ANDRIA (BT). Cripta/chiesa rupestre della Santa Croce ai Lagnoni con affresco di s. Antonio abate, XV secolo

L’affresco si trova sul semipilastro destro dell’arco trionfale.
Sant’Antonio abate, con una folta barba bianca, indossa un saio con mantello e cappuccio. Nella mano destra tiene il bastone a tau. Nella mano sinistra una grossa campana
La figura del Santo esce dai margini imposti dall’incorniciatura e presenta, nel trattamento pittorico e nelle volumetrie, similarità con l’autore del San Leonardo e con il Santo eremita che gli sta di fronte. Risale presumibilmente al XV secolo o precedente.

Gli affreschi della chiesa rupestre si sono ben conservati, dipinti in più strati sovrapposti databili dal XI al XVI secolo, e sviluppano un progetto iconografico di stile/linguaggio bizantino. Restaurati nel 1980.

Info sulla chiesa in:
https://www.ultimacena.afom.it/andria-bt-criptachiesa-rupestre-della-santa-croce-ai-lagnoni-con-ultima-cena-xv-secolo/

Immagine da:
https://www.andriarte.it/SantaCroce/santonio_abate-sonofrio-sMariaEgiziaca.html

SELARGIUS (CA). Chiesa di Sant’Antonio abate

Vico Maria Vergine Assunta, 7
https://goo.gl/maps/G3PDbtbUd7SMmwKu7

Racchiusa in una piccola corte, la chiesa, dedicata a “Sant’Antoni de su fogu” (Sant’Antonio del fuoco), venne edificata in stile neogotico nel 1950 sullo stesso sito di una più antica chiesetta, demolita nel 1949, risalente alla seconda metà del ‘600 e smembrata, presumibilmente, nel 1786 per il rifacimento dell’altare maggiore.

Attualmente il sacro edificio presenta una facciata a cuspide, con un bel rosone traforato, un campanile a vela e, sopra il portale a doppio battente, una lunetta con l’immagine a mezzo busto di sant’Antonio, opera di Antonio Marini di Selargius.

L’interno della chiesetta è realizzato con arcate a sesto acuto, con l’abside semicircolare, due cappelle laterali a volta ellissoidale a crociera cordonata e una piccola gemma centrale.
Tra i pezzi più pregevoli, vi è un ex-voto con l’immagine della Madonna d’Itria e di Sant’Efisio, raffigurante il salvataggio di un uomo in procinto di annegare nel fiume di Pula (1883) e, in una delle cappelle, la statua della Madonna del Carmelo.

Sull’altare principale si trova una statua del Santo forse databile al XVIII secolo.

 

L’edificio è sede della Confraternita della Madonna d’Itria e ogni anno ospita la festa in onore di sant’Antonio abate protettore dei malati e degli animali.
Tradizione vuole che la chiesa sia addobbata con arance amare e venga eretta una grande catasta di legno, composta da ‘sas tuvas‘, tronchi di alberi resi cavi dai fulmini e dal tempo, privati di tutti i rami e in cui vengono inserite fronde di alloro. La pira viene accesa al tramonto del 16 gennaio, ma solo dopo che il parroco l’ha benedetta, compiendo tre giri intorno ad essa e dando il via ufficialmente alla festa, fra canti, balli tradizionali e distribuzioni di dolci, che sanciscono l’inizio ‘ufficiale’ del Carnevale. Ma la fede popolare attribuisce al Santo di origine egiziana anche poteri curativi: durante la messa vengono benedetti limoni, arance e mandarini, poi messi a contatto col corpo delle persone malate o degli animali, di cui Antonio è il protettore.

 

Link:
https://chiesedisardegna.weebly.com/selargius.html

LEVANTO (SP). Ruderi dell’eremo di Sant’Antonio abate del Mesco

I ruderi si trovano ai confini amministrativi tra i comuni di Levanto e di Monterosso al Mare, ma il sito ricade nel territorio levantese. All’interno del Parco delle Cinque Terre.
L’eremo si può raggiungere, a piedi, da Monterosso col sentiero SVA 590. Da dietro la Statua del Gigante, il sentiero sale, si percorre la strada asfaltata poi, nei pressi dell’Albergo “Suisse Bellevue”, due curve prima di raggiungere l’hotel, alla destra, si trovano degli scalini e si prosegue sul sentiero tra una rigogliosa macchia mediterranea.. Durata 30/35 minuti circa, difficoltà semplice.
Oppure, se si parte da Levanto, percorrere Via Mesco per circa due chilometri (5 minuti in auto) sino a raggiungere l’hotel “La Giada del Mesco”. Proprio dall’hotel si trova l’inizio del percorso. Durata 1 ora e 15 minuti circa, difficoltà semplice/media.
https://goo.gl/maps/hvnkNzBcRW5vEtbC7

 

Si tratta di uno degli edifici più antichi della zona, una chiesa con romitorio, situato a 311 metri sul mare e immerso in una lecceta. Il panorama è spettacolare: lo sguardo può spaziare dal promontorio di Portofino, fino a tutta la costa delle Cinque Terre e poi oltre all’isola Palmaria.

Una prima notizia dell’antico edificio medievale risale al 1380 anche se si presuppone che la chiesa, e l’annesso romitorio, possano essere stati edificati in un periodo molto più antico, forse già nell’XI secolo. Proprio a questo secolo, così come hanno attestato diversi studi sugli strati della struttura, pare risalga il suo primo impianto, mentre al XV secolo risalirebbe il secondo e definitivo ampliamento con pietra lavorata.
Il complesso del Mesco fu abbandonato nel 1610 con il trasferimento dei religiosi nel nuovo complesso monastico degli Agostiniani di Levanto (che lì rimasero sino alla dominazione napoleonica, quando la struttura fu alienata alla municipalità e subì vari e diversi utilizzi e ristrutturazioni.)

Della chiesa più antica, di piccole dimensioni, restano un muro perimetrale, l’abside e una parte della volta. Accanto sopravvivono i pochi ruderi del convento.
I resti ancora leggibili sono quelli della chiesa con aula rettangolare e abside semicircolare orientata e di un secondo vano, con terminazione absidale quadrangolare, posto a sud del vano principale e ad esso originariamente collegato mediante un’ampia comunicazione. L’impianto planimetrico risulta essere bipartito. Si accedeva alla chiesa da un ingresso delimitato da un arco ogivale, collocato sul lato nord; facciata è infatti fondata su un dirupo roccioso che non ha consentito la creazione di un accesso canonico.
L’abside conserva ancora all’esterno parte della decorazione architettonica originaria costituita da archetti binati separati da lesene con capitelli scolpiti. Una doppia cornice sovrapposta a denti di sega e a gola dritta segna il piano di imposta della calotta absidale.

L’Eremo doveva servire anche come luogo strategico di osservazione per controllare l’arrivo dei saraceni dal mare. Questa destinazione d’uso secondaria è testimoniata anche dal fatto che lungo il sentiero, poco prima di arrivare all’Eremo, si incontrano i resti di una piccola torre di avvistamento.

Il progressivo decadimento dell’eremo si accentuò nei primi decenni del Novecento, quando il sito fu prescelto dalla Marina Militare per la costruzione di un semaforo. In questa occasione gran parte del materiale lapideo del monastero venne reimpiegato per la nuova costruzione (sic!). Il complesso religioso fu studiato e rilevato fin dal 1925 da Marco Nicolò Conti.

“Nel 1991 fu eseguito un lavoro di consolidamento dei ruderi e una campagna di scavo archeologico e di rilievo. L’intervento ha riguardato, in primo luogo, il consolidamento delle sostruzioni nell’angolo nord-ovest della chiesa, minacciato da rigonfiamenti e parziale caduta di materiale lapideo. Non essendo possibile intervenire con attrezzature sofisticate, a causa della difficoltà di accesso al cantiere, si è operato con il sistema a cuci e scuci. Il paramento lapideo delle absidi, ancora conservato, è stato consolidato mediante il risarcimento delle lacune e la stilatura dei giunti di malta, quasi completamente erosi dall’azione eolica. Il materiale impiegato è un impasto di calce idraulica e sabbia bruna, di colorazione e granulometria simile a quella ancora esistente. Parte dei conci delle lesene, che furono asportati in epoca recente, sono stati ricollocati in opera, impiegando elementi lapidei di recupero ritrovati nell’area di cantiere. È stata realizzata la pavimentazione in pietra a spacco nel vano principale della chiesa per proteggere l’area di scavo archeologico che, dopo un attento studio e un accurato consolidamento, è stata ricoperta. Anche l’intonaco ancora conservato nella calotta dell’abside è stato consolidato e reintegrato” (1).

 

La statua lignea di Sant’Antonio abate, realizzata nel XV secolo, che era nell’antica chiesa del Mesco, è oggi custodita all’interno dell’oratorio della Morte e Orazione o della Confraternita dei Neri, nel centro storico di Monterosso al Mare.

 

(1)  Alcune notizie sono tratte dal testo del cartellone presso l’Eremo, illustrato con il dettaglio di una carta di Matteo Vinzoni (1690-1773), una planimetria orientata e il prospetto esterno della zona absidale (1992) e redatto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici e Soprintendenza Archeologica della Liguria.

Link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Eremo_di_Sant%27Antonio_del_Mesco

http://uranialigustica.altervista.org/edifici/schede/sp_s-antonio.htm
Rilevatore: AC

RIOMAGGIORE (SP). Oratorio di Sant’Antonio abate

Affacciato sullo stretto carugio omonimo, nella contrada di Sant’Antonio, tra il castello e il mare.
Via Sant’Antonio, 87
https://goo.gl/maps/3edCkQ4mEY3WShgZ8

 

L’oratorio di Sant’Antonio abate è forse l’edificio religioso più antico, perché risale al XIII secolo, e il più piccolo.
Edificato in pietra da taglio e muratura intonacata.
Sulla semplice facciata, la statua del Santo è posta sopra il portale in pietra, accanto alla scalinata chiamata Sorchetto (uu Surchetu).

 

L’interno presenta un’aula rettangolare di ridotte dimensioni con volte a crociera e conserva un bell’altare in marmo con una pala del Santo con la mano destra in atto di benedizione, la sinistra regge un libro aperto.

 

 


Secondo la tradizione, anticamente il 16 gennaio si svolgeva il “gudìn”: i ragazzi di Riomaggiore si disponevano su due file, appoggiati alle pareti del vicolo e all’uscita delle ragazze dalla chiesa le spingevano verso gli altri ragazzi. Quando una fanciulla si ritrovava tra le braccia del giovane a cui piaceva, non veniva spinta via ma trattenuta.
Il piatto tipico che si mangia per la festa di Sant’Antonio sono i ravioli.

 


Link:

https://www.lecinqueterre.org/arte/riomaggioresantantonio.php

COLLI AL METAURO (PU), frazione Serrungarina. Chiesa parrocchiale di S. Antonio abate

La chiesa sorge al centro del castello di Serrungarina. Piazza Serafini, 2
https://goo.gl/maps/XVuCffsiEXqQXrqj7

 

La chiesa fu edificata nel 1665 al posto dell’antica rocca Malatestiana che era stata costruita da Galeotto Malatesta nel 1348.
Il vescovo Lapi nel 1610 trovò la chiesa quasi completamente demolita, compresa gran parte del tetto. Nell’omelia tenuta nell’antica pieve di San Giovanni il vescovo esortò tutti gli uomini del castello a concorrere per la costruzione della nuova fabbrica di Sant’Antonio. L’opera fu portata a termine nel 1665, utilizzando anche le rovine dell’antica rocca che aveva reso quel castello, ai confini del contado fanese, uno dei meglio fortificati.
La chiesa di Sant’Antonio abate dentro le mura sopravvisse per circa due secoli prima di essere demolita nel 1866 e ricostruita nel 1867. Il nuovo edificio, senza particolari pregi architettonici, fu solennemente consacrato nel settembre 1870 dal vescovo Vespasiani.

La chiesa ha struttura in muratura ed è affiancata sulla sinistra dal fabbricato che ospita la sede del Comune di Serrungarina; il fianco destro invece è libero.
La scalinata di sette gradini del sagrato conduce al portale timpanato che caratterizza la facciata in laterizi faccia a vista e tetto a capanna. Sopra la porta d’ingresso si apre un occhio vetrato compreso tra due finestre centinate collocate ai lati a metà altezza; in alto la facciata si conclude con un frontone triangolare. Sul retro a sinistra, si erge il campanile.

L’interno è a un’unica navata coperta con volta a botte a sesto ribassato. Le lunette del soffitto ospitano in totale quattro finestre con vetrate istoriate raffiguranti gli Evangelisti. Alla controfacciata sono addossate la bussola e la cantoria con parapetto ligneo specchiato. Sull’aula assembleare si affacciano due cappelle per lato, di diversa profondità, ospitanti un Crocefisso, altari lignei, statue e dipinti sacri. Sulla parete sinistra, tra prima e seconda cappella, è fissato un piccolo pulpito ligneo.
Due gradini conducono al piano dell’abside che ha andamento semicircolare ed è coperta a catino; dietro la mensa d’altare, un tramezzo ligneo nasconde la porta della sacrestia. L’unitarietà interna della navata e della parte absidale è raggiunta attraverso la partitura architettonico-decorativa delle lesene e della trabeazione sovrastante.

All’interno della chiesa sono conservate due tele di notevole livello artistico, una è l‘Immacolata Concezione opera del 1560 del fanese Giuliano Presutti (attivo dal 1490 a Fano – al 1557 ad Ancona).

L’altra è la pala d’altare, un olio su tela di 328 x 195 cm, rappresentante la Visitazione con i santi Antonio abate, Fortunato e Maria Maddalena (la figura di san Zaccaria è in alto a destra), uno degli esempi più alti della pittura di Giovanni Francesco Guerrieri (Fossombrone, 1589 – Pesaro, 1657) da collocarsi intorno al 1620.
“Appena tornato da Roma, il G. dovette dipingere la Visitazione (Serraungarina, parrocchiale), dalla cui lettura traspare una studiata commistione di verità naturalistiche e di idealismi di maniera, ripetendo, certo in forma attenuata, quel gusto per i dettagli e per l’ornato elegante profuso nelle opere romane borghesiane, pervenendo alla fine a una traduzione schiettamente e deliberatamente domestica di quella fondamentale esperienza di stile. Un piccolo modello per la testa di S. Elisabetta è stato rintracciato a Besançon, Musée des beaux-arts (Cellini, G.F. G., 1997, p. 87)” (1)

La figura di sant’Antonio, a sinistra in basso, lo mostra con tonaca e barba bianca, intento a leggere un libro.

 

A Serrungarina viene celebrata la festa patronale di sant’Antonio abate, il 17 gennaio.

 

Link:
https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/77006/Serrungarina+%28PU%29+%7C+Chiesa+di+Sant%27Antonio+Abate

https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1100160758

(1)   https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-francesco-guerrieri_%28Dizionario-Biografico%29/