VICENZA. Ex ospedale e chiese di Sant’Antonio abate

L’ospedale era una fondazione privata, sorta nei pressi del Duomo e istituita il 17 gennaio 1350, dopo la pandemia del 1348, per iniziativa di Alberto de Belanth / de Billant cavaliere tedesco e conestabile degli Scaligeri a Vicenza, cioè comandante delle milizie mercenarie e ufficiale militare. La fondazione, però, fu riconosciuta dal papa solo nel 1436.
Successivamente il fondatore coinvolse nell’amministrazione anche una fraglia di battuti, che si definiva come «fratalia batutorum hospitalis Sanctorum Anthonii, Ieorgii et Gotardi». Le prime notizie a riguardo risalgono al 1373 ed è possibile che questa confraternita provenisse da una scissione del sodalizio di San Marcello, già a capo di un ospedale, presso cui i membri della neonata confraternita di Sant’Antonio abate potevano aver maturato una buona esperienza circa la gestione di attività assistenziali.
Dopo il 1374 non si trovano più notizie sul conto di Alberto de Belanth. Dopo la morte del fondatore, i battuti esercitarono lo ius patronatus sull’ente, che divenne presto uno fra i principali ospedali di Vicenza, grazie al patrimonio di cui lo aveva dotato il fondatore e a numerosi altri lasciti testamentari.
Nel 1471 sindaci e gastaldi della confraternita furono autorizzati a predisporre un locale riscaldato nell’ex reparto femminile, per evitare che durante l’inverno i degenti morissero di freddo. Nel 1490 furono avviati lavori di rifacimento del dormitorio maschile, spostato a un piano superiore. Nel 1498 si decise un ulteriore ampliamento degli spazi riservati al ricovero dei poveri, altra categoria di persone assistita, oltre ai malati, adibendo nuovi dormitori nei piani superiori, ma anche un allargamento della cantina per il deposito del vino. Se la capienza degli ambienti ospedalieri non subì ulteriori variazioni, è probabile che il numero di persone ricoverate dopo l’ultimo ampliamento fosse destinato a non discostarsi troppo da quel tetto massimo di 56, tra degenti e servitori, indicato dall’amministrazione ospedaliera nel 1560, seppure ammettendo una certa flessibilità, che allude a una capienza massima superiore, confermata da altre notizie.
Già durante il Quattrocento l’organo di gestione dell’ospedale – detto la “banca” come nelle altre fraglie – divenne sempre più consapevole delle esigenze di cura dei malati, e nominò un medico, un cerusico e uno speziale stipendiati; nel Cinquecento, quello di sant’Antonio era ormai il primo e il più importante tra gli ospedali di Vicenza. Alla fine del secolo, però, sia la chiesa che l’ospedale avevano bisogno di notevoli riparazioni e gli interventi tampone non erano più sufficienti; i letti e gli arredi erano ridotti in uno stato tale da non poter quasi più essere adoperati. Durante il XVII secolo questa situazione peggiorò ancora, aggravata ulteriormente dagli eventi che colpirono città e contado, come le carestie e la peste del 1630. Nello stesso tempo le richieste aumentavano e dai 30-40 poveri si arrivò ad accoglierne fino a 100; la mortalità era altissima e non c’era neppure più spazio per le tumulazioni, che fino a quell’epoca avvenivano sotto al portico. Seguirono anni difficili e furono a più riprese effettuati nuovi interventi, ma sempre insufficienti. Le continue richieste di finanziamento da parte dei responsabili dell’ospedale crearono tensioni e conflitti con l’amministrazione comunale, provocando continui ricorsi davanti al senato veneziano; di conseguenza, dal 1738 l’ospedale perse la propria autonomia e, come tutti gli altri Luoghi Pii, fu assoggettato al controllo dei revisori comunali. La situazione economica però era così dissestata che cominciò a farsi strada il progetto della fusione e della concentrazione di tutti gli ospedali della città in un Ospedale Grande degli Infermi e dei Poveri, com’era avvenuto in quegli anni a Milano; nel novembre del 1772 il senato veneziano approvò tale fusione e gli ospedali – oltre a quello di Sant’Antonio anche quelli di San Lazzaro, dei santi Pietro e Paolo, dei santi Ambrogio e Bellino, di San Bovo e quelli della Pia Opera di Carità – furono trasferiti negli edifici dell’ex monastero di San Bartolomeo dove l’anno prima era stata soppressa la Congregazione dei Canonici Lateranensi.

Svuotato l’Ospedale di Sant’Antonio, il complesso degli edifici – comprese le due chiese – nel 1805 fu acquistato dalla Società del Casino Nuovo per i soci dell’alta borghesia; nel 1808 fu demolito e, al loro posto, fu costruito l’edificio in stile neoclassico ancora esistente, che inseguito fu acquisito dalla diocesi di Vicenza e al quale è stato dato il nome di “Palazzo delle Opere Sociali cattoliche”; sede di uffici diocesani e di associazioni cattoliche, viene utilizzato per mostre, conferenze, convegni e attività culturali.

I due oratori/chiese.
Alberto de Belanth volle creare, dopo l’ospedale, anche un oratorio, inaugurato il 17 gennaio 1361 − festa di sant’Antonio abate − con una messa solenne e consacrato dal vescovo Giovanni Sordi il 30 giugno 1364. Il luogo di culto affiancava la domus hospitalis e ne condivideva le dedicazioni alla Vergine, a sant’Antonio abate. a san Giorgio e a san Gottardo. Le facciate dell’ospedale e della sua chiesa si affacciavano verso la piazza del vescovado: l’oratorio confinava da un lato con l’ospedale, sul lato opposto costeggiava la via comune che separava il complesso ospedaliero dalla cattedrale, mentre sul retro era chiuso del campanile del duomo.

Da un lato dell’ospedale si trovava l’oratorio fondato da Alberto de Belanth, da quello opposto sorgeva il più modesto Oratorio di San Gottardo – in seguito detto di “Sant’Antonio Nuovo” per distinguerlo dalla chiesa più grande; probabilmente voluto dal de Belanth per una particolare devozione a questo Santo popolare nei paesi di lingua tedesca, ma sulle cui origini mancano informazioni certe: il primo documento che ne attesta l’esistenza risale al 1373. Di sicuro fu inglobato nel complesso di Sant’Antonio abate e qui l’amministrazione dell’ospedale commissionò alcune decorazioni sacre nel 1439-1441.

 

Statua di sant’Antonio proveniente dall’antica chiesa dell’ospedale di Sant’Antonio abate, oggi conservata all’interno dell’ospedale San Bortolo, Viale Ferdinando Rodolfi, 37 Vicenza.

 

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Ospedale_di_Sant%27Antonio_abate_%28Vicenza%29 1/3

Estratto_da_Bianchi_Ospedali.pdf

SPILIMBERGO (Pn), fraz. Barbeano. Chiesa di Sant’Antonio abate.

La chiesa di Sant’Antonio Abate della frazione di Barbeano di Spilimbergo sorge a poca distanza dal torrente Cosa, Via Nazionale, 4  https://maps.app.goo.gl/FYx2S3VGsEbZUaTh7.
Risale con tutta probabilità alla prima metà del 1300 quando doveva trovarsi in aperta campagna. E’ un piccolo scrigno di opere d’arte in particolare il cinquecentesco portale opera di Carlo da Carona (attivo dal 1509 al 1545) ed un ampio ciclo affrescato da Gianfrancesco da Tolmezzo (attivo tra il 1481 e il 1510). L’attuale edificio venne costruito nel XIV secolo e consacrato il 15 luglio 1459.
A metà del 1900 venne privata del portico ed una parte della popolazione del paesino consigliò al parroco di demolire la chiesa, poiché non si riteneva di poter recuperare in alcun modo l’edificio ed il ciclo di affreschi fatiscenti. Il terremoto del 1976 aggravò la situazione ma un primo intervento fu promosso tra il 1979 e il 1983 mentre un complessivo restauro conservativo venne realizzato nel 2002 salvando così l’edificio.
La facciata è semplicissima con un portale fiancheggiato da due finestre rettangolari. Dall’architrave, sporgente dal filo della facciata, si alza un campaniletto a vela con piccolo occhio e monofora a tutto sesto. Un motivo decorativo ad archetti pensili incrociati corre sotto la gronda lungo tutto il perimetro. Sul lato destro si aprono due finestrelle a feritoia ed un portale in pietra decorato con fiori e angeli in rilievo. Sempre sul lato destro è addossato un piccolo ambiente adibito a sagrestia.
Realizzato nel 1512 il portale è attribuito per motivi stilistici a Carlo di Francesco da Carona (detto Carlo da Carona o Carlo da Udine) oggi ritenuto uno dei più interessanti lapicidi lombardi operanti in regione nel Cinquecento. Nacque verso il 1485 e si trasferì ancora giovane in Friuli, prima a San Daniele e poi a Udine. Attivo dal 1509 al 1545, ha lasciato diverse sculture che testimoniano la sua arte: fonti battesimali, portali, altari, statue e bassorilievi realizzati con un linguaggio originale, con forme robuste ed espressive, volti assorti e ieratici, ispirati alla severa spiritualità medievale e nordica.
Il portale, di semplice fattura, presenta motivi cari agli scultori lombardi (tulipani, baccelli, rose) e sull’architrave presenta l’iscrizione: “ANTONIO PATRI SIT SEPER LAETA CATERVA M.D.X.II.” Interessanti sono le sette figure in bassorilievo: quattro testine alate di putto sui due dadi alla base degli stipiti, il Padre eterno nella faccia interna dell’architrave, e due santi sui lati interni degli stipiti, a sinistra Santa Maria Maddalena con in mano il vaso con gli unguenti (per altri si tratta invece di San Giovanni) e a destra Sant’Antonio abate con in mano il pastorale, la campanella ed ai suoi piedi il maiale.
All’esterno, sul lato destro si trovano due affreschi molto deteriorati: una Madonna con bambino in trono e una figura di Sant’Antonio abate identificabile dalla lunga barba e dalla campanella.
L’interno è ad aula unica, separata dal coro dall’arco trionfale. L’abside presenta una volta a crociera con grossi costoloni che delimitano le quattro vele. Il coro è illuminato da una monofora a tutto sesto sulla destra. La copertura dell’aula è a capriate lignee a vista, la pavimentazione è costituita da mattonelle in cotto.
All’interno il coro è interamente affrescato da Gianfrancesco da Tolmezzo, conosciuto dai Signori di Spilimbergo fin dal 1481, allorché venne da essi investito di un piccolo feudo. Pur essendo attivo in zona dal 1482 non sembra abbia mai avuto commissioni di rilievo nella città di Spilimbergo.
Sulla datazione del ciclo di Barbeano vi è stata una lunga discussione. Oggi è accettato il fatto che furono eseguiti prima del 1489, data di un documento nel quale si cita il fatto che il pittore rinuncia ad un credito di 40 ducati che vantava per pitture eseguite nella chiesa campestre di Barbeano, a favore dei nobili di Spilimbergo, pagamento che sarà fatto solo nel 1491. Sembra che, come l’attribuzione del feudo anche il subentro dei Signori di Spilimbergo in un credito probabilmente pressoché inesigibile fosse espressione del loro favore verso il pittore. Tuttavia questo documento non è da tutti inteso allo stesso modo, tant’è che qualcuno ha pensato di retrodatare gli affreschi al 1481 quando cioè il pittore venne investito del feudo, il che renderebbe il ciclo di Barbeano la prima opera nota del pittore. Forse per le diverse idee sulla datazione del ciclo la valutazione sugli affreschi oscilla, a seconda degli autori, tra un’opera che “tradisce le smagliature e le incoerenze tipiche dell’esordiente” ed un’opera nella quale “il linguaggio del pittore appare pienamente formato, con le sue peculiari caratteristiche, fin dal suo primo apparire”.
Gianfrancesco è da molti considerato il vero iniziatore del Rinascimento friulano, almeno per quanto attiene la pittura, e il pittore cui si debbono i migliori cicli di affreschi quattrocenteschi esistenti in regione. Nacque a Socchieve, intorno al 1450 e si sa per certo che fu attivo tra il 1482, data della sua prima opera firmata, e il 1510. Nulla si conosce del suo periodo formativo, prima cioè dei trent’anni, anche se la sua formazione avvenne probabilmente, in terra veneta, dato che le sue opere sentono l’influsso dei più importanti pittori veneti coevi, così come risulta evidente che vennero influenzate anche dalle incisioni nordiche che giravano a Venezia nello stesso periodo. Alcune sue opere sono caratterizzate da uno stile grafico così accentuato da far dire ad alcuni studiosi che si tratta di “disegni colorati”, dove il colore assolve ad un’unica precisa funzione, ossia quella di riempire gli spazi tracciati dal segno di contorno, senza notazioni chiaroscurali.
Nonostante i considerevoli danni subiti sono ancora leggibili alcune grandi scene sulle pareti, mentre meglio conservati sono gli affreschi della volta. Tracce superstiti della decorazione dello zoccolo testimoniano come in origine il ciclo fosse completato da eleganti motivi ispirati alle decorazioni presenti sui tessuti dell’epoca.
Nell’intradosso dell’arco trionfale sono rappresentati busti di Profeti entro finte nicchie da cui traboccano illusionisticamente, sono riconoscibili Davide e Giona. Alcuni autori attribuiscono queste figure così come quelle degli Apostoli presenti sulla parete destra del coro alla mano di Pietro di San Vito.
La parete di fondo riporta due scene piuttosto lacunose, ma ancora leggibili, del Nuovo Testamento: sopra, all’interno della lunetta, la Natività, e sotto l’Adorazione dei Magi.
Nella Natività Gianfrancesco introduce alcune particolarità come il bambino che non è mostrato all’interno della mangiatoia, che è visibile vuota dietro a Maria, con le tradizionali figure del bue e dell’asinello, bensì è steso nudo e senza fasce su un panno bianco sulla nuda terra. Maria, prega con il volto teso e le mani giunte e lo sguardo mesto che rivolge al bambino richiama la profezia di Simeone “anche a te una spada trafiggerà l’anima”. Giuseppe è rappresentato un po’ discosto da Madre e Bambino, a sottolineare il suo ruolo di protettore e custode ma non di padre. Sul fondo in alto nel paesaggio collinoso è rappresentato l’annuncio ai pastori.
Al di sotto, in un contesto molto simile si vede il corteo e l’Adorazione dei Magi. Qui però la figura della Madonna e quella del Bambino sono molto diverse: la Vergine siede in trono avvolta in un mantello blu che copre una veste ricca ben diversa da quella semplice della Natività e mostra il figlio al primo dei saggi, con l’atteggiamento di una regina che presenta il proprio neonato al popolo. Gesù, seduto sulle sue ginocchia, benedice il primo dei sapienti tenendo in mano la pisside d’oro, dono del mago. Giuseppe invece è vestito semplicemente come nella Natività e tiene in mano il suo copricapo in segno di rispetto. Vi è stata riconosciuta l’immagine presente in una delle stampe del Maestro di Zwolle, incisore attivo nei Paesi Bassi fino a fine XV secolo. Nella scena gli altri due magi, i cui ricchi abiti mostrano il loro rango, attendono il loro turno portando incenso e mirra mentre sullo sfondo si snoda il lungo corteo cavalleresco in un ampio e semplice paesaggio.
La parete di destra è condizionata dalla presenza della finestra e gli affreschi sono in parte scomparsi per la successiva apertura della porta della sacrestia. L’unica scena rappresenta l’Ascensione di Cristo mostrato in alto nella cuspide con quattro angeli che lo sostengono e lo spingono dignitosamente verso l’alto. Attorno a lui angeli musicanti con i tipici strumenti dell’epoca. In basso assistono alla scena gli apostoli ritratti in file in atteggiamento composto con tratti fisici realistici rughe, barbe, capelli fluenti e con gli occhi levati al cielo.
La decorazione della parete sinistra si è conservata solo nella parte più alta ed in quella più bassa. Nella lunetta e nella parte alta della parete il pittore rappresenta il Giudizio Universale. Centrale è la figura trionfale del Cristo giudice che emerge da una mandorla circondata da un doppio coro di serafini e di cherubini. Con il volto solenne, i capelli dorati, il corpo muscoloso avvolto in un mantello di colore rosso, simbolo del martirio, Egli mostra i fori dei chiodi sulle mani e sui piedi e indica la piaga sul costato, aperto e sanguinante. Cristo giudice pronuncia il suo giudizio finale: la sentenza favorevole è sintetizzata dal giglio della misericordia, dipinto a lato della sua bocca; la sentenza di condanna è invece simbolizzata dalla spada della giustizia.
In alto ai lati della mandorla quattro angeli recano gli strumenti della passione: la colonna della flagellazione, la canna con la spugna imbevuta di aceto, la lancia del soldato, la corona di spine abbandonata sulla croce. In basso si vedono gli intercessori tra Cristo giudice e l’umanità: Maria, la madre di Gesù a destra, e Giovanni Battista a sinistra, ciascuno affiancato da sei Apostoli, tutti inginocchiati con mani giunte e occhi rivolti al cielo. Sotto la mandorla quattro angeli si rivolgono ai quattro angoli del mondo intrecciando le loro squillanti buccine per chiamare i morti alla risurrezione finale. Il loro invito (surgite mortui, venite ad iudicium) è riportato nei cartigli volteggianti.
In basso a sinistra è descritto l’ingresso del corteo dei beati in Paradiso, raffigurato come la Gerusalemme celeste, con le mura tempestate di gemme e gli angeli sulle dodici torri. Sulle porte aperte un’orchestra di angeli accoglie i beati che all’interno della città troveranno il giardino del paradiso terrestre. Il resto della scena è pressoché perduto, da pochi lacerti si intuisce il corteo dei beati mentre del tutto perduta è la parte relativa al tormento dei dannati.
Nella volta, al centro delle vele pesantemente ridipinte, dominano le figure dei Dottori della Chiesa assisi su troni formati da cattedre-librerie rinascimentali, con gli sportelli aperti o semiaperti da cui traboccano i libri, e da dossali di chiara ispirazione gotica con cuspidi, nicchie e colonne, mentre ai lati di questi nei pennacchi trovano posto i quattro Evangelisti e quattro Profeti.
Lungo la navata destra sono visibili altri frammenti di affresco. In prossimità dell’arco santo si vede una serie di piccole arcate contenenti quattro Santi a figura intera ritenute opera non di Gianfrancesco bensì di un maestro sanvitese del primo Cinquecento.
L’esterno dell’arco trionfale è privo di pitture forse a causa delle modifiche che interessarono l’edificio, mentre non è chiaro se, nelle intenzioni della committenza, fosse prevista anche la decorazione delle pareti dell’aula, considerato che sulla parete destra, tra la porta d’ingresso e quella laterale, sono visibili dei disegni preparatori, o sinopie, tracciate sull’intonaco grezzo con figure nelle quali sono riconoscibili gli Evangelisti con i loro simboli. Da alcuni è stata avanzata l’attribuzione allo stesso Gianfrancesco.
Fra l’aula ed il presbiterio, a sinistra dell’arco trionfale, è collocata una statua raffigurante Sant’Antonio abate con i caratteristici attributi: il bastone e la campanella nella mano destra, il libro nella mano sinistra ed il maiale ai suoi piedi.
All’interno della chiesetta è presente a destra dell’ingresso principale un’acquasantiera a stelo del XV secolo mentre una a muro del XVI si trova accanto all’ingresso laterale.

 

Fonti
– Bergamini Giuseppe. Note su alcuni affreschi del quattro e cinquecento nello spilimberghese in Antichità Altoadriatiche XVIII Studi Spilimberghesi Centro di Antichità Altoadriatiche Casa Bertoli Aquileia. Udine Arti Grafiche Friulane 1980
– Bergamini, Giuseppe Arte e artisti del Rinascimento a Spilimbergo In: Spilimbèrc: 61m Congres, 23 di setembar 1984 – P. 333-36
– Bergamini Giuseppe La scultura di Carlo da Carona. Società Filologica friulana 1972
– Bergamini Giuseppe. Architetti e lapicidi ticinesi in Friuli tra Quattro e Cinquecento. Uno sguardo d’assieme. In Artisti in Viaggio 1450-1600 Presenze foreste in Friuli Venezia Giulia. Atti del Convegno “Artisti in viaggio, 1450-1600. Presenze foreste in Friuli Venezia Giulia” Villa manin di Passariano, Codroipo (Udine), 24-25 ottobre 2003
– Bergamini Giuseppe e Tavano Sergio. Storia dell’arte nel Friuli Venezia Giulia. Chiandetti Editore, Reana del Rojale 1991
-Bergamini Giuseppe e Paolo Goi Secoli d’arte a Spìlimbergo, la splendida Città del Mosaico in Friuli nel Mondo Anno 47 – Numero 526 Luglio 1998
– Bonelli Massimo. Il restauro dei cicli di Barbeano e Provesano in Bonelli Massimo, Casadio Paolo. Gianfrancesco da Tolmezzo. Il restauro degli affreschi di Barbeano e di Provesano. Comune di Spilimbergo. Comune di San Giorgio della Richinvelda 1983
– Casadio Paolo Gianfrancesco da Tolmezzo a Barbeano e a Provesano in Bonelli Massimo, Casadio Paolo. Gianfrancesco da Tolmezzo. Il restauro degli affreschi di Barbeano e di Provesano. Comune di Spilimbergo. Comune di San Giorgio della Richinvelda 1983
– Pastres Paolo Quattrocento e Cinquecento in Pastres Paolo (a cura di) Arte in Friuli dal Quattrocento al Settecento. Società Filologica Friulana, Udine 2008
– Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Quaderni del Centro di Catalogazione e restauro dei beni culturali. 16 Spilimbergo. Villa Manin di Passariano Udine 1984
– Rizzi Aldo Profilo di storia dell’arte in Friuli. 2. Il Quattrocento e il Cinquecento. Del Bianco Editore 1979.
– Toffolon Simone L’opera di Gianfrancesco da Tolmezzo a Barbeano e Provesano: iconografia tra tradizione e innovazione. Tesi di Laurea. UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA Anno Accademico 2013 – 2014
– Sito internet CHIESE ITALIANE
http://chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/schedacc.jsp?sinteticabool=true&sintetica=true&sercd=65793#

Bibliografia:
– Ettore Rizzotti (a cura di), Gli affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo in Sant’Antonio Abate a Barbeano, LithoStampa 2011

Info:
Via Nazionale 4 33097 Spilimbergo (all’angolo tra Via Nazionale e Via San Michele).
La chiesa è normalmente chiusa.

Data ultima verifica: agosto 2023

Autore: Marina Celegon

Galleria immagini: Marina Celegon

 

CROAZIA – RAB / ARBE. Monastero e chiesa di Sant’Antonio abate

Il monastero si trova sull’isola di Rab, all’estremità orientale della città.
https://maps.app.goo.gl/un5c4eG1qq4ozmWP7

 

Fu fondato nel secolo XI secolo come rifugio per aristocratici.
La chiesa si segnala per l’altare di marmo intarsiato e una statua raffigurante sant’Antonio abate seduto, benedicente in abiti vescovili.

Accanto alla chiesa sorge un convento di suore francescane che si prendono cura dell’orto e confezionano tovaglie in fibra di agave e oggetti d’arte.

 

 

Link:
https://www.lonelyplanetitalia.it/destinazioni/croazia/rab/poi/chiesa-di-santantonio

BUTTIGLIERA ALTA (To). Chiesa parrocchiale di San Marco Evangelista, Cappella dei Santi Antonio e Defendente (anche Cappella della Comunità).

La cappella fu fatta erigere nella parrocchiale dalla comunità nel 1715 per essere liberati dall’epidemia del bestiame grosso.
La cappella è ancora oggi ornata del suo quadro antico. L’opera rappresenta i due santi: a sinistra di chi guarda, sant’Antonio abate ed a destra, san Defendente martire.
Il primo è abbigliato con l’abito dei canonici antoniani e appoggia il braccio destro su un libro aperto, mentre con il sinistro regge il bastone con il “Tau” e il campanellino; san Defendente invece è vestito con il classico abito da guerriero romano e con la croce mauriziana che ricorda la sua appartenenza alla Legione Tebea. Nello sfondo si scorge un abbozzo di paesaggio. I due santi sono raffigurati con visi ed espressioni curiosamente infantili e grandi occhi attoniti.
Il quadro è di modesta fattura anche se il pittore risulta non digiuno di regole accademiche. Può essere attribuito con buona sicurezza al pittore Giovanni Antonio Mareni, nella prima metà del XVIII sec.

Fonte:
– Arabella Cifani, Franco Monetti. Buttigliera Alta – Tesori d’arte e di storia, Umberto Allemandi & C., Torino 2014, pp. 41-44.

TORINO. Duomo, Cappella dei santi Massimo e Antonio abate

Nella navata laterale sinistra, la terza cappella è la Cappella dedicata ai Santi Massimo e Antonio abate.
La cappella custodisce i resti del Beato Pier Giorgio Frassati beatificato da Giovanni Paolo II (1990), divenuto patrono delle Giornate Mondiali della Gioventù.
Sull’altare la Madonna col Bambino, Sant’Antonio abate e S. Massimo di Rodolfo Morgari (1860).