PACIANO (PG). Confraternita del SS. Sacramento – Museo parrocchiale, con immagine di s. Antonio abate di Bernardino di Mariotto, fine XV secolo

Il Museo, sorto nel 1994, ospita varie opere del territorio e anche una tavola di forma sagomata,  di 83 x 95 cm, che raffigura la Vergine col Bambino, in piedi sulla soglia, nell’atto di benedizione, e (a sinistra) i santi Sebastiano, Mustiola (patrona di Chiusi, recante un flagello, la palma del martirio e l’anello della Vergine appeso ad un nastro, anello ora custodito nella Cattedrale di Perugia); (a destra), Antonio abate e Rocco, ritratti sullo sfondo di una campagna alquanto idealizzata dove si vedono colline, alberi e specchi d’acqua.
Sotto la pedana dell’altarino si legge l’invocazione “Ave Maria gracia“.
La tavola è stata probabilmente resecata nella parte superiore, come indica la parziale scomparsa della parte terminale del capitello. All’esterno è uno spessore in legno non dipinto, circa 6 mm; la cornice ha sei borchie tonde, dorate.

Questa composizione è anche nota come “Madonna del davanzale” poiché derivante da un prototipo realizzato dal fiorentino Andrea del Verrocchio, maestro presso cui si formò Pietro Perugino e, sicuramente, anche Fiorenzo di Lorenzo, dove la Vergine è ritratta accanto al Bambino ritto in piedi su una sorta i mensola o davanzale.
Il dipinto, della fine del Quattrocento, è da tempo messo in correlazione con la maniera del perugino Bernardino di Mariotto (1475 – 1566), pittore longevo e assai mutevole nelle sue fonti d’ispirazione, qui seguace della maniera di Fiorenzo di Lorenzo.

La tavola proviene dalla chiesa di San Sebastiano.


Sant’Antonio
, a destra, con barba bianca biforcata, in saio bianco e scapolare e mantello scuri, tien con al mano destra un libro rosso chiuso e con al sinistra un bastone cui è appesa una campanella.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/benistorici/bene/5489169/Bernardino+di+Mariotto+fine+sec.+XV,+Madonna+con+Bambino+e+Santi

https://www.iluoghidelsilenzio.it/confraternita-del-ss-sacramento-paciano-pg/

MONTEVARCHI (AR). Museo di Arte Sacra della Collegiata di San Lorenzo, terracotta con s. Antonio abate di L. Della Robbia

Terracotta invetriata policroma raffigurante sant’Antonio abate, opera di Luca Della Robbia “il Giovane” (1475 – 1548).
Proveniente dalla sede di Via Marzia dell’ex Compagnia di Sant’Antonio abate. Quando il granduca Pietro Leopoldo nel 1783 mandò via la Compagnia, la statua fu acquistata da un privato e posta in una nicchia sulla facciata di una casa su Piazza della Dogana. Nel 2008 la statua fu donata al Museo e restaurata, ma manca della mano destra.

Sant’Antonio è raffigurato seduto in trono, con saio, scapolare e mantello, barba biforcata; la mano destra mancante era probabilmente nel gesto di benedizione come altre opere della bottega, vedi https://www.santantonioabate.afom.it/firenze-collocazione-ignota e https://www.santantonioabate.afom.it/castiglion-fiorentino-ar-collegiata-di-san-giuliano-terracotta; la sinistra tiene un libro chiuso. Ai suoi piedi, a destra, un maialino.

 

Link:
https://www.facebook.com/watch/?v=565123527302403

https://www.collegiatasanlorenzo.it/index.php/arte-cultura/museo-d-arte-sacra

CASTIGLION FIORENTINO (AR). Collegiata di San Giuliano, terracotta con s. Antonio abate di bottega robbiana

Nel primo altare a destra entrando, una terracotta policroma di bottega robbiana che raffigura Sant’Antonio abate benedicente del 1525. Opera della bottega di Andrea Della Robbia.

Proviene dall’Oratorio dei SS. Sebastiano e Rocco, dove c’era l’altare di S. Antonio. L’edificio sacro era sito sull’attuale Piazza del Municipio, fu poi sconsacrato e venduto nel 1876 ad un falegname; oggi è un bar.

Sant’Antonio, seduto in trono, con saio e mantello scuro, barba biforcata grigia, ha la mano destra nel gesto di benedizione, la sinistra tiene un libro chiuso. Ai suoi piedi, a destra, un maialino. In alto due angeli lo incoronano.

 

L’edificio della Collegiata fu costruito a partire dal 1840, su progetto dell’architetto castiglionese Pietro Mancini, in sostituzione dell’antica pieve, rovinata a causa di un fulmine nel 1836, che era disposta trasversalmente all’attuale.


Link e immagini:

http://www.prolococastiglionfiorentino.it/index.php?cID=441&id=910

https://turismo.comune.castiglionfiorentino.ar.it/contenuti/323549/chiesa-san-giuliano

FIRENZE, COLLOCAZIONE IGNOTA. “Sant’Antonio abate”, terracotta di A. Della Robbia, collezione privata

Statua in terracotta invetriata policroma; alta 134 cm, raffigurante “Sant’Antonio abate” del 1510-15.
Opera di Andrea Della Robbia (1435-1525).
Firenze, collezione privata.

Sant’Antonio, seduto, con saio e mantello scuro, barba biforcata, ha la mano destra nel gesto di benedizione, la sinistra tiene un libro chiuso.

Link:
https://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/arte/gallerie/itinerari-robbia-g/robbia-g/3.html

BERGAMO. Distrutto ospedale di Sant’Antonio abate “in Prato”

Il culto di s. Antonio abate si diffuse anche a Bergamo e in città furono fondati due hospitali intitolati al Santo: nel 1208 quello di Sant’Antonio “in foris”, appena fuori la porta di S. Antonio e all’imbocco di borgo Palazzo, vedi scheda e, verso la fine del XIV secolo in luogo dell’attuale Palazzo Frizzoni / Municipio, l’ospedale di Sant’Antonio “in Prato” (o “di Vienne”), entrambi con annessa chiesa.

La chiesa e l’annesso ospizio per malati e pellegrini si trovavano in Contrada di Prato, sulla strada che dal Prato di S. Alessandro portava alla chiesa di S. Leonardo. Ma esistendo già una chiesa con ospizio nel borgo di S. Antonio, si aggiunse la dicitura di Antonio “in Prato” per evitare che la dedicazione scelta potesse dare adito a confusione.

I frati Antoniani erano giunti a Bergamo verso la fine del Trecento e vi si erano insediati, ma è difficile oggi stabilire se essi siano stati gli effettivi promotori della sua edificazione; di certo l’ospedale fu fondato per iniziativa laica tra il 1380 e il 1382: la tradizione ne fa risalire la fondazione a Gerardo (morto tragicamente nel 1380) della nobile famiglia cittadina dei De la Sale, ma un documento conservato nel fondo pergamene dell’archivio della MIA (Misericordia Maggiore, sodalizio spirituale e caritativo sorto nel 1265) attesta la contemporanea presenza di un certo frate Francesco, “un armigero di ignota provenienza”, che nel 1382 è citato come edificatore della chiesa e dell’Ospedale di San Antonio in Prato; egli non era in “habito religioso”, ma “portabat pannos lungos et signum S. Antonii scilicet unum T super pectore”.(1)

Così come stava accadendo in altre città, anche a Bergamo verso la metà del Quattrocento si deliberò l’accorpamento di 11 ospedaletti sparsi tra il colle e il piano in un unico grande organismo – l’Ospedale Grande di S. Marco – al fine di ottimizzare i servizi e creare un’unica dirigenza, esercitando così un maggior controllo.
Il documento firmato nel 1458, delibera “che il nuovo ospedale dovrà essere costruito nel luogo dell’ospedale di S. Antonio o altrove, qualora lì non fosse possibile”, avviando un’annosa disputa che vede da una parte la resistenza degli Antoniani, decisi a difendere strenuamente privilegi e concessioni acquisiti nel tempo (nel 1453 i frati di Vienne avevano ottenuto da Papa Nicolò la chiesa e l’ospedale) e, dall’altra, la cittadinanza, che non solo li considera abusivi all’interno della struttura “sorta a vantaggio dei poveri e su iniziativa di una famiglia bergamasca”, ma li rimprovera anche di elemosinare per sostenere la loro comunità e la precettoria d’appartenenza (quella di Ranverso, presso Torino), trascurando del tutto l’ospedale e la chiesa.
La diatriba fu risolta alla fine del Cinquecento, quando il vescovo Barozzi decise di accorpare l’ospedaletto di S. Antonio in Prato all’Ospedale Grande di S. Marco (di cui divenne una dipendenza), permettendo ai frati di restare nella loro sede, dove continuarono a esercitare attività di accoglienza per malati e pellegrini e a celebrare nella loro chiesa, che con l’unione decretata nel 1457 era divenuta parte dell’Ospedale Maggiore.
Poiché la chiesa di S. Marco, costruita (1572) nel perimetro dell’Ospedale Grande era solo chiesa cimiteriale per i degenti del nosocomio ed aveva un battistero per gli esposti, per volontà degli amministratori dell’Ospedale Grande nella chiesa di S. Antonio di Vienne veniva celebrata ogni giorno una messa. I frati di S. Antonio di Vienne vi rimasero fino al 1586, anno in cui il complesso, che era adiacente al convento femminile di Sant’Agata, fu acquisito dalle monache domenicane provenienti dalla Valle di Santa Lucia Vecchia, che lo ridedicarono alle Sante Lucia e Agata.
Dopo l’ingresso (1586) delle domenicane di S. Lucia Vecchia nel convento di S. Antonio, la messa fu celebrata nella chiesa di S. Marco, che da allora comincerà ad esser nominata “chiesa di S. Antonio” nonostante la sua dedicazione a S. Marco, in omaggio alla Serenissima, e alla Vergine. Per approfondire vedi scheda: https://www.santantonioabate.afom.it/bergamo-chiesa-di-san-marco-anticamente-detta-di-santantonio-con-immagini-di-santantonio-abate/

 

Dopo le soppressioni napoleoniche attuate alla fine del 1798, tutto il complesso di chiesa e ospedale di Sant’Antonio abate in Prato fu acquistato nel primo Novecento dalla famiglia Frizzoni, e demolito per far posto alla loro residenza cittadina.
Palazzo Frizzoni, edificato tra il 1836 e il 1840 dall’architetto bresciano Rodolfo Vantini, è attualmente diventato sede del Municipio di Bergamo.

 

Nell’incisione in alto, del 1815, è raffigurata la chiesa di s. Antonio abate in prato.

NOTA:
(1) Maria Mencaroni Zoppetti (a cura di), L’Ospedale nella città – Vicende storiche e architettoniche della Casa Grande di S. Marco, Fondazione per la Storia Economica e Sociale di Bergamo, Bergamo 2003

Notizie, parte del testo e immagini tratte da:
https://www.bergamodascoprire.it/2019/01/10/la-vicenda-dello-scomparso-ospedaletto-di-santantonio-in-prato-dove-oggi-sorge-palazzo-frizzoni/