Castello di Gorizia, località Borgo Castello, 36
La statua lignea quattrocentesca, alta 230 cm larga 103 e profonda 73 cm, è attualmente collocata in una piccola nicchia ricavata lungo la scala a chiocciola che congiunge il corridoio delle carceri con il soprastante salone degli Stati Provinciali del Castello di Gorizia. Tale collocazione contrasta con le imponenti dimensioni della scultura.
La conservazione del reperto, nonostante le relative perdite di policromie, appare però buona, grazie al restauro del 1955 che ha permesso la ricostruzione di alcune parti lignee. La scultura è maestosa e la tecnica inusuale di costruzione è analoga a quella della quattrocentesca (ma con reminiscenze trecentesche) Madonna con bambino della basilica di Grado.
La statua proviene dalla chiesa di San Michele arcangelo a Cervignano (UD).
La prima menzione della statua in quella chiesa risale al 1570 ed è contenuta nella relazione della visita apostolica di Bartolomeo conte di Porcia e Brugnera, abate commendatario di Moggio, che, incaricato da papa Pio V di ispezionare le parrocchie e i monasteri della diocesi patriarcale ricadenti in territorio austriaco, giunse a Cervignano il 9 marzo di quell’anno. Della relazione si conservano due stesure, entrambe redatte dal notaio Agostino Varisco, vale a dire la minuta del testo, scritta in presa diretta durante la visita stessa, e la stesura ufficiale definitiva, nella quale l’estensore provvide a ordinare le annotazioni in modo coerente e a inserire le precisazioni, gli ampliamenti o le riduzioni ritenuti di volta in volta opportuni. Nella minuta relativa alla descrizione della chiesa di San Michele si legge: “Altare Sancti Antonii sacrum cum statua illius sculpta legnea magna”, mentre nella redazione finale la “statua lignea dicti sancti” viene definita “maxima”, con l’evidente proposito di sottolinearne le dimensioni inconsuete, che la distinguevano dalle molte sculture semplicemente “grandi” incontrate dal visitatore in altri edifici religiosi. Se questa precisazione fornisce un ulteriore sostegno al riconoscimento dell’opera vista dal di Porcia in quella oggi conservata nel Castello di Gorizia, altre annotazioni della stessa relazione consentono di formulare un’ipotesi verosimile riguardo i suoi committenti. Dalla descrizione dell’altare fornita dalla minuta della visita si apprende che esso era in uso ad una Confraternita, da identificarsi senza dubbio con quella intitolata a Sant’Antonio abate, che il parroco e i suoi collaboratori annoverano, più oltre nel testo, tra quelle presenti in chiesa, insieme all’analoga istituzione eretta in onore dei santi Rocco e Sebastiano.
La ragione principale alla base del sorgere di questo tipo di associazioni laiche, che conobbe una straordinaria diffusione a partire dal Medioevo, era la preoccupazione di assicurarsi la salvezza dell’anima, che spingeva uomini e donne a riunirsi sotto il nome di un santo individuato quale protettore privilegiato. L’attività devozionale, cui si affiancavano finalità assistenziali e caritative, aveva il suo fulcro nell’altare che ciascuna confraternita aveva in uso, presso il quale faceva officiare a sue spese le funzioni religiose e avevano luogo importanti avvenimenti della vita comunitaria; i confratelli erano tenuti ad assicurarne il decoro, dotandolo di tutte le necessarie suppellettili di uso liturgico-cultuale e, molto spesso, della raffigurazione plastica o pittorica del santo o dei santi titolari. Anche la confraternita di Sant’Antonio abate di Cervignano si adoperò costantemente in questa direzione. La relazione della visita apostolica del 1570 ci informa che essa aveva delle proprietà immobiliari dalle quali ricavava introiti che ammontavano a circa dieci staia di frumento e dieci conzi di vino l’anno, era amministrata da un cameraro, eletto annualmente alla presenza del pievano nel mese di maggio, ed era priva di statuto. I confratelli erano all’incirca 80 e, in occasione della festa del loro patrono del 17 gennaio, organizzavano un pranzo al quale erano ammessi anche i non iscritti.
Notizie più dettagliate riguardo alla vita dell’istituzione possono essere ricavate dai registri delle entrate e delle uscite custoditi nell’archivio parrocchiale di Cervignano, il più antico dei quali, redatto a partire dal 1543, certamente non è il primo della serrie e suggerisce una fondazione precedente che, in assenza di precisi riscontri documentari, potrebbe risalire quanto meno alla fine del secolo precedente, quando può essere datata l’esecuzione del simulacro del santo. La diligenza della fraterna nel provvedere alla decorazione dell’altare e alla dotazione delle suppellettili necessarie, è attestata da varie spese registrate tra le uscite ordinarie ripetute di anno in anno. Nel 1545, ad esempio, furono acquistati dei candelieri dorati, nel 1546 si spesero cinque ducati per “renovar la croce a Venetia” e nel 1557 fu ordinato un gonfalone a “magistro Francisco depentore” di udine, saldato l’anno successivo. La registrazione della modesta somma di 8 lire pagata nel 1583 “al dipentore per renfrescar il santo” è la prima sintetica menzione rinvenuta in questi documenti della statua lignea posta sull’altare, evidentemente ormai bisognosa di qualche restauro, alla quale nel 1604 furono affiancati due angeli, mentre nel 1607 fu acquistato “uno grocifisso per meter avanti il Santo”.
Di lì a poco la confraternita si sarebbe fatta carico delle spese per l’edificazione della nuova cappella intitolata a Sant’Antonio abate voluta, insieme a quella dedicata alla Madonna del Rosario, dal parroco Albano Fannio nell’ambito dei lavori di ampliamento e rinnovamento della chiesa di San Michele, suggellati dalla riconsacrazione dell’edificio nel 1614. E’ quanto si evince dalle spese annotate nel frammentario registro delle entrate e delle uscite per gli anni 1612-1635, relative ai materiali da costruzione necessari – mattoni, sabbia, calcina – e alle maestranze impegnate nei lavori. Tra esse sono ricordati il tagliapietra Francesco Magis (1612-1614), maestro Antonio Milanese ” e sui omini” (verosimilmente muratori), che il 29 maggio 1612 ricevono il “resto e saldo della Capela, fata de Santo Antonio”, e un non meglio precisato vetraio di Palmanova, pagato per “la vedriada, della mezza luna”. Nel 1613 sono inoltre registrati gli esborsi per il vitto dei maestri che “furno a comodar laltar de Santo Antonio”, evidentemente collocato nella nuova cappella. L’altare stesso sarebbe stato riedificato negli anni a cavallo tra la fine dei Seicento e l’inizio del secolo seguente, e ancora una volta a sostenere le spese furono i confratelli, che ne affidarono la realizzazione allo scultore Pasquale Lazzarini. Questi, nato a Venezia nel 1667, si trasferì a Gorizia prima del 1698, quando sposò la sorella dello scultore Leonardo Pacassi, con il figlio del quale, Giovanni, che nel medesimo anno ereditò la bottega paterna, condivise una fattiva e intensa attività professionale, attestata tra l’altro proprio dalla realizzazione dell’altare maggiore della chiesa di San Michele arcangelo. Nel registro delle entrate e delle uscite tenuto dal camerario Giacomo Cozzi (1699-1700), in data 13 giugno 1699 egli annota: “Per contadi al Signor Pasqualino Lazarini a buon conto dell’Altar che à da fare di Santo Antonio ducati 40”, che gli furono versati in parte in vino. Il successivo 12 gennaio 1700 lo stesso Cozzi attesta di aver consegnato “all’oltra scrito Signor Pasqualino tagia pietra a buon conto dell’altar fato compreso li ducati 40 come apar in detto folgio (…) in tutto ducati 120”, cui sarebbe seguito, il 12 marzo, un ulteriore pagamento di 176 lire e 4 soldi “a buon conto di quanto deve avere dell’altare fatto a S. Antonio”.
La statua fu custodita fino al 1936 nella chiesa madre di San Michele arcangelo, poi venduta da monsignor Cian all’antiquario Leban ed infine acquisita nel patrimonio museale del Comune di Gorizia.
La parrocchia di San Michele Arcangelo, tramite l’associazione culturale “Cervignano Nostra”, nel 2017 lanciò un appello per far tornare a Cervignano la scultura. Purtroppo, dopo sopralluoghi con esperti, spiegò nel 2018 Michele Tomaselli presidente dell’Associazione: «L’estrazione dall’attuale nicchia potrebbe comportare un trauma alla statua. Il legno è un materiale vivo, pronto a ricevere umidità e a perderla. Se inserito in un ambiente non idoneo può danneggiarsi irreparabilmente. A questo punto verificherò, assieme alla parrocchia, la strada migliore per la sua valorizzazione. Un’ipotesi potrebbe essere quella di realizzare una copia in 3D per poi esporla nella chiesa di San Michele.» Tale iniziativa non ci risulta sia ancora stata realizzata, si può ipotizzare per difficoltà nel realizzare le riprese di ogni lato della statua che è posta in una stretta nicchia.
Bibliografia:
Sartor Lucia, Una sopravvivenza avventurosa: la statua lignea di Sant’Antonio Abate della chiesa di San Michele Arcangelo di Cervignano, in: Michele il guerriero celeste. L’abbazia di San Michele Arcangelo di Cervignano del Friuli: la storia, lo scavo, il culto, Manzano 2010, pp. 258 – 265, in part. p. 262.
Link:
https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2018/03/07/news/sant-antonio-abate-torna-a-cervignano-ma-in-versione-3d-1.16565137?ref=s%E2%80%A6
https://www.cervignanonostra.it/la-statua-di-san-antonio-abate-dopo-piu-di-80-anni-potra-rientrare-cervignano/
Info sulla Chiesa di San Michele:
https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/cervignano-ud-chiesa-madre-san-michele-arcangelo/
https://www.ricre.org/San-Michele.199.0.html
La sede museale è nel Castello di Gorizia, che risale al secolo XI, ampliato successivamente in relazione all’accresciuto potere dei conti, i quali, all’epoca, dominavano anche sul Tirolo e altri territori. Alterne vicende militari e familiari, nonché le diverse alleanze, condussero la contea di Gorizia nell’orbita dell’Impero asburgico, così che nel 1500, alla morte di Leonardo, ultimo conte, il feudo fu assunto dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo. Egli munì fortemente il Castello, ma le opere non furono sufficienti a fermare le milizie veneziane che lo occuparono, seppur per un breve periodo, tra il 1508 e il 1509. Adibito a caserma e a carcere, nel XVII secolo perse gran parte dell’aspetto medievale. Al secolo successivo risalgono i bastioni e le torri polveriere a nord e nord-ovest. Agli inizi del Settecento fu eretto un nuovo bastione e alzato il lungo muraglione verso la Castagnavizza. Ulteriori opere difensive furono realizzate successivamente sotto la direzione del celebre ingegnere, astronomo e matematico Edmondo Halley, scopritore dell’omonima cometa.
Il castello fu danneggiato durante i bombardamenti della prima guerra mondiale e oggetto di un restauro filologico negli anni che vanno dal 1934 e il 1937. Si decise di ritornare ad un aspetto medievale del castello e di abbandonare l’intonacatura bianca che la costruzione aveva acquisito durante il rinascimento.
Il castello adesso ospita il Museo del Medioevo Goriziano, gli interni sono arredati con mobili e suppellettili originali.
Link:
https://www.turismofvg.it/castelli/castello-di-gorizia