorno, senza notazioni chiaroscurali.
Nonostante i considerevoli danni subiti sono ancora leggibili alcune grandi scene sulle pareti, mentre meglio conservati sono gli affreschi della volta. Tracce superstiti della decorazione dello zoccolo testimoniano come in origine il ciclo fosse completato da eleganti motivi ispirati alle decorazioni presenti sui tessuti dell’epoca.
Nell’intradosso dell’arco trionfale sono rappresentati busti di Profeti entro finte nicchie da cui traboccano illusionisticamente, sono riconoscibili Davide e Giona. Alcuni autori attribuiscono queste figure così come quelle degli Apostoli presenti sulla parete destra del coro alla mano di Pietro di San Vito.
La parete di fondo riporta due scene piuttosto lacunose, ma ancora leggibili, del Nuovo Testamento: sopra, all’interno della lunetta, la Natività, e sotto l’Adorazione dei Magi.
Nella Natività Gianfrancesco introduce alcune particolarità come il bambino che non è mostrato all’interno della mangiatoia, che è visibile vuota dietro a Maria, con le tradizionali figure del bue e dell’asinello, bensì è steso nudo e senza fasce su un panno bianco sulla nuda terra. Maria, prega con il volto teso e le mani giunte e lo sguardo mesto che rivolge al bambino richiama la profezia di Simeone “anche a te una spada trafiggerà l’anima”. Giuseppe è rappresentato un po’ discosto da Madre e Bambino, a sottolineare il suo ruolo di protettore e custode ma non di padre. Sul fondo in alto nel paesaggio collinoso è rappresentato l’annuncio ai pastori.
Al di sotto, in un contesto molto simile si vede il corteo e l’Adorazione dei Magi. Qui però la figura della Madonna e quella del Bambino sono molto diverse: la Vergine siede in trono avvolta in un mantello blu che copre una veste ricca ben diversa da quella semplice della Natività e mostra il figlio al primo dei saggi, con l’atteggiamento di una regina che presenta il proprio neonato al popolo. Gesù, seduto sulle sue ginocchia, benedice il primo dei sapienti tenendo in mano la pisside d’oro, dono del mago. Giuseppe invece è vestito semplicemente come nella Natività e tiene in mano il suo copricapo in segno di rispetto. Vi è stata riconosciuta l’immagine presente in una delle stampe del Maestro di Zwolle, incisore attivo nei Paesi Bassi fino a fine XV secolo. Nella scena gli altri due magi, i cui ricchi abiti mostrano il loro rango, attendono il loro turno portando incenso e mirra mentre sullo sfondo si snoda il lungo corteo cavalleresco in un ampio e semplice paesaggio.
La parete di destra è condizionata dalla presenza della finestra e gli affreschi sono in parte scomparsi per la successiva apertura della porta della sacrestia. L’unica scena rappresenta l’Ascensione di Cristo mostrato in alto nella cuspide con quattro angeli che lo sostengono e lo spingono dignitosamente verso l’alto. Attorno a lui angeli musicanti con i tipici strumenti dell’epoca. In basso assistono alla scena gli apostoli ritratti in file in atteggiamento composto con tratti fisici realistici rughe, barbe, capelli fluenti e con gli occhi levati al cielo.
La decorazione della parete sinistra si è conservata solo nella parte più alta ed in quella più bassa. Nella lunetta e nella parte alta della parete il pittore rappresenta il Giudizio Universale. Centrale è la figura trionfale del Cristo giudice che emerge da una mandorla circondata da un doppio coro di serafini e di cherubini. Con il volto solenne, i capelli dorati, il corpo muscoloso avvolto in un mantello di colore rosso, simbolo del martirio, Egli mostra i fori dei chiodi sulle mani e sui piedi e indica la piaga sul costato, aperto e sanguinante. Cristo giudice pronuncia il suo giudizio finale: la sentenza favorevole è sintetizzata dal giglio della misericordia, dipinto a lato della sua bocca; la sentenza di condanna è invece simbolizzata dalla spada della giustizia.
In alto ai lati della mandorla quattro angeli recano gli strumenti della passione: la colonna della flagellazione, la canna con la spugna imbevuta di aceto, la lancia del soldato, la corona di spine abbandonata sulla croce. In basso si vedono gli intercessori tra Cristo giudice e l’umanità: Maria, la madre di Gesù a destra, e Giovanni Battista a sinistra, ciascuno affiancato da sei Apostoli, tutti inginocchiati con mani giunte e occhi rivolti al cielo. Sotto la mandorla quattro angeli si rivolgono ai quattro angoli del mondo intrecciando le loro squillanti buccine per chiamare i morti alla risurrezione finale. Il loro invito (surgite mortui, venite ad iudicium) è riportato nei cartigli volteggianti.
In basso a sinistra è descritto l’ingresso del corteo dei beati in Paradiso, raffigurato come la Gerusalemme celeste, con le mura tempestate di gemme e gli angeli sulle dodici torri. Sulle porte aperte un’orchestra di angeli accoglie i beati che all’interno della città troveranno il giardino del paradiso terrestre. Il resto della scena è pressoché perduto, da pochi lacerti si intuisce il corteo dei beati mentre del tutto perduta è la parte relativa al tormento dei dannati.
Nella volta, al centro delle vele pesantemente ridipinte, dominano le figure dei Dottori della Chiesa assisi su troni formati da cattedre-librerie rinascimentali, con gli sportelli aperti o semiaperti da cui traboccano i libri, e da dossali di chiara ispirazione gotica con cuspidi, nicchie e colonne, mentre ai lati di questi nei pennacchi trovano posto i quattro Evangelisti e quattro Profeti.
Lungo la navata destra sono visibili altri frammenti di affresco. In prossimità dell’arco santo si vede una serie di piccole arcate contenenti quattro Santi a figura intera ritenute opera non di Gianfrancesco bensì di un maestro sanvitese del primo Cinquecento.
L’esterno dell’arco trionfale è privo di pitture forse a causa delle modifiche che interessarono l’edificio, mentre non è chiaro se, nelle intenzioni della committenza, fosse prevista anche la decorazione delle pareti dell’aula, considerato che sulla parete destra, tra la porta d’ingresso e quella laterale, sono visibili dei disegni preparatori, o sinopie, tracciate sull’intonaco grezzo con figure nelle quali sono riconoscibili gli Evangelisti con i loro simboli. Da alcuni è stata avanzata l’attribuzione allo stesso Gianfrancesco.
Fra l’aula ed il presbiterio, a sinistra dell’arco trionfale, è collocata una statua raffigurante Sant’Antonio abate con i caratteristici attributi: il bastone e la campanella nella mano destra, il libro nella mano sinistra ed il maiale ai suoi piedi.
All’interno della chiesetta è presente a destra dell’ingresso principale un’acquasantiera a stelo del XV secolo mentre una a muro del XVI si trova accanto all’ingresso laterale.

 

Fonti
– Bergamini Giuseppe. Note su alcuni affreschi del quattro e cinquecento nello spilimberghese in Antichità Altoadriatiche XVIII Studi Spilimberghesi Centro di Antichità Altoadriatiche Casa Bertoli Aquileia. Udine Arti Grafiche Friulane 1980
– Bergamini, Giuseppe Arte e artisti del Rinascimento a Spilimbergo In: Spilimbèrc: 61m Congres, 23 di setembar 1984 – P. 333-36
– Bergamini Giuseppe La scultura di Carlo da Carona. Società Filologica friulana 1972
– Bergamini Giuseppe. Architetti e lapicidi ticinesi in Friuli tra Quattro e Cinquecento. Uno sguardo d’assieme. In Artisti in Viaggio 1450-1600 Presenze foreste in Friuli Venezia Giulia. Atti del Convegno “Artisti in viaggio, 1450-1600. Presenze foreste in Friuli Venezia Giulia” Villa manin di Passariano, Codroipo (Udine), 24-25 ottobre 2003
– Bergamini Giuseppe e Tavano Sergio. Storia dell’arte nel Friuli Venezia Giulia. Chiandetti Editore, Reana del Rojale 1991
-Bergamini Giuseppe e Paolo Goi Secoli d’arte a Spìlimbergo, la splendida Città del Mosaico in Friuli nel Mondo Anno 47 – Numero 526 Luglio 1998
– Bonelli Massimo. Il restauro dei cicli di Barbeano e Provesano in Bonelli Massimo, Casadio Paolo. Gianfrancesco da Tolmezzo. Il restauro degli affreschi di Barbeano e di Provesano. Comune di Spilimbergo. Comune di San Giorgio della Richinvelda 1983
– Casadio Paolo Gianfrancesco da Tolmezzo a Barbeano e a Provesano in Bonelli Massimo, Casadio Paolo. Gianfrancesco da Tolmezzo. Il restauro degli affreschi di Barbeano e di Provesano. Comune di Spilimbergo. Comune di San Giorgio della Richinvelda 1983
– Pastres Paolo Quattrocento e Cinquecento in Pastres Paolo (a cura di) Arte in Friuli dal Quattrocento al Settecento. Società Filologica Friulana, Udine 2008
– Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Quaderni del Centro di Catalogazione e restauro dei beni culturali. 16 Spilimbergo. Villa Manin di Passariano Udine 1984
– Rizzi Aldo Profilo di storia dell’arte in Friuli. 2. Il Quattrocento e il Cinquecento. Del Bianco Editore 1979.
– Toffolon Simone L’opera di Gianfrancesco da Tolmezzo a Barbeano e Provesano: iconografia tra tradizione e innovazione. Tesi di Laurea. UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA Anno Accademico 2013 – 2014
– Sito internet CHIESE ITALIANE
http://chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/schedacc.jsp?sinteticabool=true&sintetica=true&sercd=65793#

Bibliografia:
– Ettore Rizzotti (a cura di), Gli affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo in Sant’Antonio Abate a Barbeano, LithoStampa 2011

Info:
Via Nazionale 4 33097 Spilimbergo (all’angolo tra Via Nazionale e Via San Michele).
La chiesa è normalmente chiusa.

Data ultima verifica: agosto 2023

Autore: Marina Celegon

Galleria immagini: Marina Celegon