COLLOCAZIONE IGNOTA – ITALIA. Dossale del “Maestro del 1343” con s. Antonio abate e s. Lorenzo

Tempera su tavola di 186 x 164 cm, attribuita all’anonimo artista attivo nell’Umbria meridionale nel XIV secolo e denominato “Maestro del 1343” per la scritta che compare nella fascia che separa il registro centrale dalla predella “S(ancto) Lorenzo di Iovanni … (Anno) D(omi)ni MC(C)CXLIII”.
Proviene da Montemurlo (Prato), Villa del Barone, collezione Loni-Coppedè; Lucca, Galleria Vangelisti (1-8 maggio 1974, n. 671); Firenze, collezione privata.
Opera dichiarata di interesse particolarmente importante, quindi non esportabile, dal Ministero per i Beni, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio della Liguria (D.P.C.R. n. 130/058 TUT del 18/09/2020).
All’asta dalla casa Pandolfini il 3 novembre 2020

La pala d’altare, che raffigura Sant’Antonio abate e san Lorenzo con storie della loro vita, strutturata a forma di trittico attraverso un’architettura dipinta a tre archi, è un’eccezionale testimonianza della produzione pittorica trecentesca tra Umbria e Abruzzo.
Singolare si rivela la morfologia dell’impaginato in quanto la ripartizione in storie si estende dalla predella allo scomparto laterale sinistro: al centro campeggia la figura di sant’Antonio abate assiso in trono, con i consueti attributi di bastone a tau e libro, ai piedi un maialino della cinta senese e due committenti inginocchiati, a destra san Lorenzo in piedi sulla graticola, strumento del suo supplizio, con ai suoi piedi un monaco benedettino, mentre a sinistra si trovano, una sopra l’altra, le scene di San Giovanni Battista che presenta Gesù al tempio,  San Michele arcangelo pesatore di anime e l’Ultima comunione della Maddalena con il ritratto della committente inginocchiata in basso nell’angolo.

Nella predella sono raffigurate due storie di sant’Antonio (Penitenza nel deserto e Tentazione del Santo) e due storie di san Lorenzo (Martirio e Discesa al Purgatorio).

Si distinguono inoltre due stemmi, dipinti rispettivamente ai piedi di sant’Antonio e di san Lorenzo: quest’ultimo, rosso alla colomba d’argento avente nel becco un ramo d’ulivo, con capo d’azzurro caricato di tre gigli d’oro separati da tre verghette di rosso, è stato identificato da Todini con quello della famiglia Pamphily di Gubbio. La presenza di donatori e soprattutto delle due armi araldiche sono ulteriore prova della sua rilevanza storica e artistica: l’identificazione dello stemma al di sotto della figura di sant’Antonio si rivelerà senz’altro la chiave di volta per una più circostanziata collocazione topografica di questo unicum pittorico.

“In rapporto con la pittura perugina, ma fortemente influenzato dal gusto gotico” come era stato definito da Filippo Todini che riscontrava affinità con Pace di Bartolo, pittore attivo ad Assisi tra il 1344 e il 1368, (cfr. Todini 1989, p. 99), allo stato attuale degli studi non sembra possibile accostare al Maestro del 1343 altre testimonianze superstiti.
La vivacità nella narrazione e la plasticità delle forme rimandano ai modi degli artisti attivi nel Trecento in area appenninica, tra l’Umbria meridionale e l’Abruzzo (Maestro di Cesi, Maestro del Crocifisso di Trevi, Maestro di San Ponziano e il Maestro del Crocifisso d’Argento), qualificando la pala d’altare quale interessantissimo caso di studio, oltre che per la comprensione del panorama pittorico in territorio umbro, per le sue peculiarità tipologiche e iconografiche.

 

Bibliografia:
F. Todini, La Pittura Umbra dal Duecento al primo Cinquecento, 1989, I, p. 99; figg. 391-394, pp.188-190.

Immagine e parte del testo da:
https://www.pandolfini.it/it/asta-1011/attribuito-al-maestro-del-1343.asp

ISSOGNE (AO). Castello degli Challant, tavola con sant’Antonio abate, fine XV secolo

Lo splendido castello di Challant conserva nella sacrestia della cappella una tavola attribuita al maestro Colin, artista dai modi stilistici franco-fiamminghi, che lavorò soprattutto per Giorgio di Challant, e risalente alla fine del XV secolo.
Raffigura sant’Antonio abate, in piedi con bastone e campanella all’interno di una chiesa in cui sono appesi parti di arto amputati a causa del fuoco di sant’Antonio o ergotismo, probabilmente ex-voto. Ai piedi del Santo una fiamma e un maialino scuro, attorno malati e storpi con stampelle.

 

Assieme all’altra tavola dello stesso autore, che rappresenta la Messa di San Gregorio, si ritiene provengano da due altari fatti edificare da Giorgio di Challant nella collegiata di Sant’Orso ad Aosta nel 1501 e nel 1507.

 

Immagine del dipinto da:
Fenelli L., Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza, Bari 2011

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Maestro_Colin

CHIOPRIS VISCONE (Ud). Chiesa di San Michele arcangelo con altare e immagine di Sant’Antonio abate.

L’edificio di culto si trova all’interno del complesso fortificato medievale, la centa, del paese e parte degli edifici che la costituivano che sono stati abbattuti, nella zona antistante la chiesa, alla fine degli anni ’60 del secolo scorso.
Un’indagine archeologica ha interessato la zona antistante l’ingresso della chiesa e qui è emersa un’area cimiteriale rimasta in funzione fino all’inizio del XIX secolo. L’indagine è proseguita nell’area meridionale del sagrato, dove sono state evidenziate strutture e materiale ceramico risalenti al XIV secolo, come anche frammenti ceramici riferibili al X-XII secolo.
In questo settore, l’edificio doveva essere articolato in più ambienti mediante tramezzature lignee o in canne rivestite da argilla scottata di cui si sono rinvenuti frammenti recanti le impronte degli elementi vegetali del telaio di supporto.
Un’altra struttura muraria di forma quadrangolare è stata individuata nell’angolo sud-occidentale dell’edificio con materiale databile alla seconda metà del XVI secolo. Sotto questo strato comparì una sequenza di riporti di materiale databile al X-XI secolo, sotto il quale persisteva materiale risalente all’alto medioevo.
Al di sotto di questi strati si trovava un nuovo livello di riporto, caratterizzato da una certa presenza di pietrame e probabilmente inquadrabile in epoca tardoantica-altomedievale e con mescolati elementi riferibili alla prima età romano imperiale.
(estratto da Luciana Mandruzzato, “Indagini presso la Chiesa di San Michele arcangelo (maggio-giugno 2006)“, in Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici del FVG, 1/2006, Del Bianco Editore, pag. 52-56.)

La prima menzione di una chiesa a Chiopris risale al 1296. Si sa inoltre che il 4 luglio 1395 la chiesa fu riconsacrata in seguito ad una profanazione perpetrata probabilmente nel 1387. Dalla relazione della visita effettuata dall’abate Bartolomeo da Porcia nel 1570 s’apprende che la chiesa era dotata di un campaniletto a vela e di quattro altari: il maggiore dedicato a San Michele Arcangelo, quello laterale di sinistra intitolato ai Santi Nicolò e Antonio abate, quelli laterali di destra dedicati ai Santi Rocco e Sebastiano, alla Santissima Trinità e ai Santi Bellino e Lorenzo.
Nel 1666 la chiesa subì, su impulso dell’allora parroco don Antonio de Senibus, un primo restauro e fu edificato il campanile.

La pala raffigurante San Michele arcangelo che sconfigge Lucifero, dichiarata “modesta ma impegnativa”, firmata dal francese ma palmarino d’adozione Pietro Bainville nel Cinquecento, la tela con i Santi Nicolò vescovo e Antonio abate, anch’essa opera di Bainville.

Info:
Via Nazario Sauro, 3 – Chiopris
Tel. 0432 991107

SIENA. Collezioni dell’Istituto d’arte “Duccio di Buoninsegna”, stampa con s. Antonio abate di P. Monaco, 1763

La stampa su carta fa parte di una serie di centododici incisioni tutte (tranne la prima di Bartolomeo Crivellari) realizzate da dall’incisore bellunese Pietro Monaco (1707 -1772) tra il 1743 e il 1763.
Le misure delle stampe sono eterogenee. Alcune di esse presentano una cornice decorativa disegnata da artisti diversi. Fu proprio nel 1743, infatti, che venne data alle stampe la prima edizione dell’opera che comprendeva soltanto 55 “storie sacre incise in altrettanti rami. Con le loro spiegazioni…”. L’opera venne sostenuta da un gruppo di artisti e uomini di cultura al fine di diffondere la pittura antica e di “lanciare” grandi artisti contemporanei come Tiepolo, Ricci, Piazzetta. Fu probabilmente questo intento che spinse Pietro Monaco ad ampliare il suo lavoro portando i l numero delle incisioni a 112.
Così nel 1763 fu stampata per la prima volta la serie completa delle 112 incisioni. Questa edizione venne dedicata a Tommaso Querini. L’opera fu eseguita in collaborazione con Antonio Baratti.

In basso la scritta: ”  Disegno di Gio. Batta Tiepolo posseduto dal S.e Pietro Monaco – 19 / Stetit adversus insidias Diaboli. Eph(—) VI. II”.
Il Santo è raffigurato seduto mentre legge un libro, circondato da diavoli in forme diverse.

 

Link e immagine:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/0900479229

PIETRACUPA (CB). Chiesa di Sant’Antonio abate e chiesa rupestre di S. Antonio abate

Chiesa ex parrocchiale.

Salita campanile  https://goo.gl/maps/xdC4hPssUatbm5e68

La costruzione dell’edificio ecclesiastico dovette incominciare nella seconda metà del secolo XVII in sostituzione, probabilmente, di un precedente edificio. La data di consacrazione è fatta risalire al 1726, anno in cui dovettero esser terminati tutti i lavori. Il portale d’ingresso risale al 1700. In quell’anno si dovette procedere alla definitiva costruzione della facciata.
La copertura interna è a capriate lignee. Esse risalgono al secolo XVIII.
L’ubicazione della chiesa è proprio a ridosso di una grande roccia, che ne ha condizionato la stessa costruzione, con la facciata posta a ridosso di un notevole salto di quota.
La facciata principale è a capanna caratterizzata da un unico portale d’ingresso, sovrastato da un timpano che contiene al suo interno un motivo geometrico. Si può accedere alla chiesa anche dall’ingresso laterale collocato sulla navata destra.
La chiesa è a tre navate divise tra loro da due ordini di due pilastri quadrati sorretti da archi a tutto sesto. Le navate laterali hanno dimensioni inferiori a quella centrale sia per altezza che per larghezza. Le pareti della chiesa, in parte costituite da roccia, sono interrotte da nicchie. L’abside risulta scavato nella roccia. Il soffitto presenta le capriate di legno con arcarecci e tavolato. Il pavimento è in cotto.

Una statua in legno e vetro di sant’Antonio abate della seconda metà dell’Ottocento che misura 134 x 58 x 47 cm, è opera della bottega dello scultore abruzzese Michele Falcucci (notizie 1858-1889). Il Santo è ritratto nell’iconografia e con gli attributi abituali: tau sul mantello, bastone, libro con sopra il fuoco, maiale ai piedi.

Link:

https://www.beweb.chiesacattolica.it/gebaude/gebaude/26929/Pietracupa+%28CB%29+%7C+Chiesa+di+Sant%27Antonio+Abate

https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1400071894



Chiesa rupestre (Cripta)

Salita Piave, 13 https://goo.gl/maps/jBb5V5rHHcUVJaY69


Molto probabilmente, tra il VI e il VII secolo la grotta apparteneva a un cenobio, comunità di persone che, nell’incalzare delle invasioni, nell’assenza di ogni protezione, si rifugiavano in luoghi solitari implorando la clemenza di Dio. Poi, verso l’anno 1000, anche sulla cima della Morgia si costruì un castello a difesa della valle. I monaci cenobiti si trasferirono in un’abbazia nella contrada S. Pietro, e nella grotta più grande si stabilì un posto di guardia, mentre nel 1360 si costruiva per la popolazione una chiesa dedicata a S. Gregorio.
Quando questa fu distrutta da un terremoto nel dicembre 1456, è molto probabile che la grotta sia stata restituita alla sua funzione sacra: nel paese è stata ricordata come “la Chiesa vecchia” fino a qualche anno fa. Tale rimase fino a che la chiesa di San Gregorio non fu ricostruita circa cento anni dopo: nel 1575 è attestata di nuovo l’esistenza in Pietracupa della chiesa archipresbiteriale di S. Gregorio. La grotta fu quindi utilizzata come tribunale del barone e come prigione. Ancora oggi sono visibili segni dei sistemi giudiziari dell’epoca, come incatenamenti e tratti di corda.
L’ingresso che dava sulla piazza franò nel terremoto del 1805, e il vano fu chiuso da una finestra. Scavato un secondo ingresso, la grotta divenne abitazione, stalla, magazzino, discarica. Fu utilizzata dalla popolazione anche come riparo dai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1977, su proposta del parroco don Orlando di Tella, il lavoro volontario dei pietracupesi la recuperò come chiesa. All’esterno rimane un portale sormontato da un arco e, sulla chiave di volta, il bassorilievo di un Cristo giudice rovinato dal tempo, con la scritta “salvador”.
Una macina di mulino divenne l’altare e su di esso fu sospeso un antico crocifisso senza braccia trovato nella grotta tra i rifiuti, volutamente non restaurato (“Le mie braccia siete voi”). Intorno all’altare le panche in cerchio rimandano ad un’intensa visione comunitaria. La chiesa infatti accoglie oltre alle cerimonie religiose anche attività sociali e culturali, e con la sua stupenda acustica è sede di concerti.
Vi sono conservati, e sono esposti e utilizzati nelle feste di Natale, un Bambino Gesù di legno d’olivo, a grandezza naturale, proveniente da Nazareth, assieme ad un calice ligneo, acquistato a Betlemme, ambedue benedetti da papa Giovanni Paolo II.

 

Link:
https://www.e-borghi.com/it/sc/2-castelli-chiese-monumenti-musei/campobasso-pietracupa/1050/chiesa-rupestre-di-sant’antonio-abate.html